1 Ottobre 1949: Mao proclama la Repubblica Popolare Cinese da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 03-10-15 – n. 559

1 Ottobre 1949: Mao proclama la Repubblica Popolare Cinese
Civilisacion Socialista | civilizacionsocialista.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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La Cina si lascia alle spalle la lunga epoca semi-feudale e semi-coloniale di immensa miseria contadina, il bestiale sfruttamento delle donne, il potere della borghesia burocratico-fascista, la sfacciata ingerenza degli imperialisti occidentali e giapponesi, la corrotta mafia cinese, l’arretratezza e la barbarie.

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“La Costituzione di Renzi: meno diritti e meno libertà”. Intervento di Paolo Ciofi da: controlacrisi.org

Sentite questa. È la scoperta epocale di Ezio Mauro direttore di Repubblica. Secondo lui, da come si comporterà un plurindigato ex spicciafaccende del Cavaliere dipenderà il profilo del Pd, addirittura «cosa sarà la nuova sinistra nel nuovo secolo». Né più né meno questo sarebbe il tema al centro della politica italiana, «Verdini permettendo».
È la solita visione della politica politicante (e dichiarante), in questo caso spinta al limite del grottesco, tutta concentrata sulle manovre di palazzo. Lontana mille miglia dai contenuti, dai mille problemi che travagliano la vita quotidiana delle donne e degli uomini in carne e ossa.
In compenso Mauro affibbia a Renzi la patente di leader indiscusso del partito della nazione, che deve decidere se impiantare il Pd nel territorio del centrosinistra o farne un partito pigliatutto. Ma evita di mettere le mani nell’acqua sporca dei provvedimenti sociali e istituzionali del governo, mentre Verdini dà più di una mano e rivendica il ruolo di picconatore (renziano) della Costituzione.
La belletristica del direttore non pulisce però l’acqua sporca. Andiamo allora alla sostanza. La controriforma costituzionale del Senato, accettata dalla minoranza Pd in cambio di un piatto di lenticchie che non ne cambia la natura, e la legge elettorale («ottima» secondo lo statista di Rignano), che trasforma una assoluta minoranza di voti in una maggioranza assoluta di seggi, pongono una questione di fondo. Perlopiù trascurata anche da chi generosamente si batte in difesa della Costituzione.
Come è possibile garantire i diritti costituzionali, in particolare i diritti sociali sanciti nel titolo III dagli articoli 35-47, se i titolari di tali diritti, i lavoratori e le lavoratrici nel nuovo secolo, sono sopraffatti ed esclusi, senza rappresentanza e senza rappresentazione culturale e mediatica? Lasciate perdere Verdini, esperto cacciatore di soldi, di posti e di prebende: questo è il tema centrale della politica e della democrazia. A cui però Renzi, imprigionato nel blairismo, una delle cause scatenanti della crisi, non dà, e non può dare, una risposta.
Se, come ha annotato più obiettivamente Scalfari, «il rischio è di diventare una democrazia che interessa il 30-40 per cento» degli italiani, allora bisogna ammettere che di fatto viene cancellato l’articolo 3 della Costituzione anche se formalmente resta in vita. È infatti evidente che in tali condizioni non si può neanche immaginare «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese», rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che lo impediscono.
Si discute di “riforma” del Senato e di legge elettorale. Di fatto si sta abbattendo il pilastro fondamentale su cui si regge l’intero impianto costituzionale. Più che un governo delle élites si delinea un’oligarchia capitalistica di nuovo conio, che trae vigore dal fallimento senza rimpianti delle vecchie classi dirigenti. Ma non si può ignorare – una sinistra degna di questo nome non può ignorare – che riconoscendo nel lavoro il fondamento della Repubblica la Costituzione pone un limite alla proprietà, sottoposta al vincolo della «funzione sociale» e della «utilità generale».
Senza di che non avrebbe senso l’affermazione secondo cui «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo tale diritto» (Art. 4). Nella nostra Costituzione è il lavoro il fondamento che tiene insieme i principi di libertà e di uguaglianza ridisegnandoli in termini moderni, e i diritti che ne derivano. Non il capitale. La conseguenza, come ormai dovrebbe essere di pubblico dominio, è che se stai dalla parte del capitale i diritti di libertà e di uguaglianza si indeboliscono e vengono attaccati. È precisamente questa la fase che stiamo vivendo, come già è capitato in altri momenti della nostra storia.
Dove è finito il diritto «a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» sufficiente ad assicurare «una esistenza libera e dignitosa», insieme al diritto al riposo settimanale e alle ferie retribuite? (Art.36). E il diritto alla parità di retribuzione per pari lavoro tra uomini e donne? (Art. 37). E quello alla pensione e all’assistenza sociale? (Art. 38). In discussione sono anche la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (Art. 32), il diritto per «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi» «di raggiungere i gradi più alti degli studi» (Art. 34), lo sviluppo della cultura e della ricerca, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (Art. 9).
Da qui, dalla lotta per l’applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti, che delineano una civiltà più avanzata, occorre muovere per la costruzione di una formazione politica con caratteristiche popolari e di massa, che faccia asse sul lavoro nelle sue diverse forme, oggi retrocesso da diritto a pura merce nella piena disponibilità del capitale. Su questo metro si misura la capacità della sinistra di porsi all’altezza dei tempi nella dimensione europea e mondiale, in quanto portatrice di solidarietà e di unità delle persone che per vivere devono lavorare, oggi divise e in lotta tra loro. Tutto il resto è una favola, la narrazione fantastica di una sinistra che non esiste.
D’altra parte, il referendum confermativo della controriforma costituzionale, che vedrà solidamente affratellati Renzi e Verdini nel ruolo di ammazzasette della casta, si potrà vincere sventando un’operazione conservatrice e reazionaria di portata storica solo se si riuscirà a rendere chiaro agli italiani che la vera posta in gioco non è un arzigogolo istituzionale molto lontano dalla nostra vita, ma ben altro. Sono i nostri diritti, la nostra possibilità di avere un ruolo nelle scelte dell’Italia e dell’Europa, la qualità del nostro presente e del nostro futuro, l’avvenire dei nostri figli e nipoti. Il referendum sarà davvero un passaggio decisivo per tutti noi. E sin da ora è necessario cominciare a lavorarci.

http://www.paolociofi.it

Un piano B per uscire dal club Nato Fonte: Il ManifestoAutore: Gregorio Piccin

C’è vita a sini­stra, ma credo anche un grande vuoto di ana­lisi, chia­rezza e con­sa­pe­vo­lezza intorno ad un tema diri­mente come la guerra con­si­de­rato che dal 1989 l’Italia, già pesan­te­mente schie­rata, è diven­tata un paese diret­ta­mente bel­li­ge­rante con un por­tato di respon­sa­bi­lità eti­che e mate­riali incalcolabili.

Mi impres­siona non poco il fatto che nel dibat­tito in corso sulla costru­zione di un nuovo sog­getto poli­tico con voca­zione di governo e potere, la grande que­stione della poli­tica estera e mili­tare sia una sorta di ecto­pla­sma senza con­torno e sostanza, evo­cata velo­ce­mente per aggiun­gere un piglio etico al ragio­na­mento. Siamo tutti con­sa­pe­voli che il mondo è deci­sa­mente mul­ti­po­lare ed inter­di­pen­dente, siamo tutti inter­na­zio­na­li­sti (?) e con­tro la guerra ma elu­diamo la que­stione rifu­gian­doci troppo spesso die­tro ad un approc­cio esclu­si­va­mente con­te­sta­ta­rio o molto peg­gio rinun­cia­ta­rio (per una sorta di silen­ziosa accet­ta­zione della realpolitik?).

Tut­ta­via, se la pro­spet­tiva è quella rifor­ma­trice e di governo, credo sia impre­scin­di­bile abban­do­nare un certo pro­vin­cia­li­smo (anche euro­cen­trico) e svi­lup­pare per tempo un’analisi che possa pro­durre un piano stra­te­gico di riforme strut­tu­rali da pro­porre e col­lo­care in una pro­spet­tiva gene­rale coe­rente ed orga­nica. Un piano stra­te­gico di riforme evi­den­te­mente infor­mato da una nuova stra­te­gia di poli­tica estera che non può con­ti­nuare ad essere con­si­de­rata un tema minore, una sorta di optio­nal. Senza que­sta capa­cità di ela­bo­ra­zione e pro­po­sta temo che il nuovo sog­getto poli­tico possa nascere gra­ve­mente ed irre­spon­sa­bil­mente monco.

La con­creta non bel­li­ge­ranza del nostro Paese (e non solo) può essere con­si­de­rata una que­stione diri­mente e costi­tuente nel qua­dro di una ricom­po­si­zione politico-organizzativa a livello nazio­nale ed europeo?

Guar­diamo alla sto­ria recente: i governi ita­liani degli ultimi ven­ti­quat­tro anni (di cen­tro­de­stra, cen­tro­si­ni­stra e “tec­nici”) ci hanno tra­sci­nato in tutte le avven­ture bel­li­che Nato/statunitensi, a pre­scin­dere spesso anche da qual­siasi valu­ta­zione di così detto “inte­resse nazio­nale”, come se la poli­tica estera fosse diret­ta­mente tele­fo­nata da Washing­ton. Nello stesso lasso di tempo e sem­pre con la stessa blin­data tra­sver­sa­lità poli­tica, sono state ulte­rior­mente con­cesse nuove por­zioni di ter­ri­to­rio nazio­nale per con­si­stenti amplia­menti e nuova costru­zione di instal­la­zioni mili­tari stra­te­gi­che (sem­pre statunitensi).

Credo che que­sto livello di imba­raz­zante sud­di­tanza e di bel­li­ge­ranza non abbia eguali in Europa se non in Gran Bre­ta­gna che però è anche nei fatti il secondo anello deci­sio­nale della Nato dopo gli Stati uniti.

Ma in que­sto mondo mul­ti­po­lare, ciò che impe­di­sce la defi­ni­zione di una nuova poli­tica estera, com­mer­ciale, ener­ge­tica e di repe­ri­mento delle mate­rie prime (di cui abbiamo asso­luto biso­gno) che non sia aggres­siva ma coo­pe­ra­tiva sono gli stessi punti di forza su cui si fonda la nostra belligeranza.

Si tratta di nient’altro, se non della pri­va­tiz­za­zione spinta della guerra, foto­co­pia del più che con­so­li­dato modello anglo-americano, appen­dice della più gene­rale pri­va­tiz­za­zione della società.

Per­sino il tema della ridu­zione delle spese mili­tari rischia di essere, nel qua­dro attuale e senza una chiara ini­zia­tiva rifor­ma­trice, un’arma a dop­pio taglio: un eser­cito pro­fes­sio­nale euro­peo oggi coste­rebbe infi­ni­ta­mente meno ma non per­de­rebbe mini­ma­mente la sua fun­zione offensiva/neocoloniale.

Credo sia arri­vato il momento di pen­sare in maniera orga­nica ad un arti­co­lato piano B (con­si­de­rata la dirom­pente lezione greca) per uscire dal club Nato affron­tando ed ana­liz­zando le que­stioni più sopra elen­cate, stu­diando e con­si­de­rando modelli alter­na­tivi di forze armate e rela­zioni, alleanze, scambi inter­na­zio­nali. Si potrebbe comin­ciare con la pub­bli­ca­zione e discus­sione demo­cra­tica degli accordi segreti che rego­lano la pre­senza mili­tare sta­tu­ni­tense sul nostro ter­ri­to­rio da sessant’anni.

E poi, senza andare troppo lon­tano (anche poli­ti­ca­mente), guar­diamo a due Paesi con­fi­nanti come la Sviz­zera e l’Austria entrambi neu­trali, entrambi dotati di eser­citi di leva strut­tu­ral­mente incom­pa­ti­bili con gli stan­dard Nato ma per­fet­ta­mente inte­grati con le esi­genze logi­sti­che della Pro­te­zione civile. Pen­siamo all’Austria in par­ti­co­lare (0,6% del Pil per la difesa), che sta in Europa come noi ma senza aver par­te­ci­pato a guerre d’aggressione ed anzi pro­po­nen­dosi come cen­tro inter­na­zio­nale per il disarmo nucleare e dove in un refe­ren­dum nel 2013 il 60% della popo­la­zione si è espressa con­tro la pro­fes­sio­na­liz­za­zione dell’esercito per­ché que­sto pas­sag­gio avrebbe intac­cato l’assetto neu­trale del paese. E’ così impen­sa­bile ela­bo­rare una pro­spet­tiva che veda nell’Italia il paese trai­nante di un polo neu­trale in seno all’Europa (tra l’altro piut­to­sto insta­bile), che sap­pia abban­do­nare l’attuale disa­strosa atti­tu­dine neo­co­lo­nia­li­sta e bel­li­ge­rante per una con­creta, pro­fi­cua e paci­fica coo­pe­ra­zione strategica?