All’ultimo congresso del Pci: «Sono per una rifondazione comunista, non si può restare in mezzo al guado» da: ilmanifesto

Documenti. Il discorso al XX congresso, l’ultimo, del Partito comunista italiano

Pietro Ingrao e Achille Occhetto

Io parto dalla que­stione che mi sem­bra cen­trale nella rela­zione di Occhetto: siamo a una svolta della situa­zione mon­diale. La svolta si mate­ria­lizza nella vicenda del Golfo. Per­ché una guerra tutto som­mato con­cen­trata in un’area ristretta e finora durata poche set­ti­mane, sta assu­mendo signi­fi­cato gene­rale? La que­stione del petro­lio non basta a spie­gare tutto. E nem­meno la paz­zia di Sad­dam o la volontà di Bush di far fronte a un declino eco­no­mico ame­ri­cano. L’unica spie­ga­zione che rie­sco a tro­vare è che la vicenda squa­derna dinanzi a noi l’immagine scon­vol­gente che è o può essere la scienza della guerra moderna. Que­sto emerge da ambe­due i fronti della vicenda.

Dal lato dell’aggressore ira­cheno: vediamo un pic­colo tiranno di un paese a eco­no­mia subal­terna, di pochis­simi milioni di abi­tanti che può lan­ciare mis­sili su Israele e minac­ciare la guerra chi­mica e bat­te­rio­lo­gica. Con­tro que­sto pic­colo despota i più pos­senti paesi dell’Occidente indu­stria­liz­zato dichia­rano di non avere altri mezzi che una guerra senza pietà, con­dotta con i loro più sofi­sti­cati stru­menti di ster­mi­nio. Quanto più mi dicono che que­sta guerra è neces­sa­ria, tanto più mi spavento.

C’è un’altra strada? Io vedo qui il grande valore della scelta che sta dinanzi a que­sto con­gresso. Noi stiamo dicendo qui che per risol­vere i con­flitti tra gli Stati e bloc­care l’aggressore ci può essere un’altra via. E dinanzi all’orrore della guerra del Due­mila stiamo cer­cando, pro­vando, lot­tando per una nuova, grande strada pacifica.

La Costi­tu­zione ita­liana dichiara che l’Italia rifiuta la guerra. Invece per la prima volta in quarant’anni l’Italia è di nuovo in guerra. Que­sta è la scelta che ci sta dinanzi: se quel ripu­dio scritto nella Costi­tu­zione è solo una frase, o invece qui deve diven­tare realtà. Per­ciò la lotta per il ritiro delle navi dal Golfo non è supe­rata o mar­gi­nale o acces­so­ria. È coe­renza con ciò che diciamo: atto signi­fi­ca­tivo e neces­sa­rio di una strategia.

È pos­si­bile un’altra strada? Noi stiamo pro­po­nendo e cer­cando una lotta con­tro l’aggressione e una via per la rego­la­zione dei con­flitti che siano paci­fi­che. Oggi cer­chiamo di agire con­cre­ta­mente per met­tere in pra­tica, qui e ora dinanzi a que­sta crisi, a que­sta guerra del Due­mila, la via della pace. Non è una via rinun­cia­ta­ria. Anzi è quanto mai ambi­ziosa. Discu­tiamo tanto della nostra iden­tità. Se sce­gliamo dav­vero, se ten­tiamo dav­vero que­sta strada, que­sta è una straor­di­na­ria assun­zione di identità.

Que­sta strada chiede una forte coe­renza. Una con­fe­renza sul Medio Oriente non può essere affi­data a un impe­gno gene­rico, su un impre­ci­sato domani, come era ancora anche in quel comu­ni­cato del segre­ta­rio di Stato Usa e del mini­stro degli Esteri sovie­tico, che pure giorni fa è stato rifiu­tato da Bush. E non fer­marsi ai pale­sti­nesi e alla sicu­rezza di Israele ma deve riguar­dare anche il Libano e non solo l’indipendenza, ma la libertà del Kuwait. Cioè dob­biamo lavo­rare per­ché si affermi una auto­no­mia e libertà dei popoli arabi come coes­sen­ziale obiet­tivo della pace. Que­sta via ha impli­ca­zioni poli­ti­che subito: vuol dire che noi lot­tiamo con­tro Sad­dam, ma anche con­tro il despota siriano Assad, di cui nes­suno parla e che oggi è l’amico di Bush e di Gor­ba­ciov; e con­tro i satrapi miliar­dari degli emirati.

Ho apprez­zato che il segre­ta­rio del par­tito abbia detto che biso­gna allar­gare il Con­si­glio di sicu­rezza dell’Onu e abo­lire (ho capito bene?) il diritto di veto. Que­sto signi­fica dire oggi che 1’Onu non è un orga­ni­smo demo­cra­tico ma è con­trol­lato e mano­vrato dalle grandi potenze, sino alla cla­mo­rosa vio­la­zione del suo Sta­tuto com­piuta con la riso­lu­zione 678.

Quanto ci vorrà per rom­pere que­sta oli­gar­chia? Ci vorrà mol­tis­simo se noi già da ora non comin­ciamo ad aprire que­sto ter­reno di lotta. E su ciò, invece, in que­sti mesi abbiamo con­sen­tito una misti­fi­ca­zione. Par­lai al con­gresso di Bolo­gna degli F16. Non mi ver­go­gno di tor­nare a par­larne dopo un anno. Oggi lo vediamo: non si tratta di una base qua­lun­que. Si tratta del fianco sud del sistema mili­tare atlan­tico sul Medi­ter­ra­neo. Il mini­stro De Miche­lis dichiara let­te­ral­mente che «il peri­colo viene da Sud e non più da Est» e che è neces­sa­ria una forza mili­tare capace di inter­ve­nire non solo fuori dai con­fini nazio­nali, ma «a distanza». Gioia del Colle, Cro­tone, Taranto, Sigo­nella, sono solo l’anticipo di una stra­te­gia: apriamo final­mente una lotta reale e di massa per un Mez­zo­giorno di pace? Apriamo final­mente una con­tro­ver­sia per il rifiuto uni­la­te­rale degli F16?

Alle parole deve cor­ri­spon­dere la lotta. Tutti, più o meno, abbiamo cri­ti­cato qui il pesante defi­cit di ini­zia­tiva della Cee nel con­flitto medio­rien­tale. Ma c’è una base, o almeno un primo ter­reno reale di parti nella Cee? No. E non solo per l’egemonia finan­zia­ria tede­sca, ma per­ché ci sono nella Cee due potenze ato­mi­che: Fran­cia e Inghil­terra. Que­sto dato non è mai con­te­stato o fatto oggetto di reale nego­ziato. Su que­sto punto non è esi­stita nem­meno una lotta.

Voglio dire che la grande, enorme, scom­messa sulla pace come rego­la­trice dei con­flitti, come base di un primo germe di governo mon­diale, ha biso­gno di una rigo­rosa coe­renza. Non si può fare a spicchi.

Non si può restare in mezzo al guado. E ha biso­gno di costruire nuovi sog­getti reali. Que­sto con­gresso invece è ancora con­trad­dit­to­rio. Per un verso spinge a una scelta di pace che sem­bra allu­dere ad una nuova idea della poli­tica; e per un altro verso è monco nell’autocritica sul limite grave che la sini­stra euro­pea, ma anche noi, ha avuto nella lotta per il disarmo e per il Sud del mondo. E io stesso qui tac­cio sulla posi­zione assunta dal sindacati.

Sostengo che sce­gliere la via della pace per affron­tare que­sto con­flitto è un modo forte di assol­vere ad una fun­zione nazio­nale e inter­na­zio­nale. Il ritiro delle navi dal Golfo non è trarsi fuori, un rim­pic­cio­lirsi oppure l’Italietta che si sot­trae a un ruolo inter­na­zio­nale. È un’altra stra­te­gia. E anche la pro­po­sta di una tre­gua uni­la­te­rale riceve così una moti­va­zione di fondo, non solo tat­tica. Una simile strada sarebbe un grande atto verso il Sud del mondo: un cam­bia­mento nella sto­ria stessa dell’Occidente cattolico-cristiano. Anche per que­sto parla Woj­tyla. E io non ho per nulla in testa lo schema di una Ame­rica spo­sata alla causa o alla fun­zione di gen­darme mon­diale. Tanta Ame­rica di oggi discute più lai­ca­mente che in Ita­lia della guerra del Golfo. Noi, sini­stra euro­pea, pun­tiamo su que­sta Ame­rica o su Bush? Ecco un nodo essen­ziale su cui si misura e si costrui­sce l’alternativa. Fac­ciamo l’ipotesi che si possa comin­ciare a cam­mi­nare su que­sta strada paci­fica, io credo che man mano che avanzi una tale pra­tica di pace essa si river­be­re­rebbe su tutto il pano­rama sociale. Anche la pre­po­tenza di Romiti sarebbe più debole.

E que­sta stra­te­gia di pace sarebbe un potente anti­corpo con­tro i reami della vio­lenza e le fonti del domi­nio sociale. Sarebbe anche una rot­tura con­tro l’etica maschi­li­sta del possesso.

Io sono comu­ni­sta e sono sceso in campo per una rifon­da­zione comu­ni­sta. E vedo quale novità, e arric­chi­mento que­sto affron­tare con­cre­ta­mente la vio­lenza con la pace intro­duce anche nella tra­di­zione alta del comu­ni­smo ita­liano; e quale ter­reno straor­di­na­rio esso può aprire con altre cul­ture e civiltà. Altro che il ghetto in cui ci vede chiusi Craxi. Ma lo sa Craxi che in Fran­cia si è dimesso il mini­stro socia­li­sta della Difesa?

Se siamo coe­renti, se non arre­triamo spa­ven­tati, assume un forte signi­fi­cato che que­sto par­tito, dato per defunto, si cimenti in una tale inno­va­zione paci­fica e con que­sto tema grande e ine­dito dav­vero il peg­gio sarebbe restare in mezzo al guado.
Allora, su la schiena. E attenti al rischio della sepa­ra­zione. Voi che siete la mag­gio­ranza avete ogget­ti­va­mente il potere più forte per evitarla.

Per­ciò provo a fare un appello a me stesso. Non credo alle con­fu­sioni e ai pasticci, e forse ne ho dato qual­che prova. Credo alla fecon­dità delle dif­fe­renze che si dicono alla luce del sole. Ma se in qual­che modo siamo dav­vero al cimento di cui ho par­lato, e a que­sto punto di svolta della vita mon­diale, tutti dob­biamo par­lare in modo diverso. Tutti dob­biamo cam­biare qual­cosa fra di noi e soprat­tutto fra noi e gli altri. Spe­riamo dav­vero di farcela.

  • Atti del con­gresso pub­bli­cati su «l’Unità» del 3 feb­braio 1991. Cor­sivi nostri.

27 Settembre 2015 è morto il partigiano Pietro Ingrao- Nei cento anni di Pietro Ingrao, la storia d’Italia da: eruroroma

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Sono un figlio dell’ultimo secolo dello scorso millennio. Quel ‘900 che ha prodotto gli orrori della bomba atomica e dello sterminio di massa ma anche le speranze e le lotte di liberazione di milioni di esseri umani”.

Pietro Ingrao compie cento anni, il 30 marzo. Un percorso di vita non comune nel quale è contenuto il corpo centrale della storia del nostro Paese: dall’affermazione del fascismo alla sua drammatica caduta, dalla lotta partigiana alla nascita della Repubblica e della sua Carta Costituzionale. Dai momenti drammatici della rivolta ungherese del 1956, all’assassinio di Aldo Moro, alla fine del compromesso storico. Queste sono state le cadenze della vita mai a riposo di un uomo che ha incontrato anche la sconfitta storica del socialismo, il grande progetto antagonista al capitalismo globale emergente. Un uomo libero che non ha nascosto la sensazione amara del fallimento, che ha saputo riconoscere gli errori della classe politica del tempo e le proprie conflittualità irrisolte. Nel 1956 infatti dopo la rivolta ungherese nonostante il proprio punto di vista contrastante con l’invasione dell’URSS, aveva finito per schierarsi con le ragioni di Mosca. Di questo suo atteggiamento di allora  si era  pentito pubblicamente in seguito. Da uomo coraggioso con  le sue dichiarazioni ha sempre fatto emergere dall’ombra la realtà di quel progetto magnifico: il socialismo, che offrì agli italiani il calore politico, la speranza di riscatto e il coraggio di vita :”noi siamo stati sconfitti ma abbiamo vissuto una esperienza straordinaria”  Oggi il mondo, rapidamente cambiato, non più quello del Ventesimo secolo. La politica si è fatta modesta con orizzonti dimessi, popolata da operatori intenti a carriere e che inevitabilmente destano la diffidenza di un elettorato stanco e sfiduciato.

Pietro Ingrao nasce a Lenola, un piccolo centro oggi in provincia di Latina nel quale suo nonno, mazziniano, si era stabilito fuggendo per motivi politici dalla Sicilia. E’ una famiglia di proprietari terrieri, alta borghesia con radicate tradizioni liberali. Il giovane Pietro si laurea in giurisprudenza e in Lettere e filosofia. La letteratura e la poesia appartengono strettamente alla sua indole sanguigna e tenera allo stesso tempo, alla visione poetica dei rapporti, alla dinamica delle passioni. Dopo il passaggio d’obbligo nel Gruppo Universitario Fascista e la vittoria nel Littoriale della cultura e dell’arte,( che gli vennero rinfacciati) dopo la frequenza al Centro sperimentale di cinematografia come allievo regista, la svolta profonda avviene con la Guerra civile di Spagna del 1936.

Subito dopo ha inizio la sua attività antifascista in clndestinità. Nel 1940 entra nel Partito comunista italiano e partecipa attivamente alla Resistenza. L’Italia ormai è in guerra e si avvia alla catastrofe. Nel Partito comunista Pietro Ingrao è stato un marxista creativo, spesso considerato eretico ma assolutamente premonitore attento di tutti i movimenti sociali. Deputato ininterrottamente dal 1950 al 1992, diresse l’Unità dal 1947 al 1967. Dal 1976 al 1979 Presidente della Camera dei Deputati, il primo comunista chiamato a ricoprire il prestigioso ruolo.  Durante i difficili anni fra il 1989 e il 1991 è stato tra  i massimi oppositori della svolta della Bolognina con la quale si giunse allo scioglimento del Partito Comunista.

Rapide appartenenze si sono succedute nei partiti nati dal corpo del PCI. Poi nel 2013 ha dichiarato che avrebbe votato per il Gruppo di Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola ritenendolo unica forza unitaria della sinistra per un cambiamento reale. Chi lo ha conosciuto, anche se unilateralmente come militante ne ha avvertito l’autenticità e la forza della passione politica in un animo delicato e sensibile, ruvido nei modi e nello stesso tempo raffinato, ne ha riconosciuto il combattente, il leader di un nuovo modello sociale, politico e di esistenza. Fra i suoi molti saggi: Appuntamenti di fine secolo, Masse e potere, Volevo la luna, un volume di poesie: Il dubbio dei vincitori”. “Da noi discendete/ Da ciò che fummo. 

La rosa non ci sarebbe/ Se ci cancelli, s’apre un abisso”

Salud Pietro!

Rosanna Pilolli

 

Israele, per l’aggressione ai fotografi sospeso un comandante. Ma la stampa estera avverte: “Appelli sempre caduti nel vuoto. Senza video-denuncia non si sarebbero mossi” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’esercito israeliano ha sospeso il comandante dell’unita’ che venerdì ha aggredito a Beit Furik (Cisgiordania) due fotografi della Afp, l’italiano Andrea Berardi e il palestinese Abbas Momani. Da una prima indagine, aggiorna il portavoce militare, ”emerge che si e’ trattato in episodio molto atipico”. Il comandante, secondo il portavoce, ha ”disatteso le aspettative. E’ stato un episodio grave, dal punto di vista dei valori e della disciplina, la indagine prosegue”.
La vicenda ha avuto molta eco anche perché ci sono prove inconfutabili dell’aggressione. Il Manifesto di oggi ha pubblicato un’intervista a Berardi in cui il fotografo descrive l’attacco dei militari israeliani, avvenuto in più riprese e senza alcun giustificato motivo. Attacco che ha comportato la distruzione di tutta l’attrezzatura, alla ricerca della memory-card. “Mi hanno immobilizzato – racconta Berardi – premendo forte con il ginocchio sulle costole e sul collo. Uno di loro mi ha dato uno schiaffo e mi hanno preso di nuovo la videocamera. Non avevo fatto nulla di sbagliato, solo il mio lavoro, come mostra chiaramente il filmato”.
Ieri l’Associazione della stampa estera in Israele e nei Territori (Fpa) aveva accolto con favore l’apertura di una indagine sull’incidente da parte dell’esercito israeliano ma aveva anche espresso la preoccupazione che “se non fosse stato ripreso da una telecamera, non avrebbe avuto seguito”.
“Troppo di frequente – afferma la Fpa – unità dell’esercito agiscono con impunità ed in apparente deroga dagli ordini, in contraddizione con gli alti livelli morali ai quali l’esercito israeliano afferma di aderire”. Appelli passati ai vertici militari non hanno prodotto i risultati sperati, sostiene la Fpa. “E’ ora – conclude – che l’esercito rispetti la libert… di stampa e mostri di avere controllo sui militari dislocati sul terreno”.
C’è da dire che negli ultimi giorni il governo israeliano ha allentato i vincoli delle regole di ingaggio, lasciando quindi le mani libere ai soldati. Questo non è il primo episodio e non sarà l’ultimo.