Appalti e mazzette, un “libro mastro” ora fa tremare mezza Sicilia da : palermotoday.it

Dario Lo Bosco, presidente di Rfi e dell’Ast, e due funzionari del Corpo Forestale della Regione Siciliana sono stati arrestati nell’ambito dell’operazione “Black list”. In mano all’imprenditore agrigentino Massimo Campione un “libro” con nomi e cifre delle tangenti pagate. Ci sono altri indagati

Andrea Perniciaro 29 ottobre 2015

La conferenza stampa dell'operazione Black List - foto Perniciaro
La conferenza stampa dell’operazione Black List – foto Perniciaro

Appunti, cifre, totali e “subtotali” delle mazzette finora pagate. Un “libro mastro” con nomi e cognomi “eccellenti” che adesso fa tremare mezza Sicilia. E quello che hanno trovato gli uomini della Squadra Mobile in mano a Massimo Campione, titolare della “Sistet Tecnology srl”, ditta agrigentina che opera nel settore della radiocomunicazione e videosorveglianza . E’ quanto emerge dall’operazione “Black list”, condotta dalla polizia, che ha portato all’arresto di Dario Lo Bosco (prima foto a destra), presidente di Rfi e dell’Ast, e di due funzionari del Corpo Forestale della Regione Siciliana con l’accusa di concussione: Salvatore Marranca e Giuseppe Quattrocchi. Tutti e tre si trovano ai domiciliari. Il provvedimento è stato emesso dal Gip Ettorina Contino, su richiesta del procuratore aggiunto Bernando Petralia e del sostiuto procuratore Claudio Camilleri, coordinati dal Procuratore Francesco Lo Voi.

Ma ci sono altri indagati: Pietro Tolomeo, ex dirigente generale della forestale, Giovanni Tesoriere, preside di ingegneria alla Kore di Enna, Libero Cannarozzi, ingegnere alla forestale, e Maria Grazia Butticè, compagna dall’imprenditore agrigentino Massimo Campione, che ha distribuito le mazzette ai funzionari pubblici. Per Tolomeo la procura aveva chiesto gli arresti domiciliari ma il gip li ha respinti. Ma l’impressione è che le persone sotto inchiesta possano essere decine “ma non ci sono nomi di politici”, chiarisce Lo Voi.

Dario Bosco-2LE INDAGINI – L’indagine trae spunto da un più ampio contesto investigativo. L’attenzione degli investigatori si è concentrata su una gara di appalto indetta dal Corpo Forestale della Regione Sicilia dell’importo di circa 26 milioni di euro. Appalto relativo all’ammodernamento tecnologico e potenziamento operativo del sistema di radiocomunicazione, compresa l’installazione di una dorsale digitale pluricanale e la realizzazione di un sistema di videosorveglianza di nuova generazione a tutela del patrimonio boschivo e delle aree naturali protette. La ditta aggiudicatrice dell’appalto – nel 2012 e con lavori tutt’ora in corso – è quella dell’imprenditore agrigentino Campione.

“Le indagini – spiega il capo della Mobile Rodolfo Ruperti – hanno registrato, sin da subito, una particolare ‘intimità’ tra l’imprenditore agrigentino e i due funzionari della Forestale – Quattrocchi e Marranca – rispettivamente presidente della commissione di gara dei lavori in questione e successivamente Dec (Direttore dell’Esecuzione del Contratto) e Rup (Responsabile Unico del Procedimento) della medesima gara d’appalto. I due funzionari si sono resi disponibili a ‘sbloccare’ situazioni di stallo nell’esecuzione dei lavori da parte della Sistet ponendosi in una condizione di stabile asservimento agli interessi personali ed economici dell’imprenditore, cui garantivano, con decisioni conformi agli interessi d’impresa, un iter dei lavori  privo di  “intoppi”, non sottoposto a particolari vagli. In cambio – dice Ruperti – chiedevano versamenti di tangenti, oltre a regalie varie ed assunzioni”.

Le articolate investigazioni condotte dalla Squadra Mobile hanno permesso anche di collocare l’imprenditore al centro di un altro contesto illecito, del tutto estraneo all’attuale appalto della Forestale. Si tratterebbe di un importante e rivoluzionario progetto, legato, tra l’altro, alla realizzazione di un sensore meccanico/elettronico da installarsi sui mezzi ferroviari italiani e che la società RFI ( Rete Ferroviaria Italiana) si proponeva di acquistare. “E’ proprio in quest’ambito – spiegano dalla Questura – che s’inserisce la figura di Lo Bosco, che si è dichiarato interessato all’acquisto del predetto sensore, inducendo a tal fine l’imprenditore a versare una tangente, in più tranches, pari a 58.650 euro”.

Giuseppe Quattrocchi-2IN UN LIBRO MASTRO IL RENDICONTO DELLE MAZZETTE – Nelle mani degli inquirenti c’è anche un “libro mastro”, con nomi e cognomi eccellenti. La lista è stata trovata lo scorso 18 ottobre in possesso di Massimo Campione, titolare di una società di costruzioni e noto imprenditore dell’agrigentino. Campione, una volta fermato dalla polizia e trovato in possesso della lista, avrebbe iniziato a raccontare tutto. Il fratello di Campione, Marco, è titolare della Girgenti Acque.

“Abbiamo trovato un libro mastro diverso dal solito libro mastro del pizzo: quasi una lista della spesa con nomi e cifre. Un libro mastro  – spiega Lo Voi – che quindi non fa riferimento al pizzo ma alle tangenti pagate per l’esecuzione di determinati lavori. Il giudice per le indagini preliminari ha disposto i domiciliari per tre degli indagati. Le indagini sono andate avanti grazie a questi documenti e alle intercettazioni, che – sottolinea Lo Voi – sono state essenziali, e grazie anche alle conferme dello stesso imprenditore”. Successivamente, l’imprenditore, comunque indagato, in concorso per il reato di concussione, di fronte all’evidenza delle fonti di prova raccolte, ha deciso di collaborare con gli inquirenti.

LE INTERCETTAZIONI – “Maria, Mariaaaaa. Ora chi ci cuntu a chisti? Cumsumato sugnu… (Ora cosa devo raccontare a questi? Sono ronvinato…)”. Questa la preoccupazione, espressa in agrigentino stretto, di Massimo Campione, intercettato mentre chiacchiera con la fidanzata, Maria Grazia Butticè, indagata nella stessa inchiesta. “Un ni nisimu di sta cosa, è tinta sta cosa (non ne usciamo da questa vicenda, è una brutta vicenda) – dice ancora Campione – c’ha diri… operai… saranno sicuramente…”. In altre parole, come dicono anche gli inquirenti, si tratta di “un ingenuo tentativo di stornare da sè, soprattutto dai personaggi pubblici indicati nei fogli, i sospetti di un illecito coinvolgimento in un comune contesto di sistematica corruttela. Uno scomposto conato difensivo foriero invece di indizi fortemente espressivi di quel sistema”.

COME SISTEMARE CASA E FAMIGLIA – I funzionari infedeli del Corpo Forestale sono accusati di avere ricevuto tangenti per garantire che alcune gare si svolgessero senza “intoppi”. In particolare,Tangenti e appalti: tre arresti, in manette il presidente di Rfi Lo Bosco
„ Salvatore Marranca  avrebbe ricevuto una mazzetta di 149 mila 500 euro. Giuseppe Quattrocchi ne avrebbe incassati 90 mila. Quattrocchi avrebbe ricevuto, come ringraziamento per le “cortesie” fatte, anche due apparati di climatizzazione e 12 radiatori “spot”, per un valore di circa 5.000 euro. L’altro funzionario, Marranca, avrebbe invece ottenuto l’assunzione della compagna presso una nota ditta di trasporti ed autoservizi siciliana e, della figlia, presso una ditta di impiantistica di Roma“. Quello che si profila è un sistema corruttivo più ampio. Perquisizioni sono state effettuate nelle sedi palermitane di Ast e coropo forestale regionale e nella sede romana di rfi. (GUARDA IL VIDEO)

Salvatore Marranca-2GLI AFFARI SI DISCUTONO AL BAR – Le tangenti ai funzionari pubblici arrestati “venivano versate esclusivamente in contanti, in bar, uffici e auto”. Lo ha detto spiegato il vicequestore aggiunto Silvia Como. “Quattrocchi e Barranca hanno preso tangenti per un appalto da 26 milioni di euro – dice ancora Como – le modalità di consegna erano svariate”.

CORRUZIONE COME SISTEMA – La corruzione “diventa sempre più pervasiva, ormai costituisce un fenomeno”. E’ l’allarme lanciato dal procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi. “Qualche giorno fa il procuratore di Roma ebbe a definire ‘deprimente’ la quotidianità della corruzione riscontrata in un diverso ambito – dice Lo Voi – . Credo che io possa oggi utilizzare quello stesso aggettivo per descrivere non una quotidianità, ma descrivere la pervasività del fenomeno corruttivo, che è un fenomeno grave perché mina la liceità e le legittimità delle attività economiche impedendo il corretto svolgimento dei procedimenti amministrativi, la libera concorrenza, danneggiando il mercato e il territorio dei suoi cittadini”.

SULLO SFONDO ANCHE I FORESTALI – “C’era un atteggiamento di vero e proprio asservimento dei forestali che si mettevano al servizio dell’imprenditore che lucrava denaro pubblico. Chissà se i problemi della forestale non siano dovuti proprio a questi, che lucrano e tolgono soldi alle casse pubbliche”. Ha spiegato il pm Petralia.  “I nomi nel libro mastro – ha aggiunto – erano appuntati a penna con un ordine mnemonico che denuncia una pedanteria metodica. Un altro aspetto su cui ci siamo soffermati è la naturalezza delle tangenti: non si parla di una o due tangenti ma di un vero e proprio asservimento di una parte deviata del corpo forestale della regione che si metteva a disposizione dell’imprenditore. Chissà che tutte le vicende che affliggono il corpo forestale non dipendano anche da queste vicende che tolgono capitali alle risorse pubbliche. Questo atteggiamento lo abbiamo notato anche nell’imprenditore Campione. Lo spunto per l’indagine è venuto nell’ambito di un’altra inchiesta più ampia. Abbiamo notato una confidenzialità estrema tra l’imprenditore e il direttore dei lavori, tra appaltatore e stazione appaltante, che andava ben oltre i rapporti fisiologici”. Proprio in queste ore i forestali stanno manifestando davanti alla sede della presidenza delle Regione, dando anche vita a blicchi stradali, perchè preoccupati per la mancanza di fondi destinati al comparto.

LE REAZIONI – Il governatore siciliano Rosario Crocetta, dopo aver appreso degli arresti per tangenti, ha dato mandato alla Regione, in qualità di socio, di chiedere la convocazione dell’assemblea di Ast. L’intenzione del governo è quella di azzerare l’intero consiglio di amministrazione.

Il Codacons, per mezzo degli avvocati Pierluigi Cappello e Alessandro Patti, si costituirà parte offesa.”Episodi di questo tipo, oltre a rappresentare una vergogna per il Paese – spiega il segretario nazionale Francesco Tanasi – producono un danno agli utenti attraverso il servizio che viene loro reso, alterato da appalti truccati e concessi dietro pagamento di mazzette. Per tale motivo abbiamo deciso di costituirci parte offesa nell’inchiesta in rappresentanza della collettività sempre più umiliata dalla corruzione dilagante che esiste nel settore dei servizi pubblici”.

ANPI news 179

 

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

► L’Italia delle paure

 

Anpinews n.179

Concussione, tre arresti a Palermo C’è anche il presidente di Rfi Lo Bosco da. il giornale di sicilia

di Ignazio Marchese— 29 Ottobre 2015
I tre indagati sono agli arresti domiciliari: oltre a Lo Bosco la misura cautelare riguarda i funzionari del Corpo forestale Giuseppe Marranca e Giuseppe Quattrocchi

 

PALERMO. La polizia di Palermo sta dando esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 3 funzionari pubblici che devono rispondere dei reati di concussione e di induzione indebita a dare o promettere utilità. Due di essi sono accusati di avere percepito da un noto imprenditore agrigentino diverse tangenti per evitare “intoppi” nello svolgimento dei lavori relativi ad un appalto di 26 milioni di euro bandito dal Corpo forestale della Regione.

Tra gli arrestati, in relazione ad un altro progetto imprenditoriale, figura il presidente di RFI (Rete Ferroviaria Italiana), Dario Lo Bosco, nonché presidente dell’Azienda Siciliana Trasporti (AST) ed ex commissario straordinario della Camera di Commercio di Catania.

I tre indagati sono agli arresti domiciliari: oltre a Lo Bosco la misura cautelare riguarda i funzionari del Corpo forestale Giuseppe Marranca e Giuseppe Quattrocchi. Al centro dell’inchiesta due distinte vicende: quella che coinvolge Marranca e Quattrocchi è relativa a un appalto per l’ammodernamento della rete di comunicazione via radio; l’altra, che riguarda Lo Bosco, ha per oggetto l’acquisto di un sensore. Nell’indagine è coinvolto un grosso imprenditore agrigentino, Massimo Campione, titolare di una società di costruzioni.

Dall’università ai vertici di Ast ed Rfi: ecco chi è Dario Lo Bosco

Gli agenti della mobile lo hanno fermato all’aeroporto Falcone Borsellino con un foglio dove c’era un elenco con nomi e cifre. Secondo gli investigatori sarebbero le mazzette pagate per costruire le torrette antincendio in Sicilia. Fra quei nomi, riferimenti anche ad esponenti politici, su cui adesso si indaga. Campione starebbe collaborando.

Nei giorni scorsi Lo Bosco aveva smentito “categoricamente le voci che con stupore ha appreso su un eventuale interessamento, non si capisce a quale titolo, in un inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo su presunte tangenti per appalti relativi a torrette antincendio, di cui non conosce assolutamente nulla”.

Tangenti, avviate perquisizioni nelle sedi Ast e Rfi di Palermo – Video

Gli uomini della squadra mobile questa mattina si sono presentati nella sede del comando corpo forestale in via Ugo La Malfa a Palermo. Insieme agli agenti c’era anche l’ex capo della Forestale Pietro Tolomeo. I poliziotti sono entrati nella sua stanza e hanno sequestrato alcuni documenti. Sequestri anche nella sede di Reti Ferroviaria Italiana alla stazione centrale e nella sede Ast, in via Ugo La Malfa.

CORPO FORESTALE DELLO STATO ESTRANEO ALLA VICENDA. «In merito alla notizia riportata oggi su diversi organi di stampa riguardante gli arresti di Funzionari pubblici in Sicilia per presunte tangenti su appalti, si precisa che tra essi non ci sono appartenenti al Corpo forestale dello Stato, del tutto estraneo alla vicenda». Lo si legge in una nota del corpo forestale, in cui si spiega che i due Funzionari sono del Corpo forestale della Regione Siciliana che è direttamente dipendente dalla Regione Autonoma.

La struggente lettera di addio di Reyhaneh, impiccata per aver ucciso il suo stupratore da. imolaoggi.it

Reyhaneh-Jabbari,

 

27 ottobre  – Tutta una vita in un messaggio vocale. Un testamento dettato troppo presto. Ha 26 anni e vive in un paese in cui la pena di morte miete vittime. Reyhaneh Jabbari, l’iraniana fatta morire per aver ucciso chi voleva stuprarla, così parla alla madre in attesa dell’impiccagione. Lo riporta il Corriere.

“Cara Shole, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime ndr). Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?

Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così.

Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.

Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

Ci hai insegnato andando a scuola ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza però è sbagliata. Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo una assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno. Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali e’ stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si e’ nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate.

Quanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento.

Cara Shole, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell’ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non e’ fatta per questi tempi. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligafria, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole.

Mia cara madre, il mio modo di pensare e cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredità.

Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, e’ la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall’interno della prigione con l’approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia. E’ la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei – anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca.

Mia buona madre, cara Shole, più cara a me della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio cuore giovane diventino polvere. Supplicali perché subito dopo la mia impiccagione, il mio cuore, i reni, gli occhi, le ossa e qualunque altra cosa possa essere trapiantata venga sottratta al mio corpo e donata a qualcuno che ne ha bisogno. Non voglio che sappiano il mio nome, che mi comprino un bouquet di fiori e nemmeno che preghino per me. Ti dico dal profondo del cuore che non voglio che ci sia una tomba dove tu andrai a piangere e soffrire. Non voglio che tu indossi abiti scuri per me. Fai del tuo meglio per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.

Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti.

Cara Shole dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene”.

Reyhaneh

Reyhaneh Jabbari è la 382esima persona a essere giustiziata da quando il presidente Hassan Rohani ha assunto il potere il 4 giugno del 2013. Il Centro di documentazione dei diritti umani dell’Iran precisa che sono attualmente 967 le persone nel braccio della morte e che rischiano l’esecuzione. Secondo Amnesty International e Nessuno Tocchi Caino, però, molte delle esecuzioni in Iran avvengono in segreto e quindi il numero delle pene capitali eseguite potrebbe essere molto maggiore, ovvero pari a circa 700. L’Iran assume così il triste primato di primo Paese al mondo per esecuzioni capitali, dopo la Cina. La pena di morte in Iran è prevista per omicidio, adulterio, stupro, omosessualità, reati legati alla prostituzione, alla droga, blasfemia, «insulti al Profeta», estorsione, corruzione, contrabbando d’arte, terrorismo, rapina a mano armata.

il tempo

Sinodo, sull’omosessualità un silenzio rumoroso Fonte: micromegaAutore: Damiano Migliorini

Una canzone di qualche anno fa diceva: “anche i silenzi, lo sai, hanno parole”. Con un po’ d’ironia – che non guasta mai – possiamo utilizzare questa frase come chiave interpretativa della Relatio finale del Sinodo sulla Famiglia appena concluso. In un duplice senso: se vogliamo cercare di leggere questo documento, le sue parole e i suoi silenzi, dobbiamo proprio fare silenzio , ascoltandolo nella quiete, lontani dalla delusione immediata generata più dai titoli di giornale – dai chiassosi ‘è pro’ questo, ‘è contro’ quello, è innovatore o retrogrado – che dai reali contenuti. Il silenzio favorisce, di solito, riflessioni che vanno un po’ più in profondità, almeno negli intenti. Per un approccio spicciolo, del resto, anche senza voler esser troppo pitagorici, bastano i numeri delle votazioni dei paragrafi: l’epifenomeno che già mostra dove davvero si è giocata la partita.

Già lo scrivevo a suo tempo ( Sinodo e omosessualità: è ancora troppo presto? , in Rocca , maggio 2015 [1] ): il tema chiave, su cui i vescovi avrebbero “rischiato” ed eventualmente “cambiato qualcosa” era quello dei divorziati risposati, nell’attuale Relatio affrontato ai numeri 84-86. Credo siano inutili ulteriori commenti su questi paragrafi, visto che la stampa si è già scatenata a sufficienza. Se non uno: il papa, con il Motu Proprio che semplificava le procedure di nullità ( Mitis Iudex Dominus Iesus , dell’8 sett.), aveva tolto ai padri sinodali l’alibi di ripararsi dietro questa “soluzione” alle difficoltà (come era avvenuto nel Sinodo 2014). Saggiamente, e anticipando tutti, il papa ha indicato al Sinodo che doveva andare ben oltre questi tecnicismi giuridici, mettendo l’Assemblea di fronte al suo reale compito (pastorale e dottrinale). Il risultato, di portata non indifferente, sono proprio questi numeri.

Non ha molto senso insistere nemmeno sulla questione del “cambio di metodo” impresso da Francesco: sulla spinta alla collegialità, alla vera sinodalità, alla conversione kenotica del papato, si sono giustamente spesi fiumi d’inchiostro e di megabyte, per cui non mi ci soffermerò. Come si è fatto notare da più parti, su questo, effettivamente, «il grande passo è già stato compiuto» (M-D. Semeraro, Le chiavi di casa. Appunti tra un Sinodo e l’altro , La Meridiana, p. 78). Con buona pace di quella galassia di contestatori reazionari che, nell’ultimo anno, non hanno lasciato ai posteri la migliore immagine di sé. Di misericordia, in effetti, se n’è vista parecchia in questi mesi: sotto altri papi, le esternazioni e insinuazioni velenose di alcuni esponenti del cattolicesimo italiano sarebbero state stigmatizzate con severità, e i suddetti personaggi sarebbero stati cortesemente invitati a zittirsi (nel migliore dei casi) o allontanati dai circoli culturali cattolici (nel peggiore). E invece sono ancora lì. Se non altro, si saranno accorti che la libertà d’espressione è buona cosa anche per loro, non solo per i “progressisti”. Del resto, si sa, «i moderni Raskolnikov cattolici si schierano fin troppo facilmente per il papa e per i vescovi, quand’essi insegnano ciò che loro sembra giusto. Per il resto si dispensano anche da quella obbedienza incondizionata al magistero, che difendono senza differenziazioni come principio santo contro i “modernisti” di oggi» (K. Rahner, Nuovi saggi , Paoline 1975, p. 412).

Sollecitato anche dalle domande di molti amici che mi chiedevano un’opinione sull’esito del Sinodo, preferisco allora entrare nel merito di alcune affermazioni – e omissioni – della Relatio . Mi interessano soprattutto le omissioni, cioè quei “silenzi parlanti” che la canzone richiamata in qualche modo evoca. Prima di concentrarmi sul tema di mia specifica competenza – l’omosessualità – mi siano però concesse alcune considerazioni su altri aspetti della Relatio . Sono valutazioni “a caldo”, e pertanto contengono grandi margini di perfezionamento.

Uno sguardo d’insieme: tra luci e ombre

Innanzitutto, noto che l’indicazione del circolo Italicus C , contenuta nella relazione sulla terza parte dell’ Instrumentum laboris (del 21 ott. [2] ), che affidava al Santo Padre «l’appro­fondimento del rapporto tra aspetto comunionale e medicinale della comunione eucaristica» non è stata accolta. È il primo tra i vari “silenzi” del testo. Un vero peccato, perché, come ebbi a dire già all’inizio del Sinodo 2014, la vera questione che soggiace alle varie diatribe sulle singole categorie di persone ammesse al sacramento, è proprio quella della natura e del significato – mai sufficientemente chiariti – dell’Eucaristia (cf. L’Eucaristia e il Sinodo: la posta in gioco , nel blog de Il Regno [3] ). Il problema non è la condizione specifica dei divorziati risposati, ma l’idea generale secondo cui vi sono delle condizioni morali previe, per un battezzato, per accedere all’Eucaristia. Questione teologicamente complessa, ma che prima o poi dovrà essere tematizzata e discussa, forse proprio nella direzione indicata dal papa, e cioè superando «le costanti tentazioni del fratello maggiore e degli operai gelosi» (papa Francesco, Discorso del Santo Padre a conclusione dei lavori della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi , 24.10.2015 [4] ). Evidentemente, il “problema” non è l’indissolubilità, ma la dottrina sull’Eucaristia.

Inevitabili, inoltre, le “perplessità teologiche” che nascono dalla lettura del n. 38. La tesi secondo cui la famiglia è “immagine di Dio” (Trinità) come lo è il singolo uomo (il richiamo a Genesi è esplicito nel testo) è, a mio avviso, ancora foriera di fraintendimenti, e le controversie teologiche su questo punto non sono ancora state dipanate in modo soddisfacente, nonostante la tesi abbia ormai acquisito autorevolezza attraverso la sua assunzione nei documenti dei precedenti pontificati. Tensione teoretica emersa al n. 48, dove si afferma che «l’uomo e la donna, individualmente e come coppia , […] sono immagine di Dio». L’antropologia trinitaria è, allo stato attuale, piuttosto fragile (anche perché molto recente), e sorprende come essa sia invece data per scontata.

Di grande portata, circa le questioni di morale sessuale, invece, è l’affermazione secondo cui «la fecondità degli sposi , in senso pieno , è spirituale» (n. 50), giacché significa iniziare finalmente a riconoscere – lo si voglia o no – che la fecondità biologica è un aspetto che si integra, ma non determina, il sacramento del matrimonio. Alla chiusura totale sulla contraccezione (n. 63), fanno da contraltare gli apprezzabili e innovativi (strano che la stampa non li abbia ancora notati…) numeri 54 e 70-71 sulle convivenze pre-matrimoniali. Nel loro complesso, mi sembrano convincenti. E non genera meno sorpresa l’espressione “famiglie monoparentali” usata al n. 80, considerando la “fobia” presente in alcuni ambienti cattolici nell’usare la parola ‘famiglia’ al plurale, includendo anche forme di famiglia diversa da quella “tradizionale”.

Si può poi guardare con una certa tenerezza al n. 61, dove il Sinodo sembra ammettere che i sacerdoti, su questioni legate alla famiglia, non sappiano poi granché, e in futuro debbano fare degli “stage” di formazione nelle famiglie, possibilmente a contatto con figure femminili.

Infine, sempre a livello di analisi critica, mi sembra che la Relatio oscilli un po’ nella terminologia quando parla di “sacramento”. Non è del tutto chiaro, infatti, se il sacramento sia il matrimonio o la famiglia, e se matrimonio e famiglia (intesa come comunità d’amore con la presenza di almeno un figlio) coincidano. Tale oscillazione è evidente al n. 52. Che oggi la nozione di sacramento sia abusata è consapevolezza comune, e la tendenza a includere la famiglia nel sacramento del matrimonio è in corso da tempo nella teologia, ma solleva non pochi problemi dal punto di vista della definizione della forma e della materia del sacramento stesso.

Spero di aver reso l’idea, almeno per cenni, della complessità di questa Relatio , della sua evidente natura di compromesso su molte questioni. Oggi siamo spinti dalla cultura dominante a considerare ogni compromesso come un gioco al ribasso, ma non credo affatto che, nel caso specifico della Relatio , il giudizio possa essere così perentorio. Non vorrei, inoltre, che l’analisi critica che ho proposto trasmettesse un’immagine eccessivamente cupa. La Relatio contiene moltissimi numeri di straordinaria bellezza, alcuni davvero splendenti per la delicatezza e la sensibilità umana (penso, solo per fare un esempio, alla parte finale del n. 79).

L’omosessualità nella Relatio: come interpretare il rumoroso silenzio?

Ma veniamo al tema di questo contributo. Sulla questione “omosessualità”, trattata (solo) nel (breve) n. 76, non è sfuggito ai più, i silenzi sono davvero assordanti. In primis, va notata la mancata presa di distanza dalle legislazioni persecutorie contro gli omosessuali che si stanno tentando di introdurre (o esistono) in vari paesi non occidentali. Certo, il n. 76, con i suoi contenuti, le esclude implicitamente, ma un’esplicita condanna di tali provvedimenti giuridici avrebbe tolto alcune Conferenze Episcopali (vedi quella africana) dal pantano del sospetto di connivenza omissiva con governi che stanno violando i diritti umani fondamentali [5] . Silenzio che stride se affiancato al risalto (due numeri!) dato alla “pericolosa” legislazione ispirata al “gender”.

Sul gender (n. 8 e 58) la relazione è, comunque, tutto sommato sobria a livello di linguaggio e di contenuti. Personalmente avrei evitato il termine “ideologia” (termine improprio in questo contesto e filosoficamente da definire con più precisione), sostituendolo con “alcune elaborazioni filosofiche estreme nate nell’ambito degli studi di genere”, tanto per non fare di ogni erba un fascio, e per essere più rigorosi circa gli ambiti disciplinari. Ma tant’è: sappiamo quali spettri si aggirino in alcune menti ecclesiastiche su questa tematica, per cui non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso; e tuttavia, rispetto ai toni espressi da alcune recenti manifestazioni di piazza, siamo comunque a un livello differente, di apprezzabile pacatezza.

Il n. 76 ha alcune parti positive, a partire, ovviamente, dalla frase di apertura. Con questa premessa, si afferma l’ obbligo morale dell’accoglienza delle persone omosessuali in famiglia: tradotto in termini un po’ brutali, una famiglia che picchia, allontana, rifiuta, rinchiude o tortura (psicologicamente) il figlio omosessuale non può dirsi né cristiana né cattolica. Visto che le maggiori sofferenze delle persone omosessuali nascono all’interno delle famiglie, non è un’indicazione di poco conto. Se non altro aiuta i genitori a “prefigurarsi” la possibilità che nella famiglia ci siano persone omosessuali, aiutandoli ad accogliere i figli senza catastrofismi. Questo vale ancor di più se collegato a quanto la Relatio afferma al n. 90: la Chiesa deve favorire, nelle famiglie, quel «senso del “noi” nel quale nessun membro è dimenticato. Tutti siano incoraggiati a sviluppare le proprie capacità e a realizzare il progetto della propria vita a servizio del Regno di Dio».

L’espressione «indipendentemente dalla propria tendenza sessuale» (n. 76), inoltre, è sintomatica. Posta senza ulteriori precisazioni, lascia ad intendere che la tendenza sia concepita come un dato di fatto, e non qualcosa di “profondamente radicato” («gay si nasce», aveva affermato il card. Kasper [6] ). Forse ci si avvicina, finalmente, a riconoscere che esistono orientamenti sessuali diversi dall’eterosessualità, che non sono “curabili”, ma vanno accettati come parte della realtà umana.

Il secondo “silenzio” circa l’omosessualità riguarda l’estensione del n. 76. Rispetto allo spazio dedicato al tema nei documenti sinodali precedenti, il testo è fin troppo sintetico: sembra che l’Assemblea abbia voluto far credere che il tema non fosse all’ordine del giorno, se non nella sfumatura “familiare” di questo numero. Ci si può chiedere, allora, se tutto il gran discutere di questi mesi sul tema omosessualità non sia stata che un’auto-suggestione mediatica. Ma la risposta non può che essere negativa: i documenti del precedente Sinodo, le dichiarazioni di padri sinodali, vescovi (alcuni emeriti, tra cui, di recente mons. Casale [7] ) e cardinali, delle conferenze internazionali, dei gruppi di teologi (ricordo la lettera di 18 teologi spagnoli [8] ) e sacerdoti con le loro lettere, intere Conferenze Episcopali (nelle sintesi dei questionari), indicano con chiarezza che tutti si aspettavano che del tema omosessualità si discutesse approfonditamente. E che fino all’inizio di questo Sinodo il tema era più che mai tra quelli su cui scornarsi. E invece, nella Relatio , c’è un silenzio tombale che va, pertanto, interpretato. Attenzione, non sto dicendo che ci si aspettava chissà cosa dal Sinodo: nessuna persona con un minimo senso della realtà avrebbe potuto pensare che al Sinodo s’ipotizzasse il matrimonio omosessuale o la legittimazione delle coppie gay [9] . In questo senso, non sorprendono affatto le affermazioni (negative) sull’equiparazione del matrimonio etero e omo: di queste ci si può rattristare, ma non sorprendere (personalmente, ritengo che la Chiesa abbia autorità su questioni di fede, quindi sul matrimonio sacramentale; pertanto, tali affermazioni hanno una validità circoscritta all’eventuale equiparazione in ambito liturgico. Che lo voglia o no, di tale limitazione la Chiesa dovrà farsene una ragione). Era però realistico aspettarsi almeno un cambio di linguaggio, l’apertura a un approfondimento dottrinale, la costatazione da parte dei Padri che la dottrina, al momento, non è così certa [10] . Sono avvenuti? A livello più superficiale evidentemente no. Ma cerchiamo di interpretare più a fondo quel “silenzio tombale”.

Vorrei farlo alla luce di quanto detto da esponenti molto conservatori. In un articolo dal titolo “Inaccettabile. Il documento base del sinodo compromette la verità” [11] , Sandro Magister ha riportato l’opinione di alcuni studiosi (Barthe, Livi, Morselli), secondo i quali i paragrafi dell’ Instrumentum laboris sull’omosessualità erano inaccettabili, dato che «affrontare la problematica della omosessualità limitandosi a dire che non bisogna trattare male gli omosessuali e non lasciare sole le loro famiglie, è un peccato di omissione», poiché viene meno, sostengono gli autori, «la doverosa denuncia del male» (sic!). Insomma, nell’articolo si critica il fatto che non viene ribadita l’intera dottrina cattolica sull’omosessualità (a riprova del fatto, credo, che tutti si aspettavano che la dottrina – non una semplice attenzione pastorale – fosse oggetto di attenzione).

Se prendiamo sul serio quest’analisi, allora il n. 76 è quasi rivoluzionario: il catechismo non è esplicitamente richiamato e la dottrina “classica” è esposta molto limitatamente. Perché? Credo che la risposta stia nelle dinamiche di consenso interne all’Assemblea. Come già scrissi, su questo tema la Chiesa è ormai profondamente divisa, e non c’era alcun modo di trovare una mediazione. Si è dunque preferito “soprassedere”, scrivendo un testo soft (se confrontato ad altri documenti del magistero), e interpretabile un po’ in tutte le direzioni [12] . L’aggiornamento della dottrina, del resto, spesso passa per le “dimenticanze”: di ciò che si è detto in passato, di un capitolo di un libro (quando si vuole salvare un Dottore della Chiesa…), di un canone di un concilio, di un’espressione linguistica, di una prassi. Allora, davvero i silenzi del n. 76 sono emblematici di un’operazione di rimozione di un passato dottrinale ormai ingombrante. Poi si sa, le vere riforme della Chiesa – anche dottrinali – passano per il rinnovo del collegio cardinalizio e delle nomine vescovili, e questo Sinodo ha mostrato che la Chiesa di Francesco è ancora troppo condizionata dalle nomine dei precedenti papi. Dovremo aspettare tempi migliori: l’ottobre 2015 era ancora “troppo” presto, e bisogna accettare che lo sviluppo della coscienza della fede della Chiesa procede con lentezza («anche se sono dell’opinione che talvolta è andato più a rilento di quanto fosse necessario» – K. Rahner, p. 417).

Anche l’uscita di mons. Charamsa, da questo punto di vista, è stata del tutto ininfluente. Il silenzio era già nelle cose. Una scelta, la sua, che non mi sento di commentare nelle dinamiche private – immagino dolorose e difficili –, e che ritengo comunque coraggiosa. Essendo però un’azione che ha avuto conseguenze pubbliche, una riflessione è d’obbligo. Personalmente l’ho ritenuta intempestiva: avrei preferito che si fosse dichiarato qualche mese prima, per dare il tempo alla Chiesa di metabolizzare il tema. Non è questione di mera strategia; penso piuttosto che lo stesso Charamsa avrebbe, così, potuto mettere a disposizione della discussione avvenuta in questi mesi le sue indubbie qualità teoretiche e teologiche (esemplare la sua tesi sull’immutabilità divina in Tommaso d’Aquino, su cui ho perso non poche ore di studio qualche anno fa), in conferenze e documenti. La scelta di dichiararsi il giorno prima dell’apertura del Sinodo, invece, ha fatto sì che molti vescovi moderati si chiudessero a riccio. Tuttavia, non credo che ciò sia stato decisivo, dal momento che il tema era già stato silenziato, per dinamiche altre. Anche se il n. 76 si rifà genericamente a delle inaccettabili pressioni esterne che la Chiesa subisce, infatti, credo sia molto chiaro ai vescovi che le vere pressioni, teologiche, siano del tutto interne alla Chiesa. Il periodo inter-sinodale e le risposte di molti fedeli l’hanno reso lampante.

Da questo punto di vista, mi pare che la valutazione di Marco Politi (intervista televisiva a Rai News di sabato 24 ottobre), vaticanista del Fatto Quotidiano, non sia del tutto ponderata: non è vero, infatti, che la Chiesa “progressista” sia stata troppo timida e in silenzio. Le iniziative delle associazioni ecclesiali di base sono state molteplici, e gli stessi documenti di alcune Conferenze Episcopali (svizzera e tedesca in particolar modo) hanno mostrato che ormai i fedeli sono ben più avanti delle gerarchie. Quando sono state prese sul serio e appoggiate da esponenti di vertice (mi riferisco all’ormai nota “fuga in avanti” della Relatio post disceptationem del 2014), tali istanze hanno suscitato un’alzata di scudi. Quest’anno, quindi, si è preferito più semplicemente non ascoltarle. O meglio, non potendo dare loro voce ufficiale nei documenti del Sinodo, si è preferito scrivere un testo (sempre il n. 76) che semplicemente non desse voce alle posizioni più estreme d’alcuna delle tifoserie. Torna alla mente quanto scriveva Wittgenstein nel secolo scorso: «il mio lavoro consiste di due parti: di quello che ho scritto, e inoltre di tutto quello che non ho scritto. E proprio questa seconda parte è quella più importante. […] In breve, credo che tutto ciò su cui molti oggi parlano a vanvera, io nel mio libro l’ho messo saldamente al suo posto, semplicemente col tacerne». Mi si conceda l’utilizzo un po’ improprio di questo passo del pensatore austriaco per affermare un’idea, un’analogia col testo della Relatio : a volte, di fronte a tematiche su cui ci si rende conto di avere molte incertezze (e divisioni interne), è meglio non ripetere formule antiche, è meglio tacere.

Possiamo vedere anche una sorta di “saggezza”, allora, nella formulazione sinodale. E credo che coloro i quali in quest’anno e mezzo si sono spesi per far sentire la voce dei cristiani omosessuali al Sinodo, possano essere orgogliosi del fatto che l’aver reso evidente con molteplici iniziative la pluralità di posizioni presenti nella Chiesa, abbia per lo meno evitato che si ripetessero, con leggerezza e scontatezza, le definizioni del passato. Onore al merito. Certo, i cristiani omosessuali sono ancora come il cieco Bartimeo – per richiamare il Vangelo di questa domenica – il quale, di fronte a coloro che «lo rimproveravano perché tacesse», si è messo a «gridare ancora più forte» (Mc 10, 48). Fedeli a quanto scritto nella Lumen Gentium n. 37 e nell’ Evangelii Gaudium n. 11 e n. 40 [13] , dovranno continuare a urlare – sì, osiamolo pure dire – per rompere la barriera umana posta tra loro e Gesù dai suoi discepoli, i quali vorrebbero che il loro maestro sia disturbato il meno possibile.

Sì, alcuni potrebbero vedere in queste mie riflessioni un patetico motto di auto-consolazione, o l’ingenuo tentativo di cercare del positivo laddove evidentemente non ce n’è. In parte costoro hanno ragione, e li invito a concedermi – come scusante – l’umana debolezza (e l’inguaribile ottimismo). È tuttavia vero che un’ermeneutica della speranza è intrinseca ai cristiani che credono nel cammino, pur intriso d’incertezze e passi falsi, della loro Chiesa. Per coloro i quali, invece, hanno seguito il Sinodo dall’esterno, da non credenti, è evidente che il n. 76 segna l’ennesimo allontanamento, la caduta di ogni più tenue fiducia nella chiesa come istituzione culturale. E non vi è interpretazione benevola che tenga. Questo rammarica chi – come me – crede nella possibilità che le persone non credenti possano tornare a trovare un po’ di speranza nelle parole del Vangelo che la Chiesa incarna; in fondo, è un’occasione mancata.

Prospettive: per rilanciare

E ora? Ora spetta al papa, su esplicito mandato del Sinodo (n. 94), produrre un documento. Il papa potrà ampliare e “dire” qualcosa in più, o mantenere questo garbato e faticoso silenzio. Oppure potrà fare la scelta – coraggiosa – di esplicitarne le ragioni. Utilizzando, magari, un “metodo mariano” anche per la questione omosessuale. Con “metodo mariano” mi riferisco a quanto scritto nella Lumen Gentium (n. 54): «Il Concilio tuttavia non ha in animo di proporre una dottrina esauriente su Maria, né di dirimere le questioni che il lavoro dei teologi non ha ancora condotto a una luce totale. Permangono quindi nel loro diritto le sentenze, che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte […]». Leggasi: si può accettare che la Chiesa, su alcune questioni non si esprima con certezza o esaustività. Certo, la Chiesa sull’omosessualità ha già parlato, e molto. Eppure, ci ricorda Rahner, non sono pochi gli esempi di decisioni errate (K. Rahner, Discussioni attorno al magistero ecclesiastico , in Nuovi saggi , Paoline 1975, pp. 415-422) o di dottrine che vengono cambiate radicalmente (si pensi alla subordinazione della donna, affermata nelle encicliche fino a inizio novecento, o alla subordinazione dello stato matrimoniale rispetto alla verginità affermata inequivocabilmente al tridentino, ma oggi negata).

Accettare, come la Relatio in parte fa, che ormai la dottrina sia plurale (si veda lo stesso Rahner, negli stessi saggi, alle pp. 60-63), potrebbe essere un buon modo per evitare che alcune Conferenze Episcopali disobbediscano , sulla falsariga di ciò che è avvenuto con l’ Humanae Vitae (rimando ancora al saggio di Rahner sul magistero), e non lasciare ancora una volta la persona omosessuale da sola nella difficile mediazione tra la propria coscienza, la vita e la dottrina (Rahner, L’atteggiamento del cristiano di fronte alla dottrina della fede , ivi, pp. 362-375). Spetta al papa spingere in questa direzione, dando maggiore autonomia alle Conferenze Episcopali e invitando all’approfondimento teologico della dottrina sull’omosessualità, similmente a quanto scritto nella Lumen Gentium sulla mariologia; solo così, forse, più persone potranno giungere alla conclusione del teologo tedesco: «Anche oggi è possibile essere cattolici» (p. 379).

Speriamo inoltre che il papa, con la sua sensibilità di pastore, sappia tradurre un testo che pecca un po’ di astrazione, in indicazioni concrete per la quotidianità delle famiglie e dei sacerdoti. Per esempio, invitando questi ultimi a consumare ogni giorno i pasti nelle famiglie delle loro parrocchie, con semplicità, per insegnare a benedire il cibo e i figli, a ringraziare i cuochi (come insegna la Laudato si ), a parlare di tutto con il sacerdote. Per sentirsi reciprocamente meno soli. È un modo per entrare in sintonia con l’anima delle persone, che permette di aiutare a curare le ferite nei momenti di difficoltà.

Concludo con un inciso: i saggi di Rahner che ho richiamato (aggiungo quello sulla donna, tema su cui il Sinodo si è soffermato: La donna nella nuova situazione della Chiesa, in Nuovi Saggi , Paoline 1968, pp. 445-465), potrebbero essere una feconda lettura, in questo momento in cui è più che mai necessario fare ancora un po’ di silenzio, per rielaborare gli esiti di questo Sinodo, al quale in molti abbiamo partecipato, spiritualmente e nell’azione concreta.

NOTE

[1] http://www.gionata.org/sinodo-2015-e-omosessualita-e-ancora-troppo-presto/

[2] http://press.vatican.va/content/salastampa/pt/bollettino/pubblico/2015/10/21/0803/01782.html#ITC

[3] http://ilregno-blog.blogspot.it/2015/02/leucaristia-e-il-sinodo-la-posta-in.html

[4] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151024_sinodo-conclusione-lavori.html

[5] Si veda: http://vaticaninsider.lastampa.it/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/sinodo-famiglia-43773/

[6] http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_ottobre_01/teologo-riformista-kasper-gay-si-nasce-no-fondamentalisti-nome-vangelo-28db8158-6800-11e5-8caa-10c7357f56e4.shtml

[7] http://www.lettera43.it/esclusive/monsignor-casale-l-omosessualita-e-ricchezza_43675218038.htm

[8] http://www.adista.it/articolo/55557?utm_campaign=shareaholic&utm_medium=facebook&utm_source=socialnetwork

[9] Lo ribadisce, con lucidità, il presidente de Il Guado (gruppo storico di omosessuali cristiani di Milano): http://gruppodelguado.blogspot.it/2015/10/adesso-tocca-noi.html

[10] Si veda: http://temi.repubblica.it/micromega-online/omosessualita-e-sinodo-psicoanalisi-e-teologia-in-dialogo-verso-nuovi-paradigmi/ e http://ilregno-blog.blogspot.it/2015/10/sinodo-e-omosessualita-e-possibile-una.html

[11] http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351141

[12] Non è, purtroppo, una mia impressione peregrina: http://www.gionata.org/il-cardinale-schonborn-passo-storico-ma-sui-gay-non-potevamo-fare-di-piu/

[13] «In seno alla Chiesa vi sono innumerevoli questioni intorno alle quali si ricerca e si riflette con grande libertà. Le diverse linee di pensiero filosofico, teologico e pastorale, se si lasciano armonizzare dallo Spirito nel rispetto e nell’amore, possono far crescere la Chiesa, in quanto aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola. A quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo» (n. 40). Questo implica, prosegue il papa, un’azione creativa di rinnovamento, implica prendere l’iniziativa: «Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale» (n. 11). È l’invito della Lumen Gentium ai tutti i fedeli laici: «Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, i laici hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. Se occorre, lo facciano attraverso gli organi stabiliti a questo scopo dalla Chiesa, e sempre con verità, fortezza e prudenza, con rispetto e carità verso coloro che, per ragione del loro sacro ufficio, rappresentano Cristo» (n. 37).

La dottrina del Jobs Act e il deserto dei diritti Fonte: micromegaAutore: Domenico Tambasco

Proprio centodieci anni fa, di questi tempi, la Corte Suprema statunitense nella causa Lochner contro New York dichiarava incostituzionale la “limitazione” a dieci ore lavorative giornaliere (ovvero 60 ore settimanali) introdotta dallo Stato di New York a favore dei dipendenti dei panifici. Nella motivazione di tale provvedimento, è dato leggere che “ la norma priva queste persone della libertà di lavorare finché lo desiderano” [1] .

Una sentenza analoga desterebbe oggi ilarità e stupore; eppure, nell’era del Jobs Act si considerano con serietà le affermazioni di uno degli ispiratori delle moderne “riforme del lavoro”, Pietro Ichino, che nel brandire il vessillo della “protezione nel mercato del lavoro e non dal mercato del lavoro” [2] e nell’auspicare un regime nel quale il licenziamento “ è considerato come evento appartenente alla normale fisiologia della vita aziendale, in qualche misura utile anche alle stesse persone che lavorano” [3] , afferma perentoriamente che “ non c’è legge o contratto collettivo, non c’è giudice, o ispettore, o sindacalista, che possano assicurare a una persona che vive del suo lavoro la libertà e la dignità che le è data dalla possibilità di andarsene sbattendo la porta dall’azienda dove è trattata male, perché sa dove trovarne un’altra dove la trattano meglio. Un mercato del lavoro fluido e innervato da buoni servizi per l’incontro fra domanda e offerta può fare molto di più, per la dignità e libertà dei lavoratori, di quanto possa la Gazzetta Ufficiale” [4] .

A parte il secolo di distanza, tra i principi sanciti dalla Corte Suprema e le tesi espresse da Ichino non c’è proprio nessuna differenza: la “ libertà di lavorare finché lo si desidera” e la “ libertà di andarsene via sbattendo la porta” sono pure mistificazioni, nello stile della neolingua orwelliana [5] , costruite ad arte allo scopo di isolare il lavoratore e il suo prodotto, il lavoro, abbandonandoli alle leggi di mercato. Un vecchio schema distruttivo, già collaudato nei decenni del primo liberismo e del laissez faire, che risponde all’applicazione del principio della libertà di contratto [6] , ovverosia un ritorno all’infanzia del diritto del lavoro, dove lavoratore e datore di lavoro erano parti accomunate dall’astratta ed apparente eguaglianza in un contratto di scambio [7] .

Dinanzi alla “dottrina” del Jobs Act, si staglia tuttavia la cruda realtà del mercato del lavoro: la costitutiva, connaturale disparità di potere economico che da sempre caratterizza i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro ed un immane esercito industriale di riserva, rappresentato da una massa di disoccupati e da “ un vasto sistema legale di occupazioni con contratti di breve durata, a tempo parziale, in affitto, pagate al di sotto della soglia di povertà” [8] .

Al deserto dei diritti sul lavoro, perfezionato dalla recente liberalizzazione dei licenziamenti anche nei contratti a tempo indeterminato e dalla legittimazione dei demansionamenti, fanno da controcanto le misere compensazioni nel mercato del lavoro, costituite dall’aumento dell’indennità di disoccupazione e da qualche voucher , senza tuttavia alcun serio ricorso a misure doverose (e diffuse in quasi tutta Europa) di reddito minimo garantito: i jobcentre dell’esperienza tedesca o inglese sono solo un miraggio [9] .

Quale libertà di scelta potrà mai avere l’impiegato cinquantenne licenziato dall’oggi al domani? Quale libertà di definire la propria retribuzione potrà avere il lavoratore di fronte ad aziende che, con migliaia di “lavoratori poveri” alle porte, fanno del contenimento del costo del lavoro il proprio “cavallo di battaglia”? Quale employability [10] sul mercato del lavoro (per utilizzare gli anglicismi cari alla neolingua del Jobs Act) potrà mai vantare il lavoratore ora “liberamente” demansionato per anni a seguito di una decisione unilaterale del datore?

Parlare di libertà del lavoratore nel mercato del lavoro in questo scenario, dunque, è come gettare una persona nel mare in burrasca, rassicurandola che è libera di nuotare per salvarsi.

E allora è proprio il caso di chiamare le cose con il loro nome, tornando all’epoca in cui abbiamo trovato la sentenza della Corte Suprema, e seguendo l’opposto discorso di un personaggio animato dalla penna di un altro statunitense, Jack London, le cui parole paiono ancora tanto attuali: “ Quando parlava dell’uguaglianza delle probabilità per tutti, alludeva alla facoltà di spremere guadagni……desiderate l’occasione per spogliare i vostri simili uno alla volta e vi suggestionate al punto di credere che volete la libertà……trasformate il desiderio di guadagno, che è puro e semplice egoismo, in sollecitudine altruistica per l’umanità sofferente……. la parola libertà, nel caso vostro, significa ricavare profitti dagli altri [11] .


[1] La sentenza del 1905 è citata da Ha-Joon Chang in Economia, istruzioni per l’uso, Milano, Il Saggiatore, 2015, p. 334, come esempio della logica economica liberista in materia di lavoro.

[2] P. Ichino, Il lavoro ritrovato, Rizzoli, Milano, 2015, p. 69.

[3] P. Ichino, cit., p. 71.

[4] P. Ichino, cit., p. 85.

[5] La neolingua del Jobs Act, Micromega, 11 marzo 2015.

[6] Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, ed. 2010, p. 210.

[7] Maria Vittoria Ballestrero, Il lavoro e l’eguaglianza nel deserto dei diritti, in La vocazione civile del giurista – saggi dedicati a Stefano Rodotà, Roma-Bari, Laterza, 2013, pp. 166-167.

[8] Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Torino, Einaudi, 2015, p. 119.

[9] Si rimanda alla completa trattazione di G. Perazzoli, Contro la miseria, Roma-Bari, Laterza, 2014.

[10] Traducibile con il termine “occupabilità”.

[11] Si tratta del discorso di Ernest nel capitolo “ I distruttori della macchina” del romanzo di Jack London, Il tallone di ferro, 1907, ed. 2014, Feltrinelli, Milano, pp. 105 e 109.

Livorno, oggi il processo contro Asia/Usb per le contestazioni a Bersani e alla prefettura da: controlacrisi.org

Oggi 29 ottobre il Tribunale di Livorno deciderà sulle pesantissime richieste di condanna avanzate dal Pubblico Ministero nei confronti di Giovanni Ceravolo, dirigente dell’Associazione Inquilini e Abitanti (AS.I.A./USB), e di altri 19 attivisti livornesi.I fatti si riferiscono alla contestazione di fronte alla Prefettura di Livorno del 3 dicembre 2012, nata a seguito della dura reazione da parte delle Forze dell’Ordine nei confronti degli attivisti che il 30 novembre dello stesso anno avevano protestato durante l’intervento dell’allora segretario del PD Pierluigi Bersani.

Denuncia Angelo Fascetti, dell’Esecutivo nazionale AS.I.A./USB: “È evidente che le pesanti richieste di condanna del PM si inseriscono in un contesto più ampio, teso a reprimere il conflitto sociale nel nostro Paese e causato dal continuo attacco ai diritti, a partire dalla casa e dal lavoro”.

“Com’è palese – sottolinea Fascetti – che le politiche antisociali dettate dalla troika stanno producendo l’aumento di atti repressivi nei confronti di chiunque, a Livorno o nel resto del Paese, osi mettere queste politiche in discussione. Si vogliono criminalizzare le lotte per nascondere la sempre più evidente collusione tra criminalità organizzata ed apparati politici al governo di numerose amministrazioni pubbliche”.

“Sosteniamo Giovanni e tutti gli altri attivisti, augurandoci, come è avvenuto per Erri De Luca, che cadano i soliti teoremi e prevalga la giustizia”, conclude Fascetti.

“Dove porta la marcia su Roma? Corporativismo e falsa modernizzazione”. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Il termine fascismo nasce con i Fasci siciliani (1891 – 1893), ma la prima fortuna politica di questo appellativo si colloca tra il 1914 e il 1919, a partire dai Fasci di azione rivoluzionaria, che propagandavano l’intervento italiano nella prima guerra mondiale, precedendo quindi l’adunata dei Fasci di combattimento di Milano del 23 Marzo 1919, atto di nascita del movimento mussoliniano.Il fascismo nasce, quindi, come punto di aggregazione di reduci dalla guerra rimasti ai margini nel processo di riorganizzazione della vita pubblica nell’immediato dopoguerra, riorganizzazione fondata sui nuovi grandi partiti di massa e sulla convivenza tra questi e gli antichi ceti notabilari dell’Italia liberale.

I reduci di guerra si mossero così sulla base di contorni politici piuttosto vaghi, prevalentemente rappresentativa di ceti intermedi, all’insegna di slogan che oggi potremmo riassumere come quelli della “rottamazione” o del “tutti a casa”.

Il fascismo, in questo modo si inserì, nei primordi, in un filone di generico ribellismo, schierandosi tuttavia da subito su di una linea violentemente anti-socialista e anti – democratica, all’insegna di una non meglio precisata “selezione di valori”.

Il fascismo respinse ogni egualitarismo e in tale senso la paternità ideologica del fascismo deve essere attribuita, in larga parte, al nazionalismo.

In tempi come quelli attuali di crisi verticale del quadro internazionale il tema del nazionalismo, elemento esercitato a piene mani da Renzi e dal suo “cerchio magico” (addirittura nel senso dell’Italia “faro di civiltà”) dovrebbe fare una qualche impressione in un lavoro comparativo svolto da sinceri democratici.

Non a caso proprio il nazionalista Alfredo Rocco sarà, più tardi, l’autentico “architetto” del fascismo diventato regime.

Nella sua prima formulazione l’ideologia dei fasci apparve debitrice anche verso movimenti come il futurismo e l’arditismo, esaltatori dell’italianità della guerra e della giovinezza, e portatori di un generico rifiuto della “normalità” borghese (in questo senso, sempre riferendoci agli esordi, esiste una possibilità di comparazione sul piano internazionale con l’Action Francais di Maurras).

Dopo il fiasco elettorale del novembre 1919, dall’autunno del 1920, grazie ai massicci finanziamenti di organizzazioni agrarie, soprattutto in Val Padana, e, in misura minore, di gruppi finanziari e industriali, il fascismo si riprese assumendo sul piano organizzativo il volto dello squadrismo.

Uno squadrismo tollerato, quando non aiutato dalle istituzioni dello Stato.

Nel nostro caso, quello di oggi, non c’è squadrismo ma l’attacco al mondo del lavoro attuato attraverso l’adozione del cosiddetto “modello Marchionne” suggerisce, ancora una volta, lo sviluppo di un qualche livello di analogia.

Sul piano ideologico il fascismo lasciò cadere le pregiudiziali contro la monarchia e la chiesa cattolica.

L’ambiguità ideologica diventerà, da questo punto in avanti, una costante del pensiero fascista che si articolerà in una complessa varietà di posizioni.

Lo stesso Mussolini, del resto, non nasconderà mai il proprio “relativismo” sul terreno filosofico – politico.

La linea di oggi è quella del “né di destra, né di sinistra”, mentre si punta decisamente verso l’elettorato di destra.

Davanti al ripiegare del movimento socialista, però, il fascismo si schiera in modo esplicito all’estrema destra.

I liberali, ormai in pieno disfacimento, credettero di poter compiere un’operazione d’inserimento del fascismo nelle istituzioni attraverso un processo di progressiva integrazione e assorbimento “nella legalità” e ne favorirono, attraverso la presentazione di liste di “Blocco Nazionale”, l’ingresso in Parlamento con le elezioni del maggio 1921.

Un’analisi rivelatasi, alla fine, del tutto fallace.

Con l’ingresso in Parlamento il fascismo si avvia alla trasformazione in partito che viene formato (con la denominazione Partito Nazionale Fascista) nel Novembre del 1921.
La denominazione di oggi sarà quella del “Partito della Nazione”?

Il PNF teorizzò, da subito, quello che sarà definito “doppio binario”, quello legale e quello insurrezionale e l’ascesa al potere avvenne in una forma a metà dei due versanti con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Giunto al potere, mentre si dedicava all’edificazione delle strutture istituzionali di un regime poi giudicato a posteriori d’imperfetta vocazione totalitaria, il fascismo affrontò l’elaborazione di un apparato teorico – politico.

Ma l’intellettualità fascista era costituita, in primo luogo, non da ideologi ma da organizzatori.

Lo stesso filosofo Giovanni Gentile, entrato nel primo governo Mussolini e autore di quella che è stata definita la “più fascista delle riforme” quella della scuola, svolse lungo il ventennio un ruolo di straordinario organizzatore culturale.

Un ruolo di organizzatore culturale che gli consentì di egemonizzare gran parte del ceto intellettuale italiano.

Sul piano teorico Gentile fu un convinto sostenitore della continuità tra il liberalismo classico, incarnato nell’Italia della “destra storica”, e il fascismo: la “storicità” del fascismo (cui si contrapponeva il bolscevismo con la sua “antistoricità”) avrebbe dovuto dimostrare, partendo dalla volontà di conciliare le esigenze dell’individuo e quelle dello Stato (in un processo di subordinazione dell’una verso l’altra), la possibilità di realizzazione dello Stato Etico.

La Stato delineato da Alfredo Rocco, invece, fu tratteggiato in termini più marcatamente organicistici.

Lo Stato fu considerato come il “grande tutto”: in esso sarebbe stata superata la lotta di classe per proiettarsi, poi, grazie alla riconquistata solidarietà nazionale, nella competizione internazionale in nome della potenza demografica e del destino della nazione.

Tra Gentile e Rocco, comunque, la differenza – sul piano delle prospettive tendenziali – risultarono, alla fine, sfumate o comunque unificate, in primo luogo, dal punto vero di intersezione delle anime del fascismo: quello relativo al culto del “Duce”.

Il “Duce” rappresentava la guida che tracciava il cammino, il capo assoluto.

Il culto del Capo, è bene ricordarlo, è tornato molto di moda nell’attualità in forma anche diversa da quella che ha caratterizzato il ventennio precedente dalla presenza di un “imprenditore passato alla politica”.

Ai nostri giorni la “cultura dello Stato” è naturalmente affatto diversa, ma egualmente finalizzata alla detenzione del potere in una società massificata e neutralizzata dall’espressione di una cultura dell’individualismo e del consumo: fenomeni favoriti dall’espansione nell’uso dei mezzi di comunicazione di massa in esclusiva funzione di marketing riducendo l’offerta politica altresì come quella culturale a “prodotto”.

Gli intendimenti di fondo però tra il tipo di massificazione sociale imposta negli anni’30 e quella determinata adesso sono identici: il potere posto al di fuori dalla verifica democratica.

La verifica del consenso riservata all’esercizio di un’autonomia del politico appannaggio esclusivo di un ceto politico provvisto della possibilità esclusiva di usufruire di incentivi selettivi, esattamente come i gerarchi del ventennio.

Torniamo però al filo conduttore del nostro discorso.

Accanto al mussolinismo, lo statalismo fu il dato unificante del fascismo.

Pur rimanendo rilevante il peso del PNF e delle sue gerarchie, fu lo Stato a prevalere, anche sul piano teorico.

Lo stesso dibattito, del resto molto vivace, sul corporativismo, pur mettendo in luce una pluralità di posizioni (dalla rigida gabbia statuale prevista da Rocco, fino alla “corporazione proprietaria” di Ugo Spirito), finì con l’assestarsi nella forma più blanda sostenuta da Bottai rispetto a quella propugnata da Alfredo Rocco.

“Corporazione proprietaria” rappresenta un altro termine che sta trovando pratica applicazione nell’attualità del dibattito politico, specialmente quando si osserva il tentativo di distruzione dei corpi intermedi rappresentativi delle diverse realtà sociali.

Il fascismo tese a presentarsi, inoltre, come squisitamente “italiano” e “romano”: torna qui il tema ricorrente del nazionalismo – bellicista.

Un tema anch’esso di effettiva pregnanza per quel che riguarda l’oggi, a partire dal reclamare, da parte del governo in carica, di un ruolo “primario” in vista di una nuova avventura bellica in Africa (c’è da augurarsi che la ipocrita confessione di Blair –uno dei modelli – freni le velleità del neo – colonialismo occidentale, e quindi del colonialismo di ritorno in salsa tricolore).

L’alleanza con la Germania hitleriana e l’intervento nella seconda guerra mondiale, accentuarono i caratteri ideologici propri del fascismo degli esordi, come il bellicismo e, di converso, fecero emergere tratti ideologici propri di quella successiva fase rimasti in ombra quali il razzismo e l’antisemitismo.

Alcuni di questi caratteri, ma soprattutto il rifiuto della democrazia e la lotta senza quartiere proclamata al bolscevismo, consentirono di identificare un ruolo internazionale del fascismo, attivo in Europa, e felicemente definito da Palmiro Togliatti come “regime reazionario di massa”.

Una definizione che ha consentito, anche dopo la caduta del regime, di leggere il fenomeno del fascismo in senso transpolitico, come una sorta di cesarismo tipico del XX secolo basato su di un capo carismatico.

Un capo carismatico che portava avanti la ricerca del consenso delle masse attraverso una strumentazione di tipo propagandistico e pedagogico, l’adozione di slogan rivoluzionari (intensi per lo più in una direzione aggressivamente nazionalistica) nemica tanto della democrazia quanto del comunismo.

In ogni caso le interpretazioni del fascismo puntano oggi a una articolazione di giudizio (ben oltre la rigida definizione di Dimitrov: “Dittatura terroristica degli elementi reazionari, più sciovinistici e più imperialistici del capitale finanziario”).

Queste interpretazioni si pongono in relazione all’analisi socio – politica del nesso tra fascismo e classi sociali, con particolare riguardo alle classi medie, insistendo molto (anche grazie agli spunti offerti da Adorno e da Horkheimer) sulla tema della personalità autoritaria e su di un presunto ruolo “modernizzatore”.

Quanto di questi fermenti ancora agiscono, o possono continuare ad agire ed essere riattualizzati oggi all’interno del sistema politico italiano proprio nell’intreccio autoritarismo/modernizzazione dovrebbe essere compito degli analisti più attenti: forse è proprio il caso di richiamare, comunque, il massimo dell’attenzione rivolta all’analisi del passato posta in funzione a leggere la realtà attuale.

(Principali autori di riferimento: Palmiro Togliatti, Ernst Nolte, Angelo D’Orsi, Renzo De Felice).

In Portogallo golpe voluto dalla troika da: rifondazione comunista

di Paolo Ferrero –

In Portogallo, dove si sono appena tenute le elezioni politiche, sta avvenendo un golpe voluto dalla Troika, dove la fedeltà alle politiche di austerità valgono di più della libera scelta degli elettori. Perchè i giornali italiani non ne parlano? Cosa ha da dire la “libera informazione”? Vediamo i fatti: il partito conservatore che era al governo, ha ottenuto il 36,8% dei voti restando il primo partito, ma ha subito un calo vistoso (ben il 13%) perdendo la maggioranza in Parlamento. Ha tentato senza successo di formare una “grande coalizione” con i socialisti. Un accordo è stato invece raggiunto tra le forze di sinistra che insieme hanno la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi: socialisti (32,4%), Bloco de esquerda (10,2) e comunisti e verdi (8,3). In questa situazione chiarissima il presidente Anibal Cavaco Silva, conservatore, si è rifiutato di dare l’incarico di formare il governo al leader socialista perché: “In 40 anni di democrazia, nessun governo in Portogallo ha mai dovuto dipendere dall’appoggio di forze anti-europee”. Quello a cui stiamo assistendo in Portogallo è nei fatti un golpe voluto dalla troika, con un comportamento del Presidente della Repubblica peggiore di quello di Napolitano quando non diede l’incarico a Bersani dopo le ultime elezioni. Chiediamo ai mezzi di comunicazione italian di dare conto di questa incredibile situazione che va avanti da giorni, evitando di continuare a nascondere questo vergognoso colpo di stato.

La nostra lotta per la democrazia e la Costituzione da: rifondazione comunista

La nostra lotta per la democrazia e la Costituzione

di Giovanni Russo Spena*

Stanno avvenendo, come proiezione dello “stato di eccezione” autoritario dell’UE, profonde e gravi modifiche dell’assetto politico/istituzionale. La controriforma della Costituzione e la nuova legge elettorale non costituiscono solo una lesione grave dello “stato di diritto” ma incideranno sulla qualità della democrazia, sui diritti delle cittadine e dei cittadini, sul diritto al lavoro e al reddito.

Si realizza una anomala concentrazione di poteri nelle mani dell’esecutivo, espresso da un unico partito, con il ruolo dominante del presidente del consiglio.

Con una maggioranza di “ascari” venduti, raccogliticcia, la Costituzione nata dalla Resistenza viene riscritta da Squinzi, Renzi, Boschi,Verdini.Sono nostri compiti primari controinformazione, opposizione radicale, progettualità alternativa.

Anche di fronte ad un preoccupante sfibramento della coscienza democratica, confusa, bloccata, estraniata dai poteri industriali, finanziari,mediatici. I quali sono i burattinai di Renzi, veri artefici della transizione dalla democrazia costituzionale all’assolutismo liberista. Un aspetto della “rivoluzione passiva”gramsciana.

Per questo, come comuniste e comunisti, lavoriamo dentro il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (composto da personalità ed associazioni democratiche, da esponenti politici e sindacali al quale il PRC ha aderito come partito). Il Coordinamento ha già presentato, il 16 ottobre in Cassazione i due quesiti referendari per l’abrogazione della nuova legge elettorale.

La grande sfida, probabilmente nell’ottobre del 2016, sarà quella sul referendum”confermativo” della riforma costituzionale della Boschi. E’ un referendum che non prevede il quorum della maggioranza degli elettori per la validità (il che rende decisivo il ruolo anche di una minoranza motivata e coesa).

Renzi imporrà il plebiscito su se stesso, per avere il mandato di completare l’opera assolutista ed autoritaria.E’ vitale sbarrargli il passo.

Se lo sconfiggeremo si apriranno squarci politicamente e socialmente significativi. Costruiamo, allora, da subito comitati territoriali per il “no”, il più possibile unitari e plurali, su una ispirazione forte: lotte per la difesa della Costituzione e lotte sociali sono più che mai connesse. Le controriforme di Renzi sono, infatti, una corazza contro le lotte, i conflitti, l’alternativa.

La posta in gioco è troppo alta per arroccarsi su sterili tatticismi (sono quelli che hanno condotto la “sinistra dem” alla bancarotta al Senato). Seguiamo un’altra strada. Recuperiamo noi lo “spirito costituente” contro il renziano presidenzialismo autarchico che si accompagna ad un forte centralismo che abbatte la decisionalità delle stesse istituzioni locali. Non possiamo essere sulla difensiva. Siamo noi i veri “innovatori”.

Rilanciamo la “questione democratica” paradigma fondativo del PRC:

a) Mettendo al centro, in una campagna di massa che sarà lunga, diffusa ed aspra, il fallimento del maggioritario che ha ridotto gravemente spazi di democrazia e diritti di libertà. I veri “conservatori” sono quelli del governo che cambiano la Costituzione per alimentare i processi di valorizzazione del capitale e l’accumulazione mafiosa e dell’economia “nera”.

b) Collegando questione istituzionale e sociale. Lavoriamo, già in questi giorni, a legare lo scontro sulla Costituzione alla raccolta di firme per referendum abrogativi (che movimenti e sindacati dovranno decidere nella loro autonomia) delle pessime leggi sul lavoro, sulla scuola, sulle trivellazioni, sulle opere pubbliche (cosiddetta legge “sblocca Italia”). Non tantissimi quesiti (faticosi e dispersivi). 4 grandi temi, non di più. Pensiamo, insomma,ad una strategia referendaria “selezionata”. Per rafforzare la strategia referendaria con discriminanti politiche credo dovremo discutere  di accompagnare i referendum (che sono solo abrogativi , come sappiamo) con leggi di iniziativa popolare come “reddito di dignità” e contro il “pareggio di bilancio “in Costituzione.

c) Credo, infine, che, insieme ai temi sociali, dovremo rilanciare la centralità del Parlamento, rilanciare la rappresentanza; il che comporta, ovviamente, una profonda rivoluzione democratica degli stessi partiti. Riapriamo, insomma, insieme all’impegno politico immediato, una grande discussione contro il maggioritario per il sistema proporzionale.

* responsabile nazionale democrazia PRC-SE