Sicilia, nasce la nuova giunta Crocetta: ecco tutti i nomi da: telenova

1443341429-0-regione-e-la-settimana-del-rimpasto-nuova-giunta-crocetta-con-politici-e-ncdIl presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta ha nominato i componenti della giunta regionale
“sulla base di un rapporto di collaborazione leale con i partiti e le formazioni politiche della coalizione, a livello regionale e nazionale”. All’ interno della composizione della giunta ci sono anche alcune competenze tecniche confermate tra gli assessori uscenti. Questa la nuova giunta: Mariella Lo Bello Vicepresidente, Assessore per le attività produttive;  Antonello Cracolici  Assessore per l’agricoltura, sviluppo rurale e della pesca mediterranea – Pd; Giovanni Pistorio Assessore per le infrastrutture e la mobilità – centristi; Maurizio Croce Assessore per il territorio e ambiente – Sicilia futura;  Cleo Li Calzi Assessore per il turismo, sport e spettacolo; Baldo Gucciardi Assessore per la salute – Pd; Gianluca Miccichè Assessore per la famiglia, politiche sociali e lavoro – centristi; Alessandro Baccei Assessore per l’economia – Pd; Carlo Vermiglio Assessore per i beni culturali e l’identità siciliana- centristi; Vania Contrafatto Assessore per l’energia e i servizi di pubblica utilità – Pd; Bruno Marziano Assessore per l’istruzione e la formazione professionale- Pd; Antonio Fiumefreddo – Assessore delle autonomie locali e funzione pubblica -Pd.

Io, Dilek Ocalan, contro il sultano Erdogan da: micromega

 

Parla la nipote di “Apo” – guida politica e spirituale dei curdi, ora detenuto nell’isola-prigione di Imrali – appena rieletta parlamentare nell’Hdp: “Il cognome ha per me un grande peso come immagino lo avrà per i nostri nemici”. Il trionfo dell’Akp? “Ha vinto la strategia della tensione, il governo si è mostrato nella sua natura sanguinaria e autoritaria. Anche la mia macchina è stata colpita”. E sulla resistenza di Kobane, “la rivoluzione del Rojava mostra come la vittoria possa essere ottenuta solo con il supporto e il protagonismo femminile”.

intervista a Dilek Ocalan di Egidio Giordano, traduzione di Simona Deidda

Dilek ha trent’anni, un bellissimo sorriso. È stata appena rieletta deputata dell’HDP, partito filo-curdo che alle elezioni politiche in Turchia di domenica scorsa ha superato per poco la soglia del 10% prevista per entrare in Parlamento. Un traguardo che potremmo definire miracoloso, considerando il clima di tensione e la comprovata quantità di brogli che sembrano aver determinato la schiacciante vittoria dell’Akp di Recep Tayyip Erdogan.

Il cognome di Dilek è pesante, quasi un affronto per Erdogan: Ocalan. Una somiglianza quasi impressionante con lo zio, “Apo”, guida politica e spirituale dei curdi, ora detenuto nell’isola-prigione di Imrali. Quando ci hanno comunicato che avremo svolto il nostro ruolo di osservatori internazionali qui ad Urfa ci siamo ricordati che è la provincia natia di Ocalan, la stessa in cui vive tutt’oggi la sua famiglia. Già a giugno Dilek apparteneva alla pattuglia degli 82 deputati dell’Hdp entrati in Parlamento. Anche a queste elezioni ce l’ha fatta. Sorseggiando il classico chai, nelle stanze dove è cominciata la resistenza curda, avviene il nostro dialogo.

Una Ocalan siede nel Parlamento turco: un vero affronto per quei partiti che nei decenni passati hanno provato a silenziare la rivendicazione di autonomia e libertà del popolo curdo. Come vive questa importante responsabilità?

Il cognome (e soprattutto la provenienza familiare) ha un grande peso come immagino lo avrà per i nostri nemici. I risultati di oggi sono il frutto dei sacrifici e del lavoro di rivendicazione di diritti e democrazia che è stato portato negli anni, anche da chi ci ha preceduto. Questo è motivo di felicità e orgoglio. A causa della guerra civile e della destabilizzazione, dopo il 7 giugno, sono stata in Parlamento poche volte perché Erdogan, fino a ieri, non aveva riconosciuto quel Parlamento di cui non era il sovrano assoluto. Non aveva accettato di aver perso la maggioranza assoluta. Da quel momento, il Governo ha innescato una escalation di omicidi e violenza al solo fine di bloccare attraverso la paura la crescita del nostro partito e il processo di democratizzazione della Turchia. Il governo ha rimbracciato le armi e si è mostrato nella sua natura sanguinaria e autoritaria. L’HDP, durante questi mesi, è stato ripetutamente colpito da quel che definiamo “fuoco nemico”: molti membri del partito, o suoi sostenitori, sono stati assassinati. Anche la mia macchina è stata colpita. Stiamo cercando di risollevarci e ritrovarci anche se la situazione è decisamente cambiata: abbiamo a che fare con un partito che si è totalmente identificato in una persona, il dittatore Erdogan. Per tali ragioni in campagna elettorale, abbiamo cancellato appuntamenti pubblici e il comizio di chiusura: non volevamo avere problemi e perdere altri compagni e compagne.

A proposito delle stragi, davanti alle immagini terribili di Ankara e di Suruc sono venuti in mente i nostri anni Sessanta, quando in Italia molti innocenti persero la vita in attentati in cui erano implicati i poteri eversivi dello Stato e la destra fascista. Crede che la definizione “strategia delle tensione” sia utilizzabile per quel che sta accedendo oggi in Turchia?

Sicuramente, basta pensare ad una frase pronunciata nei giorni scorsi dal premier AKP, Ahmet Davutoğlu, il quale ha affermato, a mò di minaccia: “Tutto ciò è successo perché l’AKP non ha ottenuto abbastanza potere”, quasi a confermare che la strategia della tensione, la violenza e le armi sono state utilizzate per riacquistare il potere perduto. Naturalmente noi siamo perfettamente a conoscenza di ciò che accadde in Italia negli anni ’60 e ’70, così come in tutti quei Paesi in cui i poteri forti hanno utilizzato il terrore per confermare il proprio governo autoritario. Noi curdi siamo consapevoli delle pagine di oppressione brutale più vergognose della storia, e, forti di questa conoscenza, in maniera intelligente stiamo cercando di cambiare il destino del popolo turco e curdo.

Dilek Ocalan, quanto e come è stata importante la figura di suo zio, Apo, nella sua formazione politica? Che debito ha nei suoi confronti?

Un debito enorme. Sfortunatamente la sua lunghissima carcerazione mi ha impedito di crescere con lui, tuttavia questa figura così importante mi ha insegnato molto sul mondo. Mi riferisco ad esempio al concetto di uguaglianza nel rispetto delle differenze  culturali, di personalità, di identità. Essere cresciuti con lui e con le sue idee è stato ed è tuttora un onore. Io e lui non ci siamo mai relazionati come nipote e zio, perché la sua filosofia sulle donne è stata da subito applicata in famiglia e anche nei miei confronti. Sono stata cresciuta come una compagna che vive e agisce nella comunità e come tale deve essere trattata. Questi sono i miei principi e i miei valori. Mio zio è una persona straordinaria, che ha dedicato l’intera vita alla libertà della gente, soprattutto alla libertà e ai diritti delle popolazioni del Medio Oriente, provando ad elaborare una soluzione alternativa e di pace, non solo per i curdi, una sorta di terza via democratica per il benessere di tutti i popoli di quest’area. È per questo motivo che la sua carcerazione così prolungata rappresenta un grosso problema per il processo di pace.

Su chi pesano le maggiori responsabilità dell’arresto e della carcerazione così dura di Abdullah Ocalan?

Beh, la colpa dell’arresto del Presidente, nel febbraio 1999, deve essere certamente imputata ai Paesi europei che sono stati coinvolti, con particolare riferimento alla Grecia il cui governo fu l’artefice materiale della consegna. È il motivo per cui, nonostante siano passati così tanti anni, abbiamo deciso di istituire una corte che lavorerà, proprio dalla Grecia, per riaprire il caso Ocalan: fu innegabilmente un complotto internazionale, speriamo che i responsabili possano essere indagati e pagare per quel che hanno fatto. Vogliamo ottenere giustizia e, semmai ci fosse vittoria, devolvere i soldi di un eventuale risarcimento, oltre che per le spese legali, anche a tutte quelle associazione civili greche che ci hanno sostenuto. La corte inizierà a lavorare il 9 novembre, tra pochi giorni.

Che notizie possiede a proposito delle condizioni dell’attuale regime di detenzione e che speranze ci sono per la ripresa del processo di pace?

Per sei mesi e mezzo non abbiamo avuto sue notizie. E prima, per un anno e mezzo, mio zio non ha avuto l’autorizzazione a vedere nessuno dei suoi parenti. Pensiamo che questo sia il trattamento di un prigioniero politico che non gode di nessuna garanzia e noi non possiamo accettare che le altre nazioni abbiano avallato e stiano ancora avallando tale assurdità. Mio zio – che nel 1999 ha annunciato il cessate il fuoco unilaterale – voleva che le cose andassero in una direzione diversa da quella attuale. Prima di ogni altra cosa, noi continueremo a lavorare per far sì che il processo di pace venga riaperto, nonostante i recenti avvenimenti. E nonostante immediatamente dopo il suo avvio, tre anni fa ormai, non siano stati rispettati da parte turca i dieci obiettivi e gli step che erano stati decisi di comune accordo.

L’elaborazione della teoria del confederalismo democratico e l’abbandono della rivendicazione di uno stato nazione indipendente hanno rappresentano un punto di svolta decisivo nella vicenda curda. Così come straordinaria è l’attenzione alla questione femminile e la consapevolezza della necessità di una uguaglianza sostanziale tra uomini e donne come pratica di per sé rivoluzionaria. In Rojava su questi due pilastri si sta costruendo una società democratica e paritaria. Ebbene, cosa rappresenta secondo lei questo modello di organizzazione di governo, vita e relazioni sociali?

Quando parliamo di femminismo e confederalismo in riferimento al Rojava parliamo innanzitutto di un posto in cui ognuno, ogni singolo individuo, oggi può rappresentare ed esprimere se stesso liberamente. L’idea è quella di provare a strutturare dei poteri locali che rappresentino la popolazione, un sistema di municipalità che si riunisce in un centro decisionale più grande ma senza escludere nessuno dalle decisioni. È una pratica esportabile e che anche l’Hdp ha provato, dove amministrava le città, a mutuare questo modello dal Rojava, ma ha trovato il muro della Turchia di Erdogan che non accetta il modus operandi del sistema confederale. Naturalmente. Per quanto riguarda la questione femminile, innanzitutto metà della popolazione del pianeta è composta da donne per cui quando si parla di rappresentanza popolare deve essere necessariamente presente la componente femminile. Senza donne la rappresentanza non è possibile. E la rivoluzione del Rojava mostra come la vittoria possa essere ottenuta solo con il supporto e il protagonismo femminile. E le vittorie delle YPJ (Unità di difesa delle donne, ndr) hanno contribuito e contribuiscono alla diffusione di questo messaggio con straordinario successo. Sono convinta che ispirandoci a quel modello confederale, femminista ed ecologista, avremo tutta la forza e gli strumenti per continuare a difendere la democrazia, la giustizia e la libertà dalle aggressioni di questo nuovo governo.

Stabile, l’amaro addio di Nino Milazzo “Tutta la verità sulla mia gestione” da: livesiciliacatania

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Il presidente dimissionario del teatro Stabile, in una lunga intervista riannoda le fila di una vicenda che ha generato aspre polemiche. E in merito alla proroga concessa già dal mese di agosto a Dipasquale: “E’ stata una mia idea, e su Enzo Bianco vi dico che…”.

CATANIA. Un addio non privo di delusione quello di Nino Milazzo. Il giornalista, ex vice direttore del “Corriere della Sera” ripercorre la vicenda del teatro, della sua personale esperienza partendo da ciò̀ che “poteva essere ma non è stato”, dalla sua battaglia per l’approvazione dei bilanci finendo con qualche amara considerazione. Ma se da un lato sono state troppe le invettive, dall’altro non sarebbero state da meno le aspettative disattese o i deboli riscontri da parte di chi probabilmente avrebbe potuto fare meglio la sua parte. “I soci salvino l’ente”, è ora il forte appello che lancia attraverso il nostro giornale. A mescolarsi con le questioni di forma rimane inevitabilmente la vicenda affettiva che riguarda la storica amicizia con Enzo Bianco. Un rapporto di stima e fiducia reciproca, a tal punto da spingere l’uno a proporlo, due anni fa, come presidente del teatro e il secondo ad accettare l’incarico, nonostante l’età̀ e i problemi dell’ente. Un argomento sul quale Milazzo tuttavia non si sofferma. Intanto il sindaco pochi giorni fa ha invitato il direttore Giuseppe Dipasquale a compiere un passo indietro rispetto alla proroga ottenuta. Ma la delibera in verità sarebbe stata approvata dall’intero CdA lo scorso agosto.

Nella lettera di dimissioni ha scritto della sua esperienza di presidente dello Stabile parlando di “quello che poteva essere ma non è stato”. A cosa si riferiva?

“Qualche esempio. Volevo celebrare l’ingresso nel patrimonio Unesco, avevo raccolto numerose adesioni, lo annunciai nel corso di un’occasione solenne alla presenza di tutti i sindaci del Patto del sud est e del prefetto. Ma il progetto poi non ebbe seguito, la presidente del patto dell’Etna a cui avevo chiesto supporto si negò al telefono. Un’altra idea era quella di ampliare le competenze della scuola di recitazione estendendole all’ambito tecnico: si pensava di potere utilizzare risorse europee, ma invano. Ho poi organizzato degli incontri sotto il comune denominatore dell’alfabeto della memoria: su temi come, la Costituzione, la filosofia, il cinema, la corruzione. Ma ho potuto realizzare pochissime puntate, tra cui una con l’allora direttore del Corsera, Ferruccio De Bortoli: la carenza di mezzi mi ha fermato. Potrei proseguire ancora con un lungo elenco. Nella mia lettera di dimissioni parlo di realtà protette e realtà neglette nel panorama degli enti pubblici dello spettacolo in Sicilia”.

Quando assunse l’incarico di presidente del Cda in che condizioni trovò l’ente? E a quanto ammonta attualmente il debito del teatro Stabile?

“Era ferito dai tagli del 2012, con cui la Regione aveva ridotto del 46% i contributi a programmazione già definita con i relativi contratti. Da allora si è determinato uno stato debitorio molto pesante. Il debito attuale si aggira intorno ai 5 milioni di euro. Bisogna anche tenere conto delle sopravvenienze dovute a emergenze varie, come i prestiti delle banche cui si è fatto ricorso a causa dei ritardi nell’erogazione dei contributi. Buona parte di queste sopravvenienze sono in gran parte pagate, ma i debiti restano. L’organico dello Stabile è la metà di quella del teatro Biondo di Palermo, giusto per fare un esempio; i dipendenti del nostro teatro sono 35”.

Ma veniamo a quel famoso scontro tra lei e le commissioni consiliari Bilancio e Cultura. Cosa accadde? E perché lei reagì in quel modo alla richiesta avanzata dai consiglieri di fornire chiarimenti in merito ai bilanci?

“Ad un certo punto della mia presidenza fui convocato dalla commissione Bilancio. Andai insieme a Jacopo Torrisi e a Giuseppe Dipasquale. La prima interrogazione partì da una giovane consigliera la quale attaccò subito Dipasquale domandogli se provava vergogna o meno per il fatto di essere, a suo dire, il direttore più pagato d’Italia. Si trattò di un’inesattezza, peraltro espressa in modo inaccettabile. Al di là della persona, io ho reagito difendo l’istituzione. Per mia natura, sono persona gentile, ma se perdo le staffe sono pesante e in quell’occasione lo fui. Di Pasquale percepisce un compenso inferiore alla media. Cercai poi di far capire che il teatro Stabile non è una partecipata, (come qualcuno sosteneva), non essendo una società di capitale, bensì un’associazione. Alcuni membri della commissione Bilancio non conoscevano nemmeno il tipo di rapporto che intercorre tra teatro e Comune. Dopo qualche tempo fu la commissione Cultura a entrare in scena con un’interrogazione di alcuni consiglieri che utilizzava la falsa accusa di due o tre sindacalisti che avevano attribuito al Consiglio di amministrazione la responsabilità gravissima di avere operato tre illegali assunzioni a tempo indeterminato. Mi sembrò una mossa incauta se non ingiusta: potevano aver avere quantomeno la compiacenza di attendere il giorno dopo, quando mi sarei presentato davanti alla commissione che mi aveva invitato per un altro incontro. Voglio si sappia che, per mia formazione, nutro da sempre un profondo rispetto per le istituzioni. Ciò detto, voglio precisare che i nostri bilanci sono pubblici. Ciò nonostante, abbiamo inviato copia all’organismo comunale che ne ha fatto richiesta. Superata questa fase, è seguita un’aspra contestazione sotto forma di 14 richieste di chiarimento avanzate da un gruppo di consiglieri. L’iniziativa aveva tutta l’aria di una ritorsione. Comunque, abbiamo risposto punto per punto e la polemica con le due commissioni si è placata. Ma vale la pena riferire che fra le contestazioni figurava quella relativa agli incassi degli spettacoli: si lamentava la loro esiguità, ma gli scriventi avevano sbagliato la cifra riducendola addirittura a un terzo di quella effettiva: così, per dare un’idea. Un altro attacco è arrivato successivamente da un deputato regionale, di cui non ricordo il nome, ma la nuova tensione è rapidamente evaporata data la palese inconsistenza dei rilievi. Insomma, vita difficile. Io sono abbastanza allenato. E qui, mi piace, allora, ricordare che lungo il mio cammino professionale ho accumulato sette dimissioni, per me sono altrettante medaglie, le cose migliori che ho fatto. Anche se quelle dall’incarico di vice direttore del Corriere della Sera fu una scelta sciagurata, un atto di superbia intellettuale che ancora oggi mi rimprovero: pensavo di poter essere più utile mettendo al servizio della mia terra l’esperienza fatta a Milano, ma mi sono sbagliato. Clamorosamente”.

E’ una medaglia dunque la decisione di lasciare lo Stabile?

“Sin dall’inizio dissi che non sarei rimasto per più di due anni, ho 85 anni: avrei dovuto concludere il mandato a 87 anni. Mi sembrava un eccesso. Insomma, spazio ai giovani. Il principio era questo. Se ho ritardato di un paio di mesi la mia rinuncia all’incarico è perché ho voluto seguire fino in fondo alcuni adempimenti amministrativi molto importanti per la vita del teatro”.

Veniamo allora a questi adempimenti. L’accusa ricorrente è stata quella di scarsa trasparenza: perché è stato così complicato approvare il bilancio 2014?

“Faccio un atto di umiltà che mi appartiene: non sono esperto di bilanci. Ma potevamo contare su revisori dei conti di una bravura straordinaria, fra cui quello nominato dal Ministero: ebbene la loro professionalità e il loro rigore mi garantivano che tutto era a posto. La situazione era complessa, non per nostra responsabilità, e complessa è stata la messa a punto del consuntivo 2014. Alla fine, completata l’operazione, i Soci ci hanno chiesto di inviarlo alla Corte dei Conti e lo abbiamo fatto, salvo poi apprendere dagli organi della stessa Corte che il passo non era necessario. La maggiore difficoltà è stata quella delle sopravvenienze, chiarita la quale si è pervenuti all’approvazione con piena e motivata soddisfazione di tutti”.

Veniamo alla figura del Giuseppe Dipasquale, anch’essa molto discussa. Lei ha sempre difeso il suo operato. Come commenta le polemiche che tuttavia continuano ad investire il direttore?

“Con me è sempre stato corretto e leale. D’altronde qualora così non fosse stato, non sarei stato tenero. Se qualcuno riesce a provare ciò che dice contro Dipasquale, lo faccia. Non sta a me fare il processo a un uomo. Semmai, io accuso gli accusatori che lanciano la pietra e nascondono la mano. E’ un gran lavoratore e si è sempre attenuto alle direttive generali del CdA. Si parla di presunta mala gestione, ma noi abbiamo amministrato con rigore e trasparenza le risorse che ci sono state concesse. Purtroppo il flusso dei finanziamenti è assolutamente inadeguato e mai puntuale. Ora si sono accumulate nuove mensilità non retribuite. Le risorse, stavolta provenienti da Roma, non dovrebbero tardare. Ma intanto i lavoratori hanno il sacrosanto diritto di protestare. Il problema è individuare i giusti destinatari delle proteste, dello sciopero. Il CdA ha sempre fatto tutto il possibile per evitare le situazioni incresciose dei gravissimi ritardi nelle retribuzioni. Non so cosa si potesse e si possa fare in più. L’emergenza è stato e continua a essere l’amaro pane quotidiano del Teatro. Abbiamo dovuto lasciare Palazzo Biscari perché non potevamo più pagare l’affitto. Grazie alla sensibilità del prefetto Romano, già commissario della Provincia di Catania, il Teatro ha ottenuto in concessione pe 10 anni i locali degli uffici, una sala di 600 posti e un teatro all’aperto di 900 posti, tutte strutture situate nel complesso “Le Ciminiere” . L’occasione è propizia per rinnovare i sensi della mia gratitudine al prefetto Romano”.

Torniamo a Dipasquale. Tra le varie cose che gli si contestano c’è il fatto che firmi numerose regie nell’ambito della programmazione artistica dello Stabile.

“Non sono numerose e non se le fa pagare, c’è questo piccolo particolare. Ci guadagnano le finanze del teatro stesso”.

Veniamo agli sviluppi recenti. Al direttore scade il mandato verso la metà di novembre 2015. E’ stata concessa la proroga. Un fatto che ha scatenato varie polemiche. Perché è stato fatto? Lo statuto lo prevedeva?

“Abbiamo deliberato una proroga di sette mesi per assicurare continuità alla gestione della stagione artistica. Quanto alla legittimità della decisione, faccio presente che la nomina del direttore rientra tra i poteri esclusivi del CdA”.

Pare che Enzo Bianco non fosse assolutamente d’accordo con la proroga concessa a Dipasquale tanto da averlo invitato pubblicamente a fare un passo indietro.

“E’ un suo diritto farlo, così come Dipasquale ha il diritto di rifiutarsi rimettendosi alla volontà del Cda. Spero che si trovi una soluzione. Io sono fuori”.

Ma la proroga è stata una sua idea o è partita da Dipasquale?

“Una mia idea, realizzata in intesa con il Cda. Ero preoccupato: c’era il rischio di compromettere il buon andamento della programmazione. Infatti, ero convinto di non poter lasciare il teatro senza il presidio di una direzione artistica di accertato affidamento. Dopo questi mesi non so cosa accadrà, ho delegato le mie funzioni di presidente dimissionario al vice presidente Torrisi. Ora il timone è nelle sue mani. Per tramite di Live Sicilia, voglio lanciare un appello: i soci salvino questo teatro, il teatro è un loro patrimonio. Il CdA ha fatto la sua parte varando un piano di risanamento che andava approvato nel corso dell’ultima assemblea dei soci assieme ad un altro argomento all’ordine del giorno: l’articolo 2 dello statuto stabilisce che i soci fondatori versino annualmente una quota in un fondo di dotazione. Ebbene, i soci non hanno mai rispettato questa norma. E, dunque, delle due l’una: o costituire il fondo modificare lo statuto. Purtroppo, l’approvazione di questi due punti nell’ultima assemblea è saltata perché è venuto a mancare il numero legale”.

Cambiamo argomento. Apriamo una parentesi più ampia su Catania. Qual è lo stato della cultura e del rapporto dei catanesi con essa?

“Giudico positivamente le politiche culturali che il Comune sta attuando pur nelle difficoltà finanziarie cui deve far fronte, come tutti gli enti locali d’Italia. Ma in generale la cultura catanese non è più quella di un tempo. Di questo dobbiamo dolerci e fare autocritica. Nonostante tutto, con i licei di Catania il teatro ha avuto un rapporto di collaborazione molto fruttuoso, come testimoniano alcune iniziative realizzate nel corso dell’anno. C’è da dire, comunque, che il panorama non è incoraggiante, segnato com’è dalla presenza di troppi sedicenti intellettuali malati di narcisismo e di scrittori che scrivono una lingua che non conoscono. I tempi di Verga, Capuana sono lontanissimi. La Catania di Vitaliano Brancati o Ercole Patti non c’è più. Nutro poi una grande speranza: Il lancio del Distretto del Sud-Est ha grandi potenzialità: rappresenta una proiezione politica ed economica di un’idea culturale di straordinario valore per il futuro”.

Lei è stato un importante giornalista. Qual è la sua riflessione in merito all’attuale grave crisi del mondo dell’editoria e dell’informazione catanese?

“Cito sempre un pamphlet che s’intitolava: “L’ultima copia del New York Times” dove, sulla base di una dichiarazione del mitico editore del New York Times, Arthur O. Sulzberger, s’immaginava che il giornale non esistesse più in forma cartacea ma solo on line. In realtà la previsione non si rivelò veritiera, perché la carta stampata continua ad arrivare in edicola, anche se la sua diffusione ha subito dei pesantissimi colpi. Oggi tutte o quasi tutte le aziende editoriali sono in crisi, perché l’irruzione delle tecnologie ha sovvertito i rapporti di forza. Le notizie arrivano da molteplici fonti d’informazione. Per quanto riguarda la carta stampata, se prima la notizia era il punto di arrivo adesso deve diventare il punto di partenza, perché i fatti la gente li conosce già quando va a comprare il giornale in edicola. La notizia è ora uno spunto di approfondimento e di riflessione. In Sicilia la situazione è critica purtroppo da molto tempo. Credo che Catania sarebbe cresciuta molto di più se in passato non ci fosse stato il pernicioso monopolio dell’informazione. Il dibattito giornalistico è essenziale per stimolare lo sviluppo e la democrazia”.

“Nessuna vertenza di Renzi in Europa. Questa manovra porta tagli che soffocano l’Italia”. Il documento Cgil in audizione alla Camera Autore: redazione da: controlacrisi.org

“Una manovra non espansiva, che non crea lavoro per i giovani, sbilanciata verso le imprese, a scapito del Paese”. Questo in estrema sintesi il commento della Cgil alla Legge di Stabilità 2016 illustrato quest’oggi dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso nel corso dell’audizione presso le Commissioni congiunte Bilancio del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati. All’audizione ha partecipato anche il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi.

La manovra annunciata per la Legge di Stabilità 2016 non è espansiva. I pochi margini di “flessibilità” di Bilancio, che consentirebbero l’utilizzo di maggiori risorse, derivano da un rallentamento dell’austerità, quindi sempre sotto il vincolo del 3%, al di sopra del quale è lecito parlare di politica espansiva. Il Governo dichiara, infatti, di affrontare le difficoltà dell’economia, nazionale e sovranazionale “rivedendo e attenuando la velocità del consolidamento fiscale”. Lo scarto su cui si dovrebbero recuperare più risorse sta tra il nuovo deficit del 2,4% e il dato dell’indebitamento netto tendenziale – cioè “sulla carta”, in assenza di interventi e sulla base della normativa vigente, comprese le famigerate clausole di salvaguardia – che nel 2016 sarebbe pari all’1,4% del PIL. Peraltro, il nuovo obiettivo andrebbe confrontato con quello previsto nel DEF di aprile scorso, in cui l’indebitamento netto 2015 era previsto all’1,8%, come stabilito già dall’agenda Monti. In ogni caso, rispetto all’attuale 2,6% il deficit non viene aumentato, ma viene ridotto e i margini di spesa si contraggono da un anno all’altro e si realizzerà comunque un saldo primario di almeno 30 miliardi di euro.L’utilizzo della “flessibilità”, peraltro, per l’Italia è previsto solo per un anno e, difatti, negli anni successivi continua ad aumentare progressivamente e nettamente l’avanzo primario. L’austerità flessibile prevede poi uno scambio senza ritorno con le cosiddette riforme strutturali, a cominciare da quelle sul mercato del lavoro, sulle pensioni e sull’istruzione, imposte dalla governance europea a prescindere dal contesto nazionale, a scapito del lavoro, del welfare e dell’economia pubblica.

Eppure ormai è chiaro che nuovi tagli della spesa pubblica e una politica iniqua delle entrate alimentano recessione economica, depressione occupazionale e spirale deflazionistica. Malgrado gli annunci, quindi, il Governo non ha aperto nessuna “vertenza” europea. Anzi, dato il peso dell’economia italiana, la progressiva restrizione dei margini di deficit spending ridimensiona l’intero indebitamento netto dell’Area euro, riducendo le possibilità di una politica economica espansiva sovranazionale.

Medici, insegnanti e statali. Arriva l’autunno caldo Fonte: Il ManifestoAutore: Red.

L’autunno caldo sem­bra final­mente essere arri­vato e nel mese che si apre oggi ci aspet­tano pro­te­ste, scio­peri e mani­fe­sta­zioni. Si parte pro­prio oggi, ed essendo dome­nica, a scio­pe­rare non pote­vano essere altri che i lavo­ra­tori del com­mer­cio. Il 3 toc­cherà ai dipen­denti della Erics­son, men­tre dal 5 al 28 si arti­co­lano le pro­te­ste den­tro la Tele­com (60 minuti alla fine del turno e blocco degli straordinari).

Ma a fare scin­tille sono soprat­tutto i lavo­ra­tori del pub­blico impiego e della scuola: è noto che nell’ultima set­ti­mana, gra­zie al risi­bile stan­zia­mento deciso dal governo Renzi sul rin­novo del con­tratto (dai 200 ai 300 milioni, cioè 8 euro lordi in più al mese, leggi ben 5 netti), i sin­da­cati sono tor­nati ad alzare il tiro, annun­ciando mobi­li­ta­zioni e mani­fe­sta­zioni, senza esclu­dere lo scio­pero generale.

Ma se i con­fe­de­rali della scuola hanno deciso di con­fluire nella mani­fe­sta­zione nazio­nale indetta dal pub­blico impiego di Cgil, Cisl e Uil per il 28 novem­bre, uno scio­pero della scuola però lo vedremo comun­que, e ben due set­ti­mane prima: si fer­mano gli inse­gnanti, gli Ata e tutte le altre figure che ade­ri­scono a Uni­co­bas, Anief, Cub, Cobas, Usi Surf.

E non basta: il 20 novem­bre sarà l’Usb a mobi­li­tarsi, con pub­blico impiego e scuola, tutti insieme, come sarà poi per i con­fe­de­rali per la già citata mani­fe­sta­zione del 28.

Il 21 novem­bre è pre­vi­sta la mani­fe­sta­zione della Fiom con­tro la legge di sta­bi­lità. Il sin­da­cato gui­dato da Mau­ri­zio Lan­dini si augura che tutta la Cgil decida di mobi­li­tarsi, arri­vando a pro­cla­mare uno sciopero.

Il 24 novem­bre tocca ai tra­sporti: in par­ti­co­lare, i dipen­denti Enav ade­renti a Anp­cat e Fata-Cisal. Dalle 21 del 26 alle 18 del 27 si fer­me­ranno invece i lavo­ra­tori di Fs, Tre­ni­ta­lia, Rfi, Tre­nord ade­renti a Usb, Cat e Cub (escluso il per­so­nale della divi­sione Cargo).

Il 28 novem­bre, quindi, si con­clude in bel­lezza con il pub­blico impiego e la scuola, in piazza con Cgil, Cisl e Uil a Roma. «È con i con­tratti che si rilan­cia il cam­bia­mento. E se per far arri­vare il mes­sag­gio ser­virà andare allo scio­pero gene­rale, noi siamo pronti», hanno spie­gato nei giorni scorsi Ros­sana Det­tori, Gio­vanni Fave­rin e Gio­vanni Tor­luc­cio, segre­tari di Fp-Cgil, Cisl-Fp e Uil-Fpl.

L’offerta di 8 euro lordi viene rite­nuta offen­siva dai sin­da­cati, soprat­tutto se si con­si­dera il fatto che i con­tratti sono ormai bloc­cati dal 2009, e che nel mezzo c’è stata una sen­tenza della Corte costi­tu­zio­nale che sol­le­cita il governo a tute­lare il potere di acqui­sto dei lavo­ra­tori pubblici.

Il 28 novem­bre si mobi­li­tano anche i medici: per la sanità, tra tagli e riforme, il momento è deli­ca­tis­simo. Mani­fe­sta­zione e fiac­co­lata uni­ta­ria a difesa della sanità pub­blica, per dire no «al sot­to­fi­nan­zia­mento che porta allo sman­tel­la­mento e al razio­na­mento dei ser­vizi al cit­ta­dino, agli obbli­ghi ammi­ni­stra­tivi che tol­gono tempo alla rela­zione di cura, a una poli­tica ostile al medico e poco attenta alla sicu­rezza delle cure; sì, invece, a equità e pari oppor­tu­nità di accesso». Anche i medici, senza rispo­ste, andranno allo sciopero.

Post-democrazia, sette tesi sul «caso Marino» Fonte: Il ManifestoAutore: Angelo d’Orsi

Gli avve­ni­menti romani delle ultime set­ti­mane hanno posto in luce, mi pare, alcuni ele­menti di fondo sulla tran­si­zione ita­liana verso la post-democrazia, ossia il supe­ra­mento della sostanza della demo­cra­zia, con­ser­van­done le appa­renze, secondo un pro­cesso in corso in tutti gli Stati libe­rali, ma con delle pecu­lia­rità pro­prie, che hanno a che fare con la sto­ria ita­liana e, forse, anche l’antropologia del nostro popolo.

Senza più entrare nel merito della vicenda della cac­ciata di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio, su cui peral­tro mi sono già espresso più volte, a netto soste­gno del sin­daco, pur rile­van­done le debo­lezze e gli errori (ha sin­te­tiz­zato bene ieri l’altro sul mani­fe­sto Norma Ran­geri : «non è il migliore dei sin­daci, il mestiere poli­tico non è il suo, si è mosso fidan­dosi … del suo cer­chio magico»), e con­tro l’azione del Pd, irre­spon­sa­bil­mente soste­nuta anche dal M5S, all’unisono con le frange della destra estrema, pro­pongo alcune rifles­sioni che hanno biso­gno natu­ral­mente di essere appro­fon­dite, oltre che discusse.

I Tesi

Le assem­blee elet­tive, ossia quella che si chiama «la rap­pre­sen­tanza», hanno un valore ormai nullo. Depu­tati, sena­tori, con­si­glieri regio­nali e comu­nali, sono pedine inin­fluenti, che si muo­vono all’unisono con gli orien­ta­menti dei capi e sottocapi.

Obbe­di­scono in modo auto­ma­tico, ma cosciente, nella spe­ranza di entrare nell’orbita del potere «vero», o quanto meno avvi­ci­narsi ad essa, e diven­tare sia pure a livelli infe­riori o addi­rit­tura infimi, «patro­nes» di pic­cole schiere di “clien­tes». Il potere legi­sla­tivo è com­ple­ta­mente disfatto.

II Tesi

I par­ti­titi poli­tici, tutti, sono diven­tati «par­titi del capo». I mili­tanti, e per­sino i diri­genti, dal livello più basso a quelli via via supe­riori, non con­tano nulla. Tutto decide il capo, cir­con­dato da una schiera di fedeli, i “guar­diani”. Le forme di reclu­ta­mento e di sele­zione, che dalla base giun­gono al ver­tice, sulla base di per­corsi lun­ghi, tra­gitti di «scuola poli­tica», hanno per­duto ogni sostanza; con­tano con­su­lenti, ope­ra­tori del mar­ke­ting, son­dag­gi­sti, costrut­tori di imma­gine. Il distacco tra il capo, e il ristret­tis­simo ver­tice intorno a lui, e lo stesso par­tito, inteso come strut­tura di ade­renti, intorno, di sim­pa­tiz­zanti, o di sem­plici elet­tori, appare totale.

Se crolla il capo, crolla il par­tito, nel Pd come è acca­duto in Forza Ita­lia, e come acca­drà nel Movi­mento 5 Stelle, se i mili­tanti non scel­gono una via diversa.

III Tesi

Il Vati­cano, e le gerar­chie della Chiesa cat­to­lica, costi­tui­scono non sol­tanto uno Stato nello Stato, ma uno Stato poten­zial­mente ostile, che eser­cita un’azione diret­ta­mente poli­tica, volta a con­di­zio­nare, fino al sov­ver­ti­mento, gli stessi ordi­na­menti libe­rali; diventa «potenza amica» solo quando e nella misura in cui il potere legit­timo si piega ai suoi dettami.

IV Tesi

I grandi media non eser­ci­tano sem­pli­ce­mente un’influenza, come sosten­gono certi mass­me­dio­logi; essi rap­pre­sen­tano pie­na­mente un potere, capace di creare o distrug­gere lea­der, cul­tu­rali o poli­tici o spor­tivi. Abbiamo avuto esempi pic­coli e grandi, di distru­zione o costru­zione, da Roberto Saviano a Renata Pol­ve­rini, fino a Igna­zio Marino, osan­nato chi­rurgo, esem­plare per­fetto della «società civile», poli­tico one­sto, sin­daco in grado di sve­lare e sgo­mi­nare l’intreccio affaristico-mafioso della capi­tale, diven­tato improv­vi­sa­mente il con­tra­rio di tutto ciò, a giu­sti­fi­ca­zione della sua orche­strata defenestrazione.

V Tesi

La lotta poli­tica pro­cede oggi su due livelli distinti ed oppo­sti: il livello palese, che finge di rispet­tare le regole del gioco, privo di effet­tua­lità; e un secondo livello, nasco­sto, che conta al cento per cento, nel quale si assu­mono deci­sioni, si scel­gono i can­di­dati ad ogni carica pub­blica, e si pro­cede nella sele­zione (sulla base di cri­teri di mera fedeltà a chi comanda) dei «som­mersi» e dei «sal­vati». Il livello som­merso è in realtà un potere sol­tanto indi­ret­ta­mente gestito dal ceto poli­tico: è ema­na­zione di poteri forti o for­tis­simi ita­liani o stra­nieri, di lobby, palesi o occulte, alcune delle quali cor­ri­spon­denti a cen­trali criminali.

VI Tesi

Il Par­tito Demo­cra­tico, rap­pre­senta oggi la forza ege­mone della destra ita­liana: una forza irre­cu­pe­ra­bile ad ogni istanza di sini­stra. Il suo capo Mat­teo Renzi costi­tui­sce il mag­gior peri­colo odierno per la demo­cra­zia, o per quel che ne rimane. Ogni suo atto, sia nelle forme, sia nei con­te­nuti, lo dimo­stra, giorno dopo giorno. Il suo cini­smo (quello che lo portò a ordi­nare a 101 peo­nes di non votare per Romano Prodi alle ele­zioni pre­si­den­ziali; lo stesso cini­smo che lo ha por­tato a ordi­nare a 25 con­si­glieri capi­to­lini ad affos­sare Marino e la sua Giunta) è lo stru­mento primo dell’esercizio del potere.

Renzi si è rive­lato un per­fetto seguace dei più agghiac­cianti «con­si­gli al Prin­cipe» di Nic­colò Machiavelli.

VII Tesi

La rea­zione spon­ta­nea, dif­fusa, robu­sta alla defe­ne­stra­zione di Igna­zio Marino dal Cam­pi­do­glio testi­mo­nia dell’esistenza di un’altra Ita­lia: i romani che hanno soste­nuto «Igna­zio», con estrosi slo­gan, nelle scorse gior­nate, al di là dell’affetto o della stima per il loro sin­daco, hanno voluto far com­pren­dere che la can­cel­la­zione della demo­cra­zia trova ancora osta­coli e che esi­stono ita­liani e ita­liane che «non la bevono», che la «que­stione morale» con­serva una pre­senza nell’immaginario dell’Italia pro­fonda (che dun­que non è solo raz­zi­smo e igno­ranza, egoi­smo e paras­si­ti­smo, tutti ele­menti forti nel «pac­chetto Ita­lia»); esi­stono ita­liani e ita­liane pronti a resistere.

Su loro occorre fare affi­da­mento, per costruire prima una bar­ri­cata in difesa della demo­cra­zia, quindi per pas­sare al con­trat­tacco, tra­sfor­mando la spon­ta­neità in orga­niz­za­zione, la folla in massa cosciente, il dis­senso in pro­po­sta poli­tica alter­na­tiva. Che il «caso Marino» costi­tui­sca l’occasione buona per far rina­scere la volontà gene­rale e sol­le­ci­tarla all’azione?