Stabilità. Cgil: “Fondo Sanitario 2016 sarà tagliato. E non è finita, nei prossimi anni possibili riduzioni per altri 20 mld” da. sanitàquotidiano.it

Con due sole manovre Renzi taglia 6,7 miliardi al finanziamento previsto, cancellando nei fatti il Patto per la Salute. E non è finita, dal 2017 al 2019 sono previsti altri tagli: che potrebbero arrivare a 20 miliardi, tra quelli già decisi con la precedente manovra e quelli in arrivo sulle spese regionali, che comprendono esplicitamente il finanziamento della sanità.

23 OTT – Ora è ufficiale, con la nuova Legge di stabilità il Fondo Sanitario del 2016 scende a 111 miliardi, nonostante le proteste delle Regioni e le dimissioni di Chiamparino. Con due sole manovre Renzi taglia 6,7 miliardi al finanziamento previsto, cancellando nei fatti il Patto per la Salute.

E non è finita, dal 2017 al 2019 sono previsti altri tagli: che potrebbero arrivare a 20 miliardi, tra quelli già decisi con la precedente manovra e quelli in arrivo sulle spese regionali, che comprendono esplicitamente il finanziamento della sanità (un copione che abbiamo già visto con la precedente legge di stabilità).

Si confermano così le fosche previsioni del DEF, che indicano un crollo della spesa sanitaria rispetto al PIL (dal 7% al 6,5%) che ci relega agli ultimi posti in Europa negli investimenti per la protezione sociale. La situazione sarà ancora più grave nelle regioni che trovandosi in deficit (in molte sarà quasi inevitabile proprio a causa dei tagli) subiranno i “nuovi” piani di rientro che la legge di stabilità rende ancora più aspri di quelli che abbiamo conosciuto sinora, con aumento delle tasse locali e dei ticket.

Vengono così smentite clamorosamente le rassicurazioni del Ministro Lorenzin sui risparmi che dovevano restare nel SSN per dare servizi migliori e più adatti ai nuovi bisogni di salute. Perfino per i nuovi Lea non ci sono risorse aggiuntive. La sanità viene usata come bancomat per finanziare altre scelte. Mentre i lavoratori del settore restano senza contratto. Già oggi milioni di persone rinunciano alle cure per ragioni economiche.

La drammatica, e colpevole, riduzione delle risorse pubbliche per garantire i livelli essenziali di assistenza ai cittadini, e ticket sempre più pesanti, stanno preparando la strada ad una sanità privata a pagamento, ingiusta e dannosa. Diventa necessaria una mobilitazione capace di unire le proteste che stanno nascendo, dalla manifestazione dei medici alle iniziative per i rinnovi contrattuali fino a quelle del Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva che ha lanciato un allarme drammatico e condivisibile. SI tratta di agire per difendere e riqualificare il Servizio Sanitario Nazionale pubblico e universale come bene e patrimonio irrinunciabile per il presente e il futuro del nostro Paese.

Stefano Cecconi
Responsabile Politiche per la Salute Cgil

Comunicato Stampa RESISTERE CONTRO LO STRAVOLGIMENTO DELLA COSTITUZIONE NATA DALL’ANTIFASCISMO E DALLA RESISTENZA E’ UNA VERGOGNA!

Siamo di fronte a qualcosa di intollerabile: la nostra Carta Costituzionale viene stravolta e viene non “ riformata”, ma “deformata” da questa maggioranza e da questo Governo, con l’avallo dell’ex-Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che interviene a difesa della proposta di stravolgimento.

La Costituzione Repubblicana, nata dalla lotta di Liberazione contro la barbarie del nazi-fascismo, fu il punto di approdo della lunga e travagliata storia della costruzione della Democrazia nel nostro paese; fu la felice sintesi dell’incontro delle tante culture  ideali e politiche che alimentarono la Resistenza e al tempo stesso  l’antidoto per impedire tentativi di restrizione della democrazia al fine di re-insediare concezioni e pratiche  autoritarie.

E’ UNA VERGOGNA!

L’attuale Parlamento, cioè un Parlamento eletto con una legge dichiarata anti-costituzionale dalla Corte Costituzionale, della quale era membro  Sergio Mattarella, oggi Presidente della Repubblica, si è arrogato  il diritto di modificare/stravolgere la legge elettorale e la Costituzione, a tappe for-

zate e a colpi di maggioranze a geometria variabile, sfigurando/deforman-

do l’assetto democratico della nostra Repubblica.

Le modifiche costituzionali combinate con la nuova legge elettorale, stravolgendo i contenuti della democrazia rappresentativa, introducono un modello di “Premierato Assoluto” che realizza  un’ intollerabile concentrazione di potere nelle mani del governo e del suo “Capo”, attribuendo ad un unico partito (che potrebbe essere espressione di una minoranza di cittadini elettori) potere esecutivo e potere legislativo,  attraverso le modifiche contestuali delle attuali regole per la nomina del Presidente della Repubblica e dei componenti della Corte Costituzionale, organismi fondamentali di garanzia della Democrazia Costituzionale.

E’ UNA VERGOGNA

La centralità del Parlamento, voluta dai Padri Costituenti a garanzia della Libertà e della Democrazia, viene drasticamente ridimensionata e il Parlamento ridotto alla funzione di ratifica delle decisioni e dei provvedimenti del governo, introducendo in maniera subdola il passaggio da una Democrazia Parlamentare-rappresentativa ad una Repubblica di tipo Presidenziale.

 

INDIGNARSI E’ GIUSTO. MA NON BASTA.

Salvaguardare la Democrazia e la nostra Carta Costituzionale deve essere l’impegno prioritario di tutti i cittadini che si riconoscono, al pari dei partigiani e dei “nuovi resistenti” dell’A.N.P.I., nei valori fondanti della nostra Carta Costituzionale.

Diciamo NO alla stravolgimento della Costituzione, mirato a sottrarre potere ai cittadini ed a minare l’eguaglianza tra i cittadini-elettori, ed impegniamoci a fermare/sconfiggere questo progetto politico che, attraverso l’inganno di un processo “riformatore”, vuole riportare indietro le lancette della storia verso la riduzione della democrazia, progetto che più volte è emerso negli anni più bui della storia della nostra Repubblica.

Reggio Calabria 23 ottobre 2015

Per l’ ANPI di Reggio Calabria

Il Presidente

Sandro Vitale

La prossima riunione del Coordinamto del ricorso contro l’italicum Mercoledí 28 pv. Alle ore 17,30 presso Circolo Olga Benario in vicolo Beritelli, 7 Catania (traversa via Rotonda , zona Piazza Dante, di fronte Terme della Rotonda

COMUNICATO STAMPA-NO ITALICUM
Il recente percorso delle cosí dette riforme costituzionali dell´attuale governo e l´approvazione il 4 maggio scorso della nuova legge elettorale ITALICUM sono state giudicate “un gravissimo danno all´assetto democratico della Repubblica” dal Coordinamdento Democrazia Costituzionale recentemente promosso da insigni costituzionalisti, giuristi, intellettuali che sta esaminando tutte le forme possibili di opposizione alla nuova legge elettorale. Una legge voluta da una minoranza che si trasforma in maggioranza grazie ad uno sproporzionato “premio” simile a quello del Porcellum, precedentemente bocciato per incostituzionalitá. La grande preoccupazione che la rottura dei meccanismi di equlibrio tra i poteri che queste riforme comportano, hanno determinato una mobilitazione a livello nazionale per contrastarle. Nello specifico, si sta per dare avvio ai ricorsi nelle 26 sedi di Corte d´Appello per bloccare l´entrata in vigore della legge. A Catania, alla presenza di rappresentanti di associazioni, partititi, movimenti, singoli cittadini, ci siamo costituiti come comitato provinciale che rispecchi la composizione di quello nazionale, con eventuali altre soggettivitá locali che vorranno aderire. È in corso di formazione un gruppo di avvocati e giuristi che provvederanno alla presentazione dei ricorsi nelle corti d´appello con un testo che verrá reso noto al piú presto.
Coordinamento Democrazia Costituzionale-Catania-

Giuffrè: ”Su Ilardo la soffiata dal tribunale di Caltanissetta” da: antimafia duemila

giuffre antoninoI verbali del pentito depositato al processo sull’omicidio del confidente
di Aaron Pettinari
Bernardo Provenzano sarebbe stato informato sul ruolo di confidente svolto da Luigi Ilardo, boss mafioso di spicco della famiglia di Caltanissetta cugino del capomafia Giuseppe Piddu Madonia, direttamente dall’ambiente giudiziario del tribunale nisseno. A dichiararlo è il pentito Nino Giuffrè, interrogato lo scorso dicembre dai pm Pasquale Pacifico e Rocco Liguori, titolari dell’inchiesta sui mandanti occulti dell’omicidio compiuto davanti casa la sera del 10 maggio 1996, a Catania, in via Quintino Sella.
Il verbale è stato depositato al processo sull’omicidio che vede imputati Giuseppe Madonia, capo della famiglia di Caltanissetta, Maurizio Zuccaro, Benedetto Cocimano e Enzo Santapaola, esponenti di spicco di Cosa Nostra catanese.

Ilardo non era uno qualunque. Pochi mesi prima, il 31 ottobre del 1995, aveva fornito al colonnello del Ros Michele Riccio tutte le indicazioni sul covo di Bernardo Provenzano, in un casolare nelle campagne di Mezzojuso, vicino Palermo. Nonostante le indicazioni il blitz non venne realizzato e proprio questa vicenda è oggi uno dei punti cardine del processo d’appello che a Palermo vede imputati gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu. I due militari sono accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per aver volontariamente fatto saltare il blitz di Mezzojuso.
Secondo quanto riferito da Giuffrè, che doveva essere sentito ieri in dibattimento, Bernardo Provenzano sapeva che Gino Ilardo era una “spia” dei carabinieri ancor prima del suo omicidio. Un dettaglio che aveva già riferito durante un’udienza del processo d’appello Mori-Obinu e che è particolarmente inquietante se inserito nell’ambito dell’organizzazione del delitto.
“Se la memoria non mi inganna – ha detto l’ex boss di Caccamo – mi disse in modo esplicito che era sicuro del fatto che Ilardo fosse un confidente perché la notizia gli era stata fatta dal Tribunale di Caltanissetta”. Uno “spiffero” di cui il pentito parlava già nel 2010.
Dichiarazioni che fanno il paio con quelle del colonnello Michele Riccio che aveva parlato proprio di una fuga di notizie sulla fonte “Oriente” proprio dagli uffici giudiziari di Caltanissetta.
Giuffré, alla domanda dei pm sul perché non avesse riferito prima certe circostanze ha risposto dche “evidentemente ho messo a fuoco la circostanza dopo l’ultima volta che ho parlato con Scarpinato (magistrato, ndr)”.
Il pentito ha detto di aver parlato con Provenzano di Ilardo nell’inverno del 1995 ma ha aggiunto di non sapere chi fosse la fonte delle informazioni, ma di sapere “con certezza che Piddu Madonia aveva degli agganci all’interno del Tribunale di Caltanissetta”.
“Provenzano era molto preoccupato – ha riferito ai pm catanesi – e ci invitava a stare molto attenti a non essere pedinati e alle telecamere e microspie. Era diventata una preoccupazione quasi maniacale”. Il boss corleonese avrebbe chiesto a Giuffrè di evitare anche di andare al rifugio di Mezzojuso poi gli affidò il compito di uccidere Ilardo avvalendosi per il delitto dei fratelli Michele, Franco e Placido Pravatà.
Giuffré aveva già pianificato ogni cosa, anche il luogo doveva essere ucciso. “Il luogo doveva essere il mio mandamento perché lo conoscevo meglio. Optammo per Sclafani Bagni perché facilmente accessibile da più strade” ha detto il collaboratore di giustizia. Quel progetto, però, non venne attuato e Ilardo fu ammazzato a Catania. Secondo quanto scritto dal Gip Marina Rizza nell’ordinanza di custodia cautelare “l’uccisione di Gino Ilardo avrebbe subito un’accelerazione” dopo la riunione a Roma in cui il confidente espresse la volontà di diventare collaboratore di giustizia.

PRESENTATI IN CASSAZIONE DUE QUESITI PER OTTENERE REFERENDUM ABROGATIVI DELL’ITALICUM da: libertà e giustizia

PRESENTATI IN CASSAZIONE DUE QUESITI PER OTTENERE REFERENDUM ABROGATIVI DELL’ITALICUM

Questa mattina una delegazione del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ha presentato alla Corte di Cassazione due quesiti per l’effettuazione di altrettanti referendum abrogativi della legge elettorale recentemente approvata dalla attuale maggioranza parlamentare (italicum).

Il CDC, sentito il parere di numerosi costituzionalisti, ritiene che la nuova legge non rispetti la sentenza della Corte Costituzionale (la n. 1 del gennaio 2014) che ha dichiarato lncostituzionale il cosiddetto ‘porcellum’ e in realta’ ne riproponga gli inaccettabili effetti distorsivi ipermaggioritari che porterebbero nuovamente alla composizione di un Parlamento non rispondente alla volontà espressa dagli elettori e dalle elettrici. Viene così tradito il principio della rappresentanza, fondamento di qualunque sistema democratico.

I quesiti presentati chiedono in particolare:

– la restituzione ai cittadini del potere di scegliere i propri rappresentanti, mediante la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capi-lista nei vari collegi e della facoltà loro concessa di candidature plurime (fino a 10), che consente alle segreterie di partito il potere di nominare gran parte dei deputati;

– l’abbandono del meccanismo del ‘premio’, che assegna di fatto la maggioranza assoluta alla lista (cioè al partito) che ottiene il 40% dei voti, e del ‘ballottaggio’, che amplifica gli effetti negativi del ‘premio’, assegnandolo alla lista che, pur non avendo ottenuto nemmeno il 40%, vince il secondo turno indipendentemente dal numero dei votanti; si potrebbe così assegnare un potere assolutamente sproporzionato a un partito che avesse ottenuto meno del 25% (per esempio) dei consensi. Il quesito è volto a ristabilire l’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto di voto e ad assicurare il carattere rappresentativo della assemblea parlamentare.

Il CDC ritiene indispensabile che su un provvedimento così gravemente lesivo del dettato costituzionale, approvato da una maggioranza raccogliticcia di un Parlamento la cui legittimità è stata messa in discussione dalla citata sentenza della Corte costituzionale, siano chiamati a esprimersi gli elettori, soprattutto per le conseguenze gravissime che deriverebbero dalla eventuale approvazione anche delle modifiche costituzionali attualmente all’esame del Parlamento. Si verrebbe così a creare una intollerabile concentrazione di potere nelle mani del leader del partito vincente, privo di controlli e garanzie per le minoranze parlamentari (che rappresenterebbero però la maggioranza degli elettori).

Il CDC intende quanto prima procedere alla attivazione del comitato referendario, invitando alla collaborazione tutte le organizzazioni e i cittadini che condividono le sue preoccupazioni e intendono far valere la sovranità assegnata loro dall’articolo 1 della Costituzione.

I nuovi lager. L’incubo dei migranti nei campi di concentramento libici da: l’huffngtonpost

Scrittrice, blogger, giornalista

Li incontri nei porti, i volti emaciati, i corpi denutriti e sull’orlo di spezzarsi, come le loro anime. Sopravvissuti agli abusi dei campi di detenzione libici, nei cui cortili ancora oggi, migliaia di migranti subsahariani sono rinchiusi.

Picchiati, seviziati, lasciati morire di fame, di stenti e di malattie.

Gli uni accasati sugli altri, le gambe e ginocchia raccolte, con i corpi divorati dalla scabbia per via dell’estrema vicinanza in cui sono costretti a vivere. Le ferite aperte e infette. Siffatti luoghi somigliano terribilmente ai lager (avrete tutti visto le immagini dei servizi della BBC, di VICE e, delle Iene), ma nessuno si muove per fermare un genocidio a connotazione sempre più razziale.

Guardo quei piedi feriti, martoriati cruentemente da armi da fuoco, bastoni e sbarre di metallo. Afferro le ferite nell’anima. Alcuni dei migranti sono impazziti dagli abusi in Libia, e sul porto i sanitari si muovono per i Tso, verso i reparti psichiatrici. O quando qualcuno degli uomini è in gravi condizione di denutrizione, viene condotto verso il Pronto Soccorso degli ospedali siciliani.

È in corso un vero e proprio sterminio di popoli subsahariani in Libia, tenuto nascosto per anni: esseri umani uccisi, sequestrati, torturati lasciati morire di epidemie, abbandonati al loro destino senza essere curati; addirittura vediamo sempre più persone con fratture agli arti inferiori, perché gettati dai piani dei palazzi, dove sono costretti ai lavori forzati, quando si ribellano o non pagano i soldi richiesti. Tecniche di eliminazione che ha sempre più una connotazione razziale, contro i migranti neri in Libia.

Dai campi di concentramento libici – uso la parola a proposito – le testimonianze sono agghiaccianti. Ogni tanto qualcuno sparisce. ”C’è chi riesce a pagare – racconta Adamo somalo – la ‘cifra’ richiesta dai poliziotti e dalle guardie per scappare, ma coloro che riescono ad andar via in questa maniera sono pochi; gli altri si ammalano, e quando non li vedi più, sai che sono spariti per sempre”.

Demba, 28 anni, gambiano: ”In carcere, in Libia, ho visto morire un amico di tubercolosi, perché non l’hanno soccorso e curato. Un giorno trascorso in Libia basta a trasformare un uomo. Qua è l’inferno, non puoi camminare senza venire sequestrato, picchiato o ucciso”.

E poi, sono da menzionare le decine di donne somale e eritree stuprate da poliziotti e milizie libiche (apprendiamo quei stupri collettivi da parte dai racconti dei loro compagni di viaggio, perché è difficile che le donne violentate raccontino le loro terribili esperienze subite in Libia). Sono stupri invisibili, di cui nessuno parla, che riemergeranno solo se verranno adeguatamente curate. Nemmeno il grandissimo documentario-denuncia di Dagmawi Yimer, Come un uomo sulla terra, era riuscito a suscitare indignazione nell’opinione pubblica italiana e solidarietà verso queste donne, stuprate ad un passo da casa nostra, e a questi uomini massacrati in campi sotto l’egida delle Nazione Unite e con tasse dei cittadini italiani.

Le storie di abusi che ho avuto modo di ascoltare, raccontano solo la punta dell’iceberg di tutta una serie di abusi, sequestri, torture di massa perpetrate ai danni dei migranti, soprattutto subsahariani, in Libia. È in corso uno sterminio che assume sempre più una connotazione razziale: uomini abusati o uccisi, solo perché neri.

Non a caso l’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari umanitari (OCHA), in un Rapporto sulla Libia diffuso il 2 ottobre scorso, ha finalmente dichiarato: “I circa 250.000 rifugiati, richiedenti asilo, presenti in Libia sono quelli più bisognosi di protezione, dal momento che il loro status li rende particolarmente vulnerabili ad abusi, emarginazione e sfruttamento”.

Ma invece di organizzare corridoi umanitari e assicurare la protezione internazionale a queste persone ormai intrappolate in Libia, che non hanno alcuna possibilità di tornare indietro verso i loro paesi di origine e che sono destinate ad essere vittime di torture nei centri di detenzione, l’Ue accelera per converso l’intervento militare e passa alla fase 2 di EuNavForMed contro i presunti e cosiddetti scafisti, non esitando a bombardare i barconi in cui i migranti affrontano il più difficile dei viaggi della speranza. Intanto, la violazione massiccia dei diritti a cui i migranti sono quotidianamente esposti, unita al serio rischio che costoro corrono di rimanere uccisi in Libia, spiega il motivo perché in tanti preferiscono imbarcarsi verso l’Europa per aver salva la pelle.

Se sopravvissuti alla trappola libica, e se non scomparsi in mare, i migranti approderanno infine nei porti, nei quali avrebbero bisogno di trovare un’accoglienza e una protezione straordinarie. L’Ue, al contrario, organizza il loro rimpatrio. Rimpatria sopravvissuti ai lager, verso i lager da cui sono fuggiti.

Ravensbruck, il campo delle reiette da: il manifesto.it

Intervista. Un incontro con la scrittrice e giornalista inglese Sarah Helm, ospite a Forlì del 900 Fest, festival europeo di storia del Novecento. Il suo libro sul lager nazista per sole donne, «Il cielo sopra l’inferno», è uscito per Newton Compton

Donne polacche nel campo di Ravensbruck

È stato l’orrore nazi­sta decli­nato al fem­mi­nile, Raven­sbruck, il campo di con­cen­tra­mento per sole donne, aperto nel mag­gio 1939 a nord di Ber­lino. Vi veni­vano rin­chiuse e tor­tu­rate donne defi­nite aso­ciali: senza fissa dimora, malate di mente, disa­bili, testi­moni di Geova, oppo­si­trici poli­ti­che, atti­vi­ste della resi­stenza, comu­ni­ste, zin­gare, lesbi­che, vaga­bonde, pro­sti­tute, men­di­canti, ladre, e, solo in minima parte, ebree. Donne con­si­de­rate di razza infe­riore e reiette che anda­vano cor­rette, punite ed estir­pate dalla società per evi­tare che con­ta­gias­sero gli ariani. Una strut­tura voluta da Himm­ler e da cui in sei anni tran­si­ta­rono circa 130mila pri­gio­niere, pro­ve­nienti da più di venti paesi euro­pei. Si stima che le vit­time furono fra le trenta e le novan­ta­mila donne, un dato incerto per la scarsa docu­men­ta­zione rima­sta dopo che le carte furono distrutte per insab­biare i cri­mini com­piuti alla vigi­lia della libe­ra­zione. Nel campo le donne subi­rono sevi­zie, espe­ri­menti medici, tor­ture, ste­ri­liz­za­zioni e aborti, ese­cu­zioni som­ma­rie oltre a ritmi este­nuanti di lavori for­zati. Dal campo di Mal­chow, un sot­to­campo di Raven­sbruck, fu libe­rata nel ’45 l’italiana Liliana Segre.

La sto­ria dell’unico campo di con­cen­tra­mento fem­mi­nile, rima­sta per molti anni nell’ombra, è al cen­tro del libro Il cielo sopra l’inferno (titolo ori­gi­nale If this is a Woman, para­fra­sando Primo Levi) della gior­na­li­sta inglese Sarah Helm, da poco uscito in Ita­lia, edito da New­ton Comp­ton. L’autrice è stata ospite a Forlì del 900 Fest, festi­val euro­peo di sto­ria del Nove­cento, sul tema delle donne nei totalitarismi.

Per­ché ha deciso di rac­con­tare la sto­ria di Raven­sbruck?
Avevo già scritto di Vera Atkins, straor­di­na­ria ebrea tede­sca che lavo­rava per l’intelligence bri­tan­nica a un’operazione segreta voluta da Chur­chill, reclu­tando e adde­strando donne a para­ca­du­tarsi in Fran­cia per aiu­tare la resi­stenza. Dopo la cat­tura, le agenti non tor­na­rono più e non furono mai cer­cate. Atkins seguì le loro tracce, que­ste la por­ta­rono a Raven­sbruck, dove molte erano state rin­chiuse. Rac­colse molte testi­mo­nianze e il pro­cesso per cri­mini di guerra per­pe­trati nel campo fu istruito dalle auto­rità bri­tan­ni­che gra­zie alle sue ricerche.

Che attua­lità assume oggi que­sto rac­conto a distanza di settant’anni?
Le testi­mo­nianze, le sof­fe­renze e il corag­gio di quelle donne sono cen­trali. È una sto­ria rima­sta ai mar­gini dei mar­gini. Si è trat­tato di un cri­mine con­tro l’umanità. Le donne furono tor­tu­rate, fatte sof­frire in maniera inau­dita, sepa­rate dai bam­bini che videro morire sotto ai loro occhi. Fu com­piuta una ste­ri­liz­za­zione di massa, oltre ad aborti atroci. A Raven­sbruck i nazi­sti pra­ti­ca­rono il con­trollo della ripro­du­zione, fu un labo­ra­to­rio per appli­care sui loro corpi vari metodi e stu­diare come rea­gi­vano ai trat­ta­menti. Le vit­time pra­ti­ca­rono sistemi di soprav­vi­venza estremi e uno straor­di­na­rio corag­gio. Si rea­liz­za­rono forme di soli­da­rietà da parte delle dot­to­resse del campo e di pic­coli gruppi di soste­gno a chi aveva perso i fami­liari. Si creò un’anomala forma di società. Le guar­die erano donne, altro aspetto non tra­scu­ra­bile, i cri­mini quindi erano com­messi da donne sulle donne. Aver mar­gi­na­liz­zato la sto­ria di Raven­sbruck ha signi­fi­cato accan­to­nare que­sta cru­deltà. La più ter­ri­bile sto­ria di orrore fu appli­cata nella stanza dei bam­bini. Le Ss cer­ca­rono di pre­ve­nire ed evi­tarne la nascita: vole­vano far estin­guere le razze con­si­de­rate infe­riori, ma verso la fine della guerra, nel 1944, le pri­gio­niere in stato di gra­vi­danza rag­giun­sero numeri tali che la situa­zione sfuggì al con­trollo e non si riu­scì più a pra­ti­care in tempo la ste­ri­liz­za­zione né l’aborto. Si per­mise di far nascere i bam­bini nella con­sa­pe­vo­lezza che sareb­bero morti. Dif­fi­cile imma­gi­nare qual­cosa di più cru­dele: per­met­tere alle donne di dare alla luce i loro pic­coli per vederli morire di stenti. A Raven­sbruck que­sta è forse stata una delle più orri­bili azioni di cru­deltà nazi­sta che era asso­lu­ta­mente neces­sa­rio ricordare.

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Cosa rende atro­ce­mente spe­ciale e diverso dagli altri il campo nazi­sta di Raven­sbruck?
La capa­cità delle donne di resi­stere e com­bat­tere con­tro quello che stava acca­dendo. Soprav­vi­vere. È una sto­ria di corag­gio, deter­mi­na­zione e volontà. Le gio­vani stu­den­tesse polac­che di Lublino, ad esem­pio, arri­vate nel 1941, e scelte per gli espe­ri­menti medici. I coni­gli, come furono sopran­no­mi­nate per la loro anda­tura zop­pi­cante, subi­rono atroci espe­ri­menti alle gambe. Himm­ler chiese ai dot­tori di ricreare le con­di­zioni dei campi di bat­ta­glia, le ragazze furono muti­late e infet­tate con la gan­grena gas­sosa per testare i far­maci che pote­vano essere effi­caci per i sol­dati. Le testi­mo­nianze degli espe­ri­menti sono det­ta­gliate. Una gio­vane polacca volle far sapere al mondo quello che stava acca­dendo gra­zie alla scrit­tura con un inchio­stro invi­si­bile usato a mar­gine delle let­tere indi­riz­zate alla fami­glia. Le mis­sive rag­giun­sero i parenti, in par­ti­co­lare una madre a capo di un gruppo di resi­stenza a Lublino che mandò le infor­ma­zioni alla Sve­zia che le girò a Lon­dra che, a sua volta, le inviò al comi­tato inter­na­zio­nale della croce rossa sviz­zera, che tut­ta­via le ignorò. Que­sto ebbe con­se­guenze ter­ri­bili. Dopo la fuga di noti­zie però nel campo fu deciso di ridurre gli esperimenti.Il rac­conto delle effe­ra­tezze com­piute ai Raven­sbruck ha inse­gnato qual­cosa alle gene­ra­zioni future?
Vor­rei rispon­dere di sì, ma non posso. Molte delle donne inter­vi­state non ave­vano mai par­lato prima. Pen­sa­rono che la loro testi­mo­nianza fosse neces­sa­ria per impe­dire che la bar­ba­rie si ripe­tes­sero, ma non è stato così. Le con­ven­zioni di Gine­vra per la pro­te­zione dei civili sono con­ti­nua­mente igno­rate. Basti guar­dare a cosa accade in Siria, nes­suno si sta impe­gnando per pro­teg­gere la popo­la­zione, lo stesso è avve­nuto con i bom­bar­da­menti a Gaza l’estate scorsa. La mia impres­sione è che si stia regre­dendo e non si sia impa­rato nulla da ciò che è suc­cesso in passato.

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Milena Jesenskà

Nel campo fini­rono donne con­si­de­rate arbi­tra­ria­mente peri­co­lose, deboli, reiette. Que­sto fa pen­sare che nes­suna possa dirsi mai al sicuro…
È vero, chiun­que potrebbe finire in un campo come quello. Il regime nazi­sta arre­stava donne di ogni estra­zione, ori­gine, nazio­na­lità e colore. C’erano con­tesse fran­cesi, senza fissa dimora, pro­sti­tute, espo­nenti della resi­stenza, donne dell’armata rossa, infer­miere. Molte scrit­trici, gior­na­li­ste, arti­ste, come Milena Jesen­skà, intel­let­tuale ceca che fu amante di Kafka. Oggi non viviamo sotto la minac­cia nazi­sta, ma biso­gna man­te­nere alta l’attenzione. Vivere in una demo­cra­zia, avere libertà di espres­sione, non mette al riparo da derive peri­co­lose, come non si può igno­rare ciò che ci accade intorno. La rea­liz­za­zione del libro è stato un pro­cesso lungo e lento, come met­tere insieme diversi tas­selli di un puzzle. Con­vi­vere con una sto­ria così ter­ri­bile per tanto tempo è stato pos­si­bile gra­zie agli incon­tri con per­sone che mi sono state di grande ispi­ra­zione. Come le donne dell’Armata rossa, impe­gnate per difen­dere la Cri­mea poi tra­dite da Sta­lin, cat­tu­rate, por­tate a Raven­sbruck e dimen­ti­cate. Sono rima­ste unite, gui­date da Euge­nia Klemm, un’insegnante di sto­ria di Odessa, che le ha aiu­tate a soprav­vi­vere. Tor­nate in Urss sono state di nuovo rin­chiuse per­ché accu­sate di col­la­bo­ra­zio­ni­smo con il regime nazi­sta, man­date in Sibe­ria o uccise e per­se­gui­tate. La loro sto­ria è rima­sta sepolta fin­ché non ne ho rin­trac­ciate alcune, felici di rac­con­tarmi quello che ave­vano vis­suto. Per il pros­simo libro, fra i vari pro­getti, vor­rei invece occu­parmi di Gaza.

Processo trattativa Stato-Mafia da: antimafia duemila

Leghe, eversione nera e Sicilia libera, un’unica trama per condizionare il Paese

aula bunker ucciardone4di Aaron Pettinari
Al processo trattativa Stato-mafia le indagini sui movimenti indipendentisti
Non solo la presenza di Marcello Dell’Utri a Roma, nel mese di gennaio, pochi giorni prima del fallito attentato allo Stadio Olimpico. Altro capitolo affrontato giovedì mattina dai pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, ha riguardato le indagini compiute dalla Dia, descritte in un’annotazione del gennaio 1998, sul fenomeno dei movimenti indipendentisti negli anni che vanno dal 1989 al 1993. Nel merito è stato ascoltato il generale Mario Serafini, oggi in pensione, che ha sviluppato quel lavoro di analisi. “In particolare ci concentrammo sull’evoluzione del fenomeno leghista nelle regioni centro meridionali – ha spiegato in aula – acquisendo programmi ed informazioni sui convegni e sui personaggi coinvolti in base alle richieste delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Parte di questo materiale informativo venne offerto anche dall’allora Sisde. Di fatto emergevano con tutta chiarezza legami che avevano origine tra i movimenti federalisti del Nord Italia, la lega Veneta, la Lombarda, poi divenuta Lega Nord, che poi arrivarono fino al centro ed il sud”. Il disegno che veniva sviluppato era chiaro, promosso anche in alcuni interventi, già nel settembre 1990, dello stesso leader della Lega Nord, Umberto Bossi, ovvero estendere il progetto federalista per creare uno Stato federale Italiano articolato in tre aree geografiche con caratteristiche di sviluppo omogenee.

Il contesto storico-politico
A “sposare” l’idea federalista di Bossi vi sono figure di primo piano, come ex monarchici, ex soggetti vicini al mondo dell’eversione nera e a quello della massoneria. Proprio nel 1990 nascevano la Lega centro e la Lega sud su iniziativa di Cesare Crosta, ex magistrato della Corte dei conti un un passato politico con il Partito nazionale monarchico e poi segretario politico del Partito nazionale democratico. E sempre in quegli anni nella creazione di Leghe si dimostrava particolarmente attivo anche Stefano Menicacci, iscritto nel Movimento sociale Italiano dal 1948, più volte candidato con la Liga Veneta e con un “passato di primo piano negli ambienti degli attivisti della destra estrema”, legale di Stefano Delle Chiaie e suo socio in un’attività import-export, ma anche legale del leader della Liga Veneta Franco Rocchetta. Due “correnti”, quella di Crosta e di Menicacci, che in alcune zone si sono trovate contrapposte ed in altre sono persino arrivare a fondersi.
Se c’è un dato che non può essere sottovalutato, emerso durante l’esame del generale Serafini, è il rapporto che Menicacci e Paolo Bellini, ex “Primula Nera” ed esponente di Avanguardia nazionale e latitante per un periodo in Brasile con il nome di Roberto Da Silva, trafficante di mobili d’arte e indagato per la strage alla stazione di Bologna. Un soggetto, quest’ultimo, che ha avuto rapporti con Cosa nostra proprio nel periodo delle stragi. E sempre nel 1991 nasce la Lega nazionale Popolare di Stefano Delle Chiaie a cui parteciparono anche soggetti come Roberto Biliardo, Adriano Tilgher, Giulio Mammoliti, Tomaso Staiti di Cuddia, soggetti noti nell’ambito di attività investigative che hanno riguardato l’eversione e lo stragismo nero.
Dato sicuramente d’interesse è un comizio svolto in Sicilia il 22 dicembre 1991 a Ragusa, dove assieme a Delle Chiaie parteciparono Giulio Mammoliti, Stefano Lo Monaco ed anche Domenico Romeo.

Autonomia e eliminazione di leggi eccezionali
Singolare è il programma politico di questa Lega per le Regioni del Sud Italia. “Vi sono dei punti programmatici – ha riferito in aula il teste – E’ importante dire che sono riportati da una pubblicazione che si chiamava ‘Il Punto’ di Delle Chiaie e vi sono l’estensione di tutti gli enti regionali del Sud dei poteri previsti dagli Statuti speciali, l’attuazione della legge sulle autonomie locali, ed una sostanziale attribuzione alle Regioni del sud di un’autonomia tributaria. Al secondo punto, poi, vi è un riferimento all’eliminazione di ogni ‘legge eccezionale’”.
Altro movimento di interesse riguarda poi la nascita della “Lega meridionale Centro-Sud-Isole” di estrazione massonica. Fondatori erano Giorgio Paternò, Cosimo Donato Cannarozzi, Enzo Alcida Ferraro ed Egidio Lanari. Quest’ultimo era in rapporti con il “padre” della P2, Licio Gelli, a cui offrì una candidatura nelle file del partito, così come fece con Vito Ciancimino in un noto convegno all’Hotel “Midas” di Roma, l’undici novembre del 1990.
Una lega, quella di Lanari, che aveva nel suo progetto politico un programma specifico sulla legislazione antimafia. “Il Lanari già nel maggio 1990 – ha detto il teste facendo sempre riferimento ai documenti analizzati – aveva proposto un referendum di abrogazione della legge ‘Rognoni La Torre’ (che introduceva il 416 bis, il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni, ndr) ed un’iniziativa per vietare ai magistrati di fare politica ed essere iscritti ai partiti. Nel documento del Sisde viene riferito che la Rognoni-La Torre veniva considerata come penalizzante per le imprese meridionali. E di questo parlarono anche ad un convegno all’hotel Jolly di Palermo il 6 aprile 1991 con il referendum abrogativo che era stato persino depositato in Cassazione”.
Ed è singolare che i punti proposti dalle due leghe (quella di Lanari e di Delle Chiaie) vi erano punti simili a quelle richieste inserite nel noto papello di Riina dove, per l’appunto, compaiono la revisione della legge “Rognoni – La Torre”, e la richiesta di “Levare tasse carburanti, come Aosta” inserite nell’elenco al punto tre e al punto dodici.
Rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia l’ex generale ha anche confermato che al convegno dell’Hotel Jolly venne avanzata la proposta di candidatura nei confronti de “Il Papa” Michele Greco. “Un’iniziativa – come scritto nell’annotazione della Digos di Taranto – già preannunciata il 2 marzo 1991 quando venne criticato il governo in un altro convegno a Taranto. Uno degli organizzatori aveva criticato il Governo, responsabile di aver emanato il decreto che aveva ricondotto in stato di detenzione numerosi detenuti da poco scarcerati tra cui vi era lo Stesso Michele Greco”. Alla domanda se poi quella fosse una candidatura provocatoria come conseguenza della legge che aveva rimesso in carcere gli scarcerati del maxi il teste ha risposto in maniera affermativa. L’ennesimo elemento che dimostra come all’epoca, tra questi movimenti politici e l’organizzazione criminale Cosa nostra vi fosse una relazione forte.

La nascita di Sicilia Libera
Nella nascita delle varie leghe un dato importante è quello della ricorrenza dei nomi. Incrociando alcuni di questi, infatti, si capisce come si è arrivati alla nascita del progetto Sicilia Libera, il movimento indipendentista appoggiato in primissima persona da Cosa nostra, poi abortito in un secondo momento.
Tra i nomi presenti, come segretario provinciale di Catania, nella Lega di Lanari vi è un nome importante, quello di Antonino Strano, mentre come Capo segreteria della Sicilia vi era Giuseppe Lipera. Figure che poi hanno avuto un ruolo nella fondazione di Sicilia Libera Catania, il 28 ottobre 1993, assieme a Gaspare Di Paola. In particolare, riferendosi ad Antonino Strano, il teste ha ribadito che erano stati fatti ulteriori accertamenti dai quali emergeva un contatto tra quest’ultimo e Pietro Rampulla, non uno qualsiasi, ma noto per essere stato l’artificiere di Capaci. Un collegamento inquietante che resta sullo sfondo del movimento politico che avallava una sorta di separatismo siciliano e che tra gli elementi di propaganda portava avanti anche un progetto di liberalizzazione del gioco d’azzardo sull’Isola.
Risultano poi dei contatti nel dicembre del 1993 tra Ferdinando Platania, soggetto indicato anche da diversi pentiti ed iscritto a Sicilia Libera, e Marcello Dell’Utri, come si ricava dall’analisi dell’agenda dell’ex senatore condannato per concorso esterno.
Per quanto riguarda Sicilia Libera Palermo, invece, costituita l’8 ottobre 1993, ha avuto tra i fondatori Vincenzo Edoardo La Bua, Bernardina Ricciardi, Egisto Lo Bosco e Tullio Cannella, oggi collaboratore di giustizia e già sentito in dibattimento nel dicembre 2014. “Tra il 1992 ed il 1993 c’era una grande delusione per la vecchia politica che non aveva mantenuto gli impegni presi – aveva raccontato allora – Leoluca Bagarella diceva che Totò Riina nei confronti di questi personaggi era sempre stato troppo buono. Bagarella aveva capito che serviva un partito che fosse diretta espressione di Cosa nostra, non bastava più affidarsi ai singoli personaggi. Quindi mi diede l’incarico di costituire il partito ’Sicilia libera’, nella fine del 1993, con obiettivi separatisti”. Poi, nel 1994, Cosa nostra cambiò strategia. Ed è sempre Tullio Cannella ad averne parlato: “Il nuovo movimento partecipa alle comunali a Palermo ed alle provinciali a Catania. Alle politiche però ci fu un discorso diverso. Bagarella già sapeva da qualche tempo che c’era Silvio Berlusconi che stava per scendere in politica con un nuovo partito e i voti furono dirottati su Forza Italia. Tutto avvenne in maniera naturale. Fu abbandonato per il momento contingente e vari personaggi vicini a Cosa nostra furono inseriti nelle liste di Forza Italia”.

Frequenze tv, Tsipras sfida gli oligarchi Fonte: Il ManifestoAutore: Teodoro Andreadis Synghellakis

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Syriza ha voluto fare un comu­ni­cato ad hoc, per pre­ci­sare che «il dise­gno di legge che è stato pre­sen­tato in par­la­mento, rap­pre­senta il passo neces­sa­rio per la rego­la­men­ta­zione del set­tore radio­te­le­vi­sivo», poi­ché, dopo ven­ti­cin­que anni, «arri­ve­ranno delle regole tra­spa­renti, capaci di garan­tire real­mente il fun­zio­na­mento delle tv e delle radio del paese». Ale­xis Tsi­pras era stato chiaro, in cam­pa­gna elet­to­rale aveva pro­messo che que­sta sarebbe stata una delle prio­rità del governo, ed ora non vuole smentirsi.

Nel nuovo prov­ve­di­mento che dovrebbe essere votato entro domani dal par­la­mento di Atene, ven­gono poste le basi per dei limiti reali riguardo al pos­sesso di canali tele­vi­sivi pri­vati. Per assi­cu­rarsi le licenze, i pro­prie­tari dovranno pagare delle cifre cor­ri­spon­denti ai prezzi di mer­cato, e non con­tri­buti sim­bo­lici come avve­nuto sino ad ora.

Prima quanto dovuto alla Stato

Le emit­tenti tele­vi­sive potreb­bero essere, a quanto si apprende, da cin­que a otto, e le licenze ver­ranno con­cesse dal Con­si­glio Nazio­nale Radio­te­le­vi­sivo, tra­mite un con­corso internazionale.

Vi potrà par­te­ci­pare solo chi ha ver­sato quanto dovuto allo stato. Par­ti­co­lare non tra­scu­ra­bile, dal momento che molti canali tele­vi­sivi greci sono seria­mente espo­sti, sia verso le ban­che, che nei con­fronti del mini­stero dell’economia. «Il governo è pronto ad appli­care quanto pro­messo, a creare una realtà chiara e tra­spa­rente», ha dichia­rato la por­ta­voce del governo, Olga Jero­vas­sìli, la quale ha aggiunto che «il numero dei per­messi sarà cer­ta­mente limi­tato, pro­por­zio­nato a quella che è la realtà del mer­cato ellenico».

La garan­zia di tra­spa­renza, secondo il governo, verrà data dall’obbligo, per gli azio­ni­sti che deter­ranno più dell’1% del capi­tale com­ples­sivo, di poter acqui­stare solo delle azioni nomi­nali. Allo stesso tempo, la dif­fu­sione del segnale digi­tale, smet­terà di essere un van­tag­gio esclu­si­va­mente in mano ai pri­vati, e la tv pub­blica ERT acqui­sterà, in que­sto set­tore di fon­da­men­tale impor­tanza, piena autonomia.

Molto verrà defi­nito in seguito dai mini­stri com­pe­tenti, ma l’intenzione pri­ma­ria del governo è non per­met­tere agli oli­gar­chi del sistema media­tico, di con­ti­nuare a creare un do ut des non chiaro e dif­fi­ci­lis­simo da con­trol­lare, attra­verso appalti pub­blici, società di costru­zioni, il pos­sesso di flotte e squa­dre di cal­cio. Lo scopo, cioè, è riu­scire a scar­di­nare un sistema di potere che ha garan­tito favori reci­proci, comodi silenzi e soste­gni, a volte assai inspie­ga­bili. Prova ne è la deci­sione della quasi tota­lità del sistema dell’informazione, nel luglio scorso, di schie­rarsi a favore del «sì» al refe­ren­dum, con­tra­stando dura­mente la linea del governo Tsi­pras, che chie­deva di dire «no» ad una auste­rità sem­pre più selvaggia.

I car­roz­zoni ban­cari e politici

«La radice di gran parte dei pro­blemi si trova in car­roz­zoni non soste­ni­bili, nei pre­stiti, in un gro­vi­glio sot­ter­ra­neo di inte­ressi e di scambi col sistema ban­ca­rio e poli­tico», ha dichia­rato il mini­stro alla pre­si­denza Nikos Pap­pàs, uno dei più stretti col­la­bo­ra­tori di Ale­xis Tsipras.

Il Quo­ti­diano dei Redat­tori (Efi­me­rida Syn­tak­ton) sot­to­li­nea che ci potranno final­mente essere dei con­trolli reali sulla pro­ve­nienza dei capi­tali inve­stiti nel set­tore radio­te­le­vi­sivo, garan­tendo anche i diritti di chi lavora nella varie imprese del set­tore. In un momento in cui, tra l’altro, tutte le grandi reti tele­vi­sive del paese, stanno chie­dendo coni insi­stenza ai pro­pri dipen­denti di accet­tare nuovi tagli agli sti­pendi, che rispetto a cin­que anni fa (per chi è riu­scito a man­te­nere il pro­prio posto di lavoro) sono stati decur­tati di più del 30%.

È arri­vato il pre­si­dente francese

Ieri, nel frat­tempo, è arri­vato ad Atene per una visita di due giorni, il pre­si­dente fran­cese Fran­cois Hol­lande. È stato accolto da Ale­xis Tsi­pras all’aeroporto Elef­thè­rios Veni­zè­los e subito dopo ha incon­trato il pre­si­dente della repub­blica, Pro­kò­pis Pavlò­pou­los. Come è noto, la Fran­cia ha soste­nuto atti­va­mente Atene nel corso delle trat­ta­tive con i cre­di­tori, man­dando in Gre­cia anche dei pro­pri tec­nici per aiu­tare il governo elle­nico a for­mu­lare le con­tro­pro­po­ste finali.

Nel nuovo incon­tro di oggi con Tsi­pras e nel corso del suo inter­vento al par­la­mento di Atene, ci si attende che Hol­lande riba­di­sca il suo soste­gno alla neces­sità di un alleg­ge­ri­mento del debito pub­blico greco, e che fac­cia anche dei rife­ri­menti di sostanza alla neces­sità di un’ Europa più demo­cra­tica e solidale.

Il manifesto della sinistra Pd, quasi ex Fonte: Il ManifestoAutore: Daniela Preziosi

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No, non si può par­lare di scis­sione nean­che que­sta volta. E non solo per­ché Roberto Spe­ranza, gio­vane lea­der man­cato dell’altrettanto man­cato rin­no­va­mento dell’area ber­sa­niana, non accetta «nean­che di sen­tirla nomi­nare» e così il gruppo di una mino­ranza Pd bersanian-cuperliana in piena voca­zione mino­ri­ta­ria e pro­fonda crisi di iden­tità. Non se ne può par­lare per­ché, al momento, i numeri della pros­sima migra­zione dal Pd verso il deserto della sini­stra, data per immi­nente, restano incerti e comun­que magri.

Se n’è discusso lunedì sera in un «ape­ri­cena» in un locale vicino alla camera. Pre­senti molti della mino­ranza Pd, i più cri­tici, i più tor­men­tati dall’idea di lasciare il par­tito ma anche da quella di restarci dopo aver espresso, come stanno medi­tando di fare alcuni, l’ennesimo no: no alla riforma costi­tu­zio­nale, che sta per appro­dare a Mon­te­ci­to­rio, e no alla legge di sta­bi­lità, che si voterà a dicem­bre. Gli invi­tati all’informalissimo appun­ta­mento, con­vo­cati con un pas­sa­pa­rola con­fi­den­ziale, erano meno di una ven­tina, i cui nomi sareb­bero coperti da un patto di discre­zione: in molti sono sin­ce­ra­mente inde­cisi sul da farsi e non hanno alcuna voglia di finire anzi­tempo nelle liste di pro­scri­zione renziane.

Di certo c’era Alfredo D’Attorre, che ha già sco­perto le carte: detto che se la finan­zia­ria «non cam­bierà segno» lascerà il Pd; Franco Monaco, l’ulivista ancora oggi vici­nis­simo a Romano Prodi, il depu­tato che dalle colonne del mani­fe­sto ha invi­tato la sini­stra Pd a «pren­dere atto di dif­fe­renze ideali, poli­ti­che e pro­gram­ma­ti­che non com­po­ni­bili in un mede­simo par­tito» e a «sepa­rarsi senza reci­proci ana­temi»; Cor­ra­dino Mineo, uno dei due sena­tori dem che hanno votato no alla riforma costi­tu­zio­nale (l’altro è Wal­ter Tocci, aste­nuti Mario Tronti e Felice Cas­son); l’ex diret­tore di Rai­news fin qui non ha rispo­sto al richiamo di Civati ma ora sta­rebbe medi­tando l’addio al par­tito. C’era anche Vin­cenzo Folino, ber­sa­nia­nis­simo depu­tato della Basi­li­cata (come D’Attorre); Ste­fano Fas­sina, che è già nel gruppo misto dal giu­gno scorso; e infine il poli­to­logo bolo­gnese Carlo Galli, cri­tico impla­ca­bile dell’era renziana.

L’aperitivo c’era, ma l’atmosfera non aveva niente di mon­dano. I con­ve­nuti si sono scam­biati le idee su un docu­mento scritto negli scorsi giorni pro­prio dal pro­fes­sore Galli, dal titolo ri-fondativo «Tesi per una sini­stra demo­cra­tica sociale repub­bli­cana». Il testo è stato inviato a una quin­di­cina di col­le­ghi, fra cui Pier Luigi Ber­sani e Gianni Cuperlo. Sette pagine arti­co­late in cin­que capi­toli. Si parte dalla neces­sità di «supe­rare il togliat­ti­smo senza Togliatti» per­ché «il rea­li­smo senza una grande idea da pre­ser­vare e da rea­liz­zare non è sini­stra, ma è solo oppor­tu­ni­smo»; si passa per la cri­tica al blai­ri­smo, all’«ordoliberismo», e, in Ita­lia, per il fal­li­mento dell’idea che «non esi­ste un mer­cato, un’economia, senza una poli­tica che la sorregga».

Ma il core busi­ness di quello che è nei fatti un mani­fe­sto della sini­stra Pd quasi ex Pd si legge nei due capi­toli finali. «La tra­sfor­ma­zione lea­de­ri­stica e accla­ma­to­ria della poli­tica va di pari passo con l’indebolimento poli­tico, cul­tu­rale e orga­niz­za­tivo del Pd (tranne che nel dato elet­to­rale rela­tivo, che non a caso viene assunto come base delle riforme elet­to­rali) e con il suo spo­sta­mento al cen­tro», scrive Galli. «E la grande forza è il suo appa­rire privo di alter­na­tive, soprat­tutto di sini­stra». Oggi è però arri­vato il momento della «grande deci­sione»: «Se ci sia spa­zio per la sini­stra, e in caso affer­ma­tivo se tale spa­zio sia interno o esterno al Pd».
Esterno, pare sug­ge­rire il pro­fes­sore: per­ché dopo il primo anno di governo Renzi la «sini­stra degli emen­da­menti» che si accon­tenta delle «lima­ture» ha dimo­strato la sua inef­fi­ca­cia e via via la sua irri­le­vanza. E invece que­sta nuova sini­stra «deve guar­darsi dall’estremismo, e tut­ta­via essere deci­sa­mente di oppo­si­zione, in con­sa­pe­vole alter­na­tiva alla stra­te­gia del Pd di oggi».

Ormai il «mani­fe­sto» cir­cola nelle mail di molti par­la­men­tari della mino­ranza che si chie­dono che fare. Se ne ripar­lerà dopo la riu­nione dei depu­tati dem sulla legge di sta­bi­lità e defi­ni­ti­va­mente dopo il voto sulla riforma costi­tu­zio­nale.
Ma un nuovo gruppo alla camera ormai è certo. Sel si sta già pre­pa­rando allo scio­gli­mento del suo in un nuovo con­te­ni­tore più grande che spa­lan­cherà le brac­cia ai dem in fuga da Mat­teo Renzi. «Ci saremo», spiega uno di loro, «la nostra cri­tica alla finan­zia­ria di Renzi diven­terà il mani­fe­sto di uno sbocco poli­tico largo e acco­gliente di una sini­stra popo­lare, aperta e non mino­ri­ta­ria. Sarà, per­ché no, un ritorno alle abban­do­nate radici uli­vi­ste».
Una parola d’ordine, quella uli­vi­sta, pra­ti­ca­mente ban­dita dal tavolo della ’cosa rossa’ che si è riu­nito in que­sti ultimi giorni con l’ambizione di lan­ciare un nuovo sog­getto di sini­stra anti-Renzi. Un altro, però.