Il desiderio di maternità, il percorso della procreazione assistita. Finalmente la gravidanza e poi il sogno spezzato. Ringraziamo Sara per averci regalato il racconto del suo dolore da: ndnoidonne

La storia di Sara

Il desiderio di maternità, il percorso della procreazione assistita. Finalmente la gravidanza e poi il sogno spezzato. Ringraziamo Sara per averci regalato il racconto del suo dolore

Sara Catania Fichera

Quando lo scorso 29 agosto – nel corso della Scuola estiva di politica delle donne di Befree – Tiziana Bartolini mi ha chiesto se volevo scrivere la mia esperienza di maternità per questo numero di “NOIDONNE”, all’inizio ero titubante: l’argomento è per me dolcemente-dolorosamente complicato ed è difficile scriverne in tempi brevi, in modo conciso e su richiesta, ma poi ho pensato che era l’occasione per riconnettere pezzi sparsi di alcune riflessioni e per non privare altre della mia esperienza. Da femminista, e da mamma di una bimba morta in utero nei pressi della data del parto, penso sia giusto e sano trasformare il dolore in messaggi politici, è questo un modo per procedere, comunque e oltre, e anche per dare corpo e vita a lei. Così ho scelto di scrivere il mio racconto e di farlo oggi perché è il mio compleanno, mi sembra così di intrecciare le fila di tre percorsi: io-figlia, io-mamma, io-“non mamma”-figlia, e perché ogni volta che parlo di Zoe per me è una piccola rinascita. Da bambina non mi pensavo mamma, volevo fare altre cose da grande; crescendo, lentamente rifiutavo tutti i ruoli considerati femminili e comunque, prima di capire se volevo procreare, volevo laurearmi, lavorare, avere una casa adeguata e una storia d’amore che mi sembrasse giusta per condividere un’esperienza genitoriale.

Così cominciai questo percorso solo intorno ai 40 anni; il desiderio doveva essere forte se scelsi di sottopormi a protocolli di procreazione assistita, che ritenevo invasivi da tutti i punti di vista. Per me la Legge 40 era insopportabile tanto quanto i metodi relazionali dei vari centri di procreazione medicalmente assistita catanesi, un vero concentrato di stereotipi sulle donne, la procreazione e la maternità. Così, dopo gli esami pre-concezionali, sono andata all’estero dove ho trovato professionalità e un forte senso di civiltà fra personale medico e paziente. Ho vissuto due gravidanze su tre tentativi, la terza si è conclusa con un aborto per morte dell’embrione in utero alla decima settimana e per assurdo, nel contesto fortemente gravato dall’obiezione di coscienza in cui viviamo, mi sento fortunata perché il mio ginecologo mi ha praticato il recuttage non sottoponendomi al dolore fisico e psicologico di un’espulsione fisiologica dell’embrione. Dalla prima gravidanza invece è nata morta Zoe, con un cesareo d’urgenza, l’8 dicembre del 2010.

Il mio corpo si era fatto casa diventando luogo di dinamiche impreviste ad ampio raggio. Ho sempre pensato che piuttosto ché sottoporsi a pratiche invasive sarebbe più giusto battersi per l’adozione ai e alle single.Tuttavia l’adozione non prevede il tempo, lo spazio e il luogo della gravidanza, come esperienza dei corpi, quei mesi di intensa attività, di scambio e dialogo continuo fra quei due corpi, un laboratorio del sé per ciascuna delle due: entrambe creature, entrambe creatore di sé e dell’altra. Uno spazio, quello dell’utero e un luogo, quello della gravidanza, “civile perché politico” dice Emma Baeri, e non il tempo statico dell’attesa come il patriarcato ci ha insegnato per invidia e per paura di questa fertile potenzialità dei corpi nati portatori di utero e ovaie, socialmente riconosciuti come femminili, corpi portatori di vita e morte insieme, morte come vita.

La nostra società rimuove costantemente la morte e non vi è alcuna cittadinanza per le morti perinatali, anzi, l’idea va cancellata, è un tabù, quasi una vergogna. Le donne e le coppie che subiscono una tale lacerante esperienza non sono supportate in alcun modo nell’elaborazione di un lutto che è doppio perché, oltre la morte in sé, va elaborata la brusca e imprevista frattura fra progetto e realtà . Ma per me è impossibile rimuovere un’esperienza così importante, quella piccola vita che ha abitato brevemente il mio corpo ne ha modificato profondamente struttura e capacità percettiva, regalandomi un’energia inusitata: vivo come una e vivo come due, e per due, ormai entro ed esco dal mio dolore con grande velocità, piango e rido insieme e, come mi ripete Emma, sperimento un modo imprevisto di governo della simbiosi.

A partire dalla mia storia mi fa un po’ paura l’avvento dell’utero artificiale, al quale però farei ricorso immediatamente se fosse già una realtà – le contraddizioni sostanziano la nostra esistenza – perché lo sento come espropriazione di una esperienza possibile e foriero di nuovi scenari di marginalizzazione, sfruttamento ed esercizio di potere sui corpi femminili. In tal senso rivendico la mia “isteria” come momento creativo di un altro corpo e di me stessa, come legame emotivo e sessuale con mia madre, e come espressione orgogliosa di un sé castrato dal patriarcato: penso alle lacrime, all’emozione, all’ansia come sentimenti che si possono liberamente esprimere, mentre il patriarcato ha prescritto che in certi contesti essi sono sconvenienti e fuori luogo. Col senno di poi posso dire che la prima tappa nell’elaborazione del mio lutto è stata guardare a lungo il corpo nudo di mia figlia fuori di me, carezzarla prima che la piccola bara fosse chiusa, pensarla viva dentro di me e, la sera precedente, quella doppia onda nel mio pancione governata da lei, un saluto forte, determinato, carnale: “ciao mamma, ci sono, ci sono stata”.

Sara Catania Fichera, 6 settembre 2015

Il ‘naturale’, il ‘divino’ e la storia. Alla vigilia del Sinodo sulla famiglia da: ndnoidonne

“…Il patriarcato oggi, per paura, si inventa perfino il gender. ….”. Riflessioni in occasione del Sinodo che si celebra in assenza pressoché totale delle donne

inserito da Giancarla Codrignani

Papa Francesco, in occasione di una sua famosa intervista (a Civiltà Cattolica, settembre 2013), ebbe a dire “…la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema…”. A chiarimento dei tempi in cui queste barbarie erano ammesse, riporto – soprattutto per quei cattolici che contestano il presunto “lassismo” di Bergoglio – il pronunciamento del Sant’Uffizio dopo l’approvazione del XIII emendamento alla Costituzione americana (1865) che aboliva la schiavitù: “Nonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavitù presso tutte le genti, e a questo si debba principalmente il fatto che già da diversi secoli non si trovino più schiavi presso molti popoli cristiani, tuttavia […] la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l’opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni. Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell’opera del servo, per le proprie comodità, le quali è giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo. Ne consegue che non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato”.
Evidente, vero?, che il Papa di oggi ha ragione: la comprensione muta col tempo. E anche il pensiero della Chiesa, come diceva papa Giovanni XXIII, evolvendosi fa capire meglio il Vangelo.
Da poco è stata pubblicata “Laudato sii mi Signore”, l’enciclica semplicisticamente definita “ecologica”. Siccome alla base ci deve essere l’ecologia della mente, il Papa al capoverso 150 sostiene: “L’ecologia umana implica anche qualcosa di molto profondo: la necessaria relazione della vita dell’essere umano con la legge morale inscritta nella sua propria natura, relazione indispensabile per poter creare un ambiente più dignitoso. Affermava Benedetto XVI che esiste una “ecologia dell’uomo” perché “anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere”.
In questa linea, bisogna riconoscere che il nostro corpo ci pone in una relazione diretta con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. L’accettazione del proprio corpo come dono di Dio è necessaria per accogliere e accettare il mondo intero come dono del Padre e casa comune; invece una logica di dominio sul proprio corpo si trasforma in una logica a volte sottile di dominio sul creato. Imparare ad accogliere il proprio corpo, ad averne cura e a rispettare i suoi significati è essenziale per una vera ecologia umana. Anche apprezzare il proprio corpo nella sua femminilità o mascolinità è necessario per poter riconoscere sé stessi nell’incontro con l’altro diverso da sé. In tal modo è possibile accettare con gioia il dono specifico dell’altro o dell’altra, opera di Dio creatore, e arricchirsi reciprocamente. Pertanto, non è sano un atteggiamento che pretenda di “cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. E si aprono alcuni gravi problemi.
Papa Francesco ha più volte approvato la condanna di quella teoria del gender che non solo è un’invenzione insensata e fuorviante, come ha dimostrato pochi giorni or sono il segretario generale dell’Onu concludendo il Summit sullo Sviluppo con il”Global Leaders’ Meeting on Gender Equality and Women’s Empowerment”, dove la parola Gender ha il suo regolare significato di riconoscimento dei diritti delle donne (in italiano “di genere”). Il Papa è solito anche esprimere sostegno al “genere” femminile e rifiutarsi di giudicare l’essere umano. Ne deriva che simpatizzare con la sessuofobia di chi non accetta la normalità naturale di essere gay e lesbiche sembra in qualche modo contraddittorio e, di fatto, favorire proprio gli avversari di Francesco o, almeno, di quello che la pubblica opinione ritiene il sentire di Francesco.
Se, infatti, la comprensione muta con il tempo, il concetto di “natura” si evolve insieme con l’avanzamento delle conoscenze umane: oggi al bimbo mancino non viene più legata la mano “sinistra”, pratica fino a pochi anni fa seguita per correggere una stortura un po’ diabolica. Oggi la donna e l’uomo si uniscono per amore, molto meno per interesse e certamente non per concupiscentia. Oggi il matrimonio è, si spera, un sacramento e non una cerimonia o un’autorizzazione ad atti altrimenti altrimenti impuri. Oggi i figli nascono non per rispondere alla volontà di Dio o alla legge di natura, ma perché la coppia li desidera a prescindere da egoismi carnali o patrimoniali.
La natura, d’altra parte, non è di per sé buona. La tigre non è il cerbiatto e il terremoto non è il cielo stellato. Il pharmakon è insieme la medicina e il veleno. Il diritto, invece, è una costruzione civile di crescita umana, almeno in linea di principio, e chi agisce con fede religiosa deve tener conto dei valori laici, la cui moralità severa e impegnativa richiede adesione mentale, coerenza e responsabilità: chi ha fede e crede di avere qualcosa di specifico da dare alla storia umana, non può prescindere dall’argomentare il bene che deriva per tutti dalle acquisizioni della scienza e del diritto e fare la sua parte testimoniando.
Possiamo esemplificare. Gli Usa hanno una legge sanitaria che non piace ai vescovi cattolici perché “permissiva” in materia di contraccezione e aborto, mentre il Parlamento europeo ha approvato il “Rapporto annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo 2013 e la politica Ue in materia”, al cui interno si “deplora il fatto che i corpi delle donne e delle ragazze, in particolare riguardo alla loro salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, rimangano a tutt’oggi un campo di battaglia ideologico” e si riconoscono “i diritti inalienabili delle donne e delle ragazze all’integrità fisica e all’autonomia decisionale per quanto concerne, tra l’altro, il diritto di accedere alla pianificazione familiare volontaria e all’aborto sicuro e legale, la libertà dalla violenza, compresa la mutilazione genitale femminile, i matrimoni infantili, precoci e forzati e lo stupro coniugale”.
I cattolici sanno che l’aborto è un peccato, ma anche una piaga sociale presente ovunque nel mondo e che sarebbe facile cancellarla, se fossero cristianamente rispettate l’inviolabilità e la dignità del corpo delle donne e il loro diritto ad accogliere la gravidanza non “per caso”. Non è solo femminismo sostenere che, partendo dalla cultura delle donne, al mondo ci sarebbero meno “peccati”. “Peccato” che la Chiesa ripudi l’educazione sessuale e l’evangelizzazione dei maschi.
Il patriarcato oggi, per paura, si inventa perfino il gender.
Comunque vedremo le conclusioni sul Sinodo sulla famiglia. Che incomincia con la preoccupazione, appunto, che si impigli in qualche “gender” o si limiti a qualche misericorde consolatoria sulla struttura “famiglia” universalmente in crisi.
Ma preoccupa di più la constatazione dell’assenza pressoché totale delle donne, in quanto genere, autonome e non complementari, all’inizio e all’interno di questa grande opportunità per la Chiesa di essere all’altezza del mutare dei tempi.

“Curdi e Palestinesi, martiri di sempre di fronte a una comunità internazionale sempre più ripiegata negli egoismi”. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Un terribile sabato di sangue segnato da esplosioni e sparatorie nei punti più delicati dell’incendio mediorientale: ad Ankara una manifestazione per la pace, a Gerusalemme e nella striscia di Gaza.Il bilancio dal punto di vista delle vite umane è pesantissimo: ma ancor di più è terribile il bilancio politico in una situazione nella quale crescono di ora, in ora i rischi di guerra globale, in una confusione di tutti contro tutti e con le grandi potenze armate fino a denti a stretto contatto fra di loro sul terreno siriano.

Soprattutto però sarebbe necessario pensare (mentre nessuno sembra farlo) ai popoli massacrati, ai popoli dimenticati, trascinati nella violenza, nella miseria, nella povertà da decenni di sopraffazioni: curdi e palestinesi, assieme ai milioni di profughi siriani dovrebbero essere considerati i protagonisti per un’azione di pace, di riequilibrio, di ricerca del futuro da parte di una Comunità internazionale che appare sempre più sorda, cieca, ripiegata sugli egoismi dei più forti.

La strage di Ankara, che arriva a pochi giorni dalle elezioni politiche, consente al governo di Erdogan di stringere ancora di più i freni verso l’opposizione e il dissenso messi a tacere con brutalità in una nazione appartenente alla NATO nella quale la dialettica politica viene vietata così come le libere espressioni giornalistiche.

Curdi e palestinesi sono due popoli – martiri che rappresentano per intero il fallimento del concerto internazionale: la logica bellicista con la quale si continuano a trattare le grandi questioni dell’equilibrio internazionale si accompagna con l’espressione dell’integralismo religioso armato che serve da semplice copertura per la detenzione del potere nel campo energetico, del commercio delle armi, dello sfruttamento dei più deboli.

Questa sera ci saranno dichiarazioni di sdegno e di condanna: possiamo già considerarle componenti della categoria “lacrime di coccodrillo”.

Tutti i gruppi dirigenti occidentali e dei paesi dell’area sono complici di questo schiacciamento dei popoli, dell’immiserimento generale, delle stragi, dei conflitti agitati soltanto per mascherare i loro giochi di potere.

Sentiamo violento dentro di noi il peso dell’assenza di una vocazione internazionalista, di una capacità da parte di grandi forze politiche di levare in alto le bandiere dell’eguaglianza, della solidarietà, del riconoscimento della diversità e insieme della fratellanza tra i popoli.

Siamo di fronte a stragi inaccettabili e non disponiamo di altre armi che la nostra indignazione e il nostro rifiuto di una realtà tanto tragica e ingiusta.

Pur tuttavia non è il caso di rinunciare a esprimerci: ma quando, nell’Occidente sviluppato, nell’Europa che si vorrebbe unita, si riuscirà a sviluppare un’azione politica adeguata a questo stridore terribile, a questo rumore di guerra, all’immanenza di una carneficina ben più grande di quelle che oggi, in Turchia e in Palestina hanno insanguinato le nostre coscienze?