Una doppia ‘P’ per la parità nella resistenza partigianada:ndnoidonne

Proposta dell’A.N.P.I. di Chioggia di modificare il nome in Associazione Nazionale Partigiani Partigiane d’Italia (A.N.P.P.I.)

Il tentativo è lodevole. L’A.N.P.I di Chioggia porterà come ordine del giorno al prossimo Congresso Comunale dell’ente (in programma a marzo-aprile 2016) la proposta di raddoppiare la lettera P. della sigla, in modo da leggersi: Associazione Nazionale Partigiani Partigiane d’Italia. Se votata dall’assemblea, l’idea sarà messa in discussione al Congresso Provinciale, per essere infine sottoposta al vaglio del Congresso Nazionale di primavera. La richiesta è figlia dell’entusiasmo con cui la città ha vissuto il 70° anniversario della Liberazione, anniversario che si è caratterizzato per l’attenzione dedicata alla partecipazione femminile alla Resistenza. Due le iniziative centrate sull’argomento: lo studio di un documento donato alla biblioteca comunale “Cristoforo Sabbadino” dalla famiglia di Antonio Ravagnan, sindaco di Chioggia dopo la Liberazione; e l’affissione della targa commemorativa della partigiana Otilla Monti in Pugno sulla facciata della sua abitazione, dove ebbe sede il comando del CLN di Chioggia. Naturalmente, circoli e gruppi femminili che da tempo in città sono impegnati per la valorizzazione del ruolo della donna nella storia e nella società contemporanea non hanno fatto mancare il loro sostegno alla riuscita delle manifestazioni.

Il documento in questione è la foto ricordo del SIP di Chioggia, il servizio di informazione e propaganda attivo nel biennio resistenziale. Vi sono rappresentate tutte le forze del CLN chioggiotto, a dimostrazione dello spirito di collaborazione, indispensabile alla riuscita delle varie operazioni, che animò il gruppo. Per valutare l’importanza del SIP locale, si tenga presente che il territorio chioggiotto, anche se non poi così esteso, è sempre stato considerato un’area strategica per la sua posizione geografica. Subito, quindi, si rese necessario il controllo dei movimenti delle forze nemiche tra laguna, costa, foci di fiumi e il vasto entroterra che confina con le province di Padova e Rovigo. Il gruppo svolse egregiamente tale compito, trasmettendo i dati raccolti ai centri superiori.

Pregio della fonte è l’evidenza della presenza femminile. Tra i ritratti dei 57 aderenti sono, infatti, riconoscibili i volti delle 13 donne che operarono nei ruoli di capo-zona, capo-nucleo e agenti delle sette sezioni in cui era stato diviso il territorio tra Venezia e la foce del Po.
Come è stato sottolineato nella conferenza che ha preceduto la donazione, da qualche tempo le storiche hanno ravvisato la necessità di allargare il concetto di Resistenza, includendovi sia la Resistenza non militare sia una vasta gamma di comportamenti contro il nazifascismo da parte delle donne. Questo ha permesso di infoltire le file della Resistenza, anche di quella chioggiotta. Finora, in città, ricordando l’eccidio della famiglia Baldin da parte dei tedeschi, si è sempre rievocato il nome di Ortensia Boscarato, fucilata insieme ai figli e al marito. Ora, al nome di Ortensia, che rimane per la sua tragica sorte il simbolo delle sofferenze patite dalle donne, se ne possono accostare altri, con l’intento di ricostruire quel tessuto civile che fece da humus alla difesa dei valori di libertà e di uguaglianza. Con l’avvertenza, appunto, che non c’è stata un’unica tipologia di vissuto resistenziale femminile. Dalle informazioni in nostro possesso, capiamo che ogni donna ha contribuito con proprie motivazioni e sensibilità e questo ampio spettro di profili crea le condizioni per un’ampia identificazione. Del SIP, ad esempio, fecero parte Vituglia e Otilla, donne diverse ma entrambe indispensabili.

Vituglia Battagin, la più anziana del gruppo, incarna il pre-politico. La memoria di un’altra donna ce la tramanda impegnata a fare la staffetta con addosso il tradizionale costume chioggiotto: zoccoli, gonna lunga, pièta che copre il capo. Un’innocua comare, hanno pensato i tedeschi, ingannati da tanta semplicità, lasciandola andare dove voleva. Viceversa, la già menzionata Otilla interpreta al meglio la consapevolezza della militante. Famiglia rossa alle spalle, studi superiori interrotti a forza dai fascisti nella sua terra d’origine, la Romagna, una volta a Chioggia, la Monti mostra di avere la stoffa della leader. “La sera del 19 aprile 1945- ha raccontato un partigiano – mi mandò a chiamare Otilla Monti. Mi disse che dovevo recarmi presso l’intendenza di finanza, prendere tutte le armi e le munizioni. Le chiesi un ordine scritto del Comitato di liberazione. Mi scrisse un biglietto”. La targa alla memoria ha avallato un carisma riconosciuto da uomini e donne, anche di diversa appartenenza politica. Insomma, i tempi sono maturi perché il suggerimento dell’A.N.P.I. di Chioggia possa essere accolto. Siamo fiduciose.

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