Chi è l’uomo nella foto che inaugura una strada assieme al sindaco Enzo Bianco? da: ilpostviola

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15/10/2015 | by violapost
Chi è l’uomo nella foto che inaugura una strada assieme al sindaco Enzo Bianco?
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Il 10 ottobre a Catania è stata inaugurata la “Strada degli artisti”. La notizia, corredata di foto di gruppo, campeggia sulla pagina Facebook del comune di Catania:   “Uno spazio aperto a tutte le forme d’arte che arricchisce il nostro territorio”, si affretta a spiegare il sindaco di Catania, Enzo Bianco. “La sinergia pubblico-privato riempie la città […]

Il 10 ottobre a Catania è stata inaugurata la “Strada degli artisti”. La notizia, corredata di foto di gruppo, campeggia sulla pagina Facebook del comune di Catania:

bianco

 

“Uno spazio aperto a tutte le forme d’arte che arricchisce il nostro territorio”, si affretta a spiegare il sindaco di Catania, Enzo Bianco. “La sinergia pubblico-privato riempie la città di contenuti”, commenta invece l’assessore alla Bellezza (ebbene sì: a Catania c’è pure l’assessore alla Bellezza), Orazio Licandro. Tutto molto bello, insomma. Ma torniamo un attimo alla foto di Bianco che procede, accompagnato da un allegro codazzo, lungo la “Strada degli artisti”. Guardiamola con attenzione:

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Vediamo Bianco sulla destra in prima fila (quello che ride), Licandro (quello della Bellezza) a sinistra e al centro una donna che sembra “coccolare” un uomo in giacca grigia. Chi è quell’uomo? Un artista? Un passante?  No, quell’uomo è Mimmo Di Bella della nota (in tutti i sensi) discoteca Empire come riportato anche nel comunicato del Comune di cui riportiamo uno stralcio:

 

comunicato comune

Fin qui tutto bene. Tutto molto bello. Se non fosse che giusto stamattina nel corso di un’operazione antimafia denominata “Atlantide” sono stati sequestrati e confiscati i beni del clan mafioso dei Puntina Pillera. E’ stato inoltre sigillata anche la nota discoteca Empire di Mimmo Di Bella. Sì proprio lo stesso Di Bella che inaugura con Bianco ed altri la “Strada degli Artisti”.

 

live

E’ lecito domandarsi se a questo punto non sia il caso di sospendere la collaborazione tra il Comune e Di Bella, in attesa di capire se e quali rapporti intercorrano tra Di Bella e il clan colpito stamane dai provvedimenti della magistratura etnea.

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Al Senato va in onda il golpe da: informarexresistere

Informare Per Resistere

Al Senato va in onda il golpe
ottobre 14

– di Fabrizio Casari –

Il voto del Senato che ha approvato il Ddl Boschi sulla riforma costituzionale ha esaurito il primo dei tre passaggi che dovrebbero sancire la sua entrata in vigore. La riforma, anche da un punto di vista lessicale, ben documenta l’analfabetismo politico dei Renzi boys, e sebbene alcuni singoli punti del testo siano accettabili, è l’impianto generale della riforma che risulta pernicioso e pericoloso. L’assenza delle opposizioni dal voto è ungrave errore, dal momento che anche solo in via di principio non prendere parte ad un voto sull’assetto costituzionale tradisce in radice il mandato elettivo.

Politicamente, poi, un risultato che avesse visto l’esito finale con pochi voti di scarto avrebbe minato in profondità la stessa autorevolezza della riforma; ma i tatticismi di bottega hanno avuto, come sempre, la prevalenza. Non sono ipotizzabili modifiche sostanziali alla Camera, mentre è invece auspicabile un rifiuto secco dal referendum popolare che dovrà tra un anno confermare o annullare la riforma.

Renzi twitta entusiasta ricordando che i tempi sono stati rispettati. Già, i tempi. Ci si dovrebbe chiedere il perché di tanta fretta. Perché un governo di comparse e neofiti si ostina a spostare lo sguardo dai problemi economici e sociali di questo Paese per indirizzarsi invece sulle architetture istituzionali? Peraltro il contesto di legittimità nel quale la riforma è stata votata è quanto meno discutibile. Il premier, mai votato, è stato insediato da una manovra di Palazzo e il Parlamento tutto, che ha votato le modifiche alla Costituzione, è illegittimo, giacché eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Di ben altra legittimità politica ci sarebbe stato bisogno per procedere ad una modifica sostanziale dell’architettura istituzionale.

I commenti sono diversi, sia da parte dei cantori del renzismo che dai pochi critici ammessi da un’informazione ormai a ranghi serrati. Nel merito, si può facilmente argomentare come la modifica dei criteri d’eleggibilità, delle funzioni e dei poteri del Senato, rappresentino un pastrocchio inutile, ma sarebbe limitante concentrarsi solo sulla discussione concettuale circa il bicameralismo perfetto o sull’uso che i diversi partiti potranno fare dei posti a disposizione per i consiglieri regionali che, entrando in Senato, diverrebbero titolari di immunità. Il contestuale arresto del forzitaliota Mantovani racconta ironicamente il futuro che incombe.

Il tema centrale è l’alterazione profonda degli equilibri istituzionali. Il venir meno dei poteri di controllo che garantiscono il sistema di pesi e contrappesi che rappresenta il senso della relazione tra potere e controllo dello stesso, unica misura, in fondo, del tasso di democraticità del sistema. La fine dei poteri del Senato (primo tra tutti quello di sfiduciare il governo, ma altrettanto importante è anche quello di non poter più intervenire sulla legge di Bilancio e nella modifica delle leggi di spesa approvate dalla Camera) porta con se il potere abnorme della Camera.

Un potere che diventa abnorme sia per l’assenza della funzione di controllo senatoriale, sia perché con la riforma elettorale (l’Italicum) – che è parte indissolubilmente legata – la Camera dei deputati sarà formata da una maggioranza assoluta espressione del partito che vincerà le elezioni, magari al secondo turno e con il solo 25% dei voti espressi.

Una Camera blindata a sostegno del Premier, senza nessun contrappeso in termini numerici e politici, semplicemente consegna al Presidente del Consiglio un potere assoluto che non si vedeva dai tempi dell’aula “sorda e grigia”.

E allora è qui che la lettura di questa riforma deve allarmare. Non solo sul piano della cultura democratica, che la scrittura della Carta, intervenuta proprio dopo la sconfitta della dittatura fascista, aveva interpretato come partecipativa e bilanciata negli equilibri istituzionali, ma anche per una legittimità democratica incerta che un governo privo di controlli inevitabilmente rappresenta.

 

A meno di voler iscriversi alla macchina propagandistica del governo, non si può pensare che la riforma Boschi sia un tentativo di riscrittura delle regole in funzione di snellimento dei processi legislativi e, con questo, dell’affermazione della volontà popolare. Emerge invece, ad una lettura attenta e contestualizzata in un quadro europeo, come la riforma sia sostanzialmente pensata e voluta proprio in direzione contraria.

Abolire il Senato corrisponde ad un disegno autoritario, che spinge sull’acceleratore della riduzione della dialettica politica in funzione di una maggiore agilità della struttura di comando. L’operazione politica che soggiace, ma che ne rappresenta il senso politico più profondo, è l’indebolimento crescente e progressivo dei poteri dello Stato e rappresenta la volontà di smantellamento del sistema della rappresentanza popolare.

La progressiva dismissione degli organi elettivi, accompagnata ad una reiterazione di governi mai votati, indica con chiarezza come il governo del Paese si ritenga debba essere privo di totale controllo da parte degli elettori e che il suo agire debba essere indirizzato ad una definitiva acquiescenza ai poteri economici e finanziari. Si ritiene l’interesse pubblico ostativo agli interessi dei potentati, alternativo per quanto riguarda la destinazione d’uso delle risorse ed il modello socio-economico che implicitamente prevede. Dunque, si ritiene nocivo agli interessi dei poteri forti il modello politico partecipativo e, con esso, il modello di relazione tra rappresentanti e rappresentati,

Basta vedere il testo del Trattato tra USA ed Europa, il Ttip, che in sostanziale segretezza continua a macinare strada a Bruxelles passando letteralmente sopra la testa dei parlamenti nazionali. Si deve considerare che la sostanza del Trattato prevede che le legislazioni nazionali ed europee non possano prevalere sulla libertà dei mercati e sugli interessi delle multinazionali che i mercati governano. La libertà d’impresa diventa indiscutibile e non circoscrivibile; si afferma con brutale nettezza che le leggi e le norme che disciplinano il sistema non possano mai agire in contrasto con gli interessi delle imprese.

In sostanza, se un’azienda decide d’investire in una attività che in tutta evidenza nuoce all’interesse pubblico, Parlamento e governo non possono legiferare o ricorrere a precedenti leggi per impedirlo. E se l’interesse pubblico diventa secondario, perché quello privato diventa primario, si capisce come le istituzioni deputate per definizione alla salvaguardia dell’interesse pubblico – quindi della democrazia – vengano viste come un elemento inutile o addirittura nocivo, e diventino quindi un ostacolo da rimuovere.

La riforma ha ancora dei passaggi parlamentari e popolari da affrontare. Non si può restare con le mani in mano, magari nascondendosi dietro qualunquistiche letture che vedono la politica come incrostazione normativa, o a sterili considerazioni sulla corruzione che si vorrebbe solo figlia della politica ma che, invece, abita in ogni luogo della nostra società. Serve un colpo di reni per dare il via ad una battaglia per la democrazia che veda nel NO al referendum confermativo il punto di approdo.

La battaglia per ripristinare l’interesse pubblico è la condizione necessaria per cominciare a ripristinare la democrazia in Italia. Ritenere le istituzioni superflue o addirittura dannose apre la strada ad una concezione autoritaria del sistema che in Italia ha già procurato tragedie epocali. Nessuno può chiamarsi fuori e, meno che mai, tacere ora per protestare poi. I diritti che non si difendono, si perdono.

 

Fonte: www.altrenotizie.org

Ius soli della discordia: “Si diventerà italiani in base al reddito dei genitori” da: redattoresociale.it

Cittadinanza, non si placano le polemiche sulle modifiche apportate in Commissione Affari costituzionali. Per Asgi si tratta di un testo “ingiusto, inopportuno, discriminante”. Rete G2: “E’ solo un ostacolo in più verso il riconoscimento di un diritto”

25 settembre 2015

ROMA – “Dopo anni di attesa non ci saremmo mai aspettati una legge che lega il diritto di un bambino a diventare italiano al reddito dei genitori. E’ ingiusto, inopportuno, discriminante”. E’ duro il commento delle associazioni che si occupano della tutela dei minori stranieri, nato o cresciuti in Italia, sul testo di riforma della legge sulla cittadinanza, licenziato mercoledì sera dalla Commissione affari costituzionali. Non piace, in particolare, il requisito della carta di soggiorno (permesso di soggiorno Ue per lungo soggiornanti): “un paletto determinante” che delude chi da anni attendeva l’ introduzione anche in Italia di una forma di ius soli temperato. Secondo l’accordo raggiunto dalla maggioranza (Pd e Ncd) infatti potranno essere considerati cittadini italiani alla nascita (ius soli) soltanto i figli degli stranieri che hanno un permesso a tempo indeterminato. Ma per ottenerlo la famiglia deve poter dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all’assegno sociale annuo.

Asgi: pericoloso introdurre una definizione di cittadino basata sul reddito della famiglia. “L’introduzione del permesso Ue per lungo soggiornanti di fatto distingue i bambini in grado di ottenere la cittadinanza in base alla capacità economica delle loro famiglie – sottolinea Giulia Perin, avvocata di Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione) -. Secondo noi si tratta di un principio sbagliato, inopportuno e discriminante, perché introduce un criterio censitario come metro per valutare il grado di integrazione di una famiglia. Vengono tagliate fuori quelle persone regolari che però in questo momento stanno attraversando delle difficoltà economiche. Riteniamo pericoloso – aggiunge – introdurre una definizione di cittadino legata al reddito”. Non solo, ma non sempre chi ha i requisiti per ottenere il permesso a tempo indeterminato riesce ad ottenerlo: “Purtroppo quando colleghiamo un diritto al fatto di avere un documento rilasciato a livello nazionale si va incontro a situazioni diverse – aggiunge Perin – molto spesso dipende dalla discrezionalià del singolo ufficio. Non c’è una prassi omogenea a livello nazionale per il rilascio del permesso Ue, dipende dalla capacità della singola questura ad applicare la legge”. Nel testo unificato, però, questa difficoltà è in parte arginata: “non si dice che il genitore debba esserne già in possesso, ma che deve aver fatto la domanda per il rilascio. Questo potrà almeno in parte risolvere la questione delle lungaggini burocratiche”.

Rete G2: “Ci aspettavamo una legge inclusiva, sono stati aggiunti solo ostacoli”. “Noi avremmo preferito una legge che fosse in grado di risolvere l’annosa questione della cittadinanza e permettesse il più ampio accesso possibile.spiega Mohamed Tailmoun, portavoce della Rete G2, che rappresenta i ragazzi nati o cresciuti in Italia da genitori stranieri –  Si deve partire dal presupposto che se stiamo parlando di minori, l’atto di cittadinanza è il punto di partenza su cui ragionare per il suo futuro da cittadino. Non può essere una valutazione fatta solo sul percorso dei genitori”. Anche per la Rete delle seconde generazioni la carta di soggiorno è un ostacolo molto grande “si tratta di un documento difficile da ottenere, solo il dieci per cento degli aventi diritto riesce ad averlo realmente – aggiunge Tailmoun –Spesso la decisione sul rilascio è discrezionale, anche quando ci sono tutti i requisiti, non è di certo automatico”. Secondo le modifiche apportare al testo di riforma, inoltre, se per il riconoscimento della cittadinanza alla nascita è necessario che uno dei due genitori abbia la carta di soggiorno, nel caso in cui si richieda di legarla al percorso scolastico del minore (ius culturae) è necessaria la residenza legale dei genitori. “Questi non sono criteri chiari e univoci sul grado di integrazione di una famiglia – aggiunge -mettono solo un ostacolo in più nel riconoscimento di un diritto”.

Lunedì il testo all’esame dell’aula. La rete G2 spera ancora che durante l’esame alla Camera, che dovrebbe iniziare già lunedì prossimo, si possa intervenire su questi aspetti. “Ci preme anche che sia posta chiaramente la retroattività della legge – continua Tailmoun – cosicché possa rientrarvi anche chi oggi quei requisiti li ha già. Speriamo, invece, che non si introducano altri criteri per limitare ancora di più l’accesso. La carta di soggiorno è un criterio duro e butta fuori una platea amplissima di persone. Quando abbiamo immaginato il percorso della riforma, di certo non pensavamo che il risultato fosse questo. Ci auguriamo, per il bene di tutti che si possa ancora fare qualcosa”. (ec)

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C’è un filo che va dalla Villetta di Via del Capitano a Pontassieve a Villa Wanda di Arezzo, o no? da: informaarezzo.com

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C'è un filo che va dalla Villetta di Via del Capitano a Pontassieve a Villa Wanda di Arezzo, o no?
E’ ormai sotto gli occhi di tutti: le contro-riforme di Renzi stanno attuando le trame eversive della P2 di Licio Gelli. Scorrendo il Piano di Rinascita Democratica, infatti, si legge testualmente: 1) “nuove leggi elettorali…per il Senato, di rappresentanza di secondo grado, regionale, degli interessi economici, sociali e culturali…”. E’ esattamente ciò che sta accadendo per la Riforma Costituzionale in approvazione, con i 100 Senatori che verranno eletti sostanzialmente dai consiglieri regionali, quindi con elezioni di secondo livello. 2) “riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le province e ridefinire i compiti dei comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari…”. Ecco fatto, le province sono abolite e i comuni sono strozzati dai vincoli finanziari. 3) “riforma dell’ordinamento giudiziario per…separare le carriere requirente e giudicante…”. Obiettivo che sta per essere raggiunto. 4) “limitare il diritto di sciopero…”. Il Decreto d’urgenza approvato dopo l’assemblea sindacale regolarmente autorizzata al Colosseo qualche settimana fa va in questa direzione. 5) “costituzione di una agenzia per il coordinamento della stampa locale…in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese…”. Et voilà, è in itinere una legge per mettere un bavaglio alla stampa e zittire quella contraria al pensiero unico renziano. 6) “per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è la sollecitazione alla rottura…allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti” e ancora “i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi…ricondurli alla loro funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione di una libera associazione dei lavoratori…”. E’ in corso un feroce attacco dei renziani ai corpi intermedi, tra i quali i sindacati, che lo Statista di Rignano vorrebbe ridurre a uno solo, che funga da tappetino del Governo.
Insomma, nell’Agenda del Governo Renzi ci sono diversi punti – alcuni già realizzati, altri in procinto di esserlo – in comune col Piano di Gelli, dallo stravolgimento del Titolo V della Costituzione alla fine del bicameralismo…ed entrambi hanno come fine primario l’intento di attuare una svolta autoritaria nel Paese. Quando il Venerabile chiariva che “qualora…le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un un uomo politico, già in sintonia con lo spirito del club (ndr la P2) e con le sue idee di ripresa democratica, è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione…”…chissà se pensava alla possibilità che fosse un toscano come lui il prescelto…

M5S, le case degli uomini di Casaleggio pagate coi fondi pubblici del Senato da: l’espresso

I Cinque Stelle hanno speso 160 mila euro per gli appartamenti dello staff comunicazione, 40 mila dei quali per il solo alloggio di Rocco Casalino, l’ex del Grande fratello. Anche se la normativa prevede che i soldi siano usati per “scopi istituzionali”

di Paolo Fantauzzi
M5S, le case degli uomini di Casaleggio 
pagate coi fondi pubblici del Senato
Beppe Grillo e, alla sua sinistra, Claudio Messora e Rocco Casalino

Contro gli affitti d’oro di Montecitorio il Movimento cinque stelle ha condotto una delle sue più popolari battaglie. Al motto di “Basta milioni spesi per gli uffici parlamentari, anche gli onorevoli devono fare la loro parte” (e stringersi se necessario), la Camera ha alla fine rescisso parte dei contratti di locazione sottoscritti con la società Milano 90 dell’immobiliarista Sergio Scarpellini. Non a caso il deputato Riccardo Fraccaro, protagonista della “campagna” in Ufficio di presidenza, l’ha definita «una delle più grandi vittorie politiche del Movimento».

Solo che nel loro piccolo anche i grillini, che rivendicano orgogliosamente la loro diversità e morigeratezza, rischiano di impantanarsi proprio su una vicenda immobiliare. Dall’inizio della legislatura, ha ricostruito l’Espresso, al Senato hanno speso infatti 160 mila euro per pagare l’affitto di casa ai dipendenti della comunicazione, la cinghia di trasmissione tra lo staff della Casaleggio associati a Milano e il gruppo parlamentare di Palazzo Madama. Un manipolo di fedelissimi (qualcuno è arrivato a Roma direttamente dalla srl del guru), scelti “su designazione di Beppe Grillo” come recita il codice di comportamento degli eletti e che si è accasato in una delle più belle zone di Roma, compresa fra il Pantheon e via Giulia.

DI CASA IN CASA
L’affittuario più noto è il coordinatore dello staff Rocco Casalino, divenuto celebre come inquilino di un’altra casa: quella del Grande Fratello (all’interno della quale, in tempi pre-Movimento, si dichiarava convinto sostenitore di Rifondazione comunista). Quando a fine 2012 provò a candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia, ai militanti che lo criticavano sul blog per il suo passato televisivo rammentò la dura infanzia in Germania, in un piccolo appartamento dove il padre “per risparmiare non accendeva mai i riscaldamenti”.

Tempi quanto mai lontani, fortunatamente: dall’estate del 2013 l’ex gieffino ha trovato insieme a un collega il suo buen ritiro al quinto piano di un bellissimo palazzo secentesco in via di Torre Argentina, fatto costruire da una nobile casata viterbese e da due secoli di proprietà di una storica famiglia romana. Una stupenda casa a due passi dal Pantheon: per le sue due camere, il salone e i due bagni il gruppo parlamentare ha speso finora 40 mila euro di affitto.

Altri 50 mila euro, invece, sono andati per la pigione di un grande appartamento abitato fino allo scorso autunno da altri tre dipendenti. Compreso – a quanto risulta a l’Espresso – il fedelissimo Nik il Nero, il camionista-videomaker divenuto celebre per i suoi editoriali politici girati nella cabina del suo tir . Anche in questo caso, un’abitazione assai blasonata: è infatti del conte Emo Capodilista, che – ironia della sorte – essendo fra i proprietari di Palazzo Grazioli, è anche padrone di casa di Silvio Berlusconi .

Prima di lasciare Roma per Bruxelles, invece, il precedente capo della comunicazione Claudio Messora viveva in un grazioso monolocale dietro piazza Navona, anche questo all’interno di uno splendido palazzo nobiliare: 1.600 euro al mese per un quinto piano con angolo cottura. In tutto, circa 26 mila euro di affitto. Andati a un altro proprietario dal sangue blu: una nobildonna appartenente alla famiglia dei marchesi di Sambuci, sposata col discendente di una famiglia di conti partenopei di antico lignaggio.

FONDI PUBBLICI, ALLOGGIO PRIVATO
Solo nel 2014, ha ricostruito l’Espresso, il Movimento cinque stelle ha speso 100 mila euro per le case dei dipendenti della comunicazione. Ai quali vanno aggiunti altri 52 mila nel 2013, 8 mila di agenzia e altri 5 mila di utenze domestiche. Totale: 165 mila circa. Forse troppo per gli stessi grillini, visto che negli ultimi mesi è andata in scena una “spending review” che dovrebbe consentire loro di spendere meno per l’anno in corso: alla fine dell’anno scorso le case affittate erano cinque, i dipendenti che ci vivevano erano sei, e costavano 6.291 euro al mese.

Ma se l’attenzione che i Cinque stelle riservano ai loro dipendenti è lodevole, il problema è che si tratta di fondi pubblici. Il Senato infatti eroga ai gruppi parlamentari una somma in base alla loro consistenza (2,5 milioni l’anno nel caso del M5S) ma i contributi, recita il regolamento all’articolo 16 , “sono destinati esclusivamente agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare e alle attività politiche ad essa connesse (…) nonché alle spese per il funzionamento dei loro organi e delle loro strutture, ivi comprese quelle relative ai trattamenti economici del personale”.

Insomma, in teoria il denaro non potrebbe essere utilizzato per stipulare contratti di locazione a uso abitativo ma solo per pagare gli stipendi dei dipendenti. Se poi il Movimento ritenesse la casa un benefit indispensabile, potrebbe sempre aggiungere un extra in busta paga. Come accade alla Camera, dove per alcuni dipendenti è previsto un rimborso a piè di lista per l’affitto (peraltro sottoposto a tassazione). E che l’alloggio non rientri nelle fattispecie previste sembra confermarlo indirettamente il fatto che l’anno scorso questa spesa è stata inserita sotto la voce “godimento di beni terzi”. «Era quella che ci si avvicinava di più» spiega a l’Espresso il senatore Giuseppe Vacciano, ex tesoriere del gruppo: «E comunque quella dell’affitto è una clausola prevista nel contratto come fringe benefit, penso ci sia poco da fare…».

RISCHIO RESTITUZIONE
Nel 2014 il rendiconto del M5S ha superato il controllo di conformità ma la società di revisione (la Bdo) ha rammentato nella sua relazione come “la verifica dell’inerenza delle spese documentate agli scopi istituzionali per i quali i contributi sono erogati ai gruppi parlamentari è demandata al Collegio dei questori ed esula dalla nostra attività”.

Le cose adesso potrebbero cambiare e sul prossimo rendiconto rischia di abbattersi la censura dei tre senatori chiamati a controllare i bilanci dei gruppi (una è la grillina Laura Bottici), che pure lo scorso anno non hanno sollevato obiezioni. «Di recente c’è stata una segnalazione su questo aspetto e, se fosse confermata, siamo intenzionati a chiedere chiarimenti espliciti e approfondimenti» dice a l’Espresso il senatore-questore Lucio Malan. “Il rischio, nel caso le motivazioni addotte dal Movimento cinque stelle non venissero accolte, è che al gruppo siano decurtati i soldi spesi finora per i contratti di locazione”.