La “primavera” dei Carcagnusi: 15 indagati Il nuovo volto del clan negli atti giudiziari da: catanialivesicilia.it

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Mantenere tutti quelli che stanno “a guardia” del quartiere, sostenere i detenuti e fare affari nel nome di Nuccio. La “nuova famiglia”, nelle indagini della Finanza.

CATANIA- La primavera dei Carcagnusi, dopo l’arresto del boss Nuccio Mazzei, è stata stroncata dall’ultima operazione della Guardia di Finanza, che ha consentito l’arresto di sette presunti affiliati pronti a riorganizzare il clan. L’inchiesta, curata dai Pm Iole Boscarino e Andrea Bonomo sotto il coordinamento di Michelangelo Patanè, ripercorre gli interessi economici del clan e traccia il nuovo assetto dei Carcagnusi, iscrivendo sul registro degli indagati 15 persone.

I NOMI – Gli indagati sono Antonio Buonconsiglio, Giuseppe Caruso, William Cerbo, già finito al centro dell’operazione Scarface, Sergio Gandolfo, Gioacchino Intravaia, Michele Isaia, Cristian Marletta Nuccio Mazzei, Vittorio Nicolosi, Carmelo Occhione, Mario Pappalardo, Costel Pasat, Giuseppe Rapisarda .Claudio Spampinato e Nunzio Tenerelli.

Intravaia è cognato di Nuccio Mazzei, ritenuto “tesoriere” della famiglia, Carmelo Occhione, invece, sarebbe il “capo operativo” del clan.

Le cimici della Finanza registrano una conversazione, il 18 aprile del 2014, durante la quale emerge il nuovo volto dei Carcagnusi. Gli “associati -si legge nell’ordinanza di custodia cautelare- Michele Isaia e Giuseppe Caruso, mentre conversano all’interno dell’autovettura di Giuseppe Caruso detto Cirillino, nel raccontare di alcune frizioni sorte con il clan Laudani evidenziavano che la reggenza del clan era stata assunta proprio da Gioacchino Intravaia in sostituzione del cognato Nuccio Mazzei”.

Isaia, rispondendo a Caruso che gli chiedeva se “Nuccio” fosse al corrente di “queste discussioni”, rispondeva che “a Nuccio non c’interessa, e lo sa Gioacchino che ha preso il posto di Nuccio e glielo dice a Nuccio”.

Durante un’altra conversazione intercettata, Caruso riferisce a Isaia che “Gioacchino è il ragioniere della famiglia” e che “anche quando c’era Nuccio i soldi li dava Gioacchino”.

Quando bisogna occuparsi del ritiro delle somme che spettavano a William Cerbo detto Scarface, da parte dei soci della discoteca 69 Lune, Intravaia spiegava che erano necessari 2-3 mila euro al mese, cifra che doveva essere corrisposta anche se i ricavi non lo consentivano.

Sergio Gandolfo racconta, intercettato: “Quelli del locale, i cosi, che io ho sentito a Marzia, le hanno mandato 600 euro soli per come ho capito io, Vittorio Nicolosi mi ha buttato una battuta che a queste somme non ci si arriva, non ci si può arrivare mai, mai, e io gli ho detto a Gioacchino, e Gioacchino mi sta dicendo per dire così vuol dire che Willy sa le sue cose, fa o ci sono, o non ci sono fammelo sapere perché se Willy mi ha accennato anche, intanto i 3.000 euro al mese intanto glieli mandano perché è in galera poi quando esce se gliene devono dare gli si danno, se glieli deve restituire, glieli restituisce”.

Giuseppe Caruso indica in Sergio Gandolfo la persona che avrebbe stabilito “di dividere le quote a Willy, a Ivan e Gabriele”, in considerazione del fatto che la moglie di Gabriele non sarebbe riuscita più a pagare l’affitto. Questa circostanza, secondo i magistrati, metterebbe in risalto l’autonomia gestionale di Gandolfo rispetto a Intravaia evidenziando la mutua assistenza del clan nei confronti dei famigliari degli affiliati detenuti.

Carmelo Occhione avrebbe ricevuto un incarico di responsabile del clan. Giuseppe Caruso racconta a due donne il fatto che “lui rappresenta a Nuccio” e che .da quanto il boss si era dato alla latitanza, nessuno aveva detto a Occhione dove andare a prendere i soldi per pagare gli affiliati.

Sempre Caruso viene intercettato mentre esalta la generosità di Occhione che, nonostante non disponesse di mezzi finanziari “cercava di mantenere tutti quelli che stavano a guardia del quartiere”.

Su questo numero di ANPInews (in allegato):n.176

13giugnoAPPUNTAMENTI

 

“I FATTI DI LA MADDALENA DEL 13 SETTEMBRE 1943 – MERIDIONALI E MILITARI NELLA LOTTA DI LIBERAZIONE”: IL 9 OTTOBRE, ALL’ISOLA DE LA MADDALENA, CONVEGNO PROMOSSO DALL’ANPI REGIONALE DELLA SARDEGNA E DALL’INSMLI. INTERVERRA’, TRA GLI ALTRI, IL PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ANPI   

 

 

  

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

L’anniversario della tragedia di Lampedusa

 

La riforma del Senato procede

 

La Corte costituzionale in attesa di completamento

Lettera aperta a Messina Denaro: ”Le annuncio la sua morte” da: antimafia duemila

Una lettera indirizzata a Matteo Messina Denaro: l’ultimo super latitante di Cosa Nostra. Che il nostro Stato ha volutamente protetto per più di vent’anni. La profonda e minuziosa analisi di Nicola Biondo va a toccare corde delicatissime di una storia che non si è ancora conclusa. “Si sentirà molto parlare di me”, aveva scritto Messina Denaro alcuni anni fa in un pizzino destinato all’ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, “ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi buoni e integerrimi della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me. Questo è un assioma”, aveva concluso. E, se come scrive Biondo, lo stragista Matteo Messina Denaro “è morto come boss mafioso” e “come simbolo dell’organizzazione mafiosa”, resta aperta l’ipotesi di vedere morire “Sansone con tutti i filistei” con un ultimo colpo di coda. Che sarebbe il frutto dell’implosione di un “accordo” con lo Stato-mafia? Certo è che quei “sistemi criminali”, responsabili di aver tenuto in vita l’ultimo superlatitante in quanto funzionale al sistema, possono decidere di sciogliere il contratto per sopravvenuti cambi di strategia. E Messina Denaro si ritroverà quindi braccato, pronto ad essere sacrificato sull’altare di un accordo tra Stato e mafia (che nulla ha a che vedere con il duro lavoro degli investigatori che onestamente gli danno la caccia) con tanto di imprimatur politico. Ma è questo l’epilogo della sua esistenza che Matteo Messina Denaro auspicava per sé? Catturato e gettato a marcire al 41 bis mentre i suoi interlocutori festeggiano l’evento? C’è però una terza via per il boss di Cosa Nostra, che lo stesso Nicola Biondo, pone sul piatto della bilancia: parlare. Pura utopia potrebbero obiettare analisti e storici. Ma per chi ha vissuto all’interno di un “credo”, seppur criminale, per poi rendersi conto che le proprie aspettative non sono state rispettate, questa terza via può avere un senso. Fosse anche l’ultima cosa da fare per chi non intende morire come un topo davanti ad una figlia che non conosce.
Giorgio Bongiovanni

Lettera aperta a Messina Denaro: “Le annuncio la sua morte”
di Nicola Biondo
messina denaro matteo c apGentile Signor Matteo Messina Denaro, Le scrivo per annunciarle la sua morte.
No, non sono un medico e la morte a cui alludo non è quella fisica. Faccio il giornalista: capire chi comanda e chi invece ha perso il potere fa parte del mio mestiere.
Lei è morto come boss mafioso, come simbolo dell’organizzazione mafiosa. Tutti la chiamano l’invisibile e lei lo è diventato davvero. E non perché chi le da la caccia non conosca la sua faccia di oggi.
Ma perché lei non conta più niente. Il suo corpo che in questo istante respira, si muove o riposa non è più quello di un uomo potente, ma di un ricercato, come ce ne sono tanti, di un braccato. Non è più un cacciatore ma una preda.
Lei per primo qualche anno fa ha ammesso la sconfitta. Volevate piegare lo Stato, essere padroni a casa vostra ( qualcuno poi vi ruberà lo slogan) e invece con mezzi più o meno ortodossi, siete stati battuti. Prima la gente faceva la fila in pieno giorno per riverirvi e chiedervi aiuto. Poi ha iniziato a farlo sempre più di nascosto. Troppo rischioso.

A lei hanno arrestato tutta la famiglia, la donna che le ha dato una figlia è andata via da casa, lì dove tutti la onoravano come un dio. Vi siete rivolti agli amici e hanno arrestato pure quelli. La sua latitanza costa decine di migliaia di euro al mese, nessuno fa niente per lei a gratis. Ma sa qual’è la sconfitta più grande per uno come lei? Che qualcuno ha fatto carriera sulla vostra pelle. Qualcuno ha capito in tempo che al massimo della vostra forza militare, eravate deboli, debolissimi. Che tutto quel sangue non vi avrebbe portato bene.
Nello stesso momento in cui il mondo si accorgeva di voi, del vostro delirio di onnipotenza, qualcuno iniziava a costruire sapienti parole di cartapesta. Guappi di cartone voi, con le vostre bombe, eroi di cartone loro. Voi con le vostre parole d’onore, loro con i bla bla bla di antimafia e legalità. E mentre voi finivate tutti inguagliati, sbattuti dentro e dimenticati, loro – gli antimafiosi, i buoni – scalavano posizioni su posizioni. Voi finivate all’inferno, loro in paradiso. Ma eravate facce della stessa medaglia, entrambi ipocriti.

Conosco bene la provincia di Trapani, ci vivo. Un tempo ad ogni angolo di paese c’era un ragazzo pronto a impugnare la pistola per farsi largo nella vita, per diventare boss. Adesso non c’è più nessuno. Nessuno invidia la sua carriera, nessuno vorrebbe essere come lei. Chi vuole comandare in Sicilia, a Trapani, non sceglie l’organizzazione: si da alla politica, agli affari. Cosa nostra non è più un trampolino di lancio, è una zavorra. Non avete più appeal, direbbe un pubblicitario.
Se l’organizzazione non fa proseliti, non attira sangue nuovo a cosa serve?
Un tempo la mafia imponeva e controllava qualsiasi opera pubblica o impresa privata. Oggi una ditta qualsiasi arriva a Mazara del Vallo, nel suo mandamento, e per piazzare i pali eolici fa l’elemosina al mafioso locale: 500 euro a palo, una tantum. Non fate più paura a nessuno. Sa quando guadagna un ragazzzino del Grande Fratello per ogni comparsata in discoteca? Di più, molto di più.

Un tempo lei uccideva per poco, molto poco. Ricorda quell’albergatore che definì “mafiosetti” lei e i suoi picciuttunazzi che bevevate nel suo locale atteggiandovi a grandi uomini e toccando il culo ad ogni ragazza che passava. Quell’offesa non gliela perdonò e diede ordine di ucciderlo. Mafioso, non mafiosetto, le parole sono importanti per Lei.
Quei colpi di pistola sancirono il passaggio. Con tutti i soldi che ha fatto suo padre, Lei poteva avere ogni cosa senza sporcarsi le mani di sangue. Ho immaginato più volte se invece di cercare l’approvazione di quella banda di assassini di cui suo padre si circondava avesse chiesto di andare via da Castelvetrano, all’estero a studiare. Magari economia visto che le piacciono gli affari e ama girare il mondo. Avrebbe avuto mille privilegi. Ma non le bastava essere Matteo Messina Denaro, godersi la vita anche senza lavorare. Voleva diventare don Matteo:  il generale della sua falange, il Cesare di Cosa Nostra. Voleva incutere rispetto, non conquistarselo con qualche talento. Ma se uno come lei non si riproduce e non diventa un mito da imitare non è più nessuno, è morto. E intorno a lei non c’è più nessuno.

Lei è pure diventato diventato un personaggio, con la mania dei ray-ban, la fissa per le belle donne e il lusso. L’incarnazione del boss hollywoodiano, una sorta di Al Pacino con le movenze di John Travolta. E’ finito anche sul Time, nella top ten dei mostri insieme con Bin Laden. Sono soddisfazioni per uno come lei che voleva vivere sempre al massimo.

Come le dicevo, è il mio mestiere saper leggere le cose che cambiano. Sono sicuro che Lei ha visto quel ragazzo di Castelvetrano che va in giro da settimane a vendere il suo brand da antimafioso che si ribella a lei e all’organizzazione. Io so che l’ha visto. E so cosa ha pensato. Che finché lei era don Matteo a quel ragazzo gli affari che lei faceva fare al padre gli convenivano. Gli permettevano di vivere a Roma, di tentare la carriera di attore, di curarsi il look che mostra sempre così raffinato. Ma da quando hanno arrestato il genitore con l’accusa di proteggere la sua latitanza, il babbio è finito. E il pericolo di avere l’intero capitale di famiglia sotto sequestro non è bello, dopo che hai vissuto così bene grazie a don Matteo. E allora si ricicla, facendola apparire come l’unico e assoluto male in una terra dove se non ci fosse Lei tutto sarebbe bellissimo.
E’ questo che mi fa capire che Lei è morto. Perché se un ragazzino che ha vissuto con i soldi che lei ha fatto fare a suo padre la ripudia così, a Castelvetrano, nella sua terra, lei non è più niente.
So che le piacciono tanto le massime latine e gliene consiglio una io che fa al caso:”I benefici sono graditi finché possono essere ricambiati, quando sono troppo grandi, invece di gratitudine generano odio”. Lei ha fatto favori troppo grandi. A tanti politici, a tanti imprenditori. Li ha fatti diventare dei vincenti, li ha protetti e li ha fatti diventare ricchi. Poi lei è diventato ingombrante. Non scrive più, non minaccia, non è più a capo di nessun esercito. E’ solo l’ultimo residuo di un mondo che non c’è più. Il suo nome “tira” ancora, questo è vero. Se si parla di mafia, lei c’è. Se si parla di antimafia, pure. Ma chi le sta dando la caccia lo sa. Lei pensa solo a rimanere più a lungo possibile lontano dalla cella prenotata da tempo per i suoi ultimi anni. Ha abbandonato la sua famiglia ed è stato abbandonato anche da coloro che lei ha reso ricchi.
I giochi, Matteo, sono finiti. E scusa se sono passato al tu, ma ai morituri va fatta sentire la vicinanza dei vivi nel momento del passaggio. Non voglio confortarti, sia chiaro, so che non ti pentiresti mai perché credo che tu non sia pentito di nulla se non di essere stato sconfitto. Ma potresti parlare. Raccontare mille cose: chi ti ha protetto, chi hai aiutato, cosa è davvero la mafia e chi l’ha usata. Certo, rischieresti di non essere creduto. Quante persone “perbene” a cui hai fatto fare fortuna avrebbero buon gioco a negare? Quanti geometri, avvocati, notai, quanti medici, assessori, dirigenti locali e regionali, direttori di banca e imprenditori dopo averti “usato” oggi potrebbero dire davanti alle tue accuse “mi ha minacciato per ottenere qualcosa ma io non volevo”. Ecco l’eredità che lasci. Una banda di sanguisughe. Che vivranno liberi e faranno magari pure gli antimafiosi e ti sputeranno in faccia pubblicamente. Ecco perché anche tu sai di essere morto. Pensaci Matteo, mentre cambi rifugio dopo rifugio e senti sempre più vicina l’ora della morte targata 41bis. Hai un’occasione, quella di non morire da solo che è sempre una cosa brutta.

Gino Strada: «Crudeltà senza regole né rispetto» da: il manifesto.it

Strage Nato all’ospedale di Kunduz. Il commento a caldo del fondatore di Emergency al manifesto

Gino Strada

«La guerra è cru­deltà senza regole né rispetto per nes­suno e dun­que senza regole e rispetto per gli ospe­dali o per i feriti» È il com­mento a caldo che Gino Strada (nella foto), un chi­rurgo che l’Afghanistan ce l’ha nel cuore, affida a il mani­fe­sto.

Ma c’è soprat­tutto il disprezzo per la guerra in sé nel cuore e nelle parole del fon­da­tore di Emer­gency, e il primo ita­liano ad aver appena vinto per la sua atti­vità uma­ni­ta­ria il Right Live­li­hood Award del Par­la­mento sve­dese (il cosid­detto Nobel alternativo).

«Sì – aggiunge — pura cru­deltà: un ospe­dale viene bom­bar­dato dalle forze Nato in Afgha­ni­stan. Per errore, certo, come per errore in que­sti anni sono stati uccisi più di 19 mila civili! In realtà – dice Strada rife­ren­dosi al recente caso di Msf a Kun­duz — non esi­stono con­ven­zioni e non esi­ste diritto uma­ni­ta­rio che possa impe­dire alla guerra di rive­larsi per quello che è: un mas­sa­cro di civili, donne, bam­bini, medici e infer­mieri. Nes­suno viene rispar­miato. Il bom­bar­da­mento di un ospe­dale è l’evidenza stessa della bru­ta­lità della guerra».

Quando gli chie­diamo se ritenga che il bom­bar­da­mento dell’ospedale di Medici senza fron­tiere a Kun­duz sia o meno un atto deli­be­rato, risponde così: «Non voglio nem­meno entrare in con­si­de­ra­zioni di que­sto tipo per un fatto che è comun­que inac­cet­ta­bile: se poi si è trat­tato di un atto deli­be­rato o se invece è stato un errore, se si è trat­tato di una scelta fatta a tavo­lino da un gruppo di idioti o se è invece stato uno sba­glio, tutto que­sto mi sem­bra total­mente irri­le­vante quanto inac­cet­ta­bile. Tutto – con­clude – è già nella guerra ed è inu­tile stu­pirsi. È inu­tile sve­gliarsi improv­vi­sa­mente per una cosa che è sem­pre suc­cessa, suc­cede e suc­ce­derà se c’è una guerra. La guerra non si può uma­niz­zare, si può solo abolire».

Italia ipocrita, ripudia la guerra ma vende armi per 54 miliardi di euro da: linkiesta

Il rapporto

09 luglio 2015

Nata alla fine degli anni ’80 all’insegna della «trasparenza» e della «correttezza», dopo venticinque anni la legge n. 185 del 9 luglio del 1990 sul commercio delle armi all’estero è diventata l’esatto opposto. Le regole non vengono rispettate, il traffico delle armi dall’Italia ormai è totalmente fuori controllo e le autorizzazioni sono spesso difficili da controllare. I motivi sono molteplici, tra gli interessi della ricca lobby delle armi italiana fino alle banche che incassano ingenti guadagni dall’intermediazione delle vendite. È questo il filo conduttore per capire la relazione che la Rete Italiana per il Disarmo ha presentato il 9 luglio a Roma. Si tratta del primo bilancio di un quarto di secolo di esportazioni dell’industria armiera italiana, tra le numero uno al mondo. Analisi che permette di vedere come gli ultimi governi non abbiano fatto altro che aggirare possibili modifiche alla normativa, lasciando tutto inalterato.

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A cura di: Giorgio Beretta di Opal Brescia

E se alla fine degli anni ’70 e ’80 il problema era la totale noncuranza sui Paesi a cui venivano vendute le armi, in barba a ogni possibile rispetto dei diritti umani, lo stesso problema sembra porsi oggi. Con un governo e un Parlamento ancora incapaci di controllare i traffici dal nostro Paese verso Stati in conflitto. Basta guardare i numeri e i dati per notare come ad un aumento delle tensioni in Medio Oriente corrisponda l’incremento dell’esportazione di armamenti verso paesi come Algeria o Libia.



Eppure la 185 prevedeva il divieto di esportazione di armamenti verso Paesi in stato di conflitto armato, o paesi la cui politica contrasta con l’articolo 11 della Costituzione italiana, quello secondo cui «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Le cose sono andate diversamente.

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A cura di: Giorgio Beretta di Opal Brescia

Dalle analisi del gruppo di lavoro dell’Archivio Disarmo (costituito da Luigi Barbato, Laura Zeppa e Maurizio Simoncelli) con Giorgio Beretta di Opal e il coordinatore Francesco Vignarca, emerge una semplice domanda. «L’esportazione dall’Italia di armamenti è stata effettuata dai vari governi con rigore? A giudicare dai numeri è lecito sollevare più di qualche dubbio. In questi 25 anni, infatti, i sistemi militari italiani sono stati esportati a ben 123 nazioni, tra cui alle forze amate di regimi autoritari di diversi paesi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Libia, la Siria, Kazakistan e Turkmenistan, a paesi in conflitto come India, Pakistan, Israele ma anche la stessa Turchia, fino a paesi con un indice di sviluppo umano basso come il Ciad, l’Eritrea e la Nigeria. Che tipo di controlli siano stati messi in atto sull’utilizzo da parte dei destinatari finali non è però dato di sapere».

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A cura di: Giorgio Beretta di Opal Brescia

I numeri fanno impressione. «Nel corso di questi 25 anni sono state autorizzate esportazioni dall’Italia, in valori costanti, per oltre 54 miliardi di euro e consegnati armamenti per più di 36 miliardi con un trend decisamente crescente nell’ultimo decennio». Non solo. «In particolare, più della metà (il 50,3%) delle esportazioni ha riguardato paesi al di fuori delle principali alleanze politico-militari dell’Italia e cioè i paesi non appartenenti all’UE o alla Nato: un dato preoccupante se si considera che – secondo la legge 185/1990 – le esportazioni di armamenti «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia».

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A cura di: Giorgio Beretta di Opal Brescia

Ma ancora più preoccupanti sono le zone geopolitiche di destinazione. «Se primeggiano i paesi dell’UE (più di 19,4 miliardi di euro pari al 35,9 per cento), sono però di assoluto rilievo anche le autorizzazioni per esportazioni di sistemi militari verso le aree di maggior conflittualità del mondo come i paesi del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) che nell’insieme superano i 12,5 miliardi di euro (23,2 per cento) e dell’Asia (8,3 miliardi pari al 15,4 per cento).

Ai paesi del Nord America sono stati esportati armamenti per 5 miliardi (9,3 per cento) mentre ai Paesi europei non-Ue (tra cui la Turchia) materiale per oltre 3,8 miliardi (7,1 per cento). Minori, ma non irrilevanti, anche le autorizzazioni che riguardano i paesi dell’America Latina (2,4 miliardi pari al 4,5 per cento), dell’Africa subsahariana (oltre 1,3 miliardi pari al 2,4 per cento), tra cui soprattutto Sudafrica e Nigeria. Ma c’è anche l’Oceania (1,1 miliardi pari al 2,1 per cento). E proprio verso le zone di maggior tensione del mondo, come i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, sono andate crescendo negli ultimi anni le esportazioni».

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A cura di: Giorgio Beretta di Opal Brescia

La pace mondiale si gioca anche in Sicilia da: lavocedell’isola.it

La pace mondiale si gioca anche in Sicilia

di Salvo Barbagallo

Diversi lettori chi scrivono chiedendo il perché il nostro giornale si occupa spesso di “questioni militari”, rimproverandoci anche di trascurare per questo i fatti della cronaca che più interessano i cittadini. Domande legittime alle quali noi rispondiamo innanzitutto dicendo che per i “fatti di cronaca” la nostra Casa editrice – la Mare Nostrum Edizioni – ha un quotidiano dedicato, “Catania oggi”, che tratta eventi quotidiani che riguardano non solamente il capoluogo etneo, ma anche le altre province siciliane; in secondo luogo rispondiamo che affrontiamo le “questioni militari” che principalmente toccano e riguardano la Sicilia e ciò che si verifica nell’area del Mediterraneo, “questioni” che, quindi, dovrebbero interessare tutti noi Siciliani, tenuto conto che, normalmente, i mass media nazionali e locali raramente mettono in luce. La carenza d’informazione in questo “settore” ci spinge, pertanto, a parlare di “questioni” che la maggior parte di noi Siciliani ignora, che determinano una lacuna pericolosa in una conoscenza che oggi – a nostro avviso – è indispensabile per comprendere cosa realmente sta accadendo nel nostro territorio. Il lavoro di acquisizione di “notizie” in questo campo presenta difficoltà non indifferenti, e spesso è necessario utilizzare e analizzare a fondo quanto appare soprattutto nei giornali specializzati e quanto viene riportato (quasi casualmente) sulla stampa accessibile a tutti.

Prendiamo oggi in esempio un articolo, a firma di Paolo Verre, pubblicato sulla rivista geopolitica “Limes” (una rivista, detto non tra parentesi, che dovrebbe essere divulgata nelle scuole per quante analisi approfondite offre) l’11 dicembre del 2012 che descrive con dovizia di particolari la situazione (a quella data) della Sicilia. Già il sommario la dice lunga: Militari statunitensi e magnati cinesi sono impegnati in un duello d’influenza nell’isola. I primi vogliono costruirvi la stazione di un potente sistema di comunicazione. I secondi intendono realizzarvi un hub turistico-commerciale. Per finire a spiarsi a vicenda.

Diciamo subito, ovviamente, che il reportage è datato e non descrive consequenzialmente ciò che è seguito dopo. Infatti: la stazione di un potente sistema di comunicazione da parte degli Stati Uniti d’America è stata già realizzata ed è in funzione, il ben noto e controverso MUOS di Niscemi; i cinesi hanno rinunciato alla costruzione di un aeroporto-hub turistico-commerciale il cui sito era stato individuato nella provincia di Enna. Se quel servizio giornalistico avesse avuto una diffusione maggiore, o se fosse stato preso in considerazione da organismi competenti regionali, probabilmente (ma solo probabilmente o quantomeno in teoria) molti avvenimenti che sono seguiti avrebbero potuto prendere una piega diversa. Ma tant’é…

Paolo Verre esordisce affermando: CINA VERSUS STATI UNITI: IL PIÙ TEMUTO degli scontri geopolitici del terzo millennio ha una dimensione siciliana. I due colossi del Pacifico si combattono anche nel Mediterraneo. E il campo di battaglia si trova in Sicilia, tra le province di Enna e Caltanissetta. Tra aranceti e sugherete, Stati Uniti e Cina mostrano i muscoli per la difesa dei propri interessi strategici, in un conflitto a bassa intensità e asimmetrico. A bassa intensità perché deriva da tensioni sin qui mai rilevate. Asimmetrico perché si gioca su scacchieri diversi, tra aeroporti e stazioni di comunicazioni satellitari, tra interessi commerciali e interessi militari ma che puntano a un obiettivo unico: un pied-à-terre nel cuore del Mediterraneo. Non c’è che dire, no?…

Sicilia-basi-militari-LimesNel secondo punto dell’analisi Verre informa: In Sicilia, le Forze armate statunitensi contano sin dalla fine della seconda guerra mondiale su un vasto dispiegamento di unità aeree e navali e soprattutto su una rete di infrastrutture strategiche che si sono evolute nel corso degli anni e fanno oggi dell’isola uno snodo importante nella mappa del potere militare e tecnologico a stelle e strisce. Il prossimo upgrade si chiama Mobile User Objective System (Muos), un programma da almeno 7 miliardi di dollari che punta a potenziare il sistema di comunicazioni e trasmissione dati delle Forze armate americane, mandando in soffitta le vecchie procedure di interconnessione satellitare, ossia l’Ufo, acronimo di «Uhf follow on».

nisc2Il nuovo sistema di telecomunicazioni sfrutterà cinque satelliti (quattro operativi e uno di emergenza) che sorvoleranno il pianeta e saranno connessi a quattro stazioni dislocate a terra. L’individuazione delle basi terrestri, avviata nel 2004 e conclusa nel 2007, ha seguito il criterio della ricerca della miglior copertura possibile: le località prescelte sono state Kojarena (Australia, sede dell’Australian Defence Satellite Communication), il Sud-Est della Virginia, le Hawaii e infine il nostro luogo della discordia: Niscemi, in Sicilia, a meno di 60 chilometri dalla base aerea di Sigonella, dove è già operativa la Naval Radio Transmitter Facility. Dicevamo, il MUOS di Niscemi è stato già portato a termine e non ha avuto un costo di 7 miliardi di dollari, ma di oltre 62 miliardi di dollari! Non c’è che dire, no? La cosa antipatica, a dire il vero, è che certi dettagli sono stati scritti e portati a conoscenza in tempi non sospetti, come si può notare, perché Verre aggiunge: Nella primavera 2011 tutto lascia pensare che anche il governo italiano e la Regione Sicilia siano pronti ad autorizzare la stazione La concessione pper il Muos si deve a Raffaele Lombardodi Niscemi del Muos. La firma del protocollo di intesa tra Stato e Regione arriva il 1° giugno 2011, siglato dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa e da Raffaele Lombardo, ai tempi governatore della Sicilia. Nel documento di sette pagine, oltre a stabilire le procedure per la realizzazione della base, si illustrano i percorsi per la compensazione ambientale, economica e sociale che il governo americano, lo Stato italiano e la Sicilia sono disposti a mettere sul piatto per piegare la resistenza del piccolo comune siciliano. I cui cittadini non hanno alcuna voglia di ospitare le imponenti antenne del sito di telecomunicazioni. Effetto Nimby in salsa siciliana. Per ottenere il sì di Lombardo all’infrastruttura militare, la diplomazia statunitense s’era dovuta spendere in una consistente azione di convincimento. Lo dimostrano sia i cablogrammi resi noti da WikiLeaks sia le stesse ammissioni dell’ex governatore siciliano, che confermerà alle agenzie di stampa il serrato pressing degli attachés di Villa Taverna. Non c’è che dire, no? Ma di cosa stiamo parlando?, chiediamo ai nostri lettori. Questa è cronaca di tutti i giorni che noi Siciliani ignoriamo (o vogliamo ignorare?), ma che alla fine ne paghiamo le conseguenze. Accidenti!

Infatti, cosa provoca la presenza del MUOS a Niscemi? E’ sempre  Paolo Verre che (attenzione, lo dice tre anni addietro!) afferma: L’innovativo sistema di comunicazione non comprometterebbe soltanto la sicurezza dell’aeroporto di Comiso ma anche quella di un’altra grande infrastruttura in progetto in Sicilia: lo scalo di Centuripe (Enna), attorno al quale il gruppo cinese Hna nutre grosse ambizioni. Un’intraprendenza che rischia di compromettere lo status privilegiato degli Stati Uniti in Sicilia, conquistato in oltre mezzo secolo di permanenza sul territorio siculo.

Progetto hub cinese a CenturipeIdeato in buona parte tra i banchi dell’Università Kore di Enna, l’aeroporto di Centuripe è il perno attorno a cui ruota un ampio pacchetto di investimenti cinesi. Il quale è stato illustrato dai manager di Pechino al governo siciliano durante una serie di incontri bilaterali tra il 2010 (a Shanghai, durante l’Expo) e il 2011 (con missioni di delegazioni cinesi ricevute a Palermo, Roma e Bruxelles, negli uffici della Regione Sicilia). Le proposte riguardano soprattutto lo sviluppo turistico e commerciale: l’interesse a investire in Sicilia, secondo i magnati della Repubblica Popolare, risiede nella possibilità di incanalarvi i flussi turistici verso l’Europa meridionale. I cinesi pongono però una condizione imprescindibile: il controllo su alcune delle principali infrastrutture civili del territorio siciliano, con forti investimenti sulle reti portuali ed aeroportuali della Sicilia. Ebbene, come fa il Rosario Crocetta ignora la SiciliaGoverno della Regione Siciliana (passato e presente) a giustificarsi? Non lo fa, semplicemente ignora la questione come se non avesse alcuna responsabilità di ciò che è accaduto e accade sul territorio isolano. Certo, ci vuole faccia tosta, ma per faccia tosta governanti e politici siciliani si meritano il Nobel! Paolo Verre (un vero peccato) purtroppo non approfondisce un punto da lui stesso posto in evidenza: Resta un dato fondamentale: il governo siciliano è stato l’interlocutore tanto della diplomazia a stelle e strisce quanto dei magnati cinesi e ha perciò giocato le sue carte con entrambe le duellanti per trarre il massimo profitto. Quale “profitto” ha tratto il Governo siciliano? Questo profitto lo ha tratto solo chi faceva parte del Governo? Di certo, chiunque abbia usufruito di questo “profitto”, Sicilia e Siciliani non ne sono a conoscenza. Qualche spiegazione dovrebbero pur darla Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta. Non c’è che dire, no? Ma di cosa stiamo parlando?…

Diventa legale in California il suicidio assistito per i malati terminali Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Diventa legale in California la possibilità per malati terminali di optare per il cosiddetto suicidio assistito, dopo la firma del governatore Jerry Brown, cattolico ed ex seminarista. Sale così a cinque il numero degli Stati americani – dopo Oregon, Vermont, Washington e Montana – dove la pratica è consentita. In altri venti le varie proposte stanno procedendo nel loro iter.
Il governatore della California Jerry Brown ha annunciato di aver sottoscritto il provvedimento sull’eutanasia dopo una profonda e accurata riflessione e dopo aver ascoltato diversi pareri tra cui quello di un vescovo cattolico e di medici di sua fiducia.
“Non so cosa farei io in caso di prolungata e dolorosa agonia. – ha spiegato Brown – Sono sicuro tuttavia che sarebbe un conforto poter considerare tra le opzioni quella contemplata in questo testo”. La legge prevede una serie di accorgimenti per proteggere i pazienti da forzature. In primo luogo devono essere in grado di assumere i medicinali in maniera consapevole e autonoma, previa indispensabile approvazione di due medici a fronte di una serie di richieste scritte. Il testo richiede inoltre la presenza di due testimoni – di cui solo uno pu• essere un parente – al momento della somministrazione della sostanza letale, che deve avvenire alla presenza di medici.

Snowden,il controllo degli smartphone e l’onnipotente servizio segreto britannico Autore: redazione da: controlacrisi.org

Il totale controllo di un qualunque smartphone, usato potenzialmente come un’arma per spiare chiunque se ne serva (ma anche gli ambienti circostanti) all’insaputa degli interessati. C’è pure questa possibilità, in barba a ogni forma di privacy, fra i nuovi armamentari informatici della Gchq, l’agenzia d’intelligence britannica già coinvolta come complice della Nsa americana nello scandalo Datagate. E a rivelarlo è, ancora una volta, la ‘talpa’ Edward Snowden, l’ex agente Usa rifugiatosi in Russia nel 2013.
Intervistato dalla Bbc dal suo nascondiglio di Mosca, Snowden ha descritto nel dettaglio il sistema messo a punto dagli 007 di Sua Maestà e dai loro colleghi d’oltre Oceano per intrufolarsi nei telefonini di ultima generazione e manipolarli a piacimento: in modo da ascoltare le conversazioni, scattare foto, carpire qualsiasi dato archiviato o magari da usarli come registratori o come indicatori di posizione. Anche laddove fossero spenti. Il segreto di tutto sono alcuni software sofisticatissimi ribattezzati con innocui nomi di Puffi, gli omini blu dei cartoni animati. Software nati da investimenti massicci messi sul piatto tanto dall’intelligence britannica quanto da quella statunitense con l’obiettivo di piratare – un po’ come fanno gli hacker sul mercato nero, ma con ben altri mezzi – proprio gli smartphone: oggetti d’uso comune e diffusione capillare tramite i quali il grande fratello dello spionaggio puà virtualmente frugare nella vita di centinaia di milioni di persone. Uno di questi software-spia si chiama Dreamy Smurf (la versione inglese del Puffo sognatore) e puà accendere e spegnere a distanza il telefonino preso di mira. Un secondo, Nosey Smurf (il Puffo curiosone, nome appropriato quanti altri mai), è in grado di registrare qualsivoglia conversazione o cià che succede attorno. Un terzo, Tracker Smurf (il Puffo segugio, che nei cartoon è dotato di un fiuto prodigioso, specialmente per i tartufi), funziona infine come un geolocalizzatore capace d’individuare la posizione di chi ha con sé‚ lo smartphone e di seguirne gli spostamenti.
Secondo la talpa del Datagate – che nel documentario di Peter Taylor a lui dedicato (“Edward Snowden: Spies and the Law”) si è soffermato anche sui rapporti ‘incestuosi’ stabilitisi fra i britannico e americano e le grandi aziende del web -, esiste poi un ulteriore strumento, il Paranoid Smurf (il Puffo paranoico), concepito per rendere più difficile ai tecnici l’individuazione di tracce di manipolazione anche nel caso in cui ci si dovesse accorgere che qualcosa nel telefonino non va.
Interpellato dalla Bbc su questa nuova ondata di imbarazzanti rivelazioni, un portavoce del governo di Londra si è rifiutato di rispondere.

“Catalogna, se l’unità internazionalista della classe non consiste nel sottomettersi ad un unico Stato”. Intervento di Teodoro Santana da: controlacrisi.org

Durante le convulsioni finali della dittatura fascista (nello Stato spagnolo, N.d.T.), c’erano partiti, presunti di sinistra, che affermavano di sostenere il “diritto” all’autodeterminazione, ma erano radicalmente contrari a che tale diritto potesse essere effettivamente esercitato; dopo quarant’anni, non si parla ormai più di autodeterminazione, che ha un significato troppo “rosso”, ma di diritto a decidere, però sempre con la stessa cantilena: “diritto”, sì, però non che decidano i popoli.
I pessimi risultati elettorali di Podemos-ICV (coalizione di Podemos e Iniziativa per la Catalogna Verdi, N.d.T.) nelle recenti elezioni catalane sono serviti a vedere i suoi dirigenti nel tipico atteggiamento dello scaricabarile: le elezioni erano molto polarizzate, ecco cosa accade a difendere i “diritti sociali” ecc. Il tutto per non riconoscere come causa del loro fallimento l’ambiguità (mal)calcolata; ambiguità nella difesa dei diritti nazionali, ma anche in quella dei diritti sociali, ridotti nel loro discorso a meri enunciati che non mettono a rischio né la proprietà delle banche, né il progetto imperialista europeo e neppure una cosa tanto semplice quale l’età del pensionamento.
D’altra parte, bisogna riconoscere che Podemos ha centrato i suoi obbiettivi non dichiarati: impedire la vittoria per numero di voti del repubblicanesimo catalano e trascinare nel sacco dell’imperialismo monarchico una buona percentuale che, altrimenti, sarebbe stata di voto indipendentista.
È significativo che il partito del “Codino Viola” (Pablo Iglesias, N.d.T.) dica di riconoscere il “diritto a decidere”, sempre che a decidere sia l’insieme dello Stato e che ciò che si finisca per decidere sia l’”l’unità della Spagna”. Non sono gli unici. Anche altri partiti, come Izquierda Unida ed il PCE, mettono la loro condizione di spagnoli al primo posto rispetto all’essere di sinistra e, di conseguenza, finiscono allineati di fatto con la destra imperialista più stantia, spagnolista e borbonica.
C’è un argomento sul quale sono pienamente d’accordo: se il popolo catalano si rende indipendente, cadrà sotto il dominio della borghesia catalana, il che, chiaramente, non è lo stesso che continuare a stare sotto il dominio della borghesia spagnola; si tratterebbe, in definitiva, di salvare i Catalani dalla loro malvagia borghesia, se necessario anche contro la volontà dei Catalani stessi.
Invece, le classi popolari dovrebbero aspettare un’ipotetica vittoria di questa sinistra, con un’ancora più ipotetica repubblica federale o confederazione, nella quale, si presume, vi sarà il diritto all’Autodeterminazione, a meno che, ovviamente, il popolo decida di autodeterminarsi , nel qual caso niente di quanto sopra e prevarrà, come sempre, l’”unità della Spagna”.
Nulla di più emozionante che vedere la nazione che opprime salvare da sé stessa la nazione oppressa e la “sinistra” della nazione che opprime avvertire del pericolo di scombussolare i piani dell’oligarchia imperialista; è ciò che Lenin chiamava “socialimperialismo”: chiacchiere di sinistra e appoggio reale al nazionalismo imperialista.
“La vostra è una posizione piccoloborghese: bisogna sempre mettere la lotta di classe al primo posto!”, dicono. Allora, bisogna spiegare a questi “teorici” che: a) la lotta per l’indipendenza nazionale è anche una lotta di classe; b) benché la contraddizione principale sia quella esistente tra salariati e capitalisti, molte volte nella storia le contraddizioni in primo piano sono altre; c) che in questi casi (questione democratica, decolonizzazione, liberazione dall’oppressione nazionale ecc.) finché non si risolve la contraddizione in primo piano non si può affrontare la contraddizione principale; d) che proprio la fermezza e la decisione con la quale si affronta la contraddizione in primo piano consente di essere poi nelle migliori condizioni per affrontare la contraddizione principale.
Detto in parole semplici: la fermezza della sinistra nella lotta per l’indipendenza nazionale, le permette poi di avere la forza e l’autorevolezza per avanzare verso il socialismo; è accaduto in Cina, in Vietnam… inoltre, è un dovere ineludibile della sinistra anticapitalista partecipare in prima linea alla lotta per la questione democratica e per la liberazione nazionale, proprio per isolare gli elementi borghesi, indecisi e rinunciatari e per garantire l’egemonia della classe operaia nel processo.
Come indicava Lenin:, “Il marxismo insegna al proletariato non ad appartarsi dalla rivoluzione borghese, a mostrarsi indifferente nei suoi riguardi, ad abbandonarne la direzione alla borghesia, ma, al contrario, a parteciparvi nel modo più energico, lottare nel modo più risoluto per la democrazia proletaria conseguente, per condurre a termine la rivoluzione” (V.I. Lenin, ”Due tattiche della democrazia nella rivoluzione democratica”).
Ma la nostra sinistra imperialista, pervasa da una “purezza” rivoluzionaria da manuale, sensatamente sostiene che “non bisogna dividere la classe operaia”: nel 1898 avrebbe strillato contro l’indipendenza di Cuba, per non “dividere” la classe operaia. Spagnola, ovviamente.
Sempre secondo Lenin, “Il proletariato non può eludere col silenzio la questione, particolarmente “spiacevole” per la borghesia imperialista, delle frontiere di uno Stato fondato sull’oppressione nazionale. Il proletariato non può non lottare contro il mantenimento forzato delle nazioni oppresse nei confini di uno Stato, e questo significa appunto lottare per il diritto di autodeterminazione. Il proletariato deve esigere la libertà di separazione politica delle colonie e delle nazioni oppresse dalla “sua” nazione. Nel caso contrario l’internazionalismo del proletariato resterà vuoto e verbale; tra gli operai della nazione dominante e gli operai della nazione oppressa non sarà possibile né la fiducia, né la solidarietà di classe; l’ipocrisia dei difensori riformisti e kautskiani del diritto di autodeterminazione, i quali non parlano delle nazionalità oppresse dalla “loro” nazione e violentemente mantenute nei confini del “loro” Stato, non sarà smascherata. (Lenin, Opere Complete).
Per questo, il modo per non dividere i lavoratori è fare propaganda nel seno della classe operaia della nazione che opprime in favore dell’appoggio alla libera autodeterminazione della classe operaia e del popolo della nazione oppressa; questo è internazionalismo e non il piegarsi all’”unità” imposta dalla classe imperialista! La classe operaia è una in tutto il mondo, indipendentemente dal fatto che si trovi in uno Stato o in un altro; l’unità internazionalista della classe operaia non consiste nell’essere sottomessi ad un unico Stato, signori della sinistra spagnolista.
Li conosciamo già. Conosciamo, per esempio, ciò che fece la sinistra francese rispetto all’Algeria ed al Vietnam, per citare casi a noi vicini; lo stesso che fa ora la sinistra socialimperialista nello Stato spagnolo: “sociale” a parole e imperialista nella realtà. Fortunatamente, sono i popoli ad assumere le decisioni sul loro futuro e sono le crisi (comprese le crisi relative a questioni nazionali) a rendere possibili i cambiamenti rivoluzionari, a meno che si creda che questi si verifichino accumulando voti come laboriose formichine per decenni o, magari, secoli.
Un modo come un altro per mettersi al servizio di Sua Maestà. Borbonica, ovvio.

trad.it.Gorri