lettera di un ragazzo violato

Massimo Cacciari Vs Matteo Renzi e Orfini: “Il primo si è circondato di amici e portaborse. Il secondo è un incapace” da: l’huffngitonpost

Pubblicato: 01/11/2015 11:35 CET Aggiornato: 01/11/2015 11:35 CET
CACCIARI

“La cosa comica è che è in atto una sostituzione della politica con tecnici e magistrati proprio per mano di uno che si è presentato dicendo che la politica doveva tornare al comando”. Così, intervistato dalla Stampa, Massimo Cacciari commenta la decisione di Renzi di affidare la gestione di Roma al prefetto Tronca.

“Expo era un evento eccezionale ed è dunque normale che venisse gestito da tecnici”, nota, “mentre Roma è un Comune. Il modello Expo non c’entra nulla. Per il Giubileo c’è già un commissario, Gabrielli”. “Per rifondare la politica bisognerebbe ripartire da una riorganizzazione della medesima, formare un partito come dio comanda, istituire una formazione della classe politica decente… E non solo attorniarsi di amici e portaborse”.

A Roma, aggiunge “la prima cosa da mettere in discussione sarebbe l’operato di Orfini. Renzi ha messo lì un suo braccio destro che avrebbe dovuto avere autorevolezza e capacità per dirimere quel casino e invece guarda che disastri ha lasciato che accadessero. Si è dimostrato totalmente incapace. E allora lo caccino. Lo mettano a fare il capo sezione a Orbetello”. A Marino non si può rimproverare “assolutamente nulla”, dice.

“Lui era uno che non sapeva neanche che fosse di casa a Roma, non aveva alcuna esperienza amministrativa. Era soltanto un semplice megalomane: questo era risaputo da tutti, dalla comunità scientifica, dai suoi stessi colleghi. La responsabilità non è sua, ma di chi l’ha messo lì, a dimostrazione dell’assoluta mancanza di una politica di formazione della classe dirigente. Avevano Gentiloni e invece si sono inventati Marino: bene, questo è il risultato”.

Lo scenario delle comunali per Cacciari è questo: “Roma è perduta. Milano la possono salvare solo con Sala”. Un altro tecnico, “perché non hanno nessun politico in grado di affrontare emergenze”.

Una Repubblica che dovrebbe essere laica. E non ci riesce da: fanpage.it

L’ingerenza del Vaticano nella politica italiana sta diventando una consuetudine a cui pochi sembrano prestare attenzione. Eppure la laicità della Repubblica Italiana è sancita a chiare lettere nella Costituzione e anche illustri esponenti democristiani in passato l’hanno difesa a spada tratta. Questo Governo (bollato chissà poi perché come di centrosinistra) dimostra una pericolosa mitezza per le “incursioni papali”.

1 novembre 2015 13:46
di Giulio Cavalli
Una Repubblica che dovrebbe essere laica. E non ci riesce

Il campo è irto, brullo e sempre a rischio di integralismi e controintegralismi ma un giro, in questi giorni, credo che valga la pena farselo: sotto traccia e con una modernissima veste accattivante il Vaticano,negli ultimi mesi, è tornato ad essere partito di maggioranza nelle scelte (e soprattutto in alcune non scelte) politiche. Basterebbe partire dalla vicenda delle dimissioni del sindaco di Roma per capire come la valutazione politica (mica etica o di morale) abbia assunto toni tutt’altro che spirituali:

«Marino – ha scritto l’Osservatore Romano – ha motivato la scelta (del ritiro delle sue dimissioni ndr), chiedendo un confronto in aula con la maggioranza che lo ha sostenuto nei due anni della sua amministrazione. Ben sapendo, tuttavia, che una maggioranza disposta a sostenerlo non esiste più. Tanto è vero che, dopo una lunga riunione svoltasi ieri sera nella sede del Pd, sono attese per oggi le dimissioni di almeno 25 consiglieri capitolini, dimissioni che, salvo ulteriori sorprese, dovrebbero portare allo scioglimento immediato del Consiglio comunale e dunque al decadimento di sindaco e giunta […] «Questa vicenda sta assumendo i contorni di una farsa. Al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende»

Io non so se succeda anche a voi, leggendo queste parole, di osservare un particolare sdegno (o interesse forse?) per una dinamica tutta amministrativa o, almeno, se non capiti anche a voi di dimostrare un’attenzione sovradimensionata da parte della Chiesa di Roma che ha avuto negli ultimi anni una certa “tenerezza” con amministratori e governanti ben più irreligiosi dell’ex sindaco. Ma non è solo questo il punto: sotto l’egida di governo di “centrosinistra” (un altro enorme baco dell’informazione italiana che si ostina ad accettare categorie smentite dai fatti e dai numeri) stiamo assistendo al logorio continuo di una laicità piuttosto sgretolata. Sotto l’immagine del pontefice progressista, Papa Francesco ha assestato significativi attacchi (e conseguenti rallentamenti) anche sulle leggi più delicate in discussione in Parlamento e, guarda caso, inchiodate ormai da un pezzo. Sulle unioni civili, ad esempio, Bergoglio ha tuonato:

“Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Ciò comporta al tempo stesso sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. E a questo proposito vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico.”

E sempre Papa Francesco ha attaccato la Corte Costituzionale che ha stabilito che il divieto alla fecondazione eterologa previsto dalla legge 40 è incostituzionale, dichiarando:

“Ferma opposizione a ogni diretto attentato alla vita, specialmente innocente e indifesa. Il nascituro nel seno materno è l’innocente per antonomasia”

L’Italia, è sempre un bene ribadirlo, è per Costituzione uno Stato laico e non è un caso la parola stessa abbia assunto una deformazione graduale che l’ha portata nel suo senso più popolare ad essere il sinonimo (sbagliato) di ateo. La laicità è il diritto (e il dovere) di costruire un Paese in cui le scelte politiche sono “libere” e non condannabili. E questo non significa che i cattolici non abbiano il diritto (e il dovere) di cercare la declinazione politica del proprio credo ma sfugge il senso dell’incapacità vaticana di comprendere e rispettare (sì, rispettare) le evoluzioni della società. L’articolo 7 della Costituzione recita: “Lo Stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. L’articolo 8 recita: ”Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze”. L’articolo 33 recita fra l’altro: “…Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione, senza oneri per lo Stato…” norma ampiamente disattesa da comuni, province e regioni.

Giova ricordare l’esperienza di Alcide De Gasperi: nel 1952 l’allora presidente del Consiglio si vide rifiutare un’udienza da Papa Pio XII per non avere autorizzato la presentazione di una lista di democristiani neofascisti e qualunquisti al Comune di Roma e scrisse una mirabile lettera al Papa:

«Come cattolico accetto l’umiliazione benché non sappia come giustificarla, come presidente del Consiglio italiano e come ministro degli Esteri, la dignità e l’autorità che rappresento e della quale non mi posso spogliare anche nei rapporti privati, mi impone di esprimere lo stupore per un rifiuto così eccezionale e di riservarmi di provocare dalla Segreteria di Stato un chiarimento».

Dopo la dissolvenza della DC in Italia abbiamo assistito alla propagazione di schegge democristiane (nel senso più “servile”) in gran parte dell’arco parlamentare. E questo Governo (nonostante gli Scalfarotto di turno) sembra,nei confronti della Chiesa, ancora più spregiudicatamente clericale di altri. E anche per questo, nonostante ci si impegni a rivenderlo per nuovo, l’Italia renziana è ben più vecchia di molte esperienze passate. Anche di De Gasperi, ad esempio.

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Marino ora guarda a sinistra di Renzi: solo lì può trovare sponde per un futuro politico da: lastampa.it

Dopo la decadenza si parla già di una ricandidatura. L’ex sindaco non esclude l’ipotesi
LAPRESSE

L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino

francesco maesano
roma

Campidoglio, sala della Protomoteca, l’ultima ora del marziano con la fascia tricolore. Mentre Ignazio Marino, appena deposto dal suo partito, paragona sé stesso a Giulio Cesare parlando di «ventisei accoltellatori con un unico mandante», il gruppo di Sel lo ascolta in silenzio, mimetizzato tra i sostenitori venuti a porgere l’ultimo saluto al primo cittadino decaduto. Pochi sorrisi, molta concentrazione. Il discorso d’addio lascia aperte tante porte, compresa quella che a loro interessa di più: la ricandidatura.

 

Nel partito di Vendola è maturata da settimane la consapevolezza che «se c’è Ignazio, non possiamo che appoggiarlo». Un comune sentire che si è tradotto nella difesa del sindaco e della sua richiesta di portare la crisi in aula. Per ragioni strategiche, certo, ma anche contingenti. Il campo a sinistra del Pd è un gran bazar dove in tanti aspirano alla cabina di regia, ma di facce spendibili, di frontman, ce ne sono pochi. Vale a livello nazionale, non solo romano. Nella latitanza di candidabili, Marino ha il pregio di incarnare l’alterità assoluta a Matteo Renzi e la possibilità concreta di allargare la frattura in seno al Pd, almeno cittadino.

 

La spinta decisiva potrebbe arrivare già nelle prossime settimane, con la formazione dei gruppi parlamentari del nuovo soggetto politico nato dalla fusione di Sel con gli ex-Pd. Serviranno candidati per le amministrative: primo, ravvicinatissimo, test elettorale per la nuova formazione. E nonostante parte della sinistra romana vorrebbe un volto giovane, sulla ricandidatura del sindaco abbandonato dal suo partito si potrebbe trovare la sintesi in nome di un dato preoccupante, quello dei sondaggi, che nelle ultime settimane hanno evidenziato una performance di Sel che la tiene, per ora virtualmente, fuori dal consiglio capitolino.

 

Nel suo discorso di ieri è stato lui a tenere in piedi ogni ipotesi, chiarendo di non aver ancora deciso se lasciare il partito. Tradotto: non esclude di partecipare alle primarie. Ipotesi “hard”, considerati i toni di queste ore. Uno scenario di sponda con la minoranza interna che, per realizzarsi, avrebbe bisogno di coinvolgere Bersani e tutta un’area di partito che alle scorse primarie non l’ha certo appoggiato e che di lui si fida pochissimo. Ed è proprio l’inconsistenza di questa possibilità a far guadagnare forza alla prima: se Marino pensa a un suo futuro in politica, a partire dalle prossime amministrative, l’abbraccio con il nuovo soggetto a sinistra del Pd sembra inevitabile.