Nino Di Matteo: “Anche per la magistratura la lotta alla mafia non è più prioritaria” da: antimafia duemila

Nino Di Matteo: “Anche per la magistratura la lotta alla mafia non è più prioritaria”

Nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo il sostituto procuratore Nino Di Matteo spiega che mafia e corruzione rappresentano “due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi criminali”. Nell’analisi del magistrato siciliano, condannato a morte dal capo di Cosa Nostra, c’è spazio anche per il “protagonismo” dei Servizi segreti che, per ritenute “ragioni di Stato”, accettano il dialogo con altre forze criminali. Mafia, politica e istituzioni? “Per quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, hanno avuto un peso importante, se non determinante”. Di Matteo è consapevole che la magistratura da sola può arrivare fino a un certo punto se in questa ricerca della verità non viene aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma la realtà dei fatti e tutt’altra. “Noi non abbiamo avuto né l’aiuto, né il sostegno e né lo stimolo a cercare la verità; piuttosto in certi momenti riteniamo di avere avuto degli ostacoli che potevano essere evitati”. Ostacoli che si traducono con l’isolamento istituzionale, la diffidenza, il sospetto, la presa di distanza da parte di alcuni settori della stessa magistratura. Si giunge così all’amara conclusione che “la lotta alla mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della magistratura”. Con un’ultima speranza che questa tendenza si possa invertire.

Recentemente lei ha dichiarato che “per vincere la mafia infiltrata nell’amministrazione pubblica e la corruzione l’Italia deve affrontare un’altra grande guerra di liberazione”. Ma la volontà politico-istituzionale a voler affrontare questa nuova “guerra di liberazione” è pura utopia?

Credo che finora gli eventi dimostrino come questa volontà non sia stata effettiva, generale, né tanto meno prioritaria. Si è andati avanti seguendo una logica emergenziale, cercando di reagire agli avvenimenti, agli scandali e alle risultanze di indagini giudiziarie sempre più numerose. Ritengo quindi che sia mancata una visione d’insieme costante e intelligente, capace di concentrare gli sforzi, anche con un obiettivo più alto e più a lungo termine, in due direzioni: la recisione dei rapporti esterni della mafia con la politica, l’economia e le istituzioni, e la repressione più efficace del fenomeno della corruzione. Che sta diventando sempre più complementare a quello mafioso, tanto che mafia e corruzione oggi spesso rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi criminali.

Anche il pm calabrese Giuseppe Lombardo ha denunciato la sottovalutazione della circostanza che mafia e corruzione sono componenti indispensabili di uno stesso sistema criminale integrato e circolare.

Il collega Lombardo (che ho imparato nel tempo a stimare enormemente, attraverso un continuo scambio di informazioni) giunge alle stesse conclusioni perché evidentemente è un altro magistrato che, nella sua carriera, nel suo impegno di sostituto procuratore a Reggio Calabria, non si è limitato alla volontà di colpire il fenomeno militare della ‘Ndrangheta, ma ha alzato il suo obiettivo cercando di individuare e colpire i rapporti esterni di quella mafia. Ogni qualvolta si sposta l’interesse investigativo anche sui rapporti esterni di Cosa Nostra, ci si imbatte ugualmente in quei fenomeni corruttivi che consideriamo, appunto, aspetti diversi della stessa situazione criminale.

Qualche tempo fa il professor Rodotà ha ricordato che quando venne scoperta la P2 si parlava di “doppio Stato” per poi aggiungere che in Italia c’è “la prova provata” che “i Servizi hanno fiancheggiato fenomeni eversivi e che quelli erano un pezzo del doppio Stato”. Stiamo quindi assistendo ad un’evoluzione di questo “doppio Stato” che diventa sistema criminale integrato?

Penso che dobbiamo distinguere degli aspetti diversi. Come accennavo prima, da una parte c’è un sistema criminale integrato che è tale perché riguarda sempre più la connessione tra fenomeni tipici della violenza mafiosa e fenomeni corruttivi. La mafia, più spesso rispetto al passato, si serve della corruzione per raggiungere i propri scopi. I corrotti all’interno delle istituzioni pubbliche, ma anche dell’imprenditoria privata, per raggiungere i loro obiettivi non esitano a rivolgersi alla mafia utilizzandola quasi come una agenzia di servizi. Il dato evidenziato dal professor Rodotà in merito ai rapporti che hanno caratterizzato molte fasi della nostra vita democratica è sempre di estrema attualità. Mi riferisco al protagonismo dei nostri Servizi che, rispetto al percorso istituzionale, ha deviato, volta per volta, per ragioni “politiche”, o per ritenute “ragioni di Stato” (ma come tali, proprio perché ritenute e non dichiarate, assolutamente non condivisibili), accettando il dialogo con altre forze criminali di tipo mafioso o di tipo camorristico.
Ritengo quindi che bisogna sempre tenere gli occhi aperti sull’attualità per capire se determinati fenomeni possano, anche semplicemente in parte, riprodursi. Di conseguenza penso che bisogna continuare a insistere nell’approfondimento degli episodi, anche risalenti nel tempo, di contiguità tra Servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Se si lasciano inesplorati determinati campi e determinati aspetti (sui quali anche certe sentenze definitive impongono invece di esplorare) si rischia di consegnare definitivamente alla mafia, e alle altre organizzazioni criminali, un potere di ricatto nei confronti dello Stato. Uno Stato che vuole, invece, liberarsi dal fardello costituito da questi rapporti ambigui e fuorilegge del passato non può che scavare ancora nella direzione dell’approfondimento e nella individuazione eventuale di responsabilità penali di singole persone.

Nel suo libro scritto assieme a Salvo Palazzolo dal titolo “Collusi” si legge, tra l’altro, che “l’impegno dello Stato per indagare a fondo sulle stragi è scemato nel tempo”. Quanto ha influito l’ingerenza politica in questo modus operandi?

Ho la sensazione, sempre più netta, che si è sempre più generalizzato il fastidio nei confronti di certi argomenti, di certe indagini e di certi magistrati che si ostinano a volere indagare sul passato. Credo quindi che l’aspetto politico sia stato determinante, se non altro perché è la stessa politica, attraverso i competenti Ministeri, a indirizzare l’attività delle forze di Polizia. In questi ultimi anni abbiamo palesemente assistito ad una richiesta rivolta alle forze di Polizia di concentrare maggiormente le loro indagini sulla repressione degli aspetti militari delle mafie, piuttosto che su quelli relativi a eventuali rapporti politico-istituzionali. Abbiamo anche assistito, soprattutto nell’ambito della politica, ad una sorta di strisciante delegittimazione di quegli apparati della Polizia giudiziaria, in particolare della Dia, che più degli altri in passato (soprattutto con la Procura della Repubblica di Palermo, e non solo), si erano dedicati alle inchieste sui rapporti esterni della mafia. Credo, purtroppo, che per quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, abbiano avuto un peso importante, se non determinante.

Poco prima di entrare in politica l’ex pm Antonio Ingroia fece una dichiarazione molto forte: “da un po’ percepivo che la mia azione di magistrato fosse giunta al limite del possibile. La stanza della verità sul ‘92 è scarsamente illuminata perché da parte della politica, del potere legislativo e di quello esecutivo, ci sono stati pochi aiuti e molti ostacoli alla magistratura. Sono in politica per questo”. Quanto è attuale la lettura di Ingroia sugli ostacoli posti alla magistratura da parte della politica, del potere legislativo e di quello esecutivo per arrivare alla verità?

Purtroppo credo che l’analisi di Antonio Ingroia non sia lontana dalla realtà e che conservi ancora, a distanza di più di due anni, una certa attualità. Anche se non ho condiviso la scelta di Ingroia di entrare in politica, ho compreso le sue ragioni. Che fondamentalmente erano connesse ad una sorta di consapevolezza: la magistratura da sola può arrivare fino a un certo punto se in questa azione di ricerca della verità non viene aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma noi non abbiamo avuto né l’aiuto, né il sostegno e né lo stimolo a cercare la verità; piuttosto in certi momenti riteniamo di avere avuto degli ostacoli che potevano essere evitati.

Uno su tutti è indubbiamente il conflitto di attribuzione sollevato dal Quirinale.

Credo che questa azione sia stata percepita come un ulteriore segno di sfiducia nei confronti della Procura di Palermo e dell’inchiesta sulla trattativa. E tutto ciò per un motivo molto concreto, poco evidenziato, ma che costituisce un dato oggettivo difficilmente smentibile. Basta riprendere altre inchieste, rispettivamente condotte dalla Procura di Milano (per la bancarotta della finanziaria svizzera Sasea), ai tempi in cui il Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro, e dalla Procura di Firenze (con l’indagine sugli appalti per la ricostruzione dell’Aquila), all’epoca in cui era Presidente Giorgio Napolitano. Quelle due procure avevano casualmente intercettato delle conversazioni di altri personaggi, sottoposti appunto a controllo telefonico, con i Presidenti della Repubblica. In quei casi, a differenza del nostro, quelle conversazioni furono trascritte dalla Polizia Giudiziaria, depositate agli atti, conosciute da tutte le parti processuali e finirono anche sui giornali. In quelle due occasioni il Quirinale non sollevò alcun conflitto di attribuzione, che invece ha ritenuto di sollevare solo nei confronti della Procura di Palermo, e solo in relazione al processo sulla trattativa. E questo (a differenza dei casi precedenti), nonostante noi non avessimo fatto trascrivere quelle intercettazioni e tanto meno le avessimo depositate. La Procura di Palermo si era comportata con professionalità tale da evitare qualsiasi fuga di notizie in merito al contenuto di quelle telefonate, per altro penalmente irrilevanti. Credo che, proprio nella differenza di reazione rispetto a casi assolutamente identici, gli osservatori più attenti abbiano colto una sorta di particolare ostracismo nei confronti della Procura di Palermo, o meglio dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

Ma perché fa così paura l’inchiesta sulla trattativa?

Non posso esprimere delle opinioni su un processo che fin dall’inizio, con Antonio Ingroia, ho istruito, e continuo a seguire nella fase dibattimentale. Il dato di fatto, che ritengo emerga dalla storia giudiziaria degli ultimi anni, è che si tratta del primo e unico processo in cui alla sbarra troviamo insieme: capi della mafia, esponenti già apicali delle forze di Polizia, dei Servizi di sicurezza e importanti esponenti politici. Tutto questo rende particolarmente sensibile quel processo. La delicatezza dell’indagine e dello stesso procedimento penale aumenta quindi esponenzialmente in relazione all’intersecarsi temporale con le stragi del ‘92 e del ’93, con la probabilità che in un certo modo quegli stessi fatti (riassunti dal termine “trattativa Stato-mafia”), abbiano costituito quanto meno una concausa degli eccidi del ’92 e del ‘93.

Nella postfazione del libro “Collusi” viene riportato un passaggio di Giovanni Falcone tratto dal libro “Cose di cosa nostra”, Falcone parlava del “dialogo” Stato-mafia per dimostrare che “Cosa nostra non è un anti-Stato, ma piuttosto un’organizzazione parallela”. La possiamo definire un’analisi acuta che anticipa di diversi anni le indagini sulla trattativa?

Giovanni Falcone era molti passi avanti rispetto alla comprensione del fenomeno mafioso, sia nei suoi aspetti ordinari che in quelli più alti, non c’è bisogno che lo dica io, lo dicono i fatti e la storia. E’ un dato oggettivo che a lui si deve la prima applicazione della figura del concorso esterno in associazione mafiosa. Falcone fu il primo a insistere (in particolare modo in occasione del fallito attentato nei suoi confronti all’Addaura) sul possibile protagonismo di “menti raffinatissime” estranee alla mafia. Fu il primo (così come è stato ricordato in un recente convegno di Antimafia Duemila, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci) a parlare degli “ibridi connubi” di Cosa Nostra con pezzi dello Stato. E fu sempre il primo a evidenziare come il rapporto tra lo Stato e la mafia fosse stato in passato (e fosse anche a quel tempo) un rapporto in cui troppo spesso, e da troppe parti istituzionali, si instaurava una sorta di dialogo. Oggi Giovanni Falcone viene giustamente santificato e viene ricordata la sua eccezionale valenza e importanza nella lotta alla mafia siciliana e al crimine mondiale. Ma quando, però, i magistrati cercano con i fatti, con i processi e con le inchieste, di percorrere il solco già tracciato da Giovanni Falcone, paradossalmente quegli stessi magistrati vengono invece osteggiati, denigrati e qualche volta anche isolati.

Oltre a questa forma di “isolamento istituzionale”, parallelamente ci sono le minacce di morte da parte di Cosa Nostra e non solo. Lo stesso pm Lombardo ha analizzato a fondo le recenti dichiarazioni del neo pentito Vito Galatolo giungendo alla conclusione che quando Galatolo ci parla di “entità esterne” coinvolte nella pianificazione dell’attentato a Nino Di Matteo ci viene a dire che “non ci si deve limitare a pensare che la decisione possa essere di Matteo Messina Denaro o della ristretta cerchia di persone che lo circonda. Il sistema che decide è ben più ampio e beneficia solo dell’azione materiale che pongono in essere le mafie per ottenere vantaggi che vanno a soddisfare altri interessi, di più alto rango”. E’ effettivamente così?

Sono l’ultimo a potere parlare dall’indagine che scaturisce dalle rivelazioni di Galatolo sul progetto di attentato nei miei confronti, però, anche per questo aspetto, l’analisi del collega Lombardo mi sembra estremamente lucida e, proprio per questo, preoccupante. La preoccupazione più forte – che tutti dovremmo percepire – non è soltanto quella di un possibile e autonomo colpo di coda delle organizzazione mafiose, bensì quella di una saldatura fra interessi diversi. Che, così come è accaduto anche in passato, possa a qualsiasi titolo rafforzare, o addirittura creare in Cosa Nostra, o nelle altre mafie, il convincimento che un determinato delitto, un determinato attentato, sia gradito ad ambienti di potere. Ritengo che la particolarità della dichiarazione di Galatolo, al di là degli aspetti più facilmente di impatto come l’acquisto e l’arrivo dell’esplosivo a Palermo, o i pedinamenti nei miei confronti, sia soprattutto nella parte in cui ci si riferisce ad una decisione di Cosa Nostra, di Matteo Messina Denaro in particolare, in qualche modo suggerita da “altri”. Se questo fosse vero – ovviamente io mi auguro che non lo sia – il contesto sarebbe oggettivamente molto più grave.

Mettendo insieme i pezzi di questo mosaico sembra di assistere ad una sorta di parallelismo con il ’92, soprattutto con i misteri che ruotano attorno alla strage di via D’Amelio. Uno di questi riguardava l’intercettazione del ’93 tra il pentito Santino Di Matteo e sua moglie. I due parlavano di qualcuno infiltrato per conto della mafia, possibilmente coinvolto nella strage di via D’Amelio. Si trattava di una sorta di conferma, di fatto abortita sul nascere, in merito alle ingerenze “esterne” a Cosa Nostra nella realizzazione dell’eccidio del 19 luglio ’92?

Effettivamente quell’intercettazione, relativa al primo colloquio tra l’allora neo collaboratore Santino Di Matteo e la moglie dopo la notizia del rapimento del figlio, costituisce ancora un mistero da approfondire. Le spiegazioni minimaliste di quelle parole che hanno fornito la signora Castellese e Santino Di Matteo non mi hanno mai del tutto convinto.

Sembra quasi un preludio di quello che poi è venuto fuori con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza in merito a quel personaggio, non di Cosa Nostra, che si trovava in quello stesso garage nel momento in cui si stava imbottendo di esplosivo la Fiat 126 destinata alla strage del giudice Borsellino.

Per molti delitti eccellenti, per molte stragi e per la strage di via D’Amelio in particolare, ci sono una serie di elementi che fanno ritenere doveroso un ulteriore approfondimento, a livello investigativo, in quanto quegli stessi elementi convergono verso una possibile compartecipazione nella fase organizzativa ed esecutiva del delitto. Non è vero, e non è mai stato corretto affermare (come tanti hanno fatto con una certa superficialità) che sulle stragi del ’92, e propriamente sulla strage di via D’Amelio, non sappiamo nulla. Nel tempo abbiamo faticosamente raggiunto diverse certezze, anche giudiziarie, sulla partecipazione di molti uomini d’onore. Abbiamo, però, il dovere di approfondire altri aspetti che sono emersi dai tanti processi celebrati, che riportano ad una compartecipazione da parte di soggetti diversi dagli uomini d’onore. Nel libro “Collusi” approfondiamo appositamente alcuni particolari su questi temi. Ma soprattutto denunciamo il pericolo che da più parti si vogliano considerare quei fatti ormai definitivamente chiusi, come se appartenessero ad un passato lontano sul quale non conviene a nessuno continuare a indagare.

Al processo quater per la strage di via D’Amelio l’ex pentito Vincenzo Scarantino ha puntato il dito sull’ex questore Arnaldo La Barbera e sugli uomini del suo pool indicandoli come coloro che lo hanno indottrinato contribuendo così al depistaggio delle prime indagini. Resta il fatto che il coinvolgimento nella fase esecutiva della strage di via D’Amelio del mandamento di Brancaccio, dei fratelli Graviano, in particolar modo degli uomini di più stretta fiducia dei Graviano (ad esempio: Lorenzo Tinnirello, Francesco Tagliavia e Cristoforo Cannella) era stato già consacrato nei processi “Borsellino ter” e, in parte, anche nel “Borsellino bis”. Paradossalmente alcuni di questi uomini, compresi i vari Tagliavia, Tinnirello e gli stessi fratelli Graviano, erano stati chiamati in causa anche dall’ex picciotto della Guadagna. Che spiegazione si è dato a questa combinazione di falso e vero racchiusa nelle dichiarazioni di Scarantino?

Ho letto sui giornali che alcuni difensori di Parte Civile mi hanno indicato come loro testimone al “Borsellino quater”. La sede di un’intervista, quindi, non mi sembra quella più idonea per riferire tutto ciò che penso di questa vicenda. Voglio solo ricordare alcuni fatti, proprio perché la ricostruzione in questi anni è stata forse un po’ troppo semplicistica. È stato detto che Vincenzo Scarantino avesse mentito, in quanto “istruito” da altri, per salvaguardare la famiglia Graviano, ma questo non è vero. Lo stesso Scarantino ha indicato per primo come protagonisti a vario titolo (anche nella fase esecutiva del delitto) alcuni uomini d’onore della famiglia dei Graviano. Filippo e Giuseppe Graviano sono stati infatti condannati anche sulla base delle dichiarazioni di Scarantino. È stato detto che il depistaggio di Vincenzo Scarantino aveva avuto come scopo quello di allontanare eventuali sospetti su appartenenti ai Servizi segreti, dobbiamo invece fare i conti con una realtà ben diversa. Scarantino indicò tra i protagonisti della fase preparatoria della strage i fratelli Scotto, uno dei quali, Gaetano (oramai è emerso in tanti altri processi e in tante altre inchieste), ha rappresentato per anni uno degli snodi di collegamento più importi tra le famiglie mafiose palermitane (per quella dei Madonia), e ambienti dei Servizi deviati. Le intercettazioni in carcere, ad Opera, tra Totò Riina e Alberto Lo Russo sembrano per altro evidenziare (da parte di Riina) che la persona che aveva intercettato abusivamente il telefono della madre di Paolo Borsellino e cioè Pietro Scotto, effettivamente avesse agito in quel modo, e che quell’intercettazione fosse stata realmente decisiva per uccidere Paolo Borsellino. Tutto questo era già stato consacrato nei processi per la strage del 19 luglio ‘92 che si erano conclusi alla fine degli anni ’90. Oggi, invece, un processo per quell’eccidio, rimesso in discussione dall’istanza di revisione, riguarda anche Gaetano Scotto. Per tanto tempo si è spacciata la verità che per via D’Amelio si dovesse ricominciare daccapo e che il lavoro di anni svolto da decine di magistrati della requirente e della giudicante fosse inutile e dannoso. Alla luce di quanto esposto non credo proprio che sia così.

C’è una frase emblematica intercettata a Riina mentre parla con il suo compagno di ora d’aria Lorusso. Il boss sussurra: “Totò Cancemi dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone…. che ci devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto … (inc.) gli ho detto: se lo sanno la cosa è finita”. Quali sono i possibili scenari racchiusi in questa dichiarazione?

Questa intercettazione riapre uno scenario già vissuto e considerato: la possibilità che non solo Totò Riina, ma anche l’ex boss Salvatore Cancemi (deceduto nel 2011, ndr) sapesse di più di quello che ha riferito negli anni ’90 all’autorità giudiziaria. D’altra parte, in base ad alcune considerazioni, avevamo già intuito che Cancemi potesse essere a conoscenza di qualcosa di particolarmente delicato, che avesse cioè dei segreti difficilmente confessabili anche da collaboratore di giustizia. Innanzitutto dal fatto che per alcuni anni, dall’inizio della sua collaborazione (inizialmente gestita dal Ros dei Carabinieri), avesse negato qualsiasi sua conoscenza sulla strage di via D’Amelio. Come è noto Salvatore Cancemi iniziò a collaborare nel ’93 e solo nel ‘96 inoltrato confessò di avere partecipato ad alcune fasi preparatorie della strage del 19 luglio ‘92. Fin dall’inizio della sua collaborazione Cancemi aveva comunque detto di avere parlato con altri uomini d’onore di rango, come Raffaele Ganci, del peso decisivo che aveva avuto la volontà di “soggetti esterni” a Cosa Nostra nel rafforzare il proposito stragista di Riina. Stiamo parlando di quelle “persone importanti” (così le aveva definite il collaboratore) che, a detta dello stesso Cancemi, avevano convinto Totò Riina che quello era il modo giusto di agire. Per alcuni anni Cancemi non fece i nomi di quelle “persone importanti”. Poi, proprio nel “Borsellino ter”, il processo che ho seguito fin dall’inizio a Caltanissetta, specificò essere – almeno dai riferimenti che gli avrebbe fatto Totò Riina in una riunione tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio – Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’intercettazione di Riina (seppur così enigmatica) non fa altro che confermare il convincimento che anche Cancemi sapesse di più su quelle stragi: qualcosa di talmente forte, di talmente delicato, che non potesse essere nemmeno comunicato agli altri uomini d’onore che pure avevano partecipato alle stragi.

Proprio Cancemi aveva riferito che Riina “era stato portato con la manina a fare le stragi” e che lo stesso boss di Corleone gli aveva confidato che Cosa Nostra sarebbe stata solo un’accozzaglia di criminali se non avesse avuto questi collegamenti forti con pezzi delle istituzioni.

La collaborazione di Cancemi è stata preziosa, una delle prime provenienti da un uomo d’onore che aveva fatto parte, proprio nel momento delle stragi, della “commissione provinciale” di Cosa Nostra. Purtroppo, però, è stata una collaborazione a metà. In alcuni momenti ho ritenuto che fosse stata “con il freno a mano tirato”, soprattutto per quanto riguardava le sue conoscenze su mandanti esterni a Cosa Nostra nelle stragi del ’92.

E’ un dato di fatto che esiste una sorta di isolamento e delegittimazione che accomuna i collaboratori di giustizia e i magistrati quando viene alzato il livello dei temi da affrontare. Qualche settimana fa lei ha detto: “i pubblici ministeri che si occupano del processo sulla trattativa non vengono percepiti come pezzi della magistratura, ma come schegge impazzite, guardate con diffidenza dalle istituzioni da Anm e Csm”. Cosa rappresenta questa diffidenza da parte delle istituzioni, Anm e Csm in primis?

Per quanto mi riguarda posso semplicemente dire questo: al di là delle preoccupazioni, delle difficoltà, dei procedimenti disciplinari, dei progetti di attentato e dei rafforzamenti delle misure di sicurezza, in sostanza, a prescindere da queste oggettive difficoltà, quello che mi ha amareggiato di più in questo ultimo periodo è l’aver constatato la diffidenza, il sospetto, e, in alcuni casi, anche la presa di distanza, da parte di certi settori della magistratura. Questo è l’aspetto che mi ha colpito amaramente.

La bocciatura da parte del Csm alla sua domanda per la Dna è stata appellata al Tar del Lazio. Nel ricorso presentato dai suoi legali si fa riferimento ad una esclusione “umiliante” così come ad una “sistematica, algebricamente calcolata e calibrata sottovalutazione dell’ineccepibile e solidissimo profilo professionale del ricorrente”. Tutto questo appare come un vero e proprio ostruzionismo posto in essere dall’interno della sua categoria che rappresenta un segnale di isolamento nei suoi confronti pericolosamente lanciato all’esterno.

A mio parere, anche con la recente costituzione in giudizio dinanzi al Tar, il Csm continua a non dare una spiegazione concreta del perché abbiano preferito dei colleghi con minore anzianità in magistratura e con minore esperienza dal punto di vista degli anni trascorsi nelle Dda rispetto a quelli che potevo vantare io. Oggettivamente non credo che si possa dire che questi colleghi abbiano trattato procedimenti più complessi rispetto a quelli che ho trattato io. Il motivo del mio ricorso è proprio questo: voglio che il Csm, in termini concreti, spieghi i motivi di questa scelta. Quello che mi ha umiliato e mortificato è proprio la constatazione che sono stato escluso, così come dice il Csm, per la mia “posizione subvalente rispetto agli altri”, senza che mi sia stata data una spiegazione. Se nella valutazione negativa mi fosse stato detto: “tu sei più anziano, ma meno bravo in questo”, oppure “hai sbagliato questo”, o “non sei affidabile per quest’altro motivo”, avrei senz’altro accettato il giudizio dell’organismo di autogoverno. Ma leggendo le carte del procedimento non ho trovato alcun elemento di valutazione negativo nei miei confronti che possa giustificare la collocazione addirittura all’undicesimo posto della graduatoria.

Pur essendo il magistrato più scortato d’Italia, al di là di indagare sulla trattativa, lei si deve occupare prevalentemente di reati comuni, che sottraggono tempo prezioso alle indagini sul patto tra mafia e Stato. È del tutto evidente l’assurdità di questa sua duplice attività. A cosa si devono queste direttive alle quali deve sottostare?

Nel mio caso, così come penso in tanti altri casi, questo è purtroppo il frutto di quella che inizialmente era una direttiva del Csm sui limiti di permanenza nelle direzioni distrettuali antimafia e poi, con la riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta riforma Mastella), è diventata, anche per i magistrati dei pool antimafia, un limite di legge, cioè un limite di permanenza di dieci anni nella stessa Dda. Si tratta quindi di una situazione che non è dovuta ad un atteggiamento, o a una decisione, di un singolo capo dell’ufficio (in questo caso di un singolo procuratore). A mio parere si tratta della conseguenza assurda di una legge sbagliata che (di fronte all’esigenza sempre più evidente di contrapporre ad un crimine sempre più organizzato dei magistrati sempre più specializzati), finisce per penalizzare questa esigenza, provocando così un effetto illogico. Quando un magistrato comincia ad avere più consapevolezza, più esperienza, muovendosi meglio nel difficile campo dell’investigazione antimafia, deve improvvisamente tornare ad occuparsi di altro. È come se (facendo un paragone con il settore medico), dopo anni di studio per specializzarsi nella branca così delicata della chirurgia, il chirurgo, quando comincia ad acquisire una manualità e un’esperienza pratica nell’intervenire chirurgicamente, dovesse tornare a fare altro, magari occupandosi del pronto soccorso, o della medicina generica. Il fatto stesso che non si parli più dell’opportunità di cambiare questa regola è un ulteriore segnale – non principale, ma comunque significativo – di un dato oggettivo: la lotta alla mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della magistratura.

Molti ritengono che questo Paese non meriti chi sacrifica la propria vita cercando una verità che buona parte di questo Stato non vuole. Come è possibile allora dare un senso alla solitudine, all’isolamento, ai tentativi di delegittimazione che lei vive, infine alla scelta di rimanere in trincea?

Non so fino a quando perseguirò questa scelta. Finora, rispetto ad ogni problema e ad ogni amarezza, è prevalsa comunque la passione per il tipo di lavoro che faccio. Che è quello che ho sempre sognato di fare, con la volontà di continuare, soprattutto per quanto riguarda le indagini e il processo sulla trattativa Stato-mafia. Razionalmente mi rendo conto che può non essere la scelta giusta. Fino a questo momento ha prevalso la passione e la consapevolezza che buona parte della società è particolarmente interessata alle questioni di giustizia. L’opinione pubblica mi è stata particolarmente vicina, non per una questione personale, di simpatia, o di solidarietà personale, ma perché pretende verità e giustizia, ed evidentemente si rende conto che io e i miei colleghi stiamo cercando di agire soltanto per quei fini. La solidarietà vera, di tanta gente, ha costituito in alcuni momenti un importante conforto e uno stimolo ad andare avanti.

Il 12 gennaio 1992 Falcone diceva che “in questo Paese per essere credibili bisogna essere ammazzati”, per poi aggiungere: “questo è il Paese felice in cui, se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. L’analisi di Falcone è più che mai attuale e ci impone una riflessione sul perché in questo Paese si debbano verificare simili condizioni. Che idea si è fatto?

Ho maturato l’idea che, così come è avvenuto nel caso di Giovanni Falcone, c’è una parte del Paese che ha quasi paura di confrontarsi con un uomo, con un funzionario dello Stato come era lo stesso Falcone. Che non rappresentava la media degli italiani, o degli appartenenti alle istituzioni italiane. Falcone non faceva calcoli di opportunismo, opportunità, non cercava il quieto vivere e ha condotto la sua battaglia anche con vero sprezzo del pericolo per la sua vita. Una parte della società italiana non poteva quindi accettarlo. Quella parte della società, sempre pronta al compromesso, sempre tesa alla ricerca del vantaggio personale e di carriera, non poteva accettare facilmente che altri ragionassero e agissero in maniera diversa. Oggi questa grande parte del Paese, questa grande parte dell’opinione pubblica, dimostra di essere senza memoria. E anche in merito a questioni così delicate, come possono essere quelle relative all’attività dei magistrati antimafia, ricade, in buona o in cattiva fede, negli errori di sempre. Negli errori del passato.

Cosa si può fare per invertire questa tendenza?

Per invertire questa tendenza possiamo sperare soltanto nella capacità dei giovani di informarsi più approfonditamente di quanto è consentito a chi si limita a seguire la stampa e la televisione generalista del nostro Paese. Bisogna indignarsi tenendo gli occhi aperti sulla realtà, senza farsi distrarre da argomenti che vengono propinati (a lungo e in maniera ossessiva) come se fossero le questioni principali del Paese e che invece servono a trascurare altri problemi, come quello della reale incidenza della mafia nell’esercizio del potere ufficiale.

* Intervista pubblicata sul n. 72 dell’edizione cartacea di AntimafiaDuemila, ottobre 2015

Ma con quelle accuse sulle spalle la Saguto può indossare la toga? da: livesicilia

di

Troppi scandali, troppe intercettazioni, troppi favori, troppi privilegi. Con tutte le accuse formulate a suo carico dalla Procura di Caltanissetta, Silvana Saguto, ex presidente delle Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, dovrebbe fare un decisivo passo indietro: dovrebbe quantomeno autosospendersi dalla magistratura in attesa di chiarire definitivamente la sua posizione.

 

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PALERMO – “Te lo dico per esperienza, da figlio di magistrato: i magistrati si difendono tra di loro… io ti dico che pure se non fossero falsità, e lo sono, fino al terzo grado di giudizio 8.000 magistrati ne difendono uno”.

Ecco la lezione imparata da Walter Virga, nei 35 anni vissuti accanto al padre Tommaso, oggi presidente di una sezione del Tribunale di Palermo. Il giovane Virga, nominato amministratore giudiziario da Silvana Saguto, affida inconsapevolmente la sua certezza alle microspie piazzate nell’ambito dell’inchiesta che li vede tutti indagati. Il sistema aveva una base solidissima, la consapevolezza dell’impunità. Cane non morde cane. Nonostante le polemiche che divampavano sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia, il castello sarebbe rimasto in piedi con tutti i privilegi e le agiatezze che aveva comportato.

A partire dalla nomina del giovane avvocato alla guida di due dei più grossi patrimoni – Rappa e Bagagli – sequestrati in Sicilia e in Italia. Era Virga jr a ribadire che di sistema si trattava. “Lei non è un ingenua… lei fa parte di un sistema”, diceva riferendosi all’ex presidente. Un sistema sempre e comunque al di sopra di ogni sospetto grazie al bollo della magistratura, dove l’accesso era consentito dal fatto che “abbiamo pagato il pizzo che dovevamo pagare e abbiamo avuto quell’incarico”.

Avete letto bene: pizzo. Perché, aggiungeva il giovane amministratore giudiziario,“avevamo risolto il problema alla nuora che era tranquilla”. Il riferimento era a Mariangela Pantò, fidanzata di uno dei figli della Saguto, accolta a lavorare nello studio di Walter Virga che al padre Tommaso spiegava: “L’unica cosa complessa è che c’è da sistemare la stanza a Mariangela che faceva schifo e là, solo per il pavimento di Mariangela, stiamo spendendo mille euro, considera, però capisci bene, che è importante farlo”.

Era “importante farlo” altrimenti non poteva entrare nel sistema costruito su ricche parcelle, assunzioni e regalie. E forse pure sulle mazzette. Il forse è d’obbligo perché il capitolo più delicato dell’inchiesta, quello sulla corruzione e sul riciclaggio di denaro, è ancora in progress. I finanzieri della Polizia tributaria stanno cercando riscontri sui passaggi di soldi accennati nei dialoghi intercettati.

Le indagini faranno il loro corso. Bisogna essere garantisti. Sempre e comunque. Bisogna attendere i tre gradi di giudizio per stabilire se qualcuno sia davvero colpevole, figuriamoci ora che la vicenda giudiziaria è ancora allo stato embrionale. C’è un dato, però, già cristallizzato dai dialoghi di Silvana Saguto. Le sue parole fanno a pugni con la gestione trasparente e terza della giustizia che ci si attende da chiunque indossi la toga. L’immagine della magistratura palermitana ne esce massacrata. Lo sa bene il Csm che ha avviato le procedure per il trasferimento per incompatibilità ambientale della Saguto e degli altri magistrati indagati, compreso Tommaso Virga. Nel frattempo farà il suo corso anche il procedimento disciplinare.

Il punto è che c’è una superiore ragione di opportunità. Il sistema giustizia non può attendere. La Saguto è stata trasferita in Corte d’assise, praticamente nel corridoio accanto a quello dai lei frequentato fino a un mese e mezzo fa. È in malattia. In ufficio non c’è ancora andata, tranne per una rapida apparizione che avrebbe creato non poco imbarazzo. Ha annunciato, a mezzo stampa, che chiederà di lasciare Palermo. Ma dovrebbe fare un ulteriore passo indietro, Silvana Saguto. L’autosospensione è l’unica strada. Anche nel suo interesse, per avere la possibilità di difendersi al meglio dalle ipotesi di accusa che presto diventeranno contestazioni. Con le accuse che gravano sulle sue spalle, indossare la toga oltre che inopportuno è offensivo per tutti quei magistrati che ogni giorno, onestamente, amministrano la giustizia.

Comunicato stampa: ANAAO ASSOMED – CIMO – AAROI-EMAC – FP CGIL MEDICI – FVM – FASSID – CISL MEDICI – FESMED – ANPO-ASCOTI- FIALS MEDICI – UIL MEDICI “Basta tagliare la sanità!” Stato di agitazione di tutti i Sindacati

Roma, 20 ottobre 2015Le Organizzazioni sindacali ANAAO ASSOMED – CIMO – AAROI-EMAC – FP CGIL MEDICI – FVM – FASSID – CISL MEDICI – FESMED – ANPO-ASCOTI-FIALS MEDICI – UIL MEDICI , comunicano, come già fatto da Fimmg, Snami, Fimp e Sumai, al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e alle Regioni lo stato di agitazione delle categorie professionali che rappresentano.

L’unità sindacale testimonia una comune preoccupazione per le future sorti del SSN, le cui previsioni sono rese allarmanti dagli ultimi provvedimenti del Governo. Tra i quali, l’ulteriore proroga del blocco contrattuale in atto già da 6 anni, mascherata sotto le mentite spoglie di un finto finanziamento da pochi spiccioli, appare un’elemosina che conferma la mancanza di rispetto verso il lavoro sul quale si basa la Sanità Pubblica.

Le Organizzazioni sindacali denunciano che, nonostante tutti i tentativi di interlocuzione, l’atteggiamento di Governo e Regioni rimane quello di un mancato coinvolgimento nelle scelte dei medici che, a fronte di una collaborazione costantemente offerta, sono stati ripagati con limitazione delle competenze, impoverimento numerico e retributivo, espulsione dai processi decisionali, 7 anni di blocco dei contratti, disoccupazione, precarietà ed emigrazione dei giovani colleghi, intollerabile confusione e assenza di programmazione nell’accesso alla formazione pre e post laurea, mancanza di attenzione al problema della responsabilità professionale, decretazioni che fissano obblighi burocratici che aumentano il carico di lavoro a danno dello spazio clinico e sottraggono tempo all’ascolto nel rapporto fiduciario medico paziente.

Il futuro del SSN non dipende solo dal finanziamento, ma da modelli di governance innovativi e da equilibri istituzionali capaci di superare l’attuale impianto regionale e produrre i cambiamenti necessari alla sostenibilità del SSN e al miglioramento dell’assistenza. Ma, soprattutto, dipende dal ruolo e dalle conseguenti responsabilità da assegnare ai medici, dal valore che si attribuisce al lavoro dei professionisti, dal recupero di politiche nazionali che garantiscano una omogenea esigibilità del diritto alla tutela della salute in tutto il paese.

La situazione è, infatti, diventata insostenibile anche, e soprattutto per i cittadini, a danno dei quali le politiche governative, che considerano sempre la sanità come un costo da abbattere, e mai come un settore meritevole di investimenti, sia socio-sanitari che finanziari, tendenti al rafforzamento di una garanzia nazionale del diritto alla salute, l’unico che la Costituzione definisce fondamentale, stanno realizzando una drastica riduzione dei livelli reali di assistenza e dell’effettivo accesso alle cure. Si taglia anche la prevenzione primaria e la sicurezza alimentare aldilà dell’enfasi di Expo.

I medici sono sempre stati e restano disponibili a fare la loro parte per risolvere i problemi del SSN, e non certo ad esserne additati come la causa, ma chiedono di diventare interlocutori istituzionali della politica regionale e nazionale. Trascorsi i termini previsti dalla legge per eventuali procedure di raffreddamento e conciliazione, sarà messa in atto ogni legittima forma di protesta, fino ad individuare e a comunicare le date e le modalità di iniziative di sciopero nazionale unitario.

Una doppia ‘P’ per la parità nella resistenza partigianada:ndnoidonne

Proposta dell’A.N.P.I. di Chioggia di modificare il nome in Associazione Nazionale Partigiani Partigiane d’Italia (A.N.P.P.I.)

Il tentativo è lodevole. L’A.N.P.I di Chioggia porterà come ordine del giorno al prossimo Congresso Comunale dell’ente (in programma a marzo-aprile 2016) la proposta di raddoppiare la lettera P. della sigla, in modo da leggersi: Associazione Nazionale Partigiani Partigiane d’Italia. Se votata dall’assemblea, l’idea sarà messa in discussione al Congresso Provinciale, per essere infine sottoposta al vaglio del Congresso Nazionale di primavera. La richiesta è figlia dell’entusiasmo con cui la città ha vissuto il 70° anniversario della Liberazione, anniversario che si è caratterizzato per l’attenzione dedicata alla partecipazione femminile alla Resistenza. Due le iniziative centrate sull’argomento: lo studio di un documento donato alla biblioteca comunale “Cristoforo Sabbadino” dalla famiglia di Antonio Ravagnan, sindaco di Chioggia dopo la Liberazione; e l’affissione della targa commemorativa della partigiana Otilla Monti in Pugno sulla facciata della sua abitazione, dove ebbe sede il comando del CLN di Chioggia. Naturalmente, circoli e gruppi femminili che da tempo in città sono impegnati per la valorizzazione del ruolo della donna nella storia e nella società contemporanea non hanno fatto mancare il loro sostegno alla riuscita delle manifestazioni.

Il documento in questione è la foto ricordo del SIP di Chioggia, il servizio di informazione e propaganda attivo nel biennio resistenziale. Vi sono rappresentate tutte le forze del CLN chioggiotto, a dimostrazione dello spirito di collaborazione, indispensabile alla riuscita delle varie operazioni, che animò il gruppo. Per valutare l’importanza del SIP locale, si tenga presente che il territorio chioggiotto, anche se non poi così esteso, è sempre stato considerato un’area strategica per la sua posizione geografica. Subito, quindi, si rese necessario il controllo dei movimenti delle forze nemiche tra laguna, costa, foci di fiumi e il vasto entroterra che confina con le province di Padova e Rovigo. Il gruppo svolse egregiamente tale compito, trasmettendo i dati raccolti ai centri superiori.

Pregio della fonte è l’evidenza della presenza femminile. Tra i ritratti dei 57 aderenti sono, infatti, riconoscibili i volti delle 13 donne che operarono nei ruoli di capo-zona, capo-nucleo e agenti delle sette sezioni in cui era stato diviso il territorio tra Venezia e la foce del Po.
Come è stato sottolineato nella conferenza che ha preceduto la donazione, da qualche tempo le storiche hanno ravvisato la necessità di allargare il concetto di Resistenza, includendovi sia la Resistenza non militare sia una vasta gamma di comportamenti contro il nazifascismo da parte delle donne. Questo ha permesso di infoltire le file della Resistenza, anche di quella chioggiotta. Finora, in città, ricordando l’eccidio della famiglia Baldin da parte dei tedeschi, si è sempre rievocato il nome di Ortensia Boscarato, fucilata insieme ai figli e al marito. Ora, al nome di Ortensia, che rimane per la sua tragica sorte il simbolo delle sofferenze patite dalle donne, se ne possono accostare altri, con l’intento di ricostruire quel tessuto civile che fece da humus alla difesa dei valori di libertà e di uguaglianza. Con l’avvertenza, appunto, che non c’è stata un’unica tipologia di vissuto resistenziale femminile. Dalle informazioni in nostro possesso, capiamo che ogni donna ha contribuito con proprie motivazioni e sensibilità e questo ampio spettro di profili crea le condizioni per un’ampia identificazione. Del SIP, ad esempio, fecero parte Vituglia e Otilla, donne diverse ma entrambe indispensabili.

Vituglia Battagin, la più anziana del gruppo, incarna il pre-politico. La memoria di un’altra donna ce la tramanda impegnata a fare la staffetta con addosso il tradizionale costume chioggiotto: zoccoli, gonna lunga, pièta che copre il capo. Un’innocua comare, hanno pensato i tedeschi, ingannati da tanta semplicità, lasciandola andare dove voleva. Viceversa, la già menzionata Otilla interpreta al meglio la consapevolezza della militante. Famiglia rossa alle spalle, studi superiori interrotti a forza dai fascisti nella sua terra d’origine, la Romagna, una volta a Chioggia, la Monti mostra di avere la stoffa della leader. “La sera del 19 aprile 1945- ha raccontato un partigiano – mi mandò a chiamare Otilla Monti. Mi disse che dovevo recarmi presso l’intendenza di finanza, prendere tutte le armi e le munizioni. Le chiesi un ordine scritto del Comitato di liberazione. Mi scrisse un biglietto”. La targa alla memoria ha avallato un carisma riconosciuto da uomini e donne, anche di diversa appartenenza politica. Insomma, i tempi sono maturi perché il suggerimento dell’A.N.P.I. di Chioggia possa essere accolto. Siamo fiduciose.

Street Children al Cairo da:ndnoidonne

Li chiamano Street children, sono i bambini di strada egiziani che vivono ai margini della società e che grazie alle attività di FACE possono sperare in un futuro migliore

Zenab Ataalla

Il Cairo. “Non posso sopportare che i bambini soffrano” risponde così Flavia Shaw-Jackson a chi le chiede la ragione per la quale ha iniziato a lavorare con i bambini egiziani che vivono in povertà con le loro famiglie o da soli per strada. “Tutto è iniziato nel 2003, quando ho visitato 25 orfanotrofi nelle aree dimenticate di questa immensa città. Quando, senza paura, ho cominciato a parlare con la gente che popola le aree più povere per capire che cosa fare in concreto per loro”.

Sposata e madre di tre figli, Flavia da oltre dodici anni vive tra il Belgio e l’Egitto, dove con grande impegno e risolutezza è riuscita a creare FACE, l’associazione benefica belga-egiziana che si occupa della cura dei bambini più bisognosi e della quale è fondatrice. “Mi piace ricordare che la nostra organizzazione è nata in realtà il giorno in cui abbiamo seguito la riqualificazione vera e propria di due orfanotrofi già esistenti al Cairo, uno cristiano e uno musulmano, nelle zone di Kaliubeya e Zeitoun. Le condizioni di questi due orfanotrofi erano drammatiche. Rimasi scioccata per giorni. I bambini appena nati e salvati dalla strada venivano immersi nell’acqua fredda. I pannolini usa e getta venivano puliti e messi ad asciugare per essere riutilizzati. Le cose che mi colpirono furono i pianti, le urla e le cure inadeguate. Mi ricordo che un giorno presi in braccio un bambino piccolissimo che aveva ferite e cicatrici sul piccolo corpo e chiesi il motivo. Mi dissero che era stato abbandonato in strada dove era stato sbranato da cani e gatti. Ecco in quel preciso momento decisi che non avrei permesso che si ripetesse una cosa del genere”.

Secondo la recente indagine del Governo egiziano, presentata all’inizio dell’anno, sono circa 22 milioni i poveri in Egitto. Di questi circa 9 milioni sono bambini con un’età compresa tra 0 a 17 anni. Ma sono poco attendibili i dati che riguardano i bambini di strada che, come ricorda anche Flavia, si aggirano tra i 300mila ed il milione a seconda delle fonti. Proprio a questi ultimi sono rivolte le principali attività di FACE perché, rispetto agli altri bambini, sono soggetti a molti più pericoli, tra cui la violenza sessuale ed il traffico di organi. “Aiutare i bambini che da soli vivono per strada è difficile. Bisogna stabilire con loro una relazione che comporta anche dare delle regole. Ogni bambino viene seguito dai nostri operatori, sanitari e sociali, i quali lavorano giorno e notte per le strade, sotto i ponti, negli edifici abbandonati. Si cerca con molta pazienza di instaurare un rapporto di fiducia e duraturo che possa aiutarli a inserirsi di nuovo in una società che li ha abbandonati”.

Nonostante le difficoltà, tra cui l’aver intrapreso le procedure laboriose di registrazione come organizzazione non governativa in Egitto, Flavia Shaw-Jackson è riuscita a creare FACE grazie ai rapporti con il Ministero della Salute, il Consiglio Nazionale di Infanzia e la Maternità ed il Ministro degli Affari sociali egiziani. “Mi ritengo fortunata, sono una madre, una moglie con una famiglia sana ed ho la possibilità di aiutare i bambini più bisognosi grazie all’incontro le persone giuste al momento giusto. Ogni bambino aiutato mi spinge, ci spinge ad andare avanti per la nostra strada, nonostante tutto”. Al momento Face impiega 160 persone, tutte di nazionalità egiziana. I progetti in attivo ora sono sei e si snodano tra programmi di sviluppo infantile, programmi assistenziali per i bambini di strada e la formazione del personale all’interno degli orfanotrofi statali.

Parcheggio Sanzio: La vendetta dei privati e le casse comunali sotto scacco da: città insieme

Legge di stabilità, il sindacato scova un altro miliardo di tagli alla sanità. Contro l’elemosina del contratto del pubblico impiego protestano pure i medici Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Dalla legge di stabilità un’ulteriore beffa per la sanità pubblica”. E’ la denuncia dell’Anaao Assomed sulla mancanza di fondi destinati ai rinnovi contrattuali. “Si costinua, così – commenta il segretario nazionale Anaao Assomed, Costantino Troise – a privare il contratto delle risorse necessarie a farne uno strumento di governo e innovazione, additando il lavoro al servizio dello Stato come parassitario ed improduttivo, degno al più di una citazione e di una mancia. La versione 2.0 degli insulti di brunettiana memoria”.”Dopo 6 anni di blocco contrattuale – si legge nella nota – che ha comportato una perdita del potere di acquisto delle retribuzioni media del 20%, maggiore per i giovani, e di 25.000 posti di lavoro, il Governo ha destinato alla sanità, parte del pubblico impiego, un non finanziamento per un non contratto. Una proroga mascherata del blocco, un adempimento puramente formale alla sentenza della Corte Costituzionale, cui aveva dichiarato, a difesa del blocco contrattuale, un valore economico del rinnovo dei contratti pubblici di 7 miliardi l’anno, per poi stanziare per il 2016 solo 200 milioni (7 euro lordi al mese a testa), anche autofinanziati”. I medici dell’Anaao ricordano che il costo della Pubblica Amministrazione per cittadino ed il numero di addetti in rapporto alla popolazione sono i più bassi in Europa, dopo la Germania, con una spesa sanitaria più alta di quella italiana di 30 miliardi di euro all’anno; e che tagli e ticket tengono 6 milioni di italiani lontani dalle cure mettendo le famiglie a rischio di impoverimento per eventi sanitari. “Specie tra i 20 milioni di cittadini del Sud – si legge nel documento Anaao – figli di un dio minore, lasciati alle prese con un diritto alla salute meno diritto che nel resto del Paese. Nel frattempo imperversa la caccia ai Medici in un clima oscurantista che pensa di risolvere ogni problema nel solito modo, sanzionare, punire, licenziare i medici dipendenti o convenzionati”.

Intanto, il sindacato scova un miliardo di tagli alla sanità, nascosto nelle pieghe dei minori trasferimenti alle Regioni. “Un ulteriore drammatico taglio di circa un miliardo di euro che si somma a quelli già previsti al fondo sanitario nazionale”, si legge in una nota a firma di Cecilia Taranto, segretaria nazionale della Fp Cgil, e Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp Cgil Medici, che spiegano: “Da quanto apprendiamo dalle bozze di legge di Stabilità si nasconde un ulteriore drammatico taglio alla Sanità di circa un miliardo di euro, dopo quelli previsti al fondo sanitario nazionale”. L’articolo 46, infatti, spiegano i due dirigenti sindacali, “prevede che saranno rideterminati i finanziamenti alle Regioni, ricomprendendo per questa via anche le risorse destinate alla sanità, alle quali si chiede un ulteriore sacrificio di 1.800 milioni per il 2016, 3.980 milioni di euro per il 2017 e 5.480 per ciascuno degli anni 2018 e 2019”. Secondo Taranto e Cozza “la richiesta alle Regioni di un ulteriore contributo alla finanza pubblica si tradurrà inevitabilmente, e come tutti sanno, in nuovi tagli alla sanità, con la drastica riduzione delle prestazioni ai cittadini. Si ripete lo stesso schema dello scorso anno: il governo taglia alle Regioni, con queste ultime che tagliano la sanità. Si sta cancellando progressivamente il diritto alla salute”.

Tariffe, la pistola carica della Legge di Stabilità. E le statistiche dicono che in dieci anni sono aumentate del 37% con una inflazione al 18.1% Fonte: help consumatori

Negli ultimi 10 anni le tariffe dei servizi essenziali sono aumentate del doppio rispetto all’inflazione: +37% a fronte di un’inflazione al 18,1%. E la nuova Legge di Stabilità rischia di portare ulteriori aumenti. E’ quanto denuncia Federconsumatori dopo aver aggiornato la consueta analisi sull’evoluzione delle tariffe dei servizi. Dall’indagine, elaborata dal Centro Ricerche Economiche Educazione e Formazione, emerge anche l’aumento spropositato di alcune tariffe, come quelle dell’acqua, che sono aumentate di oltre il 90%.
La crescita più marcata dal 2005 al 2015 è stata quella delle tariffe dell’acqua (+90,4%), dei rifiuti +57,2%), dei pedaggi autostradali (+44,6%), dei trasporti ferroviari (+42,7%), dell’energia elettrica (+40,3%), dei trasporti urbani (+32,9%), del gas (+24,6%). L’unico dato in controtendenza riguarda le tariffe di servizi di telefonia che sono scesi del 25,8%.
Una seconda analisi suddivide l’andamento di tali tariffe in due fasi: una precedente alla crisi dal 2002 al 2008, l’altra in piena crisi dal 2008 al 2015. E ne risulta che, nonostante la crisi ed il pesante calo del potere di acquisto delle famiglie, alcune tariffe (acqua, rifiuti, pedaggi autostradali, trasporti e servizi postali) sono aumentate in maniera decisamente più pesante rispetto alla fase pre-crisi.
“Questo denota come la concorrenza in alcuni servizi non ha funzionato o non è mai decollata, la mancata vigilanza, il peso sempre più forte della pressione fiscale e, in alcuni casi, vere e proprie speculazioni hanno portato ad un aumento insostenibile delle tariffe, contribuendo cosi al grave impoverimento delle famiglie a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi anni – denuncia Federconsumatori – Proprio a causa dell’aumento dei costi relativi a tali servizi si registra, inoltre, un grave aumento della morosità e delle richieste di sospensione delle forniture per i servizi a domanda individuale”.
“Quel che è peggio è che le minori entrate per gli enti locali che si prospettano con la nuova Legge di Stabilità e le minori risorse per infrastrutture e investimenti ricadranno sulle tariffe, destinate a schizzare ulteriormente verso l’alto in un quadro di deflazione non ancora scongiurato – dichiara Mauro Zanini, Direttore CREEF Federconsumatori – Una situazione inaccettabile che comprometterà fortemente il potere di acquisto delle famiglie, già ridotto ai minimi termini, incidendo in maniera sempre più negativa e depressiva sull’intero andamento dell’economia.”