Dimissioni Marino: Ha vinto mafia capitale editoriale di alga news

Lucio Giordano

DI LUCIO GIORDANO

Bene, bravi, bis. Dai e dai ci sono riusciti, a far fuori il sindaco di Roma Ignazio Marino. Le sue dimissioni potrebbero arrivare in queste ore, in questi giorni. Ormai la Capitale è una nave senza più comandante. Invece di governare, Marino  da qualche tempo  è costretto a passare il tempo a difendersi dagli attacchi dei suoi avversari politici. E  non solo. Lui continua a resistere: ” Chi non mi difende, vuole Roma in mano ai mafiosi”, dice. Nel frattempo il vicesindaco Causi si è dimesso. Si è dimesso anche  l’assessore renziano Esposito.  E la vicenda del Campidoglio avrà ripercussioni quasi certe anche su Palazzo Chigi.

C ‘è da dire che il sindaco ci ha messo del suo, per arrivare sin qui. Qualche inefficienza amministrativa, qualche scivolone mediatico.  Ma non è questo, il punto. Il punto è che tutti gli attacchi sono sembrati pretestuosi, a cercare il pelo nell’uovo per farlo fuori. Mafia capitale, quel sistema farabutto e gelatinoso di cui per vent’anni e più si è cosparsa la città, doveva vendicarsi di quel sindaco che ha allontanato clientele e corruzioni da Roma. Con lui un’economia sommersa e delinquenziale era entrata in crisi, era stata messa ai margini. Ecco perchè Marino è  inviso a tutti. Da uomo onesto, o quasi, ha gridato forte lo scandalo delle clientele. E i gruppi dei vari Buzzi e Carminati, ripeto i gruppi, si sono dati da fare per metterlo all’angolo.

Bisogna essere onesti: sono stati bravissimi. Prima il parcheggio della Panda rossa, poi la vicenda Casamonica, infine quei 20 mila euro, ma in due anni e dunque 800 euro al mese, di spese pagate con la carta di credito del Campidoglio. Più Ignazio resisteva, più provavano a fargli le pulci. E chiaro che a questo punto il sindaco assomiglia al generale Custer nella battaglia del Little bighorn. Accerchiato, cadrà. E’ inevitabile. A memoria d’uomo non si ricorda un accanimento cosi esagerato nei confronti di un primo cittadino. E’ come se i gattopardi d’Italia si fossero riuniti tutti assieme, appassionatamente.

Ma quello che non hanno previsto i suoi detrattori è che oltre ad aver sollevato il gravissimo  problema di Mafia Capitale, Marino metterà in difficoltà tutti i sindaci d’Italia, tutti gli assessori, tutti i governatori di regione. Senza andare troppo lontano con le mutande verdi di Cota, della Lega nord, i festini di Fiorito, del Pdl, siamo certi che qualsiasi, e ripeto qualsiasi, primo cittadino italiano adesso trema. Perchè nessuno di loro è esente da peccati veniali, da spese di rappresentanza ballerine. Chissà ad esempio se Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, è stato preciso sulle note spese.

La realtà è che a questo punto tutti i sindaci dei mille comuni italiani dovrebbero dimettersi. Sei costretto a farlo invece se, come Marino, pesti i piedi a Mafia Capitale. Che, per la poltrona di sindaco, ora punterà di sicuro le sue carte su qualche nome dei suoi. Nel caso di vittoria di costoro, a maggior ragione se di quella destra sparviera che ha governato di recente  Roma,  si prevedono insomma colate di cemento, illegalità a fiumi, palazzinari senza scrupoli, degrado sociale, intolleranza. Dovevano tentare il tutto per tutto, per mangiarsi la torta del Giubileo che inizierà tra soli due mesi. Dovevano fare in fretta. Ci sono riusciti.

Le armi israeliane alimentano le atrocità in Africa da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 06-10-15 – n. 559

Rania Khalek | afrique-asie.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/10/2015

Le armi israeliane alimentano le atrocità nel Sud Sudan, secondo un rapporto delle Nazioni Unite che getta una nuova luce sul commercio segreto di armi degli israeliani in Africa.

Redatto da un team di investigatori che lavorano per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il rapporto presenta prove fotografiche di fucili automatici prodotti dalle Industrie Militari Israeliane (IMI) rinvenuti negli arsenali dell’esercito e della polizia del Sud Sudan. Conosciuti con il nome di Galil ACE, i fucili sono utilizzati in particolare dalle guardie del corpo dei politici di alto rango e degli ufficiali superiori dell’esercito.

Il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza nel 2011 dopo una guerra civile durata decenni. Dal giorno della sua nascita, personaggi dell’industria israeliana degli armamenti si sono precipitati a difendere e promuovere i loro interessi presso questo nuovo alleato e per contrastare l’influenza dell’Iran nel Sudan.
Dopo la secessione del 2011, il Sud Sudan si è diviso in fazioni politiche opposte.

L’esercito sud sudanese e le milizie governative armate da Israele si sono contraddistinte per la politica della terra bruciata, caratterizzata dalle violenze sistematiche su donne e bambini, il massacro indiscriminato e l’incendio di interi villaggi con le famiglie dentro le abitazioni, secondo il rapporto dell’ONU.
Il Sud Sudan non è il solo paese africano dove l’industria degli armamenti israeliana trae profitto dallo spargimento di sangue.

Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (SIPRI) Israele non fornisce dettagliate informazioni sul suo commercio di armi, la gran parte delle quali sono vendute tramite intermediari molto riservati, spesso militari in congedo o membri della diaspora israeliana.

Tuttavia, notizie occasionali, dichiarazioni pubbliche di funzionari ed inchieste condotte da organizzazioni non governative hanno permesso, in questi ultimi anni, di sollevare il velo e rendere palese come il coinvolgimento militare israeliano tocchi più luoghi africani di quantio se ne possano raccontare con un solo articolo.

Grazie alle sue risorse, il SIPRI ha potuto dimostrare che Israele ha venduto i suoi principali armamenti in Camerun, Ciad, Guinea Equatoriale, Lesotho, Nigeria, Ruanda, Seychelles, Sudafrica e Uganda dal 2006 al 2010.

Il leader di mercato negli armamenti

A dispetto delle sue piccole dimensioni, sono decenni che Israele è classificato tra i primi dieci paesi esportatori di armi nel mondo. Un risultato impressionante per un paese delle dimensioni del New Jersey.

Questo risultato è in parte dovuto al fatto che Israele si serve della Cisgiordania occupata e di Gaza come laboratori per testare e perfezionare le armi ed i metodi di occupazione e di controllo. Questa dinamica permette alle imprese militari israeliane di commercializzare i propri prodotti come armi “provate in combattimento” e che “hanno resisitito in combattimento”, etichette suggestive che gli conferiscono un vantaggio concorrenziale nel commercio internazionale di armi.

Il successo di Israele si spiega anche per l’attitudine a trattare affari con regimi repressivi che gli stessi USA ed i paesi europei evitano di armare direttamente.
Nel caso del Sud Sudan, l’enormità delle atrocità ha costretto l’UE ad imporre un embargo sulle armi e ad applicare sanzioni contro i dirigenti militari di quel paese.

Anche gli USA hanno sospeso l’aiuto militare ed applicato sanzioni, ma va notato che l’amministrazione Obama ha aiutato con entusiasmo l’esercito sud-sudanese a svilupparsi, sebbene fosse noto che contava numerose migliaia di bambini nei suoi ranghi.
Israele, dal suo canto, ha accolto il Sud Sudan ad una esposizione di armi non più tardi che a giugno.

Aiuti al genocidio

Fornire di armi in segreto i regimi sanguinari non è cosa nuova per Israele.
Sotto la direzione di Yizhak Rabin, allora primo ministro, e Shimon Peres, allora Ministro degli affari esteri, Israele ha rifornito le forze governative ruandesi di etnia hutu anzichè l’armata ribelle diretta da Paul Kagame, di pallottole, fucili e granate, sebbene fosse in corso un genocidio in quel paese negli anni 90.

Oltre ad armare gli uccisori, Israele ha formato le forze militari e paramilitari ruandesi negli anni che hanno preceduto il bagno di sangue.
Dopo aver visitato i campi della morte, un mercante d’armi israeliano si è vantato di essere un umanista, perchè, grazie alle sue pallottole, le vittime sono morte più rapidamentee più umanamente di quelle uccise a colpi di machete. “Io sono stato di fatto un medico” si è vantato.
In seguito, Israele ha avuto legami ed interessi con Kagame, il presidente autocratico dell’attuale Ruanda, che beneficia di grande sostegno in Occidente.

Depositi d’armi per i despoti

Dal momento che i contratti di acquisto di armi cogli Israeliani sono in diminuzione in USA ed in Europa in ragione delle riduzioni dei bilanci della difesa, i paesi in via di sviluppo dell’Africa e dell’America Latina sono diventati i clienti più dinamici di Israele.

Le vendite di armi israeliane in Africa sono raddoppiate tra il 2012 e il 2013 e sono aumentate ancora del 40% nel 2014, raggiungendo il valore di 318 milioni di dollari quest’anno.

E’ difficile sapere se queste cifre includano le armi e l’equipaggiamento militare fornito da Israele all’Uganda e forse al Ruanda a titolo di compensazione per aver accettato di accogliere rifugiati africani espulsi da Israele.

Mentre Israele non ha alcun scrupolo a contribuire ai disordini nei paesi africani, esso rifiuta di riconoscere asilo agli africani sul suo territorio, preferendo imprigionarli e rimandarli indietro verso quegli orrori dai quali sono fuggiti. Alcuni di loro sono stati incarcerati, torturati ed anche uccisi dopo la loro espulsione.

Quello che è chiaro è che Israele tratta con il Gotha dei regimi dittatoriali africani che opprimono brutalmente i loro cittadini.

La Brigata di intervento rapido del Camerun (BIR), che si distingie per le esecuzioni illegali e si è resa responsabile di “sparizioni” è stata addestrata da un comandante dell’esercito israeliano in pensione, Mayr Heretz.

Nel 2009 la BIR è stata impiegata per reprimere le manifestazioni contro l’ineguaglianza economica ed ha ucciso almeno 100 manifestanti.

La Guardia Presidenziale del Camerun, conosciuta per la sua brutalità, senza la quale il dittatore Paul Biya non potrebbe conservare il potere che occupa da più di 33 anni, è stata formata da un altro comandante israeliano in pensione, Avi Sivan.

Israele ha fornito d’armi il regime di apartheid del Sudafrica negli anni 70 e 80 in violanzione delle sanzioni internazionali.

Salvaguardare la predazione delle imprese

Decenni di predazione e colonizzazione della terra e delle risorse palestinesi hanno dato ad Israele un’esperienza unica per domare la resistenza e dedicarsi alla spoliazione coloniale.

Come ha spiegato Jimmy Johnson, militare specializzato nel commercio di armi israeliane: “Il nazionalismo etnocentrico del 19mo secolo che ha condotto alla creazione di Israele… nasconde spesso il fatto che la spoliazione dei Palestinesi include un massiccio trasferimento di ricchezza del colonizzato verso il colonizzatore, dall’occupato in favore dell’occupante”

Israele non si accontenta di smerciare armi all’Africa. Esso offre un perfetto esempio di predatore neocoloniale che arriva a mantenere i frutti di questa predazione al di fuori della portata di una classe media abbandonata e spossessata sempre di più dalle devastazioni del capitalismo globalizzato.
L’occupazione israeliana viene “esportata per lottare contro la redistribuzione di ricchezza” come ha notato Johnson.

Poco più a sud del Camerun, le imprese militari israeliane hanno guadagnato milioni di dollari vendendo materiale militare ai piccoli paesi ricchi di petrolio della Guinea equatoriale.
La Guinea equatoriale ha una delle più inegualitarie società del mondo.

Lo spietato dittatore dell’antica colonia spagnola, Teodoro Obiang, si è personalmente arricchito grazie alle generose dazioni delle compagnie petrolifere americane, in cambio delle quali esse hanno potuto sfruttare le enormi riserve di petrolio del paese senza ostacoli.
Per conservare il suo potere, Obiang mantiene una guardia presidenziale quasi certamente formata da Israele sulla base di materiale israeliano perfezionato a Gaza per proteggere le piattaforme petrolifere della Exxon.
Le forze di sicurezza di Obiang hanno la reputazione di praticare largamente la tortura e le esecuzioni sommarie degli oppositori politici.

Nel 2008, Israele ha concluso un contratto di fornitura d’armi di circa 100 milioni di dollari con la Guinea equatoriale, che comprende l’acquisto di quattro pattugliatori d’altura IMI Shaldag e di una nave lanciamissili della classe Saar, costruita dai Cantieri Israeliani. “Le navi dell’IMI sono destinate alla protezione delle piattaforme petrolifere in mare” secondo il quotidiano israeliano Haaretz.
Sono le stesse navi che la marina israeliana utilizza per far rispettare il blocco marittimo di Gaza e per bombardare i suoi abitanti.

Fintanto che Israele aiuterà le imprese petrolifere americane e la famiglia Obiang ad accumulare denaro, 1 bambino su 10 morirà in Guinea equatoriale prima del suo quinto compleanno. Inoltre, meno della metà degli abitanti del paese ha accesso all’acqua potabile.

Nella provincia di Cabinda in Angola, l’Areostar, un drone fabbricato dalla società israeliana Aeronautics Defense Systems protegge le piattaforme petrolifere marittime delle imprese private, compresa la Chevron.

Nel delta del Niger, un assortimento di droni di sorveglianza israeliani come l’Areostar e il Seastar della Areonautics, oltre al pattugliatore d’altura Shaldag dei Cantieri Israeliani proteggono le piattaforme petrolifere della Chevron contro eventuali azioni di contrasto alla predazione delle risorse nigeriane da parte delle imprese.
Oltre a ciò, vi è il sistema di sorveglianza di Internet installato in Nigeria nel 2013 dalla più grande fabbrica d’armi israeliana, Elbit Systems.

Esportare la “guerra contro il terrorismo”

Con l’ascesa di Boko Haram, la Nigeria ha adottato in questi ultimi anni la “guerra al terrorismo”, una teoria sviluppata da Israele per giustificare la sua occupazione permanente della Palestina.
“Israele è un alleato fondamentale e fedele nella nostra lotta contro Boko Haram” avrebbe detto un funzionario del governo nigeriano all’inizio dell’anno.

“E’ una triste realtà che Israele abbia molta esperienza per quanto concerne il terrorismo. I nostri alleati israeliani hanno utilizzato la loro esperienza e la loro tecnica unica acquisita in molti anni di lotta contro il terrorismo sul loro territorio per aiutarci” ha aggiunto il responsabile, facendo odioso paragone tra la resistenza palestinese alla violenza coloniale israeliana e gli atti di terrorismo perpetrati da un gruppo militare che non  ha niente a che spartire coi Palestinesi.

Un militare cristiano nigeriano che sostiene pienamente la condotta del suo governo ha dichiarato al Jerusalem Post: “Io sono come un colono israeliano in Cisgiordania alla mercè dei Palestinesi”
Questa attitudine ha avuto delle conseguenze assolutamente disastrose.

Dal 2012, con il pretesto della lotta contro Boko Haram, l’esercito nigeriano ha ucciso con esecuzioni sommarie senza processo 1.200 persone ed ha arbitrariamente arrestato 20.000 ragazzi e giovani uomini, di cui almeno 7.000 sono morti nelle prigioni militari per fame, negligenza medica e sovrappopolazione.

In Kenya, gli squadroni della morte dell’Unità di Servizio Generale, l’ala paramilitare della polizia e dell’esercito di questo paese, hanno anche adottato il “libretto di istruzioni israeliane” delle esecuzioni senza processo per ridurre al silenzio dei religiosi musulmani.

Gli ufficiali degli squadroni della morte intervistati da Al Jazeera lo scorso anno, hanno rivelato che le loro unità sono state addestrate da Israele.

“Esportare l’esperienza del sionismo”

In un libro pubblicato nel 1987, “La connessione israeliana”, Benjamin Beit-Hallahmi ha descritto il sostegno di Israele ai tiranni dei Paesi in via di sviluppo come “la diretta conseguenza di quello che fa a casa”.

Secondo lui, “Israele non fa che esportare nel Terzo Mondo l’esperienza del sionismo nel Medio Oriente” caratterizzata dalla conquista e dalla “pacificazione”.
Israele “non esporta solamente una tecnologia di dominazione, ma anche la visione del mondo che sta dietro a questa tecnologia” ha aggiunto.

Esporta “la logica dell’oppressore… una certa convizione mentale, un sentimento che il Terzo Mondo può essere controllato e dominato, che i movimento radicali del Terzo Mondo possono essere eradicati, che i moderni Crociati hanno ancora un futuro”
Ecco cosa esattamente fa Israele nell’Africa di oggi. Non c’è dubbio che contribuirà ad ulteriori spargimenti di sangue.

Per completare questa lettura : Droits humains, drones et la guerre pour gérer les inégalités – di Jimmy Johnson.
Rania Khalek è una giornalista e reporter indipendente.
Legenda : L’armata sud sudanese, armata e addestrata da Israele si rende responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani, secondo l’ONU.

“Trident Juncture 2015”: preparazione della guerra globale da: www.resistenze.org – osservatorio – della guerra – 04-10-15 – n. 559

Salvatore Vicario | senzatregua.it

03/10/2015

Con il nome di “Trident Juncture 2015” si svolgeranno dal 3 ottobre al 6 novembre prossimo in territorio italiano, spagnolo e portoghese le esercitazioni NATO più importanti e imponenti degli ultimi anni, in un contesto internazionale caratterizzato dalla crisi del capitalismo e dalla intensificazione delle tensioni tra le potenze imperialiste e le relative alleanze, con una crescente corsa agli armamenti e al militarismo. Per l’USEUR (comando USA per l’Europa) si tratta della “più grande esercitazione di questo tipo dalla caduta del muro di Berlino“, come conferma anche il francese Jean-Paul Paloméros, capo del Comando Strategico Alleato per la Trasformazione (SACT), struttura che si fa carico delle manovre, che ha dichiarato a inizio anno che “Trident Juncture 2015” è la più grande esercitazione “dalla fine della Guerra Fredda e, probabilmente, della storia della NATO“.

Alcuni dati delle esercitazioni

L’ultima esercitazione su grande scala della NATO su suolo europeo ebbe luogo in Norvegia e Polonia nel Marzo del 2002, a cui parteciparono 15 paesi membri dell’Alleanza Atlantica insieme a altre 12 “nazioni partner” (alcune delle quali ora alleate). In questa occasione le esercitazioni coinvolgeranno oltre 30 Stati (ai 28 membri della NATO si affiancano l’Australia, l’Austria, la Bosnia Erzegovina, la Finlandia, la Macedonia, la Svezia e l’Ucraina come “nazioni partner”) più di 200 velivoli, 60 unità navali e circa 36.000 soldati che si dispiegheranno in Spagna, Portogallo e Italia, e in contemporanea anche in Belgio, Canada, Germania, Paesi Bassi e Norvegia, con unità navali che agiranno dall’Atlantico al Mediterraneo in un teatro militare di terra, mare e aria che si proietta verso Sud e verso Est. Le esercitazioni si articoleranno in due fasi: dal 3 al 16 Ottobre, saranno coinvolti esclusivamente i centri di comando, il Command Post Exercise (CPX) per la pianificazione strategica e la formazione del personale, mentre dal 21 ottobre al 6 novembre si svolgerà la fase operativa (indicata col nome LIVEX) con truppe di livello tattico nei poligoni, porti e aeroporti militari stabiliti e nelle acque e cieli dell’Atlantico e Mediterraneo. Alle operazioni partecipano come osservatori anche 12 organizzazioni internazionali tra cui l’Unione Europea e l’Unione Africana così come varie organizzazioni non governative (ONG)[i] con la principale novità dell’invito anche a diverse imprese del settore militare di 15 nazioni «con l’obiettivo di generare scambi, conoscenze e prospettive per possibili soluzioni tecnologiche per il futuro e per accelerare l’innovazione militare», nelle parole del tenente generale britannico Phil Jones, secondo comandante del SACT, per una «conoscenza più ampia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza» come affermato dal Comando NATO di Bruxelles.

In Italia, secondo quanto riferito in Parlamento dal sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, saranno dispiegati complessivamente 41 aeromobili (di cui 15 appartenenti a Paesi dell’alleanza e 26 italiani), mentre un totale di circa 3.500 militari italiani saranno schierati tra Spagna, Portogallo e Italia. Le forze aree saranno distribuite su sei aeroporti militari: Trapani Birgi, Decimomannu, Pratica di Mare, Pisa, Amendola e Sigonella, mentre le forze navali della NATO andranno a bombardare il poligono di Teulada, in Sardegna, dove si svolgeranno anche sbarchi di forze anfibie e lo schieramento di reparti corrazzati, con il coinvolgimento delle forze navali italiane mobilitate nell’esercitazione nazionale “Mare Aperto” collegata alla “Trident Juncture 2015”. In Italia sono posti due Centri di Comando NATO: il Joint Force Air Component Command (JFACC) dell’Aeronautica Militare a Poggio Renatico (Ferrara), che ha assunto un ruolo strategico chiave nella gestione delle operazioni aeree e di controllo radar dell’Alleanza atlantica, e l’Allied Joint Force Command (JFC) di Lago Patria (Napoli) che parimenti all’altro comando JFC di Brunssum in Olanda (che guiderà le operazioni della “Trident Juncture 2015”) svolge un ruolo primario per quanto riguarda il comando della “Forza di Risposta della NATO” (NRF) la forza di pronto intervento in grado di essere schierata in tempi rapidissimi in qualsiasi parte del pianeta e che proprio questa esercitazione dovrà certificarne centri di comando e controllo e capacità di risposta.

L’aeroporto civile/militare di Trapani Birgi sarà il centro delle operazioni aeree, con il dispiegamento di circa 5.000 militari di cui 1.000 italiani e una trentina di velivoli; la base di Bétera, Valencia (Spagna) sarà il centro delle operazioni terrestri; mentre in Portogallo è situato il centro delle manovre navali.

Qual è il proposito di queste esercitazioni?

Nel corso della conferenza stampa di presentazione dello scorso mese di luglio, il Generale Hans-Lothar Domröse, Comandante del Joint Force Command di Brunssum, ha dichiarato che «lo scopo dell’esercitazione è quello di formare e testare la Forza di Risposta della NATO (NFR), una forza multinazionale altamente pronta e tecnologicamente avanzata che comprende Aria, Terra, Mare e componenti delle forze speciali” aggiungendo che “migliorare le nostre forze di risposta è una parte fondamentale dello sforzo generale della NATO di adattarsi alle sfide emergenti alla sicurezza. “Trident Juncture 2015” è stata progettata per garantire che i nostri concetti e procedure lavoreranno in caso di una vera crisi»[ii]. La propaganda della NATO afferma quindi che l’esercitazione TJ15 servirà per dimostrare la capacità dell’alleanza militare di rispondere alle “nuove minacce per la sicurezza mondiale” e, in concreto, per la preparazione della “Very High Readiness Joint Task Force” (VJTF) la “punta di lancia” (Spearhead) della “Forza di Risposta della NATO” (NFR) che a sua volta è stata portata a 40 mila unità. La VJTF ha la capacità di dispiegare una forza multinazionale di 5.000 militari, supportati da mezzi aerei e navali, in qualsiasi luogo del mondo in appena 48 ore, di fronte a qualsiasi minaccia contro gli interessi euro-atlantici. Una capacità che, al di là della retorica della sicurezza a cui ci ha abituati la NATO, è propriamente offensiva e che negli obiettivi della programmazione militare deve esser operativa entro il 2016.

Il Summit della NATO in Galles del 5 settembre 2014 ha stabilito il “Piano di Azione Rapida” che «fornisce un coerente e globale pacchetto di misure necessarie per rispondere ai cambiamenti nel contesto di sicurezza dei confini della NATO e più lontano, che sono fonte di preoccupazione per gli alleati» e nello specifico queste sono le «sfide poste dalla Russia e le loro implicazioni strategiche» e «i rischi e le minacce provenienti dal nostro vicinato meridionale, il Medio Oriente e Nord Africa»[iii]. Il quadro delle esercitazioni TJ15 è infatti propriamente rivolto all’incremento delle sue capacità offensive verso Sud e Oriente e si basa sullo scenario SOROTON dove si ipotizza un conflitto locale nel quale la NATO decide di intervenire, derivante da una crisi idrica conseguente le “modificazioni climatiche” che insieme alla questione dell'”immigrazione” sono considerati possibili motivi scatenanti di un conflitto nell’area Sud. Dall’altro si prepara allo scontro diretto con la Russia, spinto maggiormente dall’imperialismo statunitense, in relazione al quale è stata creata la VJTF e come dimostrato anche dal fatto che la prossima esercitazione “a grande intensità” che si terrà nel 2018 si svolgerà in prossimità della Russia, in Norvegia nel Mare del Nord e il Mal Baltico.

«L’esercitazione – ha spiegato il sottosegretario alla Difesa G. Alfano – effettuata con cadenza triennale, ogni volta con denominazione e luoghi di svolgimento diversi, costituisce un momento di coesione fondamentale e irrinunciabile per mantenere e, possibilmente, incrementare, l’interoperabilità tra i 28 Paesi dell’Alleanza e con i Partners. Quest’anno la sua valenza è di particolare importanza poiché rappresenta un tangibile segno di attenzione dell’Alleanza Atlantica verso i rischi presenti nell’area mediterranea ed è finalizzata, infine, a dimostrare la volontà collettiva di garantire una più ampia cornice di sicurezza ai Paesi del cosiddetto fianco Sud»[iv]. Queste esercitazioni hanno pertanto una doppia valenza, da un lato mostrare i muscoli alle potenze rivali e testare le sue capacità offensive e dall’altro migliorare la coesione delle truppe multinazionali e degli obiettivi delle borghesie imperialiste coinvolte nell’alleanza atlantica, che vanno dall’Ucraina alla Siria passando per la Libia, ma che riguardano una disputa che si estende in tutto il pianeta comprendendo gli scenari dell’Africa sub-sahariana, il Sud America, il Pacifico, i mari del nord e l’Artico. Le diversità in questo senso tra gli alleati nella NATO si evidenziano in particolare nelle varie dichiarazioni degli attori politici e militari delle varie potenze, con quelle europee, più restie alla guerra con la Russia che tendono a nascondere gli obiettivi e (come fatto dall’Italia) porre l’accento sulle questioni riguardanti l’immigrazione e il “fianco Sud”, con particolare riferimento all’intervento in Libia, e gli USA che spingono allo scontro con la Russia, dichiarando apertamente che le esercitazioni e il potenziamento della NATO sono dirette verso di essa [v].

Un quadro di crescenti tensioni inter-imperialiste

Nel corso del 2015, la NATO realizzerà in totale oltre 280 esercitazioni militari di diverso tipo [vi], il cui culmine è proprio la TJ15. Dall’inizio della crisi in Ucraina le esercitazioni militari sono triplicate in particolare ai confini orientali. Ultima in ordine di tempo è stata l’esercitazione NATO DYNAMIC MANTA 2015 che ha riguardato dall’1 al 20 settembre anche in questo caso il territorio italiano al largo delle coste siciliane con navi, sommergibili, aerei e personale proveniente da 9 paesi NATO per un addestramento alla guerra anti-sommergibile e contro mezzi di superficie, con sottomarini provenienti da Francia, Grecia, Italia, Spagna, Turchia, Inghilterra e Stati Uniti, con l’Italia che ha fornito supporto logistico tramite le basi navali di Augusta e la base aerea di Sigonella [vii].

L’Alleanza Atlantica sta affinando e provando in modo permanente le sue capacità di intervento militare che, in particolare, sono dirette verso la Russia e la Cina, che rappresentano le due grandi minacce per l’egemonia delle potenze imperialiste tradizionali, gli USA, Gran Bretagna, l’UE, il Giappone ecc., nel quadro delle rivalità inter-imperialiste che caratterizzano gli inizi di questo secolo, e che si riflettono nei fronti di guerra principali quali: Siria, Ucraina, Libia, Yemen, Iraq, Mar Cinese Meridionale, ecc. In questo quadro si moltiplicano in risposta le manovre congiunte sino-russe, come quelle svolte nella scorsa primavera nel Mediterraneo Orientale, partendo dalla base di Sebastopoli (Crimea) o le più recenti (fine di agosto) organizzate nel Mar del Giappone, dirette dalla base navale russa di Vladivostok. Nel mese di Marzo, la Russia ha effettuato una esercitazione su larga scala che ha mobilitato circa 80.000 militari, 12.000 mezzi pesanti, 65 navi da guerra, 15 sottomarini e 220 aerei, che simulava uno scenario di guerra nelle regioni periferiche della Russia, concentrandosi nella penisola di Kola e le isole artiche periferiche, l’exclave di Kaliningrad (tra la Polonia e la Lituania con accesso al mar Baltico), la Crimea e il Mar Nero, l’isola di Sakhalin nell’estremo oriente [viii]. A sua volta la NATO nel mese di Giugno ha realizzato un’altra grande esercitazione su vasta scala denominata “Allied Shield”, che ha riguardato operazioni navali nel Mar Baltico, operazioni anfibie in Svezia e Polonia, operazioni aeree e terrestri in Polonia e Stati Baltici, e il dispiegamento della VJTF e altre forze speciali, che hanno simulato uno scenario di guerra ai confini orientali della NATO [ix]. Altre significative esercitazioni NATO si sono svolte tra agosto e settembre lungo i confini orientali, in Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria. [x ].

L’approfondirsi della tendenza alla guerra è la conseguenza nell’ambito politico-militare, dell’aggravarsi della crisi economica del sistema capitalistico a livello internazionale, che ha colpito prima i centri tradizionali dell’imperialismo mondiale, determinando una tendenza alla multipolarità – confermando la legge dello sviluppo ineguale – con l’ascesa di nuove potenze caratterizzate da uno sviluppo imperialistico, i cosiddetti BRICS. Oggi anche questi rallentano la loro crescita economica per effetto delle contraddizioni proprie del capitalismo. La crescita economica e il peso politico internazionale di questi paesi, con il formarsi di nuovi rapporti di forza in questa sfera, ha avuto il suo riflesso anche sul piano politico-militare da parte delle potenze imperialiste tradizionali (USA-UE-NATO), che accrescono la tendenza all’aggressione militare nella disputa dei mercati e delle risorse, utilizzando le armi dell'”interventismo umanitario”, delle “rivoluzioni colorate” e rafforzando il loro apparato ideologico-mediatico. Allo stesso tempo la crescita economica e politica delle cosiddette “potenze emergenti” ha accresciuto nell’ultimo periodo anche il loro potenziale militare, in particolare di Russia e Cina, che riescono con sempre maggiore decisione a confrontare anche dal punto di vista militare, gli obiettivi statunitensi ed europei. Emblematici in questo senso sono gli attuali ultimi sviluppi sul fronte siriano.

Tutti i poli sono immersi nelle contraddizioni del sistema imperialista e questo, al di là delle visioni idealiste e opportuniste, non frena le tensioni e i conflitti, ma al contrario porta a un loro costante inasprimento. In questa situazione ogni imperialismo gioca le sue carte politiche, diplomatiche e militari a vantaggio dei propri monopoli e obiettivi globali o regionali all’interno di alleanze strategiche, assi, accordi temporanei ecc., a spese dei popoli che vengono schiacciati e intrappolati in queste dispute e antagonismi. Ciò vale anche per l’imperialismo italiano, che si muove per difendere e promuovere gli interessi dei propri monopoli – su tutti Eni, Finmeccanica ecc. – nel quadro dell’alleanza strategica atlantica, dell’UE e la NATO, partecipando attivamente alla spartizione del bottino.

Contro le esercitazioni NATO per sabotare la guerra imperialista e per l’uscita dell’Italia dalla NATO

L’attiva partecipazione del nostro paese a queste manovre conferma la volontà della borghesia italiana e del suo governo di svolgere un ruolo importante nella struttura di questa alleanza militare imperialista inter-statale, nella politica d’aggressione e saccheggio del braccio armato dell’imperialismo USA e UE, con l’intento di migliorare la sua posizione a livello geostrategico, attraverso lo sviluppo della cooperazione con gli USA e con gli altri alleati, e una sempre maggiore implicazione delle proprie forze armate nei piani imperialisti nel Medio Oriente e Nord Africa, in particolare in Libia. In questo sfrutta particolarmente la sua posizione geografica strategica, facendo del nostro territorio un’enorme portaerei atlantica nel Mediterraneo attraverso le innumerevoli servitù militari – installazioni, strutture e basi militari USA-NATO – in particolare in Sicilia con le basi di Niscemi, Sigonella, Trapani Birgi e Augusta. Anche la presenza dei militari italiani in ogni fronte di guerra, dall’Afghanistan ai Balcani al Medio-Oriente ecc., e la produzione e l’esportazione di armi (8° produttrice di armi al mondo) risponde a questi obiettivi.

All’interno dei propri Stati le borghesie imperialiste promuovono politiche socio-economiche antipopolari, che in concreto in Italia prendono forma con le reazionarie riforme del lavoro e della scuola: Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, le nuove norme sulla sicurezza e le attuali riforme istituzionali in corso. Mentre si comprimono i salari, le pensioni e i diritti dei lavoratori, si tagliano e privatizzano i servizi pubblici, l’istruzione, la sanità, i trasporti, si restringono gli spazi d’intervento democratici e si incrementa la repressione per colpire la classe lavoratrice, i settori popolari e la loro gioventù, contemporaneamente, in base a quanto stabilito nell’ultimo Summit della NATO, crescono enormemente le spese militari in un processo generale di corsa agli armamenti. I paesi aderenti alla NATO si sono impegnati a portare la propria spesa militare almeno al 2% del PIL, un livello raggiunto fino ad ora solamente da 4 dei 28 paesi membri (USA, Gran Bretagna, Grecia ed Estonia). Per l’Italia si tratta di passare, se si raggiungesse il 2% del PIL, dagli attuali 70 milioni di euro al giorno (al 12° posto mondiale), secondo il calcolo dell’Istituto SIPRI, a oltre 100 milioni di euro al giorno.

La spesa militare complessiva della NATO ammonta a circa 1.000 miliardi di dollari annui, che equivale a circa il 56% di quella mondiale, con un incremento in termini reali dal 2000 ad oggi di oltre il 40%. A dominare sono gli USA con il 4.1% del PIL e una spesa di circa 600 miliardi. La Cina tra il 2007 e il 2014 ha incrementato la sua spesa del 167%, con un budget annuale che verrà aumentato del 10.1%, per un valore di 144.2 miliardi di dollari, corrispondenti al 2.6% del PIL, attestandosi al secondo posto. Segue la Russia, che nel 2014 ha incrementato la propria spesa del 33% rispetto all’anno precedente. L’Arabia Saudita ha incrementato la sua spesa del 300% nell’ultimo decennio, a testimonianza del sempre maggiore ruolo di potenza regionale. Anche il Giappone per il terzo anno consecutivo ha incrementato il suo budget di un ulteriore 2%, cosa che, insieme all’abolizione della “costituzione pacifista”, conferma le sue ambizioni nel Pacifico in chiave anticinese. In generale, secondo il think tank britannico Iiss (International Institute for Strategic Studies), nel 2014 la spesa mondiale complessiva per la “Difesa” è cresciuta dell’1.7%.

In questo quadro le esercitazioni della NATO sono una evidente preparazione alla guerra globale con l’impegno dell'”alleanza atlantica” di estendere la sua area d’influenza e capacità d’intervento, dall’Europa all’Africa all’Asia, ben al di là della propaganda difensiva della “sicurezza dei propri confini”. Il fatto che nei media sia stata ormai sdoganata la questione della “guerra mondiale” è il riflesso di una tendenza sempre più forte da parte delle borghesie imperialiste alla preparazione – politica, ideologica, diplomatica, economica e militare – della stessa come soluzione alla crisi economica e alla regolazione della ri-spartizione del mondo dove tutti gli Stati capitalisti sono coinvolti in misura diversa, in base alla loro forza economica, politica e militare. Ciò dimostra che la pace non può essere garantita dal presunto “equilibrio” di forze tra Stati capitalisti-imperialisti, né dall’unipolarismo, ma solo dalla capacità di organizzazione del proletariato e delle masse popolari nella lotta internazionalista nel proprio paese contro il proprio capitalismo imperialista. E questo è propriamente il compito che noi comunisti dobbiamo svolgere rafforzando la cooperazione e la solidarietà internazionalista con le resistenze proletarie e popolari nel mondo, i movimenti territoriali contro le basi, in particolare l’avanzato Movimento No Muos [xi], e le iniziative contro “Trident Juncture 2015” già in marcia, per estenderle su tutto il territorio con l’obiettivo di costruire mobilitazioni di massa, liberate dal fatalismo e dalle posizioni del pacifismo borghese, che ignorano l’origine reale della guerra imperialista e cancellano gli strumenti per combatterla. Denunciamo quindi il ruolo dell’UE e del governo italiano nell’alleanza militare della NATO, così come quello delle ONG (non a caso integrate nell’esercitazione TJ15), che cooperano con le strutture imperialiste, e leghiamo la lotta contro la NATO e la guerra imperialista alla lotta contro le classi dominanti e i monopoli, essendo quest’ultimi che promuovono e beneficiano dell’attività militare interventista e guerrafondaia.

Con questo compito la militanza della gioventù comunista deve accostarsi alla questione dell’opposizione a “Trident Juncture 2015”, impegnandosi in queste settimane, ove presenti e organizzati, a sviluppare il punto di vista di classe coerentemente antimperialista nelle varie assemblee e comitati territoriali contro la guerra e la NATO, mobilitando la gioventù lavoratrice e gli studenti per costruire un ampio movimento di massa contro la guerra, da considerare come parte integrante dell’organizzazione del contrattacco, dalle scuole, alle fabbriche, ai quartieri.

Note:

i) Tra le ONG presenti nell’elenco diffuso in origine dalla NATO figurano: il Comitato internazionale della Croce Rossa, diverse agenzie delle Nazioni Unite (OCAH – Coordinamento degli affari umanitari; PNUD – Programma per lo Sviluppo; UNDSS – Dipartimento di Sicurezza delle Nazioni Unite; UNICEF; PMA – Programma Mondiale di Alimentazione; OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni); le ONG Save the Children, Assistência Médica Internacional Foundation, Human Rights Watch, World Vision; le agenzie nazionali alla “cooperazione” United States Agency for International Development (USAID), Department for International Development (DFID), Deutsche Gesellschaft für internationale Zusammenarbeit (GIZ), l’Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo.

ii) http://www.aco.nato.int/trident-juncture-2015-set-to-get-underway-2.aspx
iii) http://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2015_05/20150508_1505-Factsheet-RAP-en.pdf
iv) http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/bollettini/html/2015/09/17/04/allegato.htm
v http://www.marinecorpstimes.com/story/military/2015/08/24/us-troops-participate-massive-nato-exercise/32285661/
vi) http://www.aco.nato.int/systems/file_download.ashx?pg=10650&ver=6
vii) http://www.difesaonline.it/news-forze-armate/mare/corso-lesercitazione-nato-dynamic-manta-2015
viii) http://www.europeanleadershipnetwork.org/anatomy-of-a-russian-exercise_2914.html
ix) http://www.europeanleadershipnetwork.org/anatomy-of-a-nato-exercise_2962.html
x) http://it.sputniknews.com/mondo/20150831/1067526.htmlhttp://it.sputniknews.com/mondo/20150902/1079655.html
xi) http://www.nomuos.info/manifestazione-24-ottobre-a-napoli-no-guerra-no-muos/

Fonti:
Mobilitazione contro la TRIDENT JUNCTURE 2015: Informazioni, riferimenti, materiali utili
http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/09/trampolino-italia-per-i-giochi-di.html
http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/08/trident-juncture-2015-il-piu-grande.html

“Stop Ttip”, una settimana di mobilitazioni in tutto il mondo dal 10 al 17 Fonte: help consumatoriAutore: redazione

Sarà una settimana di mobilitazione da parte della società civile quella che si apre sabato prossimo, quando le campagne internazionali Stop TTIP organizzeranno eventi e presidi in centinaia di città con l’obiettivo di fermare il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti in corso di negoziato fra Unione europea e Stati Uniti. La manifestazione principale ci sarà a Berlino. Nel frattempo la campagna ha già raccolto tre milioni di firme.

Dal 10 al 17 ottobre, forti di tre milioni di adesioni, si svolgeranno dunque mobilitazioni di piazza per chiedere l’interruzione dei negoziati sul Ttip e gli altri accordi di libero scambio: l’obiettivo è costruire un grande blocco di opinione pubblica contraria al sistema di commercio internazionale promosso dagli accordi, che mettono in primo piano gli interessi delle multinazionali e dei gruppi finanziari rispetto ai diritti umani e civili. Questa la principale accusa mossa dalla campagna, che organizzerà eventi e mobilitazioni in centinaia di città a partire da sabato 10 ottobre con l’intento di fermare il Trattato transatlantico fra USA e Ue, bloccare il negoziato TiSA sulla liberalizzazione di tutti i servizi e impedire la ratifica del CETA, l’accordo di libero scambio fra Ue e Canada. «I movimenti tornano in piazza per affermare che serve una netta inversione di rotta – dichiara Marco Bersani, fra i portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Il TTIP dev’essere fermato subito per riaprire la strada ad un nuovo modello sociale, fatto di beni comuni, diritti e democrazia, in Italia e in Europa». La più grande manifestazione è attesa a Berlino, e ad essa parteciperà anche una parte della campagna italiana.

Nel frattempo ieri si è conclusa la prima fase della raccolta di firme dell’iniziativa autorganizzata dei cittadini europei contro il TTIP e il CETA. È stato superato anche il tetto dei 3 milioni di adesioni. Fra le critiche mosse agli accordi, ci sono la mancanza di trasparenza dei negoziati e i rischi per la democrazia. Non si salva per i promotori il TPP, Trans Pacific Partnership, “fratello” del TTIP sul fronte del Pacifico. Dopo un lungo negoziato segreto, gli Stati Uniti insieme ad altri 11 Paesi di America, Asia e Oceania sono giunti ad un accordo che ora passerà al vaglio dei governi nazionali. «Oltre ad essere svincolato dal rispetto dei patti internazionali sul cambiamento climatico, il TPP presenta innumerevoli punti critici – descrive Elena Mazzoni, tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP Italia – Porterà ad un aumento della deforestazione e dell’inquinamento, renderà più difficile l’accesso ai farmaci generici per le fasce più povere di popolazione e conterrà una clausola ISDS che permetterà di anteporre i profitti delle multinazionali ai diritti dei popoli».

Le mobilitazioni servono anche a fare luce sui negoziati. «Le mobilitazioni delle prossime settimane, e l’obiettivo di tre milioni di firme raggiunto e superato, segnano la prima grande vittoria dei movimenti della società civile – dichiara Monica di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Ogni minimo tentativo da parte della Commissione europea e dei governi di tenere sotto silenzio un negoziato così importante è fallito miseramente, e più si scoprono le carte più risulta insostenibile la ricetta che le lobbies economiche vogliono propinarci. Dalla crisi si esce in modo diverso: scommettendo sui territori, su un’agricoltura sostenibile e sempre più localizzata, sulla difesa dei diritti e non sul loro lento smantellamento.Questo sosteniamo come Campagna Stop TTIP Italia e questo verrà ribadito in centinaia di piazze di tutta Europa nei prossimi giorni».