David Grossman. Il mio appello alle destre israeliane da: dirittiglobali.it

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Lo scrittore David Grossman interviene sulle violenze degli ultimi giorni: “Com’è possibile che il governo ignori il legame tra il fuoco che attizza e le fiamme di oggi? Contro i fanatici bisogna combattere come contro il terrorismo”

QUEL BAMBINO, Ali Saad Dawabsheh, non mi esce di mente. Nemmeno la scena mi esce di mente: la mano di un uomo apre una finestra in piena notte e lancia una bottiglia incendiaria in una stanza dove dormono madre, padre e due bambini. I pensieri, le immagini, sono strazianti. Chi è la persona, o le persone, capaci di un simile gesto? Dopo tutto loro, o i loro complici, questa mattina girano ancora fra noi. È forse possibile veder loro addosso un segno di ciò che hanno fatto? E cosa hanno dovuto cancellare dentro di loro per voler annientare così un’intera famiglia?
Benjamin Netanyahu e alcuni ministri di destra si sono affrettati a condannare con fermezza l’omicidio. Netanyahu si è anche recato in ospedale per una visita di condoglianze e ha espresso sgomento per l’accaduto. La sua è stata una reazione umana, sincera, e la cosa giusta da fare. Ciò che è difficile capire è come il capo del governo e i suoi ministri possano ignorare il legame tra il fuoco da loro attizzato per decenni e le fiamme degli ultimi avvenimenti. Come non vedano il nesso tra l’occupazione della Cisgiordania che dura da quarantotto anni e la realtà buia e fanatica creatasi ai margini della coscienza israeliana.
Una realtà i cui sostenitori e propugnatori aumentano di giorno in giorno, che si fa sempre più centrale, accettabile e legittima agli occhi dell’opinione pubblica, della Knesset e del governo.
Con una sorta di ostinata negazione della realtà il primo ministro e i suoi sostenitori si rifiutano di capire nel profondo la visione del mondo che si è cristallizata nella coscienza di un popolo conquistatore dopo quasi cinquant’anni di occupazione. L’idea, cioè, che ci sono due tipi di esseri umani. E il fatto che uno sia assoggettato all’altro significa, probabilmente, che per natura è anche inferiore all’altro. È, come dire, meno “umano” di chi l’ha conquistato. E questo fa sì che persone con una certa struttura mentale prendano la vita di altri esseri umani con agghiacciante facilità, anche se quell’essere umano è un bambino di solo un anno e mezzo.
In questo senso, gli episodi di violenza dello scorso fine settimana (l’aggressione al Gay Pride e l’omicidio del bambino) sono interconnessi e scaturiscono da una simile visione del mondo: in entrambi l’odio — l’odio in sé, essenziale, istintivo — è per alcuni un motivo legittimo e sufficiente per uccidere, per distruggere la persona odiata. Chi ha dato fuoco alla casa della famiglia Dawabsheh non sapeva nulla di loro, dei loro desideri, delle loro opinioni. Sapeva solo che erano palestinesi e questo per lui, per i suoi mandanti e sostenitori, era una ragione sufficiente per ucciderli. In altre parole la loro stessa esistenza giustificava, a suo vedere, l’omicidio e la loro scomparsa dalla faccia della terra.
Da oltre un secolo israeliani e palestinesi girano e rigirano in una spirale di omicidio e vendetta. Nel corso della lotta i palestinesi hanno trucidato centinaia di bambini israeliani, sterminato intere famiglie e commesso crimini contro l’umanità. Anche lo stato di Israele ha compiuto azioni analoghe contro i palestinesi utilizzando aerei, carri armati e armi di precisione. Ricordiamo bene ciò che è successo un anno fa durante l’operazione “Margine di protezione”.
Ma il processo in atto in questi ultimi anni all’interno di Israele, la sua forza e le sue ramificazioni maligne sono pericolosi e devastanti in un modo nuovo e insidioso. Si ha la sensazione che nemmeno ora la leadership israeliana capisca (o rifiuti di ammettere una realtà che le è insopportabile) che elementi terroristici al suo interno le hanno dichiarato guerra e che essa non è in grado, oppure teme, oppure è incerta se sia il caso di decifrare questa dichiarazione in maniera esplicita.
Giorno dopo giorno escono allo scoperto forze brutali e fanatiche, oscure ed ermetiche nel loro estremismo. Forze che si esaltano alla fiamma di una fede religiosa e nazionalista e ignorano completamente i limiti della realtà e le regole della morale e del buon senso. In questo turbinio interiore la loro anima si intreccia inesorabilmente con le linee più radicali, e talvolta più folli, dello spirito umano.
Più la situazione si fa pericolosa e incerta, più queste forze prosperano. Con loro non ci può essere nessun compromesso. Il governo israeliano deve combatterle esattamente come combatte il terrorismo palestinese perché non sono né meno pericolose né meno determinate. Sono forze massimaliste e in quanto tali, si sa, potrebbero anche commettere errori madornali. Per esempio colpire le moschee sulla Spianata del Tempio, un atto che potrebbe avere conseguenze disastrose per Israele e per tutto il Medio Oriente.
È possibile che l’orribile fine del bimbo bruciato vivo riscuota i leader della destra e li porti a capire finalmente ciò che la realtà grida alle loro orecchie da anni? Ovvero che l’occupazione e la mancanza di un dialogo con i palestinesi potrebbero avvicinare la fine di Israele in quanto stato del popolo ebraico e paese democratico? Come luogo con il quale i giovani si identificano, dove vogliono vivere e crescere i loro figli?
Netanyahu capisce veramente, nel profondo, che in questi anni, mentre si dedicava anima e corpo a ostacolare l’accordo con l’Iran, si è creata qui una realtà non meno pericolosa della minaccia iraniana? Una minaccia dinanzi alla quale lui appare smarrito e si comporta di conseguenza?
È difficile vedere come sia possibile sbrogliare questo groviglio e riportare le cose a una situazione di razionalità. La realtà creata da Netanyahu e dai suoi amici (nonché dalla maggior parte dei suoi predecessori), la loro acquiescenza all’attivismo dei coloni, la loro profonda solidarietà con loro, li hanno catturati in una rete che li ha resi impotenti e paralizzati.
Da decenni Israele mostra ai palestinesi il suo lato oscuro. L’oscurità, da tempo ormai, è filtrata al suo interno e questo processo si è accelerato notevolmente in seguito alla vittoria di Netanyahu alle ultime elezioni dopo la quale nessuna forza contrasta più l’arroganza della destra.
Episodi orrendi come l’omicidio del bambino bruciato vivo sono in fondo il sintomo di una malattia molto più grave e segnalano a noi israeliani la serietà della nostra situazione dicendoci, a lettere di fuoco, che la strada per un futuro migliore ci si sta chiudendo davanti.
© David Grossoman 2015 Traduzione di Alessandra Shomroni

Costanzo, da «esempio di legalità» ai domiciliari Due volti del costruttore che Bianco volle in giunta da: meriodionews

Foto di: Sito di Mimmo Costanzo

Claudia Campese 22 Ottobre 2015

Cronaca – Mimmo Costanzo è finito su diverse copertine come imprenditore attento alla trasparenza. A Catania lo legano i natali, un’esperienza da assessore e una serie di importanti lavori e progetti. Alcuni citati in operazioni antimafia o al centro di indagini. Come quella per corruzione che lo ha portato oggi all’arresto

Imprenditore che finisce i lavori in anticipo. Già giovane assessore in una precedente giunta Bianco. Esempio di legalità. Ma anche imputato – poi assolto – per uno dei mai costruiti parcheggi etnei e socio di Santo Campione, ex braccio destro del cavaliere del lavoro Mario Rendo definito dal giornalista Giuseppe Fava uno «dei quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa». Si tratteggia tra luci mediatiche e ombre dei corridoi delle procure la figura di Mimmo Costanzo, classe 1962, catanese. Titolare di Cogip spa e co-fondatore di Tecnis spa insieme a Concetto Bosco Lo Giudice, da oggi entrambi agli arresti domiciliari su mandato della procura di Roma. Che li ha identificati, anche tramite alcune intercettazioni, come «gli autori degli episodi di corruzione» di alcuni funzionari e dirigenti Anas.

Mimmo Costanzo muove i primi passi nell’azienda di famiglia. Nel 1993, trentenne e già presidente dei giovani di Confindustria Sicilia, diventa assessore allo Sviluppo economico nella giunta dell’allora – e oggi – sindaco Enzo Bianco. L’anno dopo fonda la Cogip spa, che oggi detiene la metà delle quote di Tecnis spa. Un rapporto, quello con Catania, rimasto sempre vivo. Non solo per l’interessamento dello stesso primo cittadino nell’erogazione del pagamento a Tecnis – otto milioni e 200mila euro – da parte del ministero dell’Economia per i lavori alla Darsena di Catania. Ma anche e soprattutto per una serie di importanti appalti cittadini. Come quello per l‘ospedale San Marco di Librino, affidato a Tecnis nel 2008 e – dopo oltre mille giorni di ritardo – forse consegnato a maggio. E ancora prima, nel 2003, quando le ditte di Costanzo e Bosco formano Uniter consorzio stabile insieme alla Sigenco spa, rappresentata da Santo Campione. Con questo raggruppamento si aggiudicano due lavori in project financing a Catania: il parcheggio di viale Africa e quello di piazza Verga. Quest’ultimo finito al centro di un’indagine della procura di Catania: Mimmo Costanzo, rappresentante legale del consorzio, viene processato con l’accusa di abuso d’ufficio e assolto in appello.

Qualche anno dopo, Uniter si aggiudica anche la realizzazione di una nuova tratta della metropolitana etnea. Sigenco è capofila ma, nel 2014, l’azienda avvia le procedure per il fallimento e nell’appalto subentra la Tecnis. I lavori svolti dalla ditta di Campione, intanto, finiscono al vaglio dei magistrati per il sospetto uso di cemento depotenziato. Un’accusa che colpisce anche la stessa Tecnis – con Bosco indagato, ma Costanzo estraneo – da parte della procura di Messina. È lo scorso settembre quando i magistrati spiegano che l’azienda avrebbe comprato delle forniture – poi rivelatesi non idonee – da un’azienda ritenuta vicina alla mafia per utilizzarle nei lavori di allargamento del porto messinese. Un appalto citato anche nell’operazione antimafia Arcangelo, per l’interesse dell’allora reggente di Cosa nostra catanese Angelo Santapaola. E non è la prima volta che il nome dell’azienda compare in un’indagine sulla criminalità organizzata. Già nei faldoni del processo Iblis, i magistrati raccontavano la storia di un terreno vicino al carcere di Bicocca ritenuto di proprietà di Alfio Aiello, fratello di Vincenzo, rappresentante provinciale di Cosa nostra etnea. Comprato per poche centinaia di migliaia di euro, l’appezzamento è stato rivenduto alla Tecnis per quasi quattro milioni. L’idea era quella di allargare la struttura penitenziaria alla periferia di Catania, progetto poi naufragato per il parere negativo del dipartimento di amministrazione penitenziaria.

Ombre pesanti da digerire quelle nei confronti della società per metà controllata da Costanzo, che non fa mistero del suo impegno per la legalità. Parola che compare cinque volte nella biografia sul suo sito e che è stata spesso accostata al suo nome su diverse copertine di giornali, locali e nazionali. Per lo più dopo che, nel 2012, denuncia un’estorsione da 60mila euro subita dalla Cogip durante alcuni lavori per l’ammodernamento della strada statale che va da Reggio Calabria a Melito Porto Salvo. L’anno dopo, la stessa azienda guadagna di nuovo gli onori delle cronache per aver consegnato in anticipo le opere della Salerno-Reggio Calabria per le quali aveva vinto l’appalto. Titoli del tutto diversi da quelli del 2014, quando gli uomini della Direzione investigativa antimafia entrano negli uffici della Tecnis alla ricerca di documenti per altri due importanti lavori catanesi: l’interporto alla zona industriale e il raddoppio ferroviario.

Why Not, assoluzione piena per de Magistris e Genchi da: antimafia duemila

de magistris c sfdi Francesca Mondin
Il fatto non costituisce reato”, è questa la formula con cui la Corte d’Appello di Roma ha assolto il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e l’ex vicequestore di Polizia Gioacchino Genchi nel processo denominato “Why Not”.
L’accusa nei loro confronti era di abuso d’ufficio per aver acquisito senza autorizzazione della Camera, tra il 2006 e il 2007, quando de Magistris era magistrato della procura di Catanzaro e Genchi era il suo consulente, i tabulati di utenze risultate riconducibili ad alcuni parlamentari.
Il sostituto procuratore di Catanzaro de Magistris aveva avviato l’indagine “Why Not” nel 2005 e indagando su Antonio Saladino, imprenditore e presidente della Compagnia delle Opere in Calabria (i cui numerosi contatti telefonici, in molti casi, corrispondevano ad altrettanti presunti affari illeciti, ndr) si era imbattuto nei tabulati di alcuni parlamentari.
Le carte però furono tolte a de Magistris quando nel 2007 ci fu una fuga di notizia e l’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella (poi prosciolto dalle accuse, ndr), che era nel registro degli indagati, chiese ed ottenne dal procuratore generale di Catanzaro Dolcino Favi l’avocazione dell’inchiesta.

In seguito alla faccenda Gioacchino Genchi venne destituito dalla Polizia di Stato oltre che subire una serie di provvedimenti disciplinari e cautelari, il tutto annullato solo lo scorso luglio. Così come de Magistris oltre che subireprovvedimenti disciplinari del Csm fino a giungere alla temporanea sospensione di pubblico ministero. Evento cha portato alla scelta definita da lui ‘sofferta’ di lasciare per sempre la magistratura e dedicarsi alla politica.
Lo scorso anno, i due erano stati condannati in primo grado ad un anno e tre mesi perché ritenuti colpevoli per tutti i casi. Ieri invece il pg ha chiesto l’assoluzione riguardo le accuse su Pisanu e Pittelli e la prescrizione per l’acquisizione dei tabulati degli altri sei parlamentari. Questa volta però l’assoluzione ha vinto sulla prescrizione e la Corte ha emesso assoluzione piena senza alcuna prescrizione. “La notizia mi rende enormemente soddisfatto – ha dichiarato il sindaco di Napoli – E’ andata bene.” “Per me è finito un periodo di sofferenza – ha aggiunto – sono convinto si aver svolto il mio mestiere nel pieno rispetto della Costituzione e della legge con l’obiettivo di cercare una verità difficile”.
genchi gioacchino c samuele firrarelloLa sentenza infatti, emessa ieri verso le 19.30, chiude il travagliato caso sulla sospensione da sindaco attivata dalla legge Severino in seguito alla condanna di primo grado dello scorso anno. Gli ultimi mesi infatti erano stati molto tesi per il primo cittadino di Napoli. Dopo il mese da “sindaco di strada” tra associazioni e cantieri mentre il vicesindaco Tommaso Sodano copriva le funzioni, de Magistris ottenne la sospensiva dal Tar. L’altro ieri invece la Corte Costituzionale aveva respinto il ricorso del sindaco contro la sospensione prevista nel caso di condanna. Mentre oggi si sarebbe dovuta svolgere l’udienza del tribunale civile per trattare la sua sospensione. Udienza nella quale dopo la sentenza di ieri non potranno far altro che prendere atto dell’assoluzione.

La Redazione accoglie con piacere la notizia di assoluzione ed esprime solidarietà a Gioacchino Genchi e Luigi de Magistris

Foto © S. F.

Hitler viene a sapere del discorso di Netanyahu-satira-

Se Netanyahu cita Hitler…. da: contropiano.org

Sergio Cararo | contropiano.org

21/10/2015

Le agenzie riferiscono di quanto stiano suscitando scalpore le affermazioni del premier israeliano Benyamin Netanyahu, secondo cui Hitler all’epoca non voleva “sterminare” gli ebrei, ma solo “espellerli”. La tesi esposta è che fu convinto alla Soluzione finale dal Muftì di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini. “Hitler – ha detto Netanyahu intervendo al Congresso sionista mondiale – all’epoca non voleva sterminare gli ebrei ma espellerli. Il Muftì andò e gli disse “se li espelli, verranno in Palestina”. ‘Cosa dovrei fare?’ chiese e il Muftì rispose ‘Bruciali'”.

Il fatto che Netanyahu arrivi a citare Hitler in un congresso sionista, potrebbe dare l’impressione di “parlare di corda in casa dell’impiccato”. In realtà la cosa è meno sorprendente di quanto possa apparire. Il governo israeliano è oggi il compimento pieno del progetto sionista, sostenuto e alimentato dai partiti legati ai coloni e dall’escalation del progetto coloniale israeliano fondato sull’ebraicizzazione forzata di Gerusalemme e la pulizia etnica nei confronti dei palestinesi. Netanyahu sembra quasi dire: vedete noi vogliamo solo espellere i palestinesi ma non vogliamo bruciarli come accaduto con l’Olocausto. Non solo. Sono stati proprio gli arabi a spingere Hitler a organizzare la soluzione finale contro gli ebrei, il nazismo voleva rubare i soldi ed espellerli, verso la Palestina ovviamente.

La tesi di Netanyahu, coincidente in pieno con la narrazione sionista ufficiale e con le veline dei loro apparati di propaganda da ripetere ossessivamente nei mass media, è facilmente smentibile in almeno due aspetti decisivi: quella della piena coincidenza tra odio arabo e nazismo contro gli ebrei e quello – assai meno noto e indagato – della coincidenza di interessi tra nazisti e sionisti.

Sul primo aspetto un ponderoso libro di Gilbert Achcar ‘The Arab-Israeli War of Narratives’  (Henry Holt and Company, 2010) [La guerra arabo-israeliana delle narrazioni] ricostruisce una storia accurata degli atteggiamenti arabi nei confronti del nazismo, degli ebrei e dell’Olocausto.

Il volume di Achar rifiuta la storia narrata dai sionisti (non solo ebrei e non solo israeliani), i quali si sforzano da sempre nel diffondere una narrazione ufficiale in cui attribuiscono l’ostilità del mondo arabo nei confronti di Israele non al progetto coloniale di Israele bensì all’odio degli arabi nei confronti degli ebrei: odio, essi sostengono, che trae origine nell’Islam ed è prosperato con la collaborazione degli arabi con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Ma questa narrazione non trova e non ha mai trovato conferma nei fatti. Ad eccezione del “Farhud” a Bagdad nell’aprile del 1941 (una sorta di pogrom contro gli ebrei accusati di collaborare con i colonialisti britannici), nessun disordine antiebraico si è verificato in alcun paese arabo durante la seconda guerra mondiale, nonostante gli appelli alla jihad trasmessi da Berlino dal Mufti dal novembre 1941 in poi, ricorda in un suo saggio Annette Herskovits (1).

Non solo. Anche altri testi hanno indagato sulla esistenza o meno di un sentimento di condivisione tra mondo arabo e nazismo in funzione antiebraica ma sono giunti a conclusioni ben diverse da quelle della narrazione ufficiale sionista: “Né la loro cultura religiosa né i loro precedenti storici danno credito alla pretesa che gli arabi mussulmani di oggi siano capaci del genere di compimenti storici che trovarono espressione in Auschwitz e in altri campi di sterminio nazisti … Considerata in una prospettiva che almeno si approssimi alla correttezza storica, l’idea di una “Auschwitz araba” è un’assurdità” scrive ad esempio Nissim Rejwannel suo saggio “Arabs aims and Israeli attitudes”.

Sulla seconda questione, la collaborazione tra nazismo e circoli sionisti – esiste una vasta documentazione raccolta ad esempio nel libro di Yahia Faris “Relazioni pericolose. Il movimento sionista e la Germania nazista”, edizioni Città del Sole oppure nel saggio di Fabio de Leonardis “La Forza Fertile” (2).

Ma il commercio” di ebrei residenti nel Terzo Reich tra i dirigenti nazisti e le organizzazioni ebraiche in Palestina e Stati Uniti fu una costante dal 1933 al 1945. Soldi, tanti soldi, in cambio di vite umane. Inizialmente gli interessi tra le due parti collimarono. Hitler voleva espellere questi che considerava “sub – umani”, “non – persone” che “inquinavano” la Germania. E le controparti, soprattutto i leader sionisti, erano ben contenti di favorire l’immigrazione, specie verso il futuro Stato di Israele. Ma, dalla seconda meta’ del 1941, gli obbiettivi tedeschi mutarono: dalla politica dell’espulsione si passo’ alla strategia dello sterminio. A sostenere questa tesi, decisamente scomoda per la narrazione ufficiale israeliana e sionista, è lo storico israeliano Yehuda Bauer nel suo libro “Ebrei in vendita? Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei, 1933 – 1945” pubblicato in Italia da Mondadori alla fine degli anni Novanta. (3)

Se nel nostro paese fosse possibile un vero dibattito storico, con tesi e contro-tesi in contraddittorio, tutti questi elementi porterebbero ad una discussione vera, magari aspra, sul sionismo, sulle cause e le conseguenze delle persecuzioni e il massacro degli ebrei in Europa (in Europa si badi bene, non nel mondo arabo). Ma nel nostro paese agisce pesantemente la rimozione della storia (vedi il silenzio sulla lotta contro il brigantaggio o i crimini del colonialismo prima e del fascismo poi negli altri paesi). Su questa rimozione della storia del paese, ha gioco facile la narrazione tossica del sionismo, pronta a stoppare da ormai troppi anni con scomuniche e anatemi fotocopia (e minacce dell’ambasciata israeliana a Roma) ogni discussione sia in sede accademica che sui mezzi di comunicazione. In questo silenzio, in questa omertà, in questa paura di prendere parola, Netanyahu pensa di poter avere gioco facile anche con le sue iperbole sulla narrazione ufficiale. Impedirlo sarà un bene per tutti.

Note:

(1) Annette Herskovits su http://znetitaly.altervista.org/art/5695

(2) Fabio De Leonardis su http://www.forumpalestina.org/news/2009/Gennaio09/06-01-09ForzaFertile.htm

(3) Lorenzo Cremonesi su Corriere della Sera, 19 maggio 1998

(4) Per una analisi completa sul sionismo vedi il testo collettaneo a cura dl Forum Palestina: “Palestina. Una terra cancellata dalle mappe. Dieci domande sul sionismo”, 2010

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La reazione dell’Autorità palestinese raccoltta dall’Ansa:

”Lo Stato di Palestina denuncia le affermazioni (di Benyamin Netanyahu, sulla Shoah, ndr) in quanto moralmente indifendibili ed incendiarie”. Lo afferma il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat. ”Gli sforzi palestinesi contro il regime nazista sono profondamente radicati nella nostra storia” ha affermato Erekat, in un comunicato.
”La Palestina non li dimenticherà mai, anche se sembra che il governo estremista di Netanyahu lo abbia fatto”.

Chi si nasconde dietro la “Rete Siriana dei Diritti umani”? da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – linguaggio e comunicazione – 18-10-15 – n. 561

Emmanuel Wathelet | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

17/10/2015

“La prima vittima della guerra è la verità” avrebbe detto Rudyard Kipling. Un’affermazione azzeccata rispetto al funesto caso della Siria. In questo articolo, mi propongo di smontare la validità di una serie di grafici, ampiamente diffusi sui mezzi di comunicazione occidentali in questi ultimi giorni, che pretendono di dimostrare il carattere unilateralmente criminale delle azioni di Bachar Al-Assad nella guerra civile.

Il 13 settembre scorso la mia attenzione è stata richiamata da un tweet di Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, che si serviva di un grafico per affermare che solo il 6% delle operazioni di Bachar Al-Assad erano dirette contro Daesh (IS). Siccome nell’immagine non si menzionava la fonte, chiesi dell’origine di quell’informazione ed allusi all’appoggio che aveva dato fin dall’inizio la popolazione siriana ad Assad, come rivelava un sondaggio qatariota edito dal Gulf Times nel dicembre 2012.

Kenneth Roth non si degnò di rispondere al mio messaggio, ma un certo “Abdul” (@ al_7aleem) – sicuramente uno pseudonimo – raccolse il testimone ed inviò un altro grafico, anche se contro Assad, dove si affermava che “il 95,4% dei civili morti in Siria” erano stati assassinati dal regime (1). Portato dalla necessità di svelare le sue fonti, indicava che i dati provenivano da una “organizzazione di diritti umani con sede in Siria” e che erano stati redatti dal “Syrian Network for Human Rights” (SNHR).

Questa “rete siriana” non sarebbe, secondo Abdul, “finanziata da governi stranieri” e “imporrebbe misure strette di verifica”. È necessario segnalare qui, che giornali di prestigio come Le Monde hanno pubblicato questi grafici, come mostra un articolo firmato da Maxime Vaudano, edito il passato 8 settembre, con un titolo inequivocabile, che raccoglie le conclusioni del SNHR senza discuterle: “Chi ha causato più vittime in Siria: l’IS o il regime di Bachar Al-Assad?” (2). Bisogna aggiungere anche che il sito Internet del SNHR ha una rubrica dedicata ai differenti mezzi di comunicazione che lo citano (3).

Come vedremo di seguito, queste affermazioni sono bugie evidenti. Soffermiamoci sulla famosa “Rete Siriana dei Diritti umani.” Nella sua pagina di presentazione, appare come un’organizzazione “indipendente” che investiga sulle “violazioni commesse da qualunque parte” nel conflitto siriano dal 2011. Questa organizzazione, come l’Osservatorio Siriano dei Diritti umani oggi completamente screditato (4), è registrata nel Regno Unito – dato che di per sé non è neutro. Tuttavia, assicura che si appoggia su “decine di ricercatori ed attivisti” in Siria. Quale è il maggiore problema di questa pagina di informazione? Che non dice niente sui finanziamenti. E’ evidente che un lavoro così ha bisogno di molti fondi e che nessuno è abbastanza pazzo da finanziare un’organizzazione che va contro i propri interessi. Pertanto, scoprire chi finanzia il SNHR vi permetterà di comprendere quali sono gli interessi di questa organizzazione. Come già segnalato in precedenza, il SNHR evita di precisare chi sono i suoi donatori di fondi. Invece, il sito web ci dice che quella “rete siriana” è membro dell’ICRtoP (International Coalition for the Responsability to Protect) come potete vedere nella seguente schermata del sito:

Questa “coalizione internazionale” si rifà ad una norma che prevede la “responsabilità di proteggere” e che serve a giustificare l’ingerenza militare in paesi stranieri. Questa norma che è stata adottata insieme col documento finale del vertice mondiale delle Nazioni Unite del 2005, è di per sé molto discutibile, poiché, secondo le forze coinvolte e gli interessi dei differenti attori, autorizza ad attaccare un paese terzo. In questo senso è in contrasto col diritto internazionale e al principio di non ingerenza, che impone il “rispetto della sovranità politica di un Stato mediante il non intervento nei suoi affari interni” (5).

L’ICRtoP è molto esplicito rispetto al suo finanziamento e, come nel caso del SNHR, è possibile risalire ad un’organizzazione correlata grazie al suo sito web. Infatti la corrispondenza dell’ICRtoP dovrebbe andare verso il “World Federalist Movement – Institute for Globale Policy”, come si rileva da questa immagine:

Il “World Federalist Movement Institute for Globale Policy”, invece, è il più loquace delle due organizzazioni di copertura precedenti per quel che riguarda il suo modo di finanziarsi. Nella sua pagina “chi siamo – chi ci finanzia”, una lista esaustiva di donatori di fondi ci mostra gli “indipendenti” e i “non governativi” che sono le organizzazioni che finanzano il movimento. Giudicate voi stessi (6):

Un’indagine dettagliata di ognuna di queste fonti di finanziamento sarebbe, senza dubbio, molto illuminante, ma ciò non è l’oggetto di questo articolo. Che cosa vediamo? In primo luogo che molti governi, a differenze di quello che Abdul affermava, finanziano il SNHR, attraverso l’ICRtoP ed il World Federalist Movement. Dire che questa organizzazione non è finanziata da fondi governativi è, pertanto, una bugia evidente. È interessante, inoltre, constatare che quei governi (tra essi la stessa Unione Europea) stanno tutti nella parte “occidentale.” Non c’è, per esempio, finanziamento russo o venezuelano. Così, il gruppo di donatori di fondi mostra una chiara uniformità ideologica. Orbene, dobbiamo ricordare che nessuno desidera finanziare un’organizzazione che agisce contro i propri interessi.

I governi non sono l’unica fonte di finanziamento del World Federalist Movement (e senza dubbio, neanche la maggiore, benché non siano incluse le cifre). In prima posizione c’è la fondazione Ford e un po’ più sotto, l’Open Society Foundations dello speculatore miliardario statunitense, di origine ungherese, George Soros. Questo investitore che si presenta come un filantropo, si fece conoscere nel 1992 dirigendo un attacco speculativo contro la lira sterlina, che fece sprofondare l’Inghilterra nella recessione, con terribili conseguenze sociali. Un anno dopo, Soros fondò l’Open Society Foundations che, come ci ricorda Bruno Drweski, “difende contemporaneamente la liberalizzazione dell’economia e la frammentazione del tessuto sociale mediante una politica che favorisce, col pretesto della tolleranza, l’emergere di identità culturali, etniche, religiose, morali parallele ed opponibili, l’une alle altre”. Strettamente vincolato al gruppo Carlyle ed al complesso militare industriale, “Soros coopera e cofinanzia iniziative promosse da organismi come Human Rights Watch, Freedom House, National Endowment for Democracy”.

In realtà, sono molte le fonti che denunciano il grado a cui queste organizzazioni, collegate al Dipartimento di Stato statunitense, hanno partecipato alla destabilizzazione di vari paesi del mondo, formando e finanziando l’opposizione (7) con un totale disprezzo del principio di non ingerenza (8). Pertanto, stiamo lontano, molto lontano, da organismi indipendenti il cui obiettivo sarebbe fornire informazioni sulle violazioni commesse da tutte le parti coinvolte.

E che cosa sappiamo dei due protagonisti che hanno diffuso questa informazione su Twitter? Kenneth Roth, come ho segnalato all’inizio, è precisamente il direttore di Human Rights Watch, un’organizzazione finanziata anche da George Soros (9). Mentre Abdul è l’autore di un blog che si dedica a “screditare i mezzi di comunicazione assadisti” (10).

L’iconografia utilizzata nel suo blog, in concreto l’immagine di un pugno alzato, non è innocente. Questa icona, che identificò inizialmente il movimento serbo Otpor! (finanziato, a sua volta, da George Soros), fu utilizzata successivamente durante le rivolte arabe da giovani attivisti che, come dimostra l’autore Ahmed Bensaada nel suo libro Arabesque américaine (11), erano stati formati e finanziati da differenti organismi vicini alla Cia. Così, il militante di Twitter @al_7aleem, è vincolato agli interessi degli Stati Uniti o in qualsiasi caso, sostiene quella paternità.

L’esercito ed i servizi di intelligenza siriani hanno commesso abusi e senza dubbio, proseguono nel commetterli. Non esiste guerra “pulita”. Tuttavia, i grafici ingannevoli avallati dalla stampa occidentale, tendono a presentare la parte siriana come la principale responsabile dei massacri. Così si nasconde l’appoggio della NATO e dei suoi alleati ai gruppi fanatici e la rapida usurpazione del movimento popolare. Come allo stesso modo viene occultato il fatto che in Siria, come in Libia, l’obiettivo non è, come sostiene l’Open Society Foundations, “rafforzare la legge, il rispetto dei Diritti umani, delle minoranze, la diversità di opinioni ed i governi eletti democraticamente”, bensì, al contrario, seminare il caos.

Note:

  1. Tutto il discorso si può seguire su twitter @ manuwath.
    2. http://www.lemonde.fr/les-decodeurs…
    3. http://sn4hr.org/blog/category/inmedia /
    4. Anche Atlantico.fr sottolinea la “indiscutibile soggettività” di questo “osservatorio”: http://sn4hr.org/blog/category/inmedia
    5. http://www.larousse.fr/dictionnaire…
    6. http://www.wfm-igp.org/content/our -…
    7. http://www.michelcollon.info/Des-mio…
    8. Per più informazioni su questo tema, Investig’Action ha pubblicato numerosi articoli, parte dei quali li potete trovare mediante una ricerca a partire dalla parola “Soros”: http://www.michelcollon.info/spip.p…
    9. https://www.hrw.org/news/2010/09/07…
    10. http://the-assad-debunkation.tumblr.com /
    11. Un libro del quale Investig’Action ha pubblicato una nuova edizione più completa questo mese di ottobre.

Tattiche fallimentari dell’imperialismo statunitense da: www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo – 19-10-15 – n. 561

Zoltan Zigedy | zzs-blg.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

17/10/2015

L’imperialismo USA e i suoi alleati hanno imparato una dura lezione dall’esperienza negativa in Vietnam. Il crescente coinvolgimento di truppe statunitensi, arrivate a quasi mezzo milione nella fase acuta del conflitto con l’arruolamento forzato (coscrizione obbligatoria) e la chiamata alle armi di quasi tre milioni di soldati nel corso di tutta la guerra e con oltre 200.000 vittime, ha dimostrato di essere una politica destabilizzante, una sfida impegnativa al mantenimento del consenso.

Gli strateghi militari hanno riconosciuto che quando non si è in grado di generare un ampio consenso alla guerra o a garantirne una breve e decisiva durata, l’avventura bellica rischia di generare una reazione di instabilità politica. Di conseguenza, si è optato per lo sviluppo di un esercito di volontari e di una cultura di guerra per legittimarne l’utilizzo.

Ma l’imperialismo ha tratto una conclusione ancora più importante. Quando l’imperialismo ha combattuto un nemico che difende la sua terra d’origine, i costi sono abitualmente troppo grandi per essere tollerati dal pubblico statunitense. Certamente l’impegno nella guerra mondiale antifascista del 1939-1945 ha goduto di un sostegno popolare incrollabile. Ma le forze Usa non hanno combattuto sul suolo giapponese e solo per breve periodo in una Germania al collasso.

Quando l’esercito americano si è impegnato a tenere in sella il regime in Corea, ha raggiunto, nella migliore delle ipotesi, una situazione di stallo. Lo stesso approccio di intervento diretto sul terreno in Vietnam è stato sconfitto da un popolo profondamente avverso agli occupanti statunitensi.

Dopo il Vietnam, gli strateghi della guerra imperialista hanno ideato una tattica che facesse sempre maggior affidamento su sostituti. Comprendendo che le popolazioni locali si oppongono strenuamente agli occupanti stranieri, gli Stati Uniti hanno cercato di imporre i propri obiettivi creando e sostenendo forze mercenarie che potevano vantare, almeno debolmente, uno status indigeno. Dal sostegno a UNITA o a FNLA in Angola, alla creazione, all’armamento e al sostegno dei Contras in Nicaragua, gli Stati Uniti hanno preferito scatenare l’aggressione per procura. Parallelamente un efficace, massiccio sforzo propagandistico “accredita” gli eserciti clientelari come “combattenti per la libertà.”

Probabilmente la sperimentazione di maggior successo della tattica ideata nel post-Vietnam è avvenuta in Afghanistan, dove i servizi segreti statunitensi hanno armato un’opposizione tribale reazionaria per destabilizzare un governo moderno laico, dando di conseguenza un decisivo e forte impulso a una guerra fondamentalista islamica. Il movimento jihadista ha acquisito gambe e fiducia in veste di surrogato Usa contro il governo afgano sostenuto dall’Unione Sovietica, quindi un baluardo contro l’imperialismo statunitense.

Dopo la scomparsa dello stato sovietico, gli Usa hanno cautamente impiegato i volontari militari di “professione” in Iraq, in Afghanistan e di nuovo in Iraq. Gli strateghi militari speravano anche di formare rapidamente una forza surrogata sul posto e altrettanto rapidamente di evacuare le forze di terra statunitensi, lasciando gli Stati clientelari con un esercito locale sufficientemente armato e motivato per schiacciare ogni resistenza interna a favore di un regime compiacente agli Usa.

Se questa tattica ha mantenuto la promessa di ridurre al minimo l’opposizione dell’opinione pubblica statunitense avvalendosi della compiacenza dei media nel costruire la narrazione fasulla del cambiamento democratico e dell’intervento umanitario e se ha sperato di generare un numero di vittime e una quantità di costi tollerabili per gli Usa, i movimenti di resistenza locali hanno dimostrato ancora una volta di essere molto più determinati e di gran lunga più sfuggenti di quanto le migliori menti o servizi segreti militari immaginassero.

Quattordici anni in Afghanistan, dodici anni di sostegno a uno stato clientelare in Iraq, la creazione di uno stato fallito in Libia e lo scatenamento di una guerra civile devastante in Siria, sono la testimonianza di una politica fallimentare.

Cosa ancora più importante: il fallimento è parte di un continuo, irreversibile declino nella capacità dell’imperialismo degli Stati Uniti di imporre la propria volontà in un mondo in cui la resistenza antimperialista prende vigore e crescono le rivalità interimperialiste.

Niente evidenzia meglio questa nuova realtà quanto gli ultimi sviluppi in Afghanistan e Siria.

Nonostante la concentrazione massiccia di armi, la retribuzione superiore e la migliore formazione statunitense, l’esercito surrogato afgano ha subito la peggiore sconfitta di sempre per mano dei talebani durante l’assedio e l’occupazione di Kunduz. Tutti i rapporti indicano che le forze talebane erano inferiori di numero e di armi e che le forze governative addestrate dagli Stati Uniti avevano poca determinazione nella lotta.

Gli ufficiali degli Stati Uniti sono stati costretti ad annunciare un ritardo nell’uscita delle truppe dall’Afghanistan di fronte a questa sconfitta. Il presidente Obama ha deciso di lasciare in eredità il pantano afgano al prossimo presidente, così come il presidente Bush fece con lui.

L’impegno russo in Siria ha involontariamente evidenziato le menzogne e gli insuccessi delle azioni Usa in quel paese. Dal momento che l’amministrazione Obama ha iniziato incoraggiando e sostenendo il rovesciamento del presidente siriano Assad, il governo e i media asserviti hanno rivendicato l’esistenza di una opposizione democratica e moderata. Dalla fine del 2011, i leader militari statunitensi e britannici hanno iniziato a progettare l’azione armata contro Assad. Un esercito surrogato (l’Esercito Libero Siriano) è stato progettato come alternativa dei fondamentalisti jihadisti che ambiscono a uno stato teologico-feudale (Qatar e altri stati del Golfo sono intervenuti, sorvolando su tali distinzioni). Le armi sono state dirottate dalla Libia ed è stato avviato un piano di addestramento da parte della CIA per una forza militare di decine di migliaia di persone.

Emersa la minaccia dell’ISIS, gli Stati Uniti e gli altri interventisti hanno continuato a sostenere che le forze combattenti [dell’Esercito Libero Siriano] fossero ugualmente impegnate contro l’ISIS e contro molti altri gruppi che combattevano Assad designati come “terroristi” dall’Occidente.

In realtà, i “combattenti per la libertà” degli Stati Uniti erano praticamente inesistenti o collaboravano con entusiasmo con gli jihadisti. Il loro unico obiettivo era Assad.

Il governo Obama ha ammesso che delle migliaia [di miliziani] controllati dal programma della CIA, solo poche centinaia rimangono sul fronte di guerra. La maggior parte ha condiviso le loro armi o aderito al movimento jihadista o ha lasciato la Siria insieme alle migliaia di immigrati. Il programma di mezzo miliardo di dollari è un disastro, con l’amministrazione Usa impegnata a passare le restanti armi e risorse ai gruppi di combattimento esistenti in Siria.

I media occidentali riportano che, soprattutto dopo l’intervento russo, vi è un’ampia cooperazione, coordinamento e azione congiunta tra tutti gli elementi delle forze siriane anti-Assad: troppe per mascherare una forza indipendente in opposizione al fondamentalismo.

Come riporta il Wall Street Journal: “… La Legione di Homs dell’Esercito Libero Siriano sostenuto dall’Occidente… insieme con il gruppo islamico Ahrar al-Sham e il Fronte al-Nusra [affiliati di Al-Qaeda in Siria] hanno formato un comando congiunto nel nord di Homs”. The Washington Post ha identificato un’alleanza scellerata simile tra jihadisti e “moderati” realizzata nell’Esercito della Conquista guidato da al-Nusra. Solo i più ingenui continuano a credere che ci sia una differenza significativa tra i “combattenti per la libertà” sostenuti dagli occidentali rispetto ai loro alleati jihadisti.

I liberali occidentali possono far credere che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Siria sia in larga parte un bene, ma i fatti parlano chiaro. Come con l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, sono morti in decine di migliaia, le infrastrutture sono devastate e il tessuto sociale è irrimediabilmente lacerato, semplicemente perché le potenze imperialiste ambiscono ad avere più stati servili e compiacenti. I fatti denunciano che la ricerca dei valori di democrazia e libertà – convincente pretesto per giustificare l’interesse occidentale a un cambiamento di regime – è una menzogna usata da Stati Uniti e NATO.

Gli antimperialisti possono trarre una piccola consolazione da queste tragiche e moralmente rivoltanti aggressioni: le tattiche degli Stati Uniti non sono riuscite a raggiungere il loro obiettivo di creare fedeltà globale agli interessi degli Stati Uniti.

Partenariato trans-pacifico (Tpp): verso la dittatura delle multinazionali da: Partenariato trans-pacifico (Tpp): verso la dittatura delle multinazionali da:www.resistenze.org – pensiero resistente – movimento comunista internazionale – 21-10-15 – n. 561

Anna Pha, Partito Comunista di Australia | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/10/2015

Il 5 ottobre verrà ricordato come un giorno buio nella storia dell’Australia. Il governo di coalizione ha firmato un accordo per la ricolonizzazione, non da parte della Gran Bretagna, ma da parte del capitale monopolistico, delle principali multinazionali mondiali. Una volta in vigore, esso consentirà a questi monopoli colossali e ai tribunali internazionali di scavalcare la sovranità e le procedure democratiche australiane, incluse quelle giudiziarie e parlamentari.

I negoziati del Partenariato trans-pacifico (Trans pacific partnership, Tpp) si sono conclusi dopo cinque anni di trattative segrete. Ora toccherà a ciascun paese, a seconda dei rispettivi requisiti nazionali, ratificarlo affinché diventi vincolante.

Il Tpp riguarda 12 paesi del Pacifico, che insieme rappresentano oltre il 40% del Pil mondiale. Gli altri 11 firmatari sono Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Non aderiscono Russia e Cina.

Il ministro del Commercio Andrew Robb lo descrive come “il più grande accordo commerciale globale degli ultimi 20 anni”, che “offrirà enormi vantaggi all’Australia, includendo nuove opportunità senza precedenti per i nostri imprenditori, agricoltori, produttori e fornitori di servizi nella regione in rapida crescita dell’Asia-Pacifico, con la sua emergente classe media”.

Il Tpp incide su una serie di questioni, tra cui quelle relative ai diritti dei lavoratori, alla tutela ambientale, alla salute, alla farmaceutica, alla produzione, al settore delle risorse, ai prodotti agricoli, ai trasporti, alle banche, alla finanza, al turismo, all’istruzione, alle telecomunicazioni e al mercato pubblico.

Ma il Tpp è molto più che un accordo commerciale. Il suo contenuto è di vasta portata e influenzerà ogni aspetto della vita e dell’ambiente in Australia. Esso sancisce i diritti degli investitori stranieri su quelli dei governi e dei popoli, dando alle multinazionali straniere più diritti che a quelle nazionali.

I rappresentanti dei monopoli giganti e globali si sono seduti al tavolo dei negoziati con i burocrati del governo e con una rappresentanza simbolica della “società civile” per negoziare le varie parti dell’accordo. Il popolo e i rappresentanti da esso eletti sono stati tenuti all’oscuro per tutto l’intero processo. Le sole informazioni filtrate prima della firma sono arrivate da Wikileaks.

Il Parlamento australiano non sarà in grado di modificarlo

Isds

La Risoluzione delle controversie tra investitore e stato (Investor-state dispute settlement provisions, Isds) consente alle multinazionali straniere di citare in giudizio i governi davanti a tribunali internazionali se un cambiamento nella politica o nei regolamenti è giudicato “dannoso” per il loro investimento.

La corporation Usa del tabacco Philip Morris, sta utilizzando l’Isds in un accordo di investimento tra Australia e Hong-Kong per denunciare il governo australiano in merito alla nostra legge sul pacchetto di sigarette neutro [1], nonostante la decisione della Corte suprema australiana, secondo cui la multinazionale Usa non ha diritto al risarcimento del danno in base al diritto australiano.

Colpisce i lavoratori. In modo analogo, questo strumento è stato usato dalla multinazionale Veolia per citare in giudizio il governo egiziano per la perdita di profitti dopo l’innalzamento del salario minimo.

Un governo che imponga severe norme di etichettatura o vieti una sostanza tossica, potrebbe essere citato in giudizio per centinaia di milioni di dollari. Questa norma si applica univocamente. Non è previsto per i governi citare in giudizio le società straniere, né che le corporation nazionali abbiano diritti simili.

In effetti, ciò significa che le non elette imprese transnazionali straniere possono, se lo desiderano, dettare le politiche ai governi democraticamente eletti e scavalcare le più alte corti del paese.

Costo in vite

Il 9 ottobre, Wikileaks ha pubblicato il testo del capitolo del Tpp sui diritti di proprietà intellettuale. Esso avrà effetti di ampia portata in materia di servizi internet ed editoriali, sulla privacy, sui diritti democratici, sui brevetti medicinali e biologici.

Una delle parti più controverse e importanti del Tpp è quella sulla protezione dei brevetti per i prodotti farmaceutici. La protezione del monopolio di un prodotto è minimo di cinque anni dopo l’approvazione della sua commercializzazione in un paese. Questa è estesa a otto anni nei paesi in cui sono offerti nuovi usi, forme e metodi di somministrazione.

Solo quando questo periodo di monopolio è finito, possono essere introdotte in quel paese forme generiche molto più economiche.

Il ministro Robb si vanta di aver fronteggiato le grandi industrie farmaceutiche limitando la tutela dei diritti di monopolio sui farmaci biologici, a cinque anni – in realtà si tratta di un minimo di cinque anni che potrebbe allungarsi a otto. I farmaci biologici sono prodotti medici derivati da organismi viventi, tra cui molti nuovi trattamenti contro il cancro, vaccini e terapie come l’insulina.

I prezzi di monopolio delle grandi industrie farmaceutiche possono arrivare a decine o addirittura a centinaia di migliaia di dollari per paziente all’anno, anche quando si tratta di farmaci salva-vita. Il governo australiano potrebbe renderli più accessibili con pesanti sovvenzioni nel quadro del Pharmaceutical Benefits Scheme [2]. Ma nel caso di paesi poveri come il Vietnam?.

Il Tpp non frena i prezzi di monopolio. In realtà ci sono disposizioni tali da consentire alle aziende farmaceutiche di allungare, rafforzare e ampliare brevetti speciali e protezioni dati, quindi di ritardare l’ingresso della concorrenza dei generici.

Onnipotente trinità

Il Tpp è il primo di tre importanti accordi volti a garantire il dominio economico globale Usa-Ue, comunemente indicati come la Trinità o le tre T.

Tisa

Il secondo è l’Accordo di scambio sui servizi (Trade in services agreement, Tisa), che copre 52 paesi, tra cui l’Australia e rappresenta quasi il 70% del commercio mondiale nel settore dei servizi.

Porterà alla deregolamentazione del settore bancario, finanziario, assicurativo, dei trasporti, telecomunicazioni, edilizia, contabilità, fornitura energetica, distribuzione dell’acqua, salute, istruzione e altri ancora e aprirà i servizi pubici agli operatori privati.

Le società con sede in altri paesi firmatari avrebbero gli stessi diritti delle società nazionali o diritti maggiori derivanti dalle procedure dell’Isds.

I diritti dei lavoratori subirebbero un colpo con la liberalizzazione della circolazione dei lavoratori, senza alcuna garanzia o protezione legale per questi “lavoratori temporanei”. Sarebbe un 7-Eleven [3] con gli steroidi.

Il Tisa è guidato da Stati Uniti e Unione europea. Come per il Tpp, i negoziati in corso sono segreti. Senza il grande lavoro di Wikileaks non saremmo nemmeno a conoscenza delle trattative. Ma cosa ancora peggiore, è stato classificato come un accordo da tenere segreto per cinque anni successivamente alla sua entrata in vigore! Quando si parla di trasparenza e diritti democratici!

Ttip

Il terzo membro della Trinità è il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (Trade and investment partnership, Ttip), una versione Ue-Usa del Tpp. Anch’esso è in fase di negoziazione con le stesse modalità non democratiche degli altri accordi.

La Trinità, una volta chiusi gli accordi, riguarderebbe 51 stati, 1,6 miliardi di persone e due terzi dell’economia globale.

Braccio economico del Pivot Usa

“Il Trans-pacific partnership è il lato economico del perno [militare] Usa conosciuto come Pivot to Asia-Pacific ed è guidato dagli Stati Uniti e dalle sue multinazionali e banche. Viene spietatamente imposto al 40% del mondo e a quasi un miliardo di persone. Il Tpp aprirà e creerà nuovi mercati e aree di investimento per le loro corporation, banche e istituzioni finanziarie giganti per intensificare e ampliare lo sfruttamento dei popoli e dell’ambiente allo scopo di massimizzare i profitti ” (Shirley Winton, “Dangerous allies: US bases and troops in Australia”, Guardian, #1699 August 26, 2015)

Come sottolinea James Petras: “Il Pentagono e la Casa Bianca hanno sviluppato il ‘perno militare’ per affrontare l’ascesa della Cina come potenza economica mondiale. Si tratta essenzialmente di una politica di scontri strategici che includono l’accerchiamento militare attraverso la stipula di accordi regionali, la deliberata esclusione economica attraverso accordi commerciali regionali e la provocazione politica attraverso la minaccia di sanzioni” (“US-China: Pentagon vs high tech”, Guardian, #1704 September 30, 2015)

Inoltre, “Il Pivot Usa definisce l’Australia come una importante base militare e d’intelligence degli Stati Uniti, oltre che un trampolino di lancio per i loro droni, le incursioni militari all’estero, gli omicidi mirati e infine, le grandi guerre nella nostra regione”.

Contemporaneamente alla costruzione dell’accerchiamento militare della Cina e all’espansione delle loro forze armate nella regione, inclusa l’Australia, gli Stati Uniti hanno promosso Tpp e Tisa. La Trinità non include Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – il gruppo di quattro nazioni conosciute come Brics. Le loro grandi e crescenti economie rappresentano una sfida futura per l’egemonia economica globale degli Stati Uniti.

La Trinità esclude anche un certo numero di paesi latino-americani, tra cui Venezuela, Cuba, Ecuador e Bolivia, che stanno costruendo le loro economie e affermando la propria indipendenza dagli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti sono anche preoccupati per la crescente forza dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Shanghai cooperation organisation, Sco), che ha tenuto un vertice con i Brics nel luglio di quest’anno. I suoi membri includono Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan Tagikistan e Uzbekistan. India e Pakistan si stanno unendo dopo alcuni anni come osservatori. Iran e Turchia hanno partecipato al vertice di luglio.

La Sco è un’organizzazione politica e militare. Dalla sua costituzione nel 1996, la Sco ha ampliato il suo lavoro dallo scopo originale di un approfondimento della fiducia militare nelle regioni confinanti. Ha avviato numerosi progetti su larga scala legati ai trasporti, all’energia e alle telecomunicazioni e tiene riunioni periodiche tra funzionari degli stati membri in materia di sicurezza, militare, difesa, affari esteri, economici, culturali, dei servizi bancari e altri ancora.

Svolge inoltre esercitazioni militari.

Il mondo sta diventando sempre più polarizzato in due blocchi, con gli Stati Uniti che usano tutto quanto a loro disposizione per far valere il proprio potere economico, militare e politico.

Il testo del Tpp deve ancora essere ratificato e sembra destinato a incontrare una rigida opposizione al Congresso degli Stati Uniti. In Australia, al momento l’unica occasione per scongiurare l’adesione, è fare in modo che la legislazione sia sconfitta in Parlamento. I Verdi australiani si sono sempre opposti e svolgono una campagna contro di esso. I Laburisti invece sembrano destinati a sostenerlo. Gli Indipendenti sono divisi.

Il prossimo passo per l’Australia prevede la presentazione del testo del trattato in Parlamento, insieme ad una Analisi dell’interesse nazionale e di un riesame da parte del Comitato permanente congiunto sui trattati, a cui tutte le parti interessate possono presentare osservazioni.

Note del traduttore

1. Il Plain tobacco packaging si riferisce alla legge sul pacchetto di sigarette neutro, cioè privo di elementi di marketing, dal colore uniforme e senza alcun segno distintivo tranne il nome del marchio scritto in stile tipografico standard. La sua introduzione obbligatoria, mira a ridurre l’attrattiva del pacchetto di sigarette, nel quadro di una politica di sanità pubblica per la lotta contro il fumo. L’Australia è l’unico paese in cui questa misura è in vigore dal dicembre 2012.

2. Il Pharmaceutical Benefits Scheme è un programma del governo australiano per la prescrizione di farmaci sovvenzionati ai residenti nel paese.

3. 7-Eleven è una catena di negozi di vicinato, cioè piccoli esercizi per la vendita al dettaglio, che possiede il maggior numero di punti vendita al mondo (oltre 32.000).