“Qualcosa di anomalo nei referti. Stefano è morto nelle mani dello Stato” da: patriaindipendente.it

Parla Ilaria Cucchi: “Due carabinieri ci hanno cercato e le loro dichiarazioni sono state ripetute in procura. Non so perché lo abbiano fatto, cosa sia scattato in loro”

Negli ultimi giorni, due colpi di scena sulla morte di Stefano Cucchi: la Procura della Repubblica di Roma ha acquisito nuove testimonianze sull’operato dei carabinieri – un maresciallo è indagato per falsa testimonianza e sarebbero in corso accertamenti per altri militari – e un’ulteriore consulenza medico-legale che, oltre a dimostrare la presenza di lesioni risalenti a quei giorni del 2009, pone nuovi interrogativi. 

Ilaria Cucchi
Ilaria Cucchi (da: http://www.ilsecoloxix.it/rf/Image-lowres_Multimedia/IlSecoloXIXWEB/italia/foto/2013/01/07/Ilaria%20Cucchi–U1504660207950kF-74×115.jpg)

Una delle novità riguarda i carabinieri che fermarono Stefano: si ipotizza un altro pestaggio?

Siamo a un momento di svolta. Credo che il Procuratore capo della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, con il sostituto responsabile della nuova inchiesta, Giovanni Musarò, sappiano molto più di quanto noi immaginiamo. Si stanno aprendo altri scenari. Speriamo sia un nuovo inizio: sono molto grata a Pignatone. Due carabinieri ci hanno cercato e le loro dichiarazioni sono state ripetute in procura. Non so perché lo abbiano fatto, cosa sia scattato in loro. Stefano potrebbe essere stato massacrato anche prima di arrivare nelle celle del tribunale di piazzale Clodio per la convalida del fermo. L’agonia di mio fratello si allunga e aumenta anche il nostro dolore, perché è morto convinto che la famiglia lo avesse abbandonato. I magistrati dell’inchiesta-bis sono molto avanti, lo ribadisco. Però sono passati sei anni, due processi, e a dicembre si pronuncerà la Cassazione. Rimasi malissimo per la sentenza di appello che assolveva tutti. Poco dopo ho compreso che indicava chiaramente di cercare altrove. Continuavo a ripetere al mio avvocato, Fabio Anselmo, “abbiamo vinto, abbiamo vinto”. Lui diceva: “Ilaria sei matta?”. Alla fine si è convinto. Abbiamo sfondato un muro: se nelle aule di giustizia non c’era, in quel momento, la capacità di ammettere le responsabilità dello Stato, fuori da quelle aule tutti sanno e tutti hanno capito. Mio fratello sarebbe stato dimenticato come un tossico, un piccolo spacciatore di periferia che, tutto sommato, “se l’era cercata”. Oggi non è più così.

Stefano Cucchi (da: http://img2.ilmessaggero.it/ArchivioNews/20110704_cucchi_stefano.jpg)

Pochi giorni fa avete consegnato in Procura una nuova consulenza medica. Smentirebbe la superperizia della Corte d’Assise: sostiene l’esistenza di due fratture vertebrali, di cui una risalente ai giorni della morte e resa “non visibile”. Come è potuto succedere?

Sono rimasta scandalizzata da quanto mi ha detto il professor Masciocchi, autore della perizia. È presidente della Società italiana di Radiologia Medica e dirige l’Unità operativa di radiologia della Asl 1 di Avezzano-Sulmona-L’Aquila. Dimostra che è accaduto qualcosa di molto anomalo. I periti milanesi nominati dalla Corte d’Assise chiesero a una radiologa dentista di Chieti un esame delle lesioni vertebrali di Stefano e lei nel referto, tra l’altro non firmato, scrive che non ci sono fratture recenti ed ha bisogno di esaminare altra documentazione. Stop. Il professor Masciocchi ha scoperto che rispetto alla Tac dei Pm, nella tomografia dei periti della Corte la vertebra con la lesione recente era più sottile, non era intera, l’osso era stato sezionato. Siamo in attesa di nuovi sviluppi, probabilmente ancora più clamorosi, sugli aspetti medico-legali, bisognerà stabilire la catena di responsabilità.

 Continuerà ad andare avanti? Ha sempre sostenuto che è stato omicidio.

Lo dimostreremo. Stava bene quando è uscito da casa, è morto nelle mani dello Stato. Mi fidavo delle istituzioni e ho sempre combattuto per la verità. Non ho mai cercato un capro espiatorio. Condannare per lesioni gli agenti penitenziari non avrebbe rappresentato il raggiungimento della verità. Se in ultimo si dimostrasse che a pestare mio fratello sono stati i carabinieri, la notte del fermo e forse anche nei sotterranei del tribunale, gli agenti della penitenziaria però sono responsabili comunque. Quella cella l’hanno aperta loro, erano lì e non hanno fatto nulla. Stefano è morto di Giustizia. Nelle registrazioni dell’udienza di convalida del fermo lo si sente più volte scusarsi perché faceva fatica a parlare. Se quel giudice gli avesse chiesto il perché, mio fratello sarebbe ancora vivo. Sarebbe bastata una semplice domanda. Apprendemmo della morte solo quando ci contattarono per autorizzare l’autopsia. Giunti al Pertini, l’agente penitenziario fu molto vago sulle cause. E concluse dicendo: “Controlli le carte, sono a posto”. Quando ho visto quel corpo martoriato, la mia vita è cambiata in quel momento. Mi rivolsi all’avvocato Fabio Anselmo, legale di Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi. Decidemmo di pubblicare le foto che avete visto tutti.

federico aldrovandi
Federico Aldrovandi (da: http://www.federicoaldrovandi.it/wp-content/uploads/2013/04/federico-aldrovandi-928×440.jpg)

Il 1° ottobre Stefano avrebbe compiuto 37 anni e il 22 saranno sei anni senza di lui. Sei anni di battaglie all’ostinata ricerca della verità. Ancora oggi le morti di Stefano e Federico continuano a mobilitare le coscienze. Sarà diverso questo compleanno?

Finalmente ricomincio ad avere fiducia nella Giustizia, posso contare su persone straordinarie. Sono emozionata e nello stesso tempo devastata, come se Stefano fosse morto ieri. Spesso mi sono sentita in colpa verso Stefano e la sua memoria, non riuscivo neppure ad andare al cimitero. Per il 22 vorrei organizzare qualcosa di intimo, ma non privato: se oggi qualcosa è cambiato è anche grazie all’opinione pubblica e ai mezzi d’informazione che non hanno mai taciuto. Mai, mai tacere. L’ho capito sulla mia pelle, come Patrizia e Lucia, la sorella di Giuseppe Uva. Ora altre madri, padri, fratelli e sorelle pretendono verità.

 Quest’anno si celebra il 70° della Liberazione, la vittoria della Resistenza, dalla quale nacquero la Costituzione e l’Italia democratica.

 Dopo sei anni passati a cercare, a studiare le carte di interminabili e grotteschi processi, oltre al lavoro, spero di poter trasmettere ai miei figli la fiducia nello Stato di diritto. Ho chiesto loro un grande sacrificio, dedicando a Stefano ogni minuto della giornata. Giulia, la più piccola, ora ha 7 anni, ma prima capitava spesso che la sera, dopo il bagnetto, dovessi vestirla già pronta per la mattina. Una volta mi chiese: “Mamma, perché non posso andare a letto col pigiama come le altre bambine?”. Valerio è più grande e Stefano era già presente nella sua vita. In principio gli dissi che era morto in un incidente stradale, poi ho dovuto spiegare che qualcuno aveva fatto del male allo zio, ma che avremmo scoperto cosa gli era successo. Sto combattendo per Stefano e per i miei figli. E anche per i figli di coloro che indossando una divisa che conferisce autorità – ma anche maggiore responsabilità – si permettono di abusarne.

 

Stefano Cucchi, trentuno anni appena compiuti, venne fermato dai carabinieri per possesso di sostanze stupefacenti in un parco della Capitale, la sera del 15 ottobre 2009. Morì una settimana dopo, il 22 ottobre, nel reparto di detenzione protetta dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. Dopo due controversi processi – l’appello ha assolto tutti gli imputati: medici, infermieri e agenti penitenziari – la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un’inchiesta-bis.

Edizione straordinaria, Agrigento: aggressione della polizia all’avv. Giuseppe Arnone. Siamo in uno Stato di diritto o in una dittatura sudamericana? da: ienesicule

Riportiamo quanto denuncia il noto legale.

Da parte nostra gli esprimiamo tutta la nostra solidarietà e auspichiamo un netto e determinato intervento da parte delle autorità competenti di fronte a fatti di tali gravità! (marco benanti, ienesicule)

“Al  Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo

All’Ordine Nazionale dei Giornalisti

All’Agenzia Ansa di Palermo

 

Violenze ,Violazione di Domicilio,Aggressione fisica, ingiurie ed altri reati posti in essere questa mattina dal Commissario di Polizia Giudice e da altri Funzionari in danno dell’avvocato Arnone.

Tra breve il filmato che ricostruisce le violenze e le aggressioni sarà disponibile su youtube, cliccando il seguente titolo: “LE VIOLENZE DELLA POLIZIA (INVIATA DA DI NATALE) A CASA DI ARNONE, CON IMMAGINI DI PERCORSE E MINACCE” Signor Procuratore Generale, tra breve avrà a disposizione le prove fotografiche, video ed audio dell’aggressione, con violazione di domicilio,  e percorse poste in essere da una serie di poliziotti, comandati dal Commissario dottor Giudice della Questura di Agrigento.

Sono costretto a inviare ad horas la presente perché sono stato minacciato di essere sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, al fine di giustificare la singolare teoria che  le percorse ricevute erano motivate dall’impedirmi il suicidio!!!! Mi si voleva poi portare in Questura per completare poi l’aggressione senza telecamere indiscrete, iniziativa impedita dalla pronta reazione degli avvocati presenti, Faro e Principato. Il tutto  è video ed audio documentato.

Rassegno in estrema sintesi i fatti , riservandomi l’approfondimento dei medesimi.

Si premette che dopo le violenze e le aggressioni e i reati perpetrati contro lo scrivente di cui adessosi dirà , sopraggiungevano sui luoghi i Procuratori Fonzo e Di Natale i quali ostentatamente si accompagnavano festosamente , anche al bar, con il dott. Giudice , appena reduce da questi fatti di reato. I suddetti Fonzo e Di Natale con tale plateale comportamento, innanzi a decine e decine di poliziotti e di avvocati, intendevano  con ogni probabilità offrire al dott. Giudice ogni tutela e protezione, rivendicando l’operato del medesimo ad una scelta della Procura ( per altro non si spiega diversamente un tale spiegamento di Forze di Polizia  e Carabinieri per controllare una banale Conferenza Stampa , o  per contrastare lo striscione . Né può  trascurarsi che l’altro ieri erano arrivati   per togliere lo striscione due camion dei Vigili del Fuoco!!!!).

A)     Ieri sera il TG di Canale 5 delle 20.00 mandava in onda, con richiamo nei titoli, un servizio in merito allo scontro in atto  tra lo scrivente e  il Procuratore di Agrigento Di Natale e il suo aggiunto Fonzo. Nell’ambito del Servizio aveva ampio spazio la vicenda di uno striscione che denunciava  le bugie di Fonzo e Di Natale, ove costoro venivano presentati come dei grandissimi bugiardi ( Pinocchi );

B)       Questa mattina Arnone convocava i giornalisti per le ore 11.30 presso il proprio studio Legale in via Mazzini 148,  dalla parte opposta del marciapiede del Tribunale. Ed annunciava altresì che la Conferenza Stampa, dedicata agli eventi trattati dal TG 5, si sarebbe svolta mentre lo striscione dei Pinocchi veniva a sventolare dal balcone;

C)      Alle ore 11.30 lo scrivente trovava varie testate giornalistiche, tra le quali Televideo Agrigento e Agrigento TV, Sicilia 24 h, e soprattutto alcune decine, una ventina almeno, di rappresentanti di  Polizia e Carabinieri;

D)     Appena si rivolgeva ai giornalisti veniva bloccato da un Funzionario di Polizia che si qualificava come il dottor Giudice che minacciava il sottoscritto affinchè togliesse lo striscione, a suo dire contro Legge,  nonché non tenesse interviste ai giornalisti presenti nello spiazzo innanzi al proprio studio;

E)      La discussione diveniva immediatamente antipatica per i toni  aggressivi del Funzionario, per cui lo Scrivente lo invitava ad agire per le vie formali, e a fare ciò che prevedono le Leggi. Quindi  saliva al  proprio appartamento,sito al primo piano, assieme alla propria collaboratrice l’avv. Daniela Principato. Al Funzionario di Polizia che pretendeva di entrare, lo scrivente opponeva divieto di ingresso nel proprio domicilio, chiudendo con decisione all’uopo il portoncino d’ingresso;

F)      Dopo alcuni minuti bussava per salire la propria collaboratrice Iara Gelo, alla quale veniva aperto il portoncino.  Il Dottor Giudice, assieme ad altri Poliziotti,  si accodavano alla medesima e salivano sino alla porta dello studio dello scrivente.  Lo scrivente apriva per fare entrare la collaboratrice e poneva divieto di ingresso ai Poliziotti,  tentando di richiudere la porta di ingresso dell’abitazione;

G)     Con la violenza il Giudice e i suoi accompagnatori impedivano la chiusura della porta, lo Scrivente a quel punto andava di corsa al balcone per denunciare la violenta violazione di domicilio e qui accadevano le cose più gravi. Il Giudice e i suoi collaboratori impedivano con la violenza la permanenza dello scrivente al balcone, e gli impedivano di comunicare ai giornalisti presenti sotto il balcone quanto di illegale e violento stava avvenendo;

H)     Lo scrivente veniva aggredito, spintonato e trascinato dentro la stanza, assieme allo scrivente veniva malmenata, con spintoni, l’avvocatessa Daniela Principato che interveniva per porre fine alle violenze. Tutto ciò è documentato dalle immagini e dal sonoro;

I)        Lo scrivente appena riusciva a divincolarsi abbandonava l’appartamento e scendeva giù nello spiazzo affinchè vi fossero tutti i giornalisti con videocamera testimoni di quanto stava avvenendo. Chiamava in  proprio soccorso anche l’amico avv. Arnaldo Faro, uomo sia esperto che robusto, il quale si  frapponeva quanto il Giudice minacciando  di sottoporre lo scrivente a trattamento sanitario obbligatorio, pretendeva di portarlo in Questura!!!

J)       Il dott. Giudice, innanzi alla serena prospettazione della gravità dei suoi comportanti violenti e della violazione di domicilio, tentava di giustificarsi – invero in modo assai ridicolo- asserendo che  era intervenuto al balcone con la violenza per impedire che il sottoscritto si lanciasse dal balcone medesimo per suicidarsi!!

K)      Nel raccontare tale panzana scandalosa, dimenticava  di giustificare le ragioni del suo ingresso violento nel domicilio dello scrivente.

L)       Si ricorda quanto sopra esposto in ordine alla “compartecipazione “ conclusiva dei Procuratori Fonzo e Di Natale, scesi a stringersi con il dott. Giudice addirittura in maniche di camicia ( si , Fonzo e Di Natale avevano tanta fretta che sono scesi dal dott. Giudice in manica di camicia )

 

Concludendo la presente nota, sintetica per le ragioni di urgenza, che verrà ulteriormente approfondita, lo scrivente fa presente  che il comportamento violento di tali soggetti impauriva talmente i giornalisti che andavano via, forse perché “ silenziosamente minacciati”

 Lo scrivente fa pure presente, di aver a quel punto, con dichiarazioni registrate, comunicato  pubblicamente  di  eliminare la ostentazione dello striscione, ripiegandolo,  per dare al dottor Giudice il tempo di andare in Questura e proporre una  lettera ampia e formale di scuse da divulgare entro un’ora. Lo scrivente rimane ancora in attesa  di tale lettera…

Stante l’enorme gravità degli eventi, prudenzialmente,  tali eventi vengono rassegnati ad un’autorità seria.

 

Agrigento 30 09 15                                                                                             avv. Giuseppe Arnone.”

 

 

 

di Redazione Iene Siciliane

Tagliano la sanità utile per finanziare un ponte inutile. Ecco i faraonici programmi del Governo da:essere sinistra

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di Vincenzo G. PALIOTTI

E’ ritornato in ballo il ponte sullo Stretto, me lo aspettavo e ad annunciarlo è il ministro Alfano, nemmeno quello delle infrastrutture. Si cominciano a regolare i conti in casa del governo. Così, si potranno sprecare i soldi pubblici per celebrare la grandezza dell’attuale premier/segretario. Rispettando naturalmente tutto quello che ci sarà dietro: mazzette, tangenti, appalti concessi a peso d’oro, costi gonfiati naturalmente per i vari passaggi di mano. Oltre al fatto che questo era il “piatto forte” che Berlusconi voleva servire agli italiani e non ci è riuscito anche per l’opposizione di quelli che oggi invece, cambiando di nuovo idea, appoggiano il progetto (perché ci sono loro a grufolare nel trogolo).

Al solito però si è guardato al fatto in superficie, senza però curare quelli che saranno “gli effetti collaterali” sicuramente negativi, che poi è una costante delle riforme e dei provvedimenti che il premier/segretario sta mettendo in atto.

In un paese dove uno dei problemi principali è l’occupazione non si è pensato che semmai sarà messo in opera questo “monumento” alla grandezza del premier/segretario, che già se ne bea, tutta quella piccola economia che ruota intorno alle due sponde morirà creando un deserto, senza contare i posti di lavoro che si perderanno perchè immancabilmente le compagnie di navigazione adibite al passaggio dello stretto saranno costrette a chiudere o al massimo ridurre notevolmente l’attività, e qui altri posti di lavoro che si perderanno e tante famiglie andranno ad incrementare le percentuali, già cospicue, di povertà. Oltre ai danni ambientali che sicuramente ci saranno. Senza calcolare il costo che come tutte le opere pubbliche parte con un costo iniziale per poi farlo crescere “miracolosamente” nel corso dei lavori.


Oppure, si inventeranno il “trucco” del project-financing, quella “finanza di progetto” che mescola i soldi pubblici con quelli privati, a vantaggio chiaramente delle banche. Ho trovato questa bellissima definizione sul web:
– Project financing. Inevitabile e appetitosa conseguenza dei patti di stabilità, costringe il committente pubblico a delegare l’investimento al privato e quindi: a) ad affidarsi ai fornitori finanziariamente – e non qualitativamente – più forti, escludendo dalla redistribuzione i player medio-piccoli; b) a spendere di più. Un’opera da 500.000 in project financing ventennale (tasso 5%) costa alla collettività 800.000. La differenza (300.000) è il costo del capitale da versare alle banche tramite aumento delle tariffe o intervento pubblico (aumento delle tasse o dell’indebitamento).

Ma tutto questo a chi vuole questa opera “epica” non interessa, in linea con la loro politica di facciata che di sostanza ha solo benefici per il poteri forti, ed un “pelo sullo stomaco” lungo quanto sarà lungo il ponte davanti alla prospettiva di incrementare la disoccupazione e la chiusura di attività commerciali che facevano vivere, come già detto, le località limitrofe alle due sponde.

Ora al governo manca solo di mettere mano alla giustizia come la voleva Berlusconi per poi completarne il programma che all’ex cavaliere non è riuscito di fare. Del resto Renzi ha sempre detto di guardare all’elettorato “deluso” di destra che oggi sarà invece contento perché lui è riuscito in quello che Berlusconi ha fallito.

Tutti questo alla faccia di chi ancora rivendica ditte, case, giardini: tutti spazi ormai occupati da chi un tempo era il nemico giurato del partito del premier/segretario e che oggi sono addirittura gli ispiratori di questa politica scellerata che porterà il paese a distruggere il ceto medio, spaccando l’Italia in due sole categorie: i ricchi e i poveri, proprio come vogliono i suoi veri “datori di lavoro”, i poteri forti, le banche, la BCE, la Merkel e la EU, e naturalmente, Berlusconi.

Il mangia mangia dei beni sequestrati alla mafia tra arresti mancati, trasferimenti e silenzi da: la voce di New York

Incontro alla festa dell’Unità di Palermo. Tema: i beni sequestrati alla mafia. Protagonisti: il Ministro della Difesa Andrea Orlando e la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi. Serata poco ‘frizzante’, di circostanza. In perfetto accordo con la ‘normalizzazione’ in corso nel capoluogo dell’Isola tra trasferimenti d’ufficio e silenzi. E la ‘sabbia’ va…

Mentre dentro Confindustria Sicilia è in corso una sorta di ‘regolamento’ dei conti tra i protagonisti di una stagione antimafia dalle tante ombre e dalle pochissime luci, arrivano a Palermo, alla festa dell’Unità, il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e la presidente della commissione Antimafia del Parlamento nazionale, Rosy Bindi. I temi da affrontare non mancano, dalle ‘faide’ interne all’associazione degli industriali siciliani alla gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia, dopo lo scandalo – perché di uno scandalo si tratta – legato all’utilizzazione, non esattamente ‘trasparente’, della Sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

Rosy Bindi, ieri sera, non sembrava in difficoltà. In effetti, come ha ricordato al nostro giornale il direttore di TeleJato, Pino Maniaci, la presidente della commissione Antimafia nazionale, nel passato non lontano, non ha fatto una bella figura a proposito della gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Mettiamola così: diciamo che non ha intuito quello che stava succedendo. Quando ancora gli ‘altarini’, in questo settore della Giustizia gestito all’insegna degli affari, non erano stati scoperchiati, la presidente Bindi si è esibita in una difesa appassionata di Silvana Saguto, l’ex presidente della Sezione per le misure di prevenzione oggi dirottata in altri settori. E oggi che dice Rosy Bindi? “La commissione Antimafia deve recitare il mea culpa? Non credo – ha detto la Bindi . Abbiamo preso le parole di Caruso molto sul serio. Non a caso abbiamo presentato il disegno di legge che andrà in aula già a novembre, intervenendo anche su alcuni aspetti che lo stesso Caruso aveva denunciato. E anche vero che le cose dette dall’ex prefetto riguardavano un sistema, e non singole persone”.

Il Caruso citato da Rosy Bondi è Pietro Caruso, il prefetto che, in anticipo sugli eventi, ha denunciato storture nella gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. Quando Caruso e il direttore di TeleJato, Pino Maniaci, denunciavano la pessima gestione di questo delicato settore della vita pubblica – questo va detto per onestà di cronaca – né il governo nazionale, né la commissione Antimafia hanno fatto qualcosa. Anzi, nel caso della presidente Bindi, come già ricordato, c’è stata una difesa dei vertici della Sezione per le misure di prevenzione poi finiti nell’occhio del ciclone.

Di fatto, il Ministro Orlando e la presidente Bindi, ieri, alla festa dell’Unità, a Palermo, hanno riservato allo scandalo della gestione dei beni sequestrati e confiscati alla mafia solo parole di circostanza. Il Ministro ha parlato degli ispettori ministeriali che indagano. Abbiamo appreso, addirittura, che su questo tema il governo nazionale avrebbe anticipato la magistratura. Ci sarebbe un decreto che interviene sui compensi degli amministratori giudiziari, che è pronto dallo scorso Luglio. E’ già in vigore? Non l’abbiamo capito. Per il resto, gli ispettori ministeriali lavorano, fianco a fianco, con i magistrati della Procura della Repubblica di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta sulla Sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Palermo e bla bla bla.

Quanto alla faida interna a Confindustria Sicilia, altre parole di circostanza: discutete, ma senza scannarvi. Salvaguardando il ‘pupo’, ovvero i feticci dell’antimafia delle celebrazioni. Anche se la Bindi, a un certo punto, in un ‘conato’ di coraggio, ha affermato: “È giunto il momento di fugare ogni dubbio e chiarire se in qualche caso l’antimafia non è stata usata solo per combattere la mafia, ma per creare carriere e conquistare posti di potere”. Incredibile: non ce n’eravamo accorti…

E oltre l’oleografia mafia-antimafia? Ci saremmo aspettati un dibattito sui guasti prodotti sull’economia di Palermo e provincia e, in generale, sull’economia siciliana dalla gestione dei beni mafiosi, soprattutto di quelli sequestrati. Non è detto, infatti, che tutti i sequestri si concludano con le confische, cioè con il passaggio delle aziende e dei beni immobili allo Stato. Chi risulta innocente dovrebbe tornare a fare il mestiere di imprenditore con le proprie aziende e i propri beni. Ma in tantissimi casi non è così, perché gli amministratori giudiziari restituiscono ai legittimi proprietari aziende ‘ripulite’. Sono fatti denunciati con forza da Pino Maniaci che non trovano ascolto nel mondo politico, sia con riferimento al centrosinistra, sia con riferimento al centrodestra. La dimostrazione che in questo settore il  mangia-mangia è ecumenico.

Ascoltando il dibattito alla festa dell’Unità e, soprattutto, osservando i ‘minimi’ movimenti in corso nel Palazzo di Giustizia di Palermo, si ha la sensazione netta, precisa, che questa storia possa finire come la “Santabarbara mai esplosa” della prima commissione nazionale Antimafia tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del secolo scorso. Anche allora, tra strage di Ciaculli, guerre di mafia, mancati arresti di boss mafiosi e delitti ‘eccellenti’, si pensava ad esiti clamorosi. Invece non successe nulla (a parte, ovviamente, gli uomini dello Stato che sarebbero stati ammazzati, uno dietro l’altro, negli anni successivi).

La stessa atmosfera si respira oggi a Palermo. ‘Normalizzazione’ a tutti i livelli. Dibattiti al ‘cloroformio’ orchestrati da un partito – il PD – che sembra aver preso il posto della vecchia Dc. E passi felpati dalle parti del Palazzo di Giustizia. Niente arresti, si apprende: solo trasferimenti di cinque magistrati. E la revoca di tutti gli incarichi agli amministratori giudiziari legati alla lunga stagione della dottoressa Silvana Saguto? Aspettiamo Godot? Sabbia, sabbia, sabbia…

Quindi i silenzi. In questi casi molto più significativi e indicativi di qualunque parola. E in questo ‘concerto’ del silenzio spicca l’ordine dei Commercialisti di, ‘fucina’ di tanti amministratori giudiziari…

Christine Lagarde: «La ripresa economica non ci sarà a breve» Fonte: Il ManifestoAutore: Rachele Gonnelli

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La ripresa non c’è e non ci sarà. Anche il pos­si­bile rialzo dei tassi ame­ri­cani annun­ciato, con sve­ni­mento, dalla pre­si­dente della Fed Janet Yel­len e da molti inter­pre­tato come il segnale di pro­no­stici rosei per l’economia mon­diale è in realtà una buona noti­zia solo per gli Stati Uniti e anzi, può creare effetti nega­tivi nel resto del mondo.

A gelare gli otti­mi­sti è Chri­stine Lagarde, diret­tore del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, che ieri par­lando al Coun­cil of the Ame­ri­cas, cioè di fronte al Gotha degli inve­sti­tori pub­blici e pri­vati –rispetto al nostrano Ambro­setti, tanto per capire, que­sto è stato fon­dato diret­ta­mente da David Roc­ke­fel­ler — ha detto che «sul fronte eco­no­mico, ci sono motivi per essere pre­oc­cu­pati» visto che «la cre­scita glo­bale resta delu­dente e disomogenea».

Pro­prio la pro­spet­tiva di un aumento dei tassi di inte­resse Usa, insieme al ral­len­ta­mento della cre­scita in Cina, con­tri­bui­scono ad accre­scere «l’incertezza e la vola­ti­lità dei mer­cati». Il diret­tore dell’Fmi segnala «la forte dece­le­ra­zione della cre­scita del com­mer­cio mon­diale» men­tre il rapido calo dei prezzi delle mate­rie prime sta creando pro­blemi alle eco­no­mie basate sulle com­mo­di­ties. Non solo.

L’Europa è malata. «La mode­rata ripresa dell’area euro si sta raf­for­zando», cer­ti­fica Lagarde, sot­to­li­neando che «a livello glo­bale la sta­bi­lità finan­zia­ria non è ancora assi­cu­rata», nei paesi svi­lup­pati e ora anche in quelli emergenti.

«Il rischio di bassa cre­scita per un lungo periodo, sem­bra avvi­ci­narsi» mette in evi­denza, pre­ci­sando anche cosa appe­san­ti­sce i pro­no­stici sulla cre­scita: la bassa pro­dut­ti­vità, l’invecchiamento della popo­la­zione e le ere­dità della crisi finan­zia­ria, «soprat­tutto in Europa».

Su quest’ultimo ele­mento Chri­stine Lagarde non mai ha lesi­nato parole riguardo alle nefa­ste poli­ti­che di auste­rity ancora adot­tate da Bru­xel­les e così pure sulla neces­sità, invece, di ristrut­tu­rare i debiti di fatto ine­si­gi­bili come quello della Grecia.

Ieri, cioè nel giorno in cui diven­tano effet­tive le dimis­sioni del capo eco­no­mi­sta dell’Ifm Oli­vier Blan­chard — il più influente degli eco­no­mi­sti di scuola neo­key­ne­siana — Lagarde ha spie­gato come in Euro­lan­dia i cre­diti dete­rio­rati o inca­gliati, cioè solo nomi­nali, deri­vanti ad esem­pio da fal­li­menti e mutui pigno­rati, sono 900 miliardi di euro.

In Ita­lia secondo stime del Sole24ore sono 5 miliardi e saranno il dop­pio nel 2016, una vera emergenza.

La mutazione in corso nella CGIL da:

  • Settembre 26, 2015
  • di Giulio De Angelis

La conferenza di organizzazione della CGIL poteva rappresentare un importante passaggio di boa utile allo scopo di cogliere quelle trasformazioni necessarie in questa fase storica, di profonda sconfitta del movimento operaio, per rimettere in piedi un’organizzazione che sia quanto più aderente possibile alle necessità del momento. Invece anche quest’occasione non è stata colta e si fa sempre più spazio il neocorporativismo.

di Giulio De Angelis*

Quando una organizzazione delle dimensioni e con la storia della Cgil decide di interrogarsi sul suo funzionamento interno e su come organizzarsi per affrontare le sfide del presente e del futuro, si mettono in moto azioni ed energie notevoli, anche se poco visibili all’esterno. Le organizzazioni sindacali normalmente discutono delle loro linee politiche al Congresso: lì si fanno le analisi approfondite, lì si formulano proposte per il futuro, lì si sceglie e si decide. La gran parte della discussione riguarda le politiche sindacali, una parte molto più limitata è spesa per le questioni interne.

Invece la Conferenza di Organizzazione incentra la discussione sul funzionamento interno del sindacato, sull’adeguamento delle macchina organizzativa e sui cambiamenti da apportare per meglio affrontare la fase che la politica e il mondo del lavoro stanno vivendo. Non solamente una sterile proposta limitata agli adeguamenti interni, quindi, ma soprattutto la sfida di rispondere nel miglior modo possibile alle richieste ed alle necessità degli iscritti e dei lavoratori, le quali cambiano per le continue mutazioni in atto nella società. Quindi la discussione politica e l’analisi di fase mantengono, come è ovvio, un’importanza basilare anche nella CdO.

La CdO della Cgil (indetta in ritardo di quattro anni rispetto alla sua scadenza naturale e conclusa con la fase nazionale del 18 e 19 settembre) si colloca nel bel mezzo di un attacco senza precedenti contro i sindacati confederali – ed in particolare contro la stessa Cgil – esercitato in contemporanea dal governo, da Confindustria e dalle principali testate giornalistiche italiane; da settimane assistiamo a notizie che riguardano di volta in volta la moria di iscritti, gli stipendi d’oro, le pensioni di favore, i presunti finanziamenti statali, notizie falsate o ingigantite quando non completamente senza fondamento. Per liberarsi da questo fuoco di fila la CdO poteva e doveva dare risposte di largo respiro, adeguate alla fase politica, volte a respingere gli attacchi e finalizzate ad un concreto rilancio della Cgil

Così non è stato.

La Cgil ha completamente evaso la discussione sulle condizioni che si vivono oggi sui posti di lavoro dopo gli attacchi del governo ai lavoratori (tutt’altro che terminati), ha chiuso gli occhi di fronte alle sue enormi responsabilità ed ha sapientemente evitato qualsiasi approccio autocritico, fallendo la sfida della sua autoriforma. La discussione è stata più che altro incentrata: sulla difesa dell’autonomia delle categorie rispetto al confederale (estremizzata fino al punto di diventare corporativa) e sui possibili accorpamenti di categorie diverse in caso di scarsità di iscritti sui territori; sulle modalità di elezione dei gruppi dirigenti e dei segretari generali (elemento importante ma non tanto da monopolizzare l’attenzione); sulla scarsità di risorse e sul sistema dei servizi (Caaf, uffici vertenze, patronato): tutti temi che interessano poco il corpo vivo di un sindacato – fatto di lavoratori e precari – e che meglio si attagliano a burocrazie vuote e arroccate. La CdO ha proclamato a parole maggiore democrazia insieme al decentramento di risorse e di potere decisionale, ed ha perseguito l’esatto opposto.

Dopo l’accordo del 10 gennaio 2014 tutta la Cgil era entrata nel purgatorio della cosiddetta esigibilità che la portava ad abbandonare la strada delle rivendicazioni e del conflitto, e il governo è pronto ad inserire gli stessi principi di quell’accordo – peggiorati come è facilmente prevedibile – in una legge che limiterà ancora di più la rappresentatività del sindacato e il diritto di sciopero.

Oggi, con l’approvazione del Jobs Act, sui posti di lavoro tornano le teste abbassate, le armi dei sindacati sono spuntate e spezzate, i bisogni dei lavoratori sono subordinati ai voleri dei padroni o sono cancellati, arriva di nuovo la repressione. Gli spazi di democrazia e di conflitto sono limitati e quasi annullati, le rivendicazioni sono soffocate dalla mancanza di tutele, gli accordi portano al peggioramento delle condizioni materiali dei lavoratori ed all’annullamento dei loro diritti. Per rilanciare il suo ruolo in difesa di lavoratori, precari, pensionati e ceti popolari la Cgil deve riprendere appieno il suo ruolo di sindacato dei diritti, democratico e conflittuale, a partire dal contrasto senza condizioni al Jobs Act e dalla disdetta formale dell’accordo del 10 gennaio; deve riconquistare il ruolo del Contratto nazionale senza deroghe e uguale per tutti; deve puntare al ruolo universale dello stato sociale ed abbandonare il contentino del welfare contrattuale il cui costo è scaricato sui lavoratori ed è riservato ai comparti più ricchi. Deve rimettere in campo a pieno titolo la richiesta di riduzione dell’orario di lavoro senza diminuzione di salario e la riconquista di una pensione dignitosa dopo un equo numero di anni di lavoro.

La Cgil deve tornare ad essere “dipendente” dagli iscritti: deve vivere delle risorse che gli iscritti le forniscono e deve tenere conto ed attuare le richieste che dagli stessi iscritti arrivano; oggi ci sono categorie nazionali della Cgil che potrebbero sopravvivere anche in caso di una forte diminuzione dei tesserati, dato che percentuali elevatissime del bilancio derivano da Enti Bilaterali, da quote di servizio e da conciliazioni e non direttamente dai lavoratori; il carattere originario della bilateralità ha subito una modifica pesante ed ha sostituito il ruolo del sindacato. Di fronte a questi pericolosi scivolamenti e mutazioni una delle proposte che si sta facendo sempre più prepotentemente avanti in Cgil va nella direzione opposta rispetto a quello che ci si aspetterebbe: da più parti viene avanzata la richiesta di dare vita alla partecipazione dei lavoratori alle scelte delle aziende tramite i comitati di partecipazione o la cogestione, da alcuni identificati con la cosiddetta democrazia economica arrivando persino a scomodare l’articolo 46 della Costituzione.

A parte le differenze tra le varie forme elencate, che non possono essere discusse qui, nella sostanza lo scopo è simile: inserire il sindacato all’interno dei meccanismi decisionali delle aziende, non di certo per ricevere informazioni, per condizionarne i processi, per incidere sull’organizzazione del lavoro, ma, come conseguenza di rapporti di forza messi in campo, in questo caso sarebbe un’azione positiva che lascerebbe il sindacato nel suo ruolo rivendicativo, ben distinto dall’azienda e collocato al suo esterno.

Piuttosto alcuni in Cgil intendono gestire quei processi assieme all’impresa, arrivando così a snaturare il sindacato e perfino a renderlo completamente coinvolto e collaterale rispetto alle esigenze ed alle volontà aziendali. In questo modo salterebbe la contrapposizione tra interessi diversi, che può trovare il suo equilibrio alla firma di un accordo, e ci troveremmo in una condizione indistinta in cui si fanno sempre meno visibili le differenze e il sindacato verrebbe risucchiato nel terreno minato del pensiero unico e del prevalere delle esigenze produttive. Ci troveremmo di fronte ad una forma estremizzata di bilateralità spinta, e viene il dubbio che lo scopo sia quello di reperire anche da qui risorse per le casse vuote dell’organizzazione sindacale, a discapito della tutela dei diritti. Serve a poco fare appello a forme simili da tempo praticate in alcune parti d’Europa: l’Italia non è la Germania, e questo vale dal punto di vista delle consuetudini tra le controparti, delle leggi, dei rapporti di forza in campo.

Il modo in cui si fa sindacato, le procedure della contrattazione, le leggi che insistono sul mondo del lavoro ridisegnano forma e sostanza del fare sindacato e rischiano, in assenza di proposte organizzative appropriate, di modificare dall’esterno la nostra stessa essenza: ci troveremmo così, nostro malgrado, di fronte ad una realtà modificata dalle altre forze in campo e ormai sfuggita al nostro controllo: una mutazione genetica irreversibile ed eterodiretta.

La lontananza dai posti di lavoro e dai lavoratori ha fatto perdere alla Cgil la bussola che in passato l’ha sempre guidata: occorre abbandonare le pratiche che la rendono agli occhi di tutti sempre più burocratica e preda di un sistema di potere che degenera di continuo, per tornare al rapporto diretto e vincolante coi lavoratori e coi loro bisogni ed istanze, a partire dalla votazione sul mandato prima della trattativa e sulle ipotesi di accordo dopo; occorre limitare lo strapotere dei segretari generali ed ampliare il ruolo dei direttivi e dei comitati degli iscritti, una linea ben diversa da quella voluta dal gruppo dirigente che ha addirittura introdotto il voto a distanza e per posta elettronica; occorre rafforzare l’incompatibilità tra incarichi politici e sindacali per liberarsi dai lacci che tengono la Cgil legata al PD ed alle sue scelte scellerate ed aumentare la presenza di funzionari e segretari sul territorio a livello diffuso, alleggerendo gli uffici regionali spesso inutilmente sovraccarichi. La trasparenza dei bilanci, notizie precise sui canali di finanziamento ed una pratica contrattuale radicale e democratica sono gli unici anticorpi alla degenerazione delle organizzazioni di massa che rischia di contaminare anche noi.

Le modalità di costruzione dei gruppi dirigenti devono essere modificate a partire da una politica dei quadri che punti a valorizzare chi esercita concretamente il conflitto e gestisce le vertenze nel posto di lavoro e sul territorio. Il recupero degli iscritti, il miglioramento delle condizioni di vita di lavoratori e cittadini e il rilancio della Cgil passano per queste vie, non certo per la discussione per nulla interessante sul dimensionamento dei direttivi nazionali.

*portavoce regionale Lazio “Il sindacato è un’altra cosa” – opposizione in Cgil

http://sindacatounaltracosa.org/category/conferenza-di-organizzazione/

Gino Strada vince il “Nobel alternativo”: “La terza guerra mondiale è cominciata” da: il fatto quotidiano

 

Cronaca
Il fondatore di Emergency è il primo italiano a vincere il premio Right Livelihood Award, conferito dal Parlamento svedese: “Il nostro traguardo è bandire la guerra dalla storia e alimentare la cultura del rispetto dei diritti umani”

Gino Strada sarà il primo italiano a ricevere il Right Livelihood Award, più comunemente chiamato il “Premio Nobel alternativo”. Nato nel 1980 e presentato ogni anno al Parlamento svedese, il premio ha l’obiettivo di  “onorare e sostenere coloro che offrono risposte pratiche ed esemplari alle maggiori sfide del nostro tempo”.

L’annuncio della vittoria del fondatore di Emergency è stato dato oggi, 1 ottobre, al Centro per la stampa internazionale dell’Ufficio degli Affari esteri a Stoccolma. Strada è stato premiato “per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra”.

“Ricevere il Right Livelihood Award è un onore e una grande emozione – ha detto il chirurgo – Oltre vent’anni fa Emergency è stata fondata per offrire cure gratuite a chi soffre le conseguenze della guerra e della povertà. In questi anni siamo stati a fianco delle vittime e ci siamo opposti alla guerra e alla sua logica di sopraffazione. Abbiamo costruito ospedali, e abbiamo combattuto perché chiunque avesse diritto a essere curato. Abbiamo assistito oltre 6 milioni di persone senza nessuna discriminazione, nella convinzione che essere curati sia un diritto umano fondamentale”.

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“Oggi, nel mondo, la diseguaglianza tra pochi ricchi e moltissimi poveri è aumentata e la Terza guerra mondiale è già cominciata – ha continuato Strada – Altri morti, altri feriti, altra sofferenza. Con Emergency continuiamo a lavorare, in Iraq, in Afghanistan e in alcuni dei Paesi più disastrati del pianeta, ma non possiamo rimanere inermi di fronte a questa mattanza indiscriminata. L’umanità ha fatto progressi straordinari in molti campi, dalla tecnologia alla medicina; ora è il momento che si impegni per un traguardo irrinunciabile: bandire la guerra dalla storia“.

“E’ il momento di lavorare a favore delle generazioni future, di seminare, anche nella consapevolezza che non saremo noi a vedere i frutti – ha concluso il fondatore di Emergency – Dobbiamo alimentare una cultura diversa, fondata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani: l’alternativa è la barbarie che abbiamo davanti e alla quale non possiamo arrenderci“.

Le proposte di candidati quest’anno sono state 128, provenienti da 53 paesi. Insieme a Gino Strada verranno premiati Sheila Watt-Cloutier, Canada, per la difesa dell’Artico e Kasha Jacqueline Nabagesera, Uganda, per la difesa dei diritti delle persone Lgbti. Il Premio onorario andrà a Tony de Brum e al popolo delle isole Marshall per il loro impegno contro il nucleare.