Referendum contro Italicum, pronta anche raffica di ricorsi. Ma Renzi: “Darà stabilità”

Premio di maggioranza, ballottaggio e candidature plurime dei capilista: la nuova legge elettorale nel mirino del Coordinamento democrazia costituzionale. Vi aderiscono giuristi, sindacati come Fiom e parlamentari della sinistra Pd

ROMA – Due referendum abrogativi contro l’Italicum ma anche una raffica di ricorsi che è pronta a partire. La nuova legge elettorale, infatti, sta per essere impugnata con una serie di istanze che saranno depositate in contemporanea in una quindicina di Corti d’appello, tra cui Roma, Milano e Napoli. Nel mirino, tra le altre questioni, premio di maggioranza e ballottaggio. Spetterà poi ai giudici valutare se accogliere le contestazioni.

L’Italicum è stato approvato dal parlamento il 4 maggio scorso (il premier Matteo Renzi esultò parlando di “promessa mantenuta e impegno rispettato”) e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. A promuovere l’iniziativa dei ricorsi è stato il ‘Coordinamento democrazia costituzionale’, a cui aderiscono numerosi giuristi, insieme a diversi comitati locali.

INFOGRAFICA Come funziona l’Italicum / SCHEDA

Tra le Corti d’appello presso le quali i ricorsi stanno per essere depositati, oltre a Roma, Milano, Napoli, anche Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste, Perugia. Tra le previsioni della legge finite nel mirino figurano il premio di maggioranza assegnato alla lista che supera il 40%; il ballottaggio senza soglia previsto invece tra i due partiti più votati se nessuno supera quota 40%; la contraddizione ravvisata nel fatto che chi raggiunga, per ipotesi il 39,9% dei voti deve comunque andare a ballottaggio; le norme sulle minoranze linguistiche che non consentono – secondo i ricorrenti – la rappresentanza di tutte le minoranze riconosciute, ma solo di alcune. L’iniziativa sarà presentata nel dettaglio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 29 ottobre alle 14.30.

Nel frattempo, però, una delegazione del Cdc ha già presentato alla Corte di Cassazione due quesiti per l’effettuazione di altrettanti referendum abrogativi dell’Italicum: riguardano la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capilista nei vari collegi con la facoltà loro concessa di candidature plurime e l’abbandono del meccanismo del premio e del ballottaggio.

I quesiti presentati – è spiegato online – chiedono in particolare la restituzione ai cittadini del potere di scegliere i propri rappresentanti, mediante la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capilista nei vari collegi e della facoltà loro concessa di candidature plurime (fino a 10), che consente alle segreterie di partito il potere di nominare gran parte dei deputati; e inoltre l’abbandono del meccanismo del ‘premio’, che assegna di fatto la maggioranza assoluta alla lista (cioè al partito) che ottiene il 40% dei voti, e del ‘ballottaggio’, che amplifica gli effetti negativi del ‘premio’, assegnandolo alla lista che, pur non avendo ottenuto nemmeno il 40%, vince il secondo turno indipendentemente dal numero dei votanti. “Si potrebbe così assegnare un potere assolutamente sproporzionato a un partito – si legge – che avesse ottenuto meno del 25% (per esempio) dei consensi. Il quesito è volto a ristabilire l’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto di voto e ad assicurare il carattere rappresentativo della assemblea parlamentare”.

Una sorta di replica, però, arriva direttamente dal premier: le riforme che l’Italia sta facendo – dice Renzi da Lima in un passaggio del suo intervento al Forum economico Italia-Perù – inclusa la riforma della legge elettorale, “servono per dare stabilità, certezza e regole più efficaci. Il mondo sta cambiando”, ha proseguito il capo del governo che ha quindi elogiato la “crescita solida, la stabilità democratica e l’attenzione per gli ultimi del Perù, e anche noi dobbiamo cambiare. Le regole del gioco sono una condizione essenziale per lo sviluppo e anche in Italia stiamo facendo delle riforme, compresa quella della legge elettorale che servono per dare certezza, stabilità e regole più efficaci”.

Chi c’è nel Coordinamento. Stando al sito internet del Cdc, del Coordinamento medesimo fanno parte, a oggi, associazioni come l’Ars (Per il rinnovamento della sinistra), Articolo 21, i Comitati Dossetti, Libertà e giustizia, l’associazione per la Democrazia costituzionale, Giuristi democratici, Rete per la Costituzione, il Manifesto in rete, ‘Agire politicamente’ (coordinamento cristiano democratico) il gruppo di Volpedo, Iniziativa 21 giugno, Iniziativa socialista, Sinistra-lavoro, Rete socialista-socialismo europeo, Futura umanità, Libera cittadinanza, Alleanza Lib-Lab. Dentro anche strutture sindacali come la Fiom, l’Usb (i sindacati di base) e organizzazioni politiche come l’Altra Europa con Tsipras, Rifondazione comunista, Lavoro e società, parlamentari del gruppo misto, di Sel e della sinistra Pd (Cgil e Libera partecipano ai lavori come osservatori).

Hanno aderito al Cdc, inoltre, costituzionalisti e personalità della cultura come Gustavo Zagrebelsky, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Massimo Villone, Nadia Urbinati, Pietro Adami, Franco Russo, Anna Falcone, Domenico Gallo, Pancho Pardi, Francesco Baicchi, Sandra Bonsanti, Felice Besostri, Antonio Caputo, Raniero La Valle, Vincenzo Vita, Sergio Caserta, Alfiero Grandi, Tommaso Fulfaro, Lanfranco Turci, Gim Cassano, Paolo Ciofi, Cesare Salvi, Antonello Falomi, Giovanni Russo Spena, Emilio Zecca, nonché i parlamentari (molti della minoranza Pd) Vannino Chiti, Erica D’Adda, Francesco Campanella, Maria Grazia Gatti, Alfredo D’Attorre, Paolo Corsini,

Felice Casson, Loredana De Petris, Stefano Fassina, Stefano Quaranta, Corradino Mineo, Giorgio Airaudo, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci.

Arrigo Boldrini e l’idea della democrazia includente da: patria indipendente

La guerriglia per una democrazia che si fa carico di organizzare un’intera nazione, con le sue parti diverse che, anche se in lotta fra loro, sono unite sui valori di fondo e sul metodo democratico

BOLDRINI oggi - manifesto con fraseArrigo Boldrini era detto Bulow, come uno dei tre vincitori di Waterloo (insieme a Wellington e a Bluchner); in questo nome si esprime prima di tutto una fermezza profonda e meditata rivolta contro l’invasore.

La fermezza è una costante di Bulow.  Dapprima in senso soggettivo, percepibile nel carattere sobrio riservato prudente serio capace. Concentrato in sé e al tempo stesso al servizio degli altri, egli è un eroe democratico, non un super-uomo dannunziano – egli era ben in grado, tra l’altro, di aver paura, e di vincerla: ed è questo il vero coraggio –. Un eroe popolare, non aristocratico, se non nel senso dell’aristocrazia del costume e dello spirito. Insomma, una persona di cui si capiva e si sentiva che ci si poteva fidare, perché in grado di esercitare autocontrollo e, di conseguenza, di guidare gli altri.  In questo senso, Bulow era dotato di autorità in senso personale: era autorevole – un’autorità riconosciuta anche dagli alleati, che hanno accolto e applicato il suo piano militare, grazie al quale Ravenna non ha patito distruzioni eccessive durante i giorni della liberazione –. Se oggi possiamo vedere in San Vitale i mosaici di Giustiniano e Teodora (le forme supreme dell’autorità) lo dobbiamo alla sua autorità.

In senso oggettivo, poi, se passiamo dall’individuale al collettivo, la sua è la fermezza delle radici – le radici del popolo, s’intende –. Radici è una metafora, non è un termine politico. La locuzione esatta è “momento costituente”, “decisione innovatrice”. Non è vero, infatti, che la decisione può essere solo la prepotenza o la sbrigatività del comando: è anche la grande scelta, responsabile e coraggiosa, operata nel momento giusto, che di solito è il momento in cui non si sa e non si capisce, in cui si è incerti. Pochi, come Bulow, hanno compreso subito, dopo il 25 luglio, e si sono schierati, dando così inizio a un’egemonia, che in questo caso è la capacità di parlare al popolo, di guidarlo con il suo consenso, di esserne appunto il fondamento.

La prima grande avventura guerrigliera d’Italia, quella democratica e garibaldina, finisce nelle valli di Comacchio nel 1849 – il Risorgimento fu essenzialmente conquista regia e opera di élites –; ma cent’anni dopo nasce in queste stesse zone un’altra guerriglia, a costituire un filo rosso e democratico della storia d’Italia, prima della Resistenza piuttosto povera di partecipazione popolare.

Si deve notare che “guerriglia” è termine poco usato per la Resistenza; ma Bulow, cultore di storia militare, lo usava: in realtà, è perfetto, dal punto di vista storico e teorico. La guerriglia è infatti la lotta del debole contro il forte, dell’irregolare contro il regolare; ed è una lotta che ha nel popolo il suo baricentro. In questo senso Clausewitz, il grande teorico della guerra, contemporaneo del “vero” Bulow, ha scritto sulla guerriglia, riprendendo l’esperienza spagnola e prussiana contro Napoleone.  Anzi, quella di Boldrini è la classica situazione della guerriglia vittoriosa, quella cioè che oltre all’appoggio del popolo, e ai “santuari” in cui i partigiani si possono rifugiare (le valli), conosce anche l’appoggio di uno Stato straniero (nel caso specifico, l’Ottava armata inglese). Ravenna - Dicembre 1944 - poco dopo la liberazione della città

In particolare, l’appoggio del popolo è stato tale che, come si è osservato, non si può parlare, in questo caso, di guerra civile, perché il popolo non era diviso come appunto avviene nelle guerre civili ma era schierato da una parte sola, quella antifascista. È questo rapporto col popolo ad avere reso possibile la “pianurizzazione” della lotta – la grande scelta strategica di Boldrini –; combattere in pianura anziché in montagna è concepibile solo con l’appoggio totale della popolazione. Un appoggio che nel corso della lotta non venne mai meno, perché nasceva dalla lunga opposizione al fascismo e alle sue politiche concrete, e che fu rafforzato dalla occupazione tedesca e dalla violenza repubblichina.

Convegno marzo 1980 a Udine su FFAA e popolo
Marzo 1980, Udine. Convegno dell’ANPI su “Forze Armate e popolo a difesa delle istituzioni repubblicane”

La fermezza delle radici di cui Bulow è figura emblematica è ben altra cosa, quindi, da un pur coraggioso gesto solitario. È la capacità, politica oltre che militare, di interpretare il popolo, di suscitare il suo potere costituente, ovvero di incarnare e interpretare l’autorità in senso politico, fondamento della libertà individuale e collettiva. A noi oggi è chiaro che la guerra partigiana era solo formalmente l’esercizio di un potere politico-militare delegato al CLN dal regno del Sud,  e che sostanzialmente si è trattato invece dell’attivazione autonoma di un potere costituente popolare che è stato supremamente politico – persino al di là della consapevolezza soggettiva dei suoi protagonisti –, dell’emergere spontaneo di quella legittimità che in seguito ha trovato espressione formale e compiuta nell’Assemblea costituente e nella Costituzione repubblicana. Questo avvento del popolo in armi sulla scena politica, non solo militare, consente di respingere la tesi della “morte della patria”; fra il 25 luglio e l’8 settembre si è consumato semmai il collasso delle élites tradizionali e l’affermazione di élites nuove, alle quali Bulow appartiene.

Quelle élites nuove sono i partiti; il “partito nuovo” di Togliatti che in quel momento è essenziale a evitare la distruzione del tessuto civile, e la Dc di Zaccagnini, il Tommaso Moro amico di Boldrini. Forze di parte, che a Roma ma anche nella lotta partigiana si caricano di un dovere e di un compito generale. A questa logica ricostruttiva aderisce Bulow, come si comprende da quanto egli nel suo diario testimonia degli incontri con Ercoli (Togliatti), e dalla stessa celebre frase, degli anni seguenti, in cui spiega che egli combatté non solo per chi stava dalla sua parte, ma “anche per chi non c’era, anche per chi era contro”.

Nasce insomma con Bulow, e con quelli come lui, una democrazia includente che ha radici solide nel popolo, e che nonostante abbia all’origine l’esclusione del nemico e delle ideologie più violente del secolo, non è mai la democrazia di una parte, di una fazione, ma anzi si fa carico di organizzare un’intera nazione, con le sue parti diverse che, anche se in lotta fra loro, sono però unite sui valori di fondo e sul metodo democratico.

Resistenza, e Bulow, come radice della democrazia, quindi. A una parte, a quella comunista, Bulow nondimeno restò fedele fino in fondo; in essa condusse una carriera politica importante benché non di primissimo piano, in ruoli di fiducia (a contatto con alcune aree del mondo militare) per i quali la serietà, l’autorevolezza e l’affidabilità erano d’obbligo. Una carriera in difesa, anche, della Resistenza come Presidente dell’ANPI fino dagli anni difficili del dopoguerra in cui la lotta partigiana era attaccata e misconosciuta, a causa della divisione del mondo che aveva diviso anche il campo antifascista – benché legami e solidarietà personali nate nella Resistenza siano sopravvissute alle vicende politico-partitiche e abbiano costituito un importante filo rosso della storia della Repubblica –.

Firenze 1973 - Parla Boldrini alle sue spalle il sindaco Sandro Pertini e Alexandros Panagulis
Firenze 1973 – Parla Boldrini. Alle sue spalle il sindaco di Firenze, Sandro Pertini e Alexandros Panagulis

E come radice vivente, come forza propulsiva della democrazia, Bulow in quanto Presidente dell’ANPI si dimostrò non uomo di parte ma difensore di una concezione forte della democrazia, fatta di autorità e di libertà; difensore insomma – in sintonia con Pertini – di una concezione non museale ma politica della Resistenza. Come si vide negli anni della lotta al terrorismo, all’eversione, in cui rifiutò la benché minima legittimazione alle Brigate rosse, perché fosse chiaro alla Nazione che esse non erano la prosecuzione della Resistenza ma, in quanto nemiche delle istituzioni democratiche, erano il suo tradimento e la sua negazione.

Un incontro istituzionale dell'ANPI con Giovanni Spadolini
Un incontro istituzionale dell’ANPI con Giovanni Spadolini

Serietà, senso del dovere, senso della collettività; questi i segni di una vita spesa per gli altri. Senza fare santini e oleografie, Bulow ci sembra oggi, a cent’anni dalla nascita, un uomo capace di interpretare in modo esemplare un’idea e una pratica di cittadinanza repubblicana e democratica. La politica spettacolo, l’individualismo narcisistico, il cinismo, l’apatia e l’antipolitica non vinceranno, finché queste figure saranno degnamente ricordate, finché l’inquietudine di molti, l’insoddisfazione per la nostra democrazia sfigurata, potrà rispecchiarsi nella virtù sobria, coraggiosa, tenace e all’occorrenza severa, di Bulow, sintesi dello spirito della Resistenza, esempio di democrazia armata, in senso proprio e in senso metaforico.

Oggi abbiamo quindi un gran bisogno di rispecchiarci in lui come in un esempio della forza delle convinzioni e della lucidità per realizzarle – cioè della vera onestà (al di là di quella intesa in senso legale, certamente necessaria) della quale ha bisogno la politica –. Abbiamo bisogno, giovani e meno giovani, di conoscerlo meglio, e di vedere in lui un buon motivo per essere orgogliosi di essere italiani.

Carlo Galli, docente all’Università di Bologna, studioso del pensiero politico, parlamentare

Addio a Lucia Boetto Testori staffetta partigiana medaglia al valor militare

 

E’ morta a 95 anni, aveva fatto da collegamento tra il Cln piemontese e gli autonomi del comandante “Mauri”. I funerali domani a Torino

26 ottobre 2015
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Addio a Lucia Boetto Testori staffetta partigiana medaglia al valor militare
Lucia Boetto Testori in una foto d’epoca
E’ morta a 95 anni la partigiana Lucia Boetto Testori, una tra gli ultimi protagonisti viventi della Resistenza italiana. Era nata nel 1920 a Castelletto Stura, in provincia di Cuneo, da famiglia liberale e antifascista. Durante la Resistenza, insieme con il futuro marito Renato Testori, svolse l’attività di ufficiale di collegamento fra il Cln regionale piemontese e le formazioni autonome del maggiore Enrico Martini ‘Mauri’. Impegnata in missioni per il trasporto e la consegna di documenti segreti e armi, facendo la spola tra il Cuneese e Torino, dall’estate del 1944 venne assegnata al collegamento con la missione alleata del maggiore Temple, e successivamente con quella del colonnello John Melior Stevens. Fu la staffetta partigiana che portò, nascondendola sotto un ampio cappotto, la bandiera italiana, medaglia d’oro al valor militare, consegnata dal governo italiano ai partigiani del Nord.

Medaglia di bronzo al valore militare, è stata così definita nella motivazione della decorazione: «Donna fiera e coraggiosa, per tutta la durata del movimento di liberazione condivise i pericoli, i rischi ed i sacrifici della dura vita con le formazioni partigiane. Ricercata dalle S.S. tedesche non desisteva dalla lotta e fu staffetta instancabile, guida audace, confortatrice amorevole. Preziosi servizi furono da lei resi
alla bella causa della libertà e con coraggio e abnegazione, modestia ed intelligenza assolse importantissime missioni, paga di compiere più del proprio dovere di donna italiana per la liberazione della Patria dall’odiato oppressore».

Ai funerali, domani a Torino (alle ore 9.30, al Convitto Principessa Felicita di Savoia), parteciperà il vicepresidente del Consiglio regionale Nino Boeti, presidente del Comitato regionale Resistenza e Costituzione.

Tony Blair: “Chiedo scusa per la guerra in Iraq, ha aiutato la nascita dell’Isis” da: rai news

Tony Blair: “Chiedo scusa per la guerra in Iraq, ha aiutato la nascita dell’Isis” “Abbiamo commesso un errore, il rapporto dei servizi segreti era sbagliato” ha detto l’ex primo ministro britannico, che per la prima volta si scusa. Nel 2007 disse: “”Non credo che dovremmo chiedere scusa a tutti per quello che stiamo facendo in Iraq” Tweet 136 25 ottobre 2015 Tony Blair ha chiesto scusa per gli errori commessi nel corso della guerra in Iraq e ha ammesso che il conflitto potrebbe aver scatenato l’ascesa dell’Isis. Intervistato dalla Cnn, l’ex primo ministro britannico è tornato sulla questione del rapporto di intelligence che all’epoca indusse la Gran Bretagna a intervenire militarmente al fianco degli Usa contro Saddam Hussein: “Mi scuso- ha detto- perché il rapporto dei servizi segreti (sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa, ndr) era sbagliato”. “Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell’intervento militare- ha continuato- soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime”. In una passaggio dell’intervista, in onda oggi sul canale americano, Blair spiega anche che la guerra in Iraq- che riversò per le strade migliaia di persone in protesta- potrebbe essere in parte responsabile della nascita dell’Isis, una “versione distorta” dell’Islam, che sta lacerando parte del Medio Oriente. “Anche se non si può dire che chi ha rimosso Saddam nel 2003 sia responsabile della situazione del 2015”. E’ la prima volta che l’ex primo ministro chiede scusa per la guerra. Nel 2007, infatti, dichiarò: “Non credo che dovremmo chiedere scusa a tutti per quello che stiamo facendo in Iraq”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Tony-Blair-chiede-scusa-ea200e11-119a-470a-bb1a-c72ae1c52fa1.html

Gli insulti ai figli oscurano la notizia su Paolo Borsellino da: articolo21

Paolo_BorsellinoGli operatori della comunicazione sarebbero tenuti ad un mea culpa collettivo. Alle numerose motivazioni preesistenti, ne aggiungiamo una fresca di settimana. Perché ci siamo cascati tutti o forse perché alla fine l’informazione funziona così nel nostro Paese: capita allora che la notizia più importante degli ultimi mesi in tema di lotta alla mafia venga subito coperta dalle polemiche – sacrosante, ci mancherebbe! – suscitate da alcune intercettazioni, più utili per fare gossip e vendere copie e fare audience.

La notizia, quella vera, quella che avrebbe dovuto innescare fiumi di inchiostro e minuti di servizi per i tg, è stata data da Manfredi e Lucia Borsellino, ma è rimasta sotto i riflettori soltanto per un giorno. I due figli del magistrato palermitano al processo “Borsellino quater”, in corso di svolgimento a Caltanissetta, hanno dichiarato che il padre fu ucciso nella strage di via Mariano D’Amelio, soltanto ventiquattro ore prima dell’appuntamento con i colleghi nisseni, ai quali avrebbe voluto raccontare quello che sapeva e aveva capito dell’omicidio del collega e amico fraterno Giovanni Falcone, avvenuto poche settimane prima a Capaci, lungo l’autostrada che collega l’aeroporto con la città.

Era stata fissata in agenda, infatti, proprio per il 20 luglio la deposizione davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta. Una deposizione che era sicuramente destinata a gettare nuova luce sui fatti tragici della strage mafiosa del 23 maggio. Una deposizione che lo stesso Borsellino aveva in qualche modo anticipato durante un’affollatissima manifestazione pubblica, promossa il 25 giugno 1992 dalla rivista Micromega nell’atrio della biblioteca comunale. Nel corso di quel commosso e polemico intervento, Borsellino denunciò gli ostacoli al lavoro di Giovanni Falcone, dalle ripicche più futili alle invidie dei colleghi. È questo lo stesso discorso nel quale Borsellino ricordò che “Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo.

Le parole di Paolo Borsellino furono fin troppo chiare quella sera: «In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone».

Che Borsellino dovesse deporre in Procura a Caltanissetta è stato un fatto di cui ci si è scordati per anni e che ogni tanto è riemerso come un torrente carsico. È stata vissuta come una dimenticanza comoda da tanti, da troppi esponenti delle istituzioni e della politica. E così anche gli italiani hanno dimenticato, come spesso accade in queste situazioni. Ora sono stati Manfredi e Lucia Borsellino a rievocare la circostanza.

E ci sarebbe innanzitutto da chiedersi come mai siano passati così tanti anni senza che nessuna autorità giudiziaria o ricostruzione parlamentare da parte della Commissione Antimafia sia stata in grado di spiegarci come mai dovettero passare quasi due mesi da Capaci prima che Borsellino, amico fraterno e collega fidato di Falcone, testimone privilegiato dei fatti avvenuti fino a quel momento drammatico, venisse chiamato a raccontare la sua verità davanti all’autorità giudiziaria competente. Lo stesso Manfredi Borsellino ha ricordato che suo padre non si capacitava della mancata convocazione in tempi utili. Ora sappiamo che comunque, seppure in ritardo, l’appuntamento era fissato. Per lunedì 20 luglio 1992. Prima dei magistrati nisseni, arrivarono però i macellai di Cosa Nostra: ammesso che furono soltanto loro ad agire in via D’Amelio, il che oggi a distanza di ventitré anni diventa sempre meno certo.

Ecco di tutto questo, per avere approfondimenti e dibattito in grado di coinvolgere doverosamente la pubblica opinione, ci sarebbe piaciuto leggere e discutere.

Invece, in meno di ventiquattrore, è partito il circo mediatico del gossip che ci ha trascinato vorticosamente nel fango delle intercettazioni disposte a carico dell’ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto, oggi sotto inchiesta per la gestione scriteriata dei beni sequestrati e confiscati nel distretto palermitano.

In alcuni degli scambi telefonici controllati dalla Guardia di Finanza proprio al termine di una manifestazione dell’anniversario di via D’Amelio, la Saguto viene sorpresa apostrofare i figli di Borsellino con un turpiloquio degno di una taverna mal frequentata: Manfredi viene definito “uno squilibrato”, mentre Lucia “una cretina precisa”. E ancora vengono riportati in bella evidenza sui quotidiani e in tv altri commenti davvero pesanti sulla commozione manifestata dal figlio di Paolo Borsellino durante la ricorrenza: «Poi, Manfredi Borsellino, che si commuove, ma perché minchia ti commuovi a 43 anni per un padre che ti è morto 23 anni fa? Che figura fai». E nel caso ci fosse qualche dubbio ancora sul suo pensiero il giudici Saguto aggiunge anche: «Ma che… dov’è uno… le palle ci vogliono. Parlava di sua sorella e si commuoveva, ma vaffanculo».

Ecco su queste dichiarazioni, deprecabili di per sé senza bisogno di aggiungere troppo, si sono riversati quei fiumi d’inchiostro e quei minuti di girato che ci saremmo dovuti attendere per la vera notizia.

Già perché i commenti della Saguto non sono una notizia, o per lo meno, non nel senso che diamo alla parola “notizia”: un fatto che abbia una qualche utilità per la pubblica opinione.

Perché quello che pensa dei figli di Borsellino un magistrato come lei, oggi sotto inchiesta per come ha gestito la cruciale partita dei beni tolti alle cosche a Palermo e dintorni, non aggiunge nulla alla lotta alla mafia. Non sposta di una virgola in avanti il contrasto alle mafie. Purtroppo ci dice molto dello spessore morale della persona in questione, seppure innocente fino a prova contraria per quanto le viene contestato oggi. Purtroppo toglie prestigio e consenso alla categoria dei magistrati, che tanto lustro hanno avuto dal sacrificio di Borsellino e Falcone. Al netto di quello che verrà o non verrà provato nei suoi confronti, al netto delle smentite/conferme che hanno riempito le pagine dei quotidiani, ci sembra che Silvana Saguto sia destinata ad essere ricordata insieme a Corrado Carnevale, l’ammazzasentenze della Corte di Cassazione che chiamava Falcone e Borsellino in modo sprezzante “dioscuri” e li apostrofava come “cretini”.

Nulla di nuovo purtroppo sotto il sole.

Avrebbe più senso per la lotta alla mafia, invece, concentrarsi sulla notizia che Paolo Borsellino venne ucciso proprio il giorno prima della sua prevista deposizione a Caltanissetta. Fu soltanto una clamorosa coincidenza? Un colpo di fortuna inaspettato per le cosche? O forse non è la prova che nella morte del giudice e della sua scorta le responsabilità vanno cercate anche al di fuori della mafia?

23 ottobre 2015

Storia di Kasha, la donna che in Uganda si batte contro la violenza omofoba e non solo Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il suo nome è Kasha Jacqueline Nabagesera. Ai più non dice niente. Eppure a lei è andato il premio Livelihood 2015. Il premio, creato nel 1980 da Jakob von Uexkull, scrittore, filatelico ed ex membro del Parlamento Europeo, e’ un importante riconoscimento a persone e gruppi, in particolare del Sud del mondo, che si impegnano per costruire una societa’ migliore e un’economia piu’ giusta.
Kasha ha speso tutta la sua vita per cercare di frantumare i tabu’ dell’omosessualita’ nel suo Paese, l’Uganda, che, in questi ultimi anni, si e’ rivelato particolarmente ostile nei confronti della comunita’ Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).
Pur conscia della discriminazione degli omosessuali nella societa’ ugandese, non fa pero’ mai mistero del suo essere lesbica. Anzi, vive apertamente la sua condizione sessuale fino a pagarne le conseguenze. Nel
2002, le autorita’ accademiche la espellono dall’universita’ proprio per la sua identita’ sessuale. Ma, lungi dal fermarla, questo provvedimento la spinge a impegnarsi ulteriormente per i diritti della comunita’ Lgbt.
Nel 2003 fonda la Ong Freedom e Roam Uganda (Farug)che si batte per il cambiamento della politica e delle leggi discriminatorie effettuando ricerche, raccogliendo testimonianze
di abusi.
Nel 2010, Kasha Jacqueline Nabagesera si trova a combattere una battaglia dura (e pericolosa). Il giornale ugandese (non quello statunitense) ‘Rolling Stone’ pubblica un elenco di cento persone sospettate di avere inclinazioni omosessuali e chiede che vengano impiccati. Il suo nome fa parte della lista. Con alcuni attivisti ugandesi e con i suoi amici Pepe Onziema e David Kato Kisule decide di non subire passivamente. Presentano quindi un ricorso in tribunale contro l’editore del periodico.
Nel gennaio 2011, i giudici vietano al giornale di pubblicare le identita’ e gli indirizzi di omosessuali e condannano l’editore a pagare un risarcimento alle vittime di discriminazione. Il 26 gennaio 2011, pero’, l’attivista e amico David Kato viene assassinato.
Ancora una volta, pero’, Kasha Jacqueline Nabagesera va avanti. Nel 2009 in Uganda viene presentato un progetto di legge che discrimina pesantemente gli omosessuali, vietandone l’associazione e la riunione, e prevede addirittura la pena di morte (gia’ oggi viene punita con l’ergastolo) per gli omosessuali colti in fragrante. Di fronte a questo testo, Farug lancia una campagna che, grazie anche alla pressione internazionale, costringe le autorita’ prima a rinviare il progetto e poi ad accantonarlo.
Il ‘Right Livelihood Award 2015′ premia proprio questa sua determinazione nel portare avanti le rivendicazioni di maggiori diritti per le persone Lgbt. Una battaglia che, pero’, e’ ancora lunga e si scontra con tabu’ millenari della societa’ ugandese (africana in generale).