Comunicato Stampa Pax Christi Fermare i profughi o le armi?

 

Comunicato Stampa Pax Christi

Fermare i profughi o le armi?

 

Il Consiglio Nazionale si Pax Christi si è riunito nei giorni scorsi, 19-20 settembre, a Firenze. Lo scenario mondiale ci presenta un crescente clima di guerra e la fuga dal loro Paese di migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini: molti hanno trovato la morte in mare mentre cercavano vita e speranza, altri si trovano sempre più davanti a nuovi muri eretti nel cuore dell’Europa.

Mentre ci uniamo ai numerosi appelli che invitano all’accoglienza concreta, dobbiamo riconoscere che molti profughi scappano da guerre che sono volute e finanziate anche dall’Occidente, e…  anche dall’Italia.

E questo in violazione della legge 185/90 che dovrebbe regolare l’export di armi. Ma l’Italia continua a vendere armi a Paesi in guerra e che violano i diritti umani, ad es. Israele, Arabia Saudita (che è tra i più grandi finanziatori dell’IS e utilizza anche armi Italiane per bombardare lo Yemen!).

La guerra è una grande ‘fabbrica di profughi’.

Fermiamo la guerra se vogliamo aiutare davvero i profughi!

“Basta con la vendita di armi! Basta!”, ci hanno chiesto anche in questi giorni i tanti amici che abbiamo in Iraq.

“Il conflitto in Siria e Iraq – ha detto papa Francesco lo scorso 17 settembre – è uno dei drammi umanitari più opprimenti degli ultimi decenni…, i trafficanti di armi continuano a fare i loro interessi. Le loro armi sono bagnate di sangue, sangue innocente. Nessuno può fingere di non sapere!”.

Come Pax Christi rinnoviamo la nostra scelta per la nonviolenza, lavorando insieme con tutti coloro che credono alla pace, ad una soluzione nonviolenta dei conflitti, perché Un’altra Difesa è possibile.

Ma assistiamo a preparativi di nuove guerre!

In questa prospettiva non possiamo tacere di fronte alla prossima esercitazione NATO “Trident Juncture 2015”, dal 3 ottobre al 6 novembre, con il coinvolgimento di 36.000 uomini, 60 navi e 140 aerei.

Il comando di questa operazione sarà alla base NATO di Lago Patria, a Napoli.  

‘La più grande esercitazione della storia moderna della Nato’. Trident Juncture 2015 dimostrerà il nuovo accrescimento del livello di ambizione della NATO nello scenario di guerra moderna comune’ (vedi sito della Nato http://www.jfcbs.nato.int/).

Ricordiamo che la NATO non dipende dall’ONU e nemmeno rappresenta un sistema difensivo promosso dall’Unione Europea (UE).  In realtà la NATO è sotto diretto comando USA: chiede l’aumento delle spese militari agli stati membri, o li impone, come alla Grecia.

Noi non vogliamo questa NATO, vogliamo invece che l’ONU, e l’UE promuovano politiche di solidarietà, civiltà e Pace!

Per questo saremo presenti, come Pax Christi, alla manifestazione promossa dai comitati ‘No Trident’, in programma a Napoli il prossimo 24 ottobre.

 

Firenze, 22 settembre 2015

Pax Christi Italia

Sanità pubblica e tagli. Cronaca di una morte annunciata da: huffington post

Pubblicato: 22/09/2015 16:56 CEST Aggiornato: 22/09/2015 16:56 CEST
HOSPITAL

Era il 15 novembre 2012 quando, nell’assordante silenzio di governo e Regioni, scadeva il termine per sottoscrivere il Patto per la Salute 2013-2015, determinando – senza alcuna mediazione delle Regioni – l’applicazione delle misure di contenimento della spesa pubblica che hanno sottratto alla sanità oltre 30 miliardi di euro. Da allora, il rapido avvicendarsi di tre esecutivi, l’assenza di programmazione sanitaria e l’entità-rapidità dei tagli hanno causato uno sconquasso senza precedenti nella sanità pubblica, tanto da indurre Camera e Senato ad avviare parallelamente due indagini sulla sostenibilità del servizio sanitario nazionale (SSN).

Il 10 luglio 2014 s’intravede la luce fuori dal tunnel: governo e Regioni sottoscrivono il Patto per la Salute che fissa le risorse per la sanità e definisce la programmazione sanitaria per il triennio 2014-2016 con due fondamentali precisazioni. Con la prima – “salvo eventuali modifiche che si rendessero necessarie in relazione al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica e a variazioni del quadro macroeconomico” – non si esclude la possibilità nuovi tagli per esigenze di finanza pubblica. Con la seconda – “i risparmi derivanti dall’applicazione delle misure contenute nel Patto rimangono nella disponibilità delle singole Regioni per finalità sanitarie” – il Patto lancia tra le righe il principio di disinvestimento (da sprechi e inefficienze) e riallocazione (in servizi essenziali e innovazioni), precisando che quanto recuperato dalle Regioni in ambito sanitario non deve essere “distratto” verso altri settori.

Da allora professionisti sanitari e cittadini hanno assistito impotenti alla progressiva scadenza degli adempimenti del Patto per la Salute sotto il segno di una schizofrenia legislativa che ha permesso alla politica di concorrere al “suicidio assistito” del SSN scaricando sempre le proprie responsabilità:

16 ottobre 2014. Con la Legge di Stabilità 2015 il governo gioca di fioretto: non prevede tagli alla sanità, ma chiede alle Regioni di recuperare 4 miliardi. Si riaccende il conflitto istituzionale tra governo, che non consente sconti, e Regioni che si trincerano dietro lo slogan “no money, no Patto”.

26 febbraio 2015. Dopo oltre 4 mesi di consultazioni le Regioni – incapaci di formulare una proposta concreta – rinunciano all’incremento del fondo sanitario di oltre 2 miliardi previsto dal Patto; le imminenti elezioni in sette Regioni rimandano continuamente la decisione su “dove tagliare”.

2 luglio 2015. La Conferenza Stato Regioni raggiunge l’accordo sulla proposta di intesa per i tagli alla sanità: 2,352 miliardi per il 2015 e il 2016.

4 agosto 2015. La Camera vota la fiducia al decreto Enti Locali che recepisce i tagli.

18 settembre 2015. Il governo approva la nota di aggiornamento del DEF 2015: il fatto che non siano espressamente indicati nuovi tagli alla sanità, non esclude affatto che la Legge di Stabilità 2016 possa prevederli.

La cronistoria dimostra che negli ultimi 12 mesi l’agenda politica della sanità è stata occupata inizialmente dal conflitto istituzionale tra governo e Regioni riacceso dalla Legge di Stabilità 2015 (ottobre-febbraio), quindi congelata per non turbare le elezioni regionali (marzo-maggio), infine dedicata alla manovra d’estate (giugno-luglio).

Ecco perché l’autunno 2015 – rispetto a quello del 2014 che iniziava sotto gli auspici del Patto per la Salute – si apre con un clima ben diverso: sul SSN aleggia infatti lo spettro di nuovi tagli con la Legge di Stabilità 2016, con la realistica consapevolezza di aver bruciato un anno, di non aver ancora assorbito il colpo della manovra d’estate e di poggiare su un traballante tavolo a tre gambe (governo, Parlamento, Regioni) fortemente disallineate sulle priorità politiche, economiche e sociali della sanità pubblica. Infatti, interviste e dichiarazioni d’estate non lasciano trasparire un disegno chiaro e univoco sul destino del SSN, nelle intenzioni idealizzato come conquista sociale irrinunciabile, nei fatti utilizzato come salvadanaio a cui attingere per esigenze di finanza pubblica.

Il Premier Renzi in 19 mesi di governo non ha fatto conoscere le sue idee sulla sanità, limitandosi a intervenire (di rado) con due tormentoni: ridurre il numero delle poltrone dei manager e uniformare il costo delle siringhe. Recentemente ha confermato che in sanità non ci saranno nuovi tagli, ma solo riduzione degli sprechi e che “male che vada, avremo le stesse cifre di quest’anno, cioè nel 2016 le stesse cifre del 2015“, ovvero 3,3 miliardi in meno rispetto a quanto stabilito dal Patto.

Yoram Gutgeld – supercommissario alla spending review – ha seminato il panico con il roboante titolo di inizio agosto che ventilava 10 miliardi di tagli alla sanità, senza più intervenire per smentire o confermare.

Il Ministro Padoan ha dichiarato che sulla sanità “Si può spendere meno e meglio” e che nella prossima legge di Stabilità il governo “guarderà a tutte le fonti possibili di risparmio”.

Il Ministro Lorenzin difende il Patto per la Salute perché solo l’applicazione delle misure ivi contenute permettono di recuperare risorse, accusa di irresponsabilità le Regioni per aver rinunciato ai due miliardi ed è pronta al braccio di ferro con il MEF per ottenere nel 2016 le risorse previste dal Patto.

Il Presidente Chiamparino è d’accordo a mantenere in sanità le risorse risparmiate a condizione che i 3,3 miliardi previsti per il 2016 vengano confermati, pena la non sostenibilità del SSN. Tuttavia, è portavoce di una “Conferenza Unificata” solo nel nome, ma di fatto troppo eterogenea per decidere della salute dei cittadini, sia perché non è in grado di sostenere un federalismo solidale, sia perché la politica in diverse Regioni è stata ripetutamente capace di mettere insieme inadempimento dei livelli essenziali di assistenza, conto economico-finanziario negativo, aumento dell’addizionale IRPEF ed elevata mobilità passiva.

Emilia Grazia De Biasi – Presidente della Commissione Igiene e Sanità del Senato – rifiuta categoricamente ogni ipotesi di ulteriori tagli alla sanità, teme l’ingresso delle assicurazioni e chiede al Ministro Lorenzin e al governo un maggior coinvolgimento del Parlamento sulle decisioni che riguardano la sanità.

Federico Gelli – responsabile Pd per la sanità – sostiene che l’idea di sanità pubblica del suo partito coincide con il dettato costituzionale e che il SSN è un baluardo fondamentale perché il diritto alla salute dev’essere garantito, affermando senza mezzi termini “Basta tagli, la sanità ha già dato. La difenderemo con le unghie e con i denti. Con i tagli si mette a rischio il SSN“.

Le dichiarazioni dei protagonisti, oltre delegittimare le Istituzioni, fomentano un conflitto tra poli indeboliti, con compromessi sempre più al ribasso. E inevitabilmente scaricano le conseguenze del conflitto tra governo e Regioni su aziende sanitarie e professionisti, ma soprattutto su pazienti e famiglie delle fasce socio-economiche più deboli, in particolare al Centro-Sud. Inoltre, nel clima di continua incertezza che affligge la sanità da oltre tre anni, è aumentato a dismisura il disagio di pazienti, professionisti e organizzazioni sanitarie che continuano ad aspettare risposte concrete da numerosi provvedimenti rimasti al palo: rinnovo di contratti e convenzioni, attuazione dei nuovi LEA, nuovi ticket ed esenzioni, attuazione degli standard ospedalieri, riorganizzazione delle cure primarie, nuove competenze delle professioni sanitarie (comma 566), legge sulla responsabilità professionale, etc.

In altri termini, mentre la politica continua a sbandierare un sistema sanitario “tra i migliori del mondo”, la realtà della sanità pubblica italiana è ben diversa e necessita di un riallineamento degli obiettivi politici, economici e sociali di governo, Parlamento e Regioni, per fornire certezze sulle risorse e attuare un’adeguata (ri)programmazione sanitaria in grado di disinvestire realmente da sprechi e inefficienze e riallocare in servizi essenziali e innovazioni.

Ma soprattutto i cittadini italiani meritano che le Istituzioni facciano chiarezza sul futuro della sanità pubblica: la politica non può sprecare altri 12 mesi fomentando il conflitto tra governo (che difficilmente si asterrà dall’attingere al salvadanaio del SSN nella Legge di Stabilità 2016, nonostante l’aggiornamento del DEF non ne faccia cenno) e Regioni (che continueranno a trincerarsi dietro lo slogan “no money, no Patto”), lasciando al Parlamento il ruolo di “spettatore innocente”. Anche perché, mentre la politica rilascia continue (e discordanti) dichiarazioni, l’intermediazione assicurativa si insinua strisciando tra le incertezze delle Istituzioni e contribuisce a demolire impietosamente l’articolo 32 della Costituzione e il modello di un SSN pubblico, equo e universalistico.

E se questo fosse il vero obiettivo della politica che intende sbarazzarsi di una fetta consistente della spesa pubblica? In tal caso, è il momento di svelare le carte sia per governare adeguatamente il doloroso passaggio a un sistema sanitario misto, sia per acquisire la consapevolezza che la Repubblica non tutela più la nostra salute come diritto fondamentale.

Trivelle, no dell’Ars al referendum Pd vota contro, Udc: “Brutta pagina” da. livesiscilia

Giovedì 24 Settembre 2015
Trivelle, no dell'Ars al referendum Pd vota contro, Udc: "Brutta pagina"

 di Salvo Toscano

L’aula non ha raggiunto il quorum e così la Sicilia non farà parte del gruppo di Regioni che proporranno il referendum abrogativo delle norme nazionalisull’estrazione di idrocarburi. Pd allineato al governo nazionale, maggioranza spaccata. Ardizzone: scelta incomprensibile. Documento: ecco come hanno votati i deputati

PALERMO – Per l’Ars le trivelle non sono un problema. E soprattutto per il Pd siciliano. Che in blocco oggi ha votato contro l’adesione della Sicilia al gruppo di Regioni che propongono il referendum abrogativo delle norme nazionali che regolano le autorizzazioni e gli espropri a scopo di prospezione per la ricerca e estrazione di idrocarburi nel sottosuolo, previste nello ‘Sblocca Italia’ di Renzi e nel decreto Sviluppo. Allineati e coperti con i governi nazionale e regionale, i dem hanno affondato la proposta: l’Assemblea regionale non ha raggiunto il quorum di 46 voti favorevoli (la maggioranza più uno dei parlamentari, pari a 90) per i due quesiti relativi all’art.38 dello ‘Sblocca Italia’ e all’art.35 del decreto Sviluppo: il primo ha ottenuto 38 voti favorevoli, 16 contrari e 2 astenuti; il secondo 32 favorevoli, 15 contrari e 2 astenuti.

Chi ha votato no

“Feci bene a consegnare un cappello da petroliere texano a Crocetta che sta ancora seduto sulla più alta poltrona siciliana a rappresentarvi!”, commenta Valentina Zafarana dei 5 Stelle su Facebook. La grillina pubblica sul social network il foglio che riporta l’esito della votazione: a votare no i deputati del Pd (Crocetta incluso), due deputati del Megafono (Digiacinto e Malafarina), uno del Pdr (Lo Giudice) e uno dell’Mpa (Gennuso). L’unico deputato del Pd a votare sì è stato Nello Dipasquale, mentre il compagno di partito Panarello si è astenuto, con Maggio alla seconda votazione e con Giuffrida alla prima. Hanno votato sì invece i deputati di Sicilia democratica, Udc (la maggioranza quindi si è spaccata), Pid, M5S, Ncd, Lista Musumeci.

La maggioranza si spacca

Maggioranza divisa, dunque. E l’Udc si fa sentire, con toni molto critici: “Oggi è stata scritta una brutta pagina della storia del Parlamento siciliano. Contrari ed assenti dovranno rendere conto ai siciliani dell’isolamento della nostra regione rispetto ad un tema delicatissimo come quello della difesa della nostra terra e del nostro mare ”, affermano in una nota congiunta i parlamentari dell’Udc all’Ars Mimmo Turano e Margherita La Rocca Ruvolo commentando il mancato raggiungimento dei 46 voti favorevoli. “Fortunatamente – continuano i due esponenti dello scudocrociato – con la decisione assunta oggi dal Consiglio regionale della Sardegna sono state raggiunte le condizioni minime previste dall’art. 75 della Costituzione per poter proporre un referendum per l’abrogazione di alcune parti dell’art. 38 dello Sblocca Italia e dell’art. 35 del Decreto sviluppo”.

“Resta – concludono La Rocca Ruvolo e Turano – l’amarezza per un voto che ci allontana pericolosamente dallo sforzo comune delle regioni di riaffermare con chiarezza il principio della leale collaborazione con lo Stato e il ruolo che esse hanno di presidio democratico e di governo del territorio”.

Ardizzone: “Incomprensibile”

Interviene con una nota il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone: “E’ incomprensibile la scelta dell’Assemblea regionale siciliana di non accogliere la proposta di referendum abrogativo degli articoli 38 e 35 dei cd decreti ‘Sblocca Italia’ e ‘Sviluppo’, così come avanzato dalla Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali. Quelle norme, infatti, rappresentano un attacco sostanziale alle nostre prerogative statutarie. Credo francamente, quindi, che il voto di oggi andrebbe decriptato nella sua interezza per capirne di più. Meno male che altri consigli regionali (Basilicata, Marche, Molise, Puglia e Sardegna) si sono già pronunciati, in questi giorni, a favore del referendum, per cui l’iter non si fermerà”.

Le critiche di 5 Stelle e Ferrandelli

Attaccano i deputati 5 Stelle: “Un gesto vile che porterà altri danni ambientali nelle nostre terre e nei nostri mari. “Grazie a questo ignobile Pd, – aggiungono i 14 deputati Cinquestelle all’Ars – la Sicilia sarà l’unica Regione a non opporsi alle trivellazioni”.

“Si può essere favorevoli o contrari alle trivellazioni in Sicilia, ma il voto dell’Ars di oggi contro il referendum #notriv conferma che questi qui, i deputati che sostengono Crocetta, sono allergici alla democrazia e soprattutto hanno una paura matta a dare la parola ai siciliani #tuttiacasa”, scrive sui social network l’ex deputato regionale del Pd, Fabrizio Ferrandelli. Duro anche Erasmo Palazzotto, esponente siciliano di Sel alla Camera, che parla di una Sicilia “svenduta per qualche barile di petrolio”. Per Palazzotto “questo Parlamento e questo governo regionale dimostrano ancora una volta di lavorare per la tutela dei grandi interessi economici e non per la difesa degli interessi dei siciliani”.

Le altre regioni e la “lezione” pugliese

Si sono pronunciate per il sì al referendum Basilicata, Marche, Puglia, Molise e Sardegna. L’Assemblea plenaria della Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali nei giorni scorsi aveva votato all’unanimità, presente il presidente dell’Ars Giovanni Ardizzone, la predisposizione dei quesiti referendari.

Proprio ieri il consiglio regionale della Puglia, regione a guida Pd, aveva votato per il sì all’unanimità. “Appartenere a un partito – ha commentato il presidente della Regione Michele Emiliano, Pd – non significa accettare tutto quello che il vertice del partito ha deciso”.

Roberto Romano: Come t’invento la manovra espansiva Fonte: il manifestoAutore: Roberto Romano

01eco1f01-renzi-padoan-foto-sintesi-visiva L’alleggerimento della mano­vra eco­no­mica per il 2016, secondo Renzi quasi un punto di Pil –17 mld -, per­met­te­rebbe di rea­liz­zare una mano­vra espan­siva. Nella spe­ranza che la Com­mis­sione Euro­pea con­ceda l’utilizzo delle fles­si­bi­lità di bilan­cio san­cite il 13 gen­naio 2015, è evi­dente che l’alleggerimento del defi­cit dal 1,8% a 2,2% del Pil per il 2016, forse 2,4% se la que­stione immi­grati trova una solu­zione euro­pea, assieme al posti­cipo del pareg­gio di bilan­cio di un anno, sono il risul­tato della con­trat­ta­zione di Padoan con la Com­mis­sione Europa.

In altri ter­mini, la mano­vra espan­siva, sem­pre che si tratti di una mano­vra espan­siva, non vale più di 8 mld. Infatti, una parte delle risorse è già stata uti­liz­zata nel 2015 (0,4% del Pil), men­tre la restante quota di fles­si­bi­lità è tutta da acqui­sire. Si tratta di un ulte­riore 0,1% di Pil per le riforme strut­tu­rali (Jobs Act, decon­tri­bu­zione), 0,3% di PIL per nuovi inve­sti­menti e 0,2% di PIL per il dramma degli immi­grati. Al netto degli immi­grati, al momento non c’è una solu­zione con­di­visa, l’alleggerimento delle clau­sole di sal­va­guar­dia, 16,8 mld per il 2016 e 26,2 mld per il 2017, cioè l’aumento dell’Iva e/o tagli di spesa equi­va­lente, è stata risolta con la fles­si­bi­lità euro­pea e con tagli di spesa più con­te­nuti (8 mld).
Quindi la mano­vra espan­siva è par­ziale e, sostan­zial­mente, non vera. L’aspetto ine­dito è la con­ta­bi­liz­za­zione della par­ziale disat­ti­va­zione delle clau­sole di sal­va­guar­dia.
Secondo il governo per­met­terà una cre­scita del PIL dello 0,2% che, in sostanza, è uguale alla revi­sione di cre­scita del Pil per il 2016 dall’1,4 a all’1,6%. Ma c’è un trucco. La par­ziale disat­ti­va­zione della clau­sola di sal­va­guar­dia ha ridotto l’impatto nega­tivo dei prov­ve­di­menti in essere: invece di cadere alla velo­cità di 100 chi­lo­me­tri orari, ora cadiamo alla velo­cità di 80 chi­lo­me­tri orari, cioè regi­striamo un miglio­ra­mento di 20 chi­lo­me­tri orari.
Pec­cato che alla fine della caduta tro­viamo sem­pre lo stesso osta­colo. Mi rendo conto che stiamo par­lando dello 0,2%, segno dei tempi e delle poli­ti­che di auste­rità euro­pee, ma die­tro que­ste misure si nasconde la solita idea: la ridu­zione delle tasse e l’equivalente taglio di spesa pub­blica fanno cre­scere il Pil. Siamo nel campo dell’austerità espan­siva. Pec­cato che il red­dito aggiun­tivo delle fami­glie non è speso inte­ra­mente. Una parte è rispar­miato, cioè non consumato.
Quindi, la cre­scita del Pil legata alla ridu­zione delle tasse è infe­riore al man­te­ni­mento della spesa pub­blica in essere. Un conto è redi­stri­buire red­dito, un altro è tagliare le tasse, cioè il cor­re­spet­tivo dei ser­vizi resi ai cit­ta­dini. Nel frat­tempo la poli­tica non cam­bia. Renzi pro­pone di ridurre le tasse sulla prima casa, ter­reni agri­coli e i così detti mac­chi­nari imbul­lo­nati, con la pro­spet­tiva di ridurre le impo­ste sugli utili di impresa. Come finan­zia la misura? Come già ricor­dato le fles­si­bi­lità euro­pee aiu­tano, ma il governo rie­sce a supe­rarsi. Il Def deli­nea un defi­cit ten­den­ziale per il 2016 pari a 1,4% del Pil, cioè un signi­fi­ca­tivo miglio­ra­mento rispetto al valore del defi­cit pro­gram­ma­tico dell’1,8%. Cosa fac­ciamo di que­sto denaro? Con­ti­nuiamo a ridurre le tasse di un ulte­riore 0,4% di PIL.
In altri ter­mini, l’unica poli­tica eco­no­mica del governo è quella della ridu­zione delle tasse, nono­stante i vin­coli appena ricor­dati a pro­po­sito del com­por­ta­mento delle fami­glie ogni qual volta hanno un euro in più da spen­dere. Senza sin­da­care le scelte già fatte, che meri­te­reb­bero una discus­sione a parte, almeno per il pub­blico impiego e la pre­vi­denza, que­ste risorse aggiun­tive (0,4% di Pil) pote­vano essere uti­liz­zate in modo più effi­cace. Per esem­pio pote­vamo miglio­rare la strut­tura pro­dut­tiva cer­cando di miglio­rare la sua spe­cia­liz­za­zione che non sod­di­sfa nem­meno la domanda interna; rea­liz­zare delle micro opere per met­tere in sicu­rezza il ter­ri­to­rio; miglio­rare e/o allar­gare un po’ lo stato sociale.
Il governo poteva agire delle poli­ti­che eco­no­mi­che pro-cicliche più effi­caci, ma sce­glie di rima­nere un «servo sciocco» dei luo­ghi comuni. Inventa risorse finan­zia­rie e nuove nar­ra­zioni, ma si tratta sem­pre della solita favola.

Cosa ci insegna la terza vittoria (in nove mesi) della sinistra in Grecia Fonte: EsseblogAutore: Gianmarco Pisa

syriza-elezioni-tsipras-grecia-84 Nessuna intenzione di bypassare analisi articolate e valutazioni rigorose, quanto mai opportune e necessarie con i tempi che corrono, all’insegna della ricomposizione della sinistra, almeno in Italia, della rigenerazione di una cultura politica all’altezza della sfida e della fase, per una sinistra, al contempo, non riformista e non socialdemocratica, ma solida e di governo, e della elaborazione di un pensiero e di una pratica innovativi, radicati nella storia ma lanciati verso il futuro. Affrontata su questo terreno, la (terza in nove mesi) vittoria di Syriza, ci parla di molte questioni, del nostro presente e del nostro futuro, molto più che del nostro passato, e, al tempo stesso, della nostra capacità ri-costruttiva e ri-generativa, per almeno dieci questioni:

1. la sinistra radicale greca è la forza maggioritaria: se la vittoria del 25 gennaio aveva consegnato a Syriza oltre il 36% dei voti, la vittoria del 20 settembre conferma a Syriza il voto di circa il 35% degli elettori; la proposta politica di Syriza rimane, dunque, la più credibile e la più efficace.
2. così come non c’era la maggioranza assoluta il 25 gennaio, così non c’è una maggioranza assoluta nel nuovo parlamento eletto il 20 settembre: il compito di fase di Syriza, al di là della formazione di una nuova maggioranza parlamentare, è quello di potenziare ed estendere la rete del suo insediamento civico e sociale, fatto di una diffusa rete di presidi sociali, di solidarismo e di mutualismo.
3. la maturità delle masse popolari greche, come di tutti i soggetti collettivi alle prese con lotte di progresso e giustizia, delle quali sono artefici e protagonisti, ha offerto una significativa prova di sé, premiando il partito che più coerentemente ha lottato contro l’austerità ed il neo-liberismo e più efficacemente ha indicato le tappe delle nuove battaglie contro le degenerazioni del memorandum, per attutirne l’impatto sociale, per tutelare le misure sociali intraprese dal governo, per rinegoziare il debito.
4. più precisamente, non c’è dubbio che la firma del nuovo memorandum abbia generato disillusione e frustrazione (l’affluenza alle urne è intorno al 55%), ugualmente non c’è dubbio che avere perso una battaglia, combattuta soli contro tutti in Europa, e avere dovuto fronteggiare un tentativo di golpe, ordito dalla oligo-finanza internazionale, non significa essere dei “venduti” o dei “traditori”.
5. diffidare quindi, a proposito dei giudizi contro il presunto “venduto” e “traditore”, di chi fa del massimalismo la propria bandiera (tutta ideologica), al punto di rompere il fronte della comune battaglia di governo contro il neo-liberismo: la sinistra scissionista di Unità Popolare è ferma al 3%.
6. è proprio questa vittoria di Syriza, giunta dopo il memorandum e sette mesi di governo della Grecia, a sconfiggere il golpe prolungato tentato dalle oligo-finanze e da Shäuble, e a preparare il terreno per una nuova iniziativa, per rimettere in piedi la Grecia in una prospettiva di giustizia e di solidarietà.
7. ed è ancora questa vittoria di Syriza a segnare uno spartiacque e fare da apripista in Europa: la prima forza politica della sinistra di alternativa che vince, riesce anche a confermarsi al governo; da una parte, quella che Tsipras ha definito la “sinistra che scappa”, una ridotta testimoniale; dall’altra, la “sinistra di governo”, non riformista né socialdemocratica, che si assume le proprie responsabilità e la sfida del governo.
8. occorre quindi rompere il silenzio: quanti, tra i sostenitori più accesi dell’OXI, assistono oggi da spettatori silenti al nuovo successo di Syriza? Non si vince sempre come vorremmo noi, e non sempre le scelte sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Individuare il prevalente. Esplorare e fare esplodere le contraddizioni. Non abbandonarsi ai facili entusiasmi ed ai ripiegamenti deprimenti. Forse questa nuova vittoria di Syriza è anche un esame di maturità (per loro, forse; per noi, sicuramente).
9. “preso il governo, non ancora il potere”, ripetevano i compagni greci prima, durante, e, soprattutto, subito dopo, la vittoria referendaria dell’OXI; sappiamo bene che non basta entrare nella stanza dei bottoni, anche perché oggi, soprattutto nel contesto dell’Unione Europea, alcuni di quei bottoni non sono neanche ad Atene (o a Roma, e così via); semmai, occorre continuare a lottare contro “questa” Unione Europea
10. infine, Alba Dorata è il terzo partito e consolida le sue posizioni presso disoccupati e sotto-proletariato; tocca ancora una volta alla sinistra ed ai comunisti la ricostruzione, al fondo di una egemonia reale, di un blocco storico e sociale, di una unità delle masse popolari, che sappia respingere ogni infiltrazione ed ogni provocazione della destra fascista e razzista, anche – e soprattutto – quando si presenta nella sua tenuta di “legge ed ordine”.
A queste latitudini, che pullulano di populisti e di demagoghi, di destre nazionalitarie e neo-fasciste, un “avviso ai naviganti” di grande attualità.

Erri De Luca, una valanga di solidarietà con l’hashtag “#iostoconerri”. E ora reggiamo fino al 19 ottobre Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Domattina in Italia un Poeta si sveglia, sa che deve correre più in fretta dell’ingiustizia”. E’ uno dei tweet che ieri #iostoconerri ha collezionato fino al punto di entrare tra le tendenze della piattaforma. Un successo notevole, considerando che l’hashtag era partito da appena un giorno. Ora si tratta di “tenerlo” fino al 19 ottobre, giorno della nuova udienza al processo di Torino dove per Erri De Luca il Pm ha chiesto otto mesi. Un reato “istigazione a delinquere” tutto politico, nei confronti di una persona che mette da sempre la libertà di opinione al di sopra di tutto. Un valore che dovrebbe essere tutelato invece che perseguito, ma tant’è.
“Quella di De Luca è normale libertà di manifestazione del pensiero – dicono i legali dello scrittore -. Dire che la linea Tav va sabotata rientra, come spiega De Luca nel libro ‘La parola contraria’, nel diritto di malaugurio. E quando si parla di sabotaggio significa metterlo in atto con qualunque metodo, non necessariamente con un metodo violento. Ci sono state passeggiate al cantiere prima e dopo che De Luca parlasse. E l’episodio ritenuto più grave è del maggio 2013, molto prima delle interviste. Alla Procura – insistono gli avvocati – non interessa perseguire tutti i reati, ma De Luca”. La battaglia legale, dunque, va avanti.
“Il mio messaggio per Erri De Luca: #IoStoConErri”, scrive Beppe Grillo, allegando anche una foto. Dichiarazioni di solidarietà un po’ da tutto il mondo, ma soprattutto da Spagna e Portogallo. In Italia, tra gli altri, anche Roberto Saviano. “Le parole dei pm contro Erri De Luca – scrive Saviano – oggi suonano inquisitoriali. E il silenzio degli scrittori è assordante”. “Me l’aspettavo- aggiunge-, del resto nell’aula di tribunale contro i boss Iovine e Bidognetti (e il loro avvocato) accanto a me non c’erano scrittori, non c’era quel residuo di mondo culturale che ancora galleggia. Come non ci sono dietro e accanto a Erri De Luca”.

Ascanio Celestini ha scritto un lungo intervento sul sito “No Tav” rivolgendosi direttamente a Rinaudo, pm al processo di Torino. “Ma davvero crede che una rete venga tagliata perché Erri De Luca dice che non è un reato farlo? È così che si gioca con la legge? Sono giochi di parole? Io scrivo e vorrei che le parole degli scrittori fossero davvero così tanto potenti, ma purtroppo non è così. I poeti possono dire quel che vedono, ma non prevedono molto e tanto meno muovono le masse. E per fortuna!
Ora vada a farsi un giro in valle (non la sto mandando a quel paese, ma solo in quella valle). Vada a parlare con quelli che ci vivono e comprenderà che in quella valle si tagliano le reti perché gli abitanti si sentono derubati della loro terra, non perché glielo dice Erri De Luca. Ci vada. Non ci stia a ragionare troppo. I libri con le leggi li conosce a memoria. Ora porti le sue leggi tra le persone vive e non le applichi come se fossero teorie equilibristiche buone per passare gli esami e portarsi un pezzo di carta a casa”.

Domande radicali per tempi difficili Fonte: Il ManifestoAutore: Riccardo Laterza

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Il movi­mento stu­den­te­sco e le forme orga­niz­zate cre­sciute assieme ad esso rap­pre­sen­tano un’esperienza da cui si pos­sono rac­co­gliere indi­ca­zioni impor­tanti per chi ambi­sce a rag­giun­gere l’obiettivo della rico­stru­zione di rap­porti di forza favo­re­voli per cam­biare la nostra comune con­di­zione di subalternità.

Nel corso degli anni, le stu­den­tesse e gli stu­denti hanno sem­pre accom­pa­gnato alle riven­di­ca­zioni legate al con­te­sto della scuola e dell’università, una con­ti­nua ten­sione verso una pro­spet­tiva gene­rale, con­net­ten­dosi con altri mondi in mobi­li­ta­zione, ma soprat­tutto indi­cando i pro­cessi che inve­sti­vano — e inve­stono tut­tora — tutta la società.

Un esem­pio emble­ma­tico è stato l’Onda, quando la pro­spet­tiva più tra­di­zio­nal­mente stu­den­te­sca si è con­ta­mi­nata in maniera pro­fonda con la pro­spet­tiva di una gene­ra­zione che per la prima volta dal Dopo­guerra stava vivendo con­di­zioni peg­giori di quelle dei pro­pri geni­tori. La lotta alla pre­ca­rietà e quella per la for­ma­zione pub­blica, di qua­lità, acces­si­bile a tutti — nella pro­spet­tiva della libe­ra­zione dei saperi da mer­ci­fi­ca­zione e pri­va­tiz­za­zione — si sono così svi­lup­pate sin­cro­ni­ca­mente, costi­tuendo un ponte pos­si­bile verso altre parti della società col­pite dal governo della crisi economico-finanziaria a livello europeo.

Pur­troppo, il movi­mento stu­den­te­sco di que­gli anni aveva lan­ciato un altro segnale oggi effet­ti­va­mente avve­ra­tosi: den­tro la crisi si è defi­ni­ti­va­mente rotto il mec­ca­ni­smo di con­senso, fidu­cia e di (mutuo) rico­no­sci­mento tra le forme tra­di­zio­nali della rap­pre­sen­tanza poli­tica e la cit­ta­di­nanza. La nostra era forse una denun­cia rab­biosa e poco pro­po­si­tiva; quella distanza tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati è stata tut­ta­via nel frat­tempo col­mata da diversi sog­getti poli­tici, più o meno mar­ca­ta­mente rea­zio­nari e xeno­fobi, ma in ogni caso assai poco somi­glianti a ciò che ser­vi­rebbe per costruire e pra­ti­care l’alternativa all’esistente.

Anche nel corso dell’ultimo anno la mobi­li­ta­zione stu­den­te­sca — e del mondo della scuola in gene­rale — ha matu­rato l’opposizione alla Buona Scuola non esclu­si­va­mente su basi sin­da­cali, ma su una visione della for­ma­zione e della società radi­cal­mente diversa da quella del Governo, get­tando luce sulla rela­zione tra scuola e demo­cra­zia e, dun­que, su come l’attacco alla scuola pub­blica sia oggi, in un Paese con un altis­simo tasso di anal­fa­be­ti­smo fun­zio­nale, un attacco diretto alla capa­cità della popo­la­zione di par­te­ci­pare atti­va­mente alla vita pub­blica. Nella lotta tra la scuola della cit­ta­di­nanza e la scuola di pre­ca­rietà, Renzi ha vinto il primo round, ma scon­tando un calo note­vole di consensi.

Quali domande di ricerca pos­siamo porci a par­tire da que­ste vicende? Ne elenco molto bre­ve­mente alcune.
– Com’è pos­si­bile fare defi­ni­ti­va­mente i conti con una crisi, innan­zi­tutto della per­ce­zione del senso e dell’utilità della “poli­tica” in tutte le sue forme? E’ pro­ba­bile che nes­suna ope­ra­zione di uni­fi­ca­zione di ciò che è già orga­niz­zato potrà essere suf­fi­ciente per recu­pe­rare una rela­zione ormai lace­rata con vastis­simi set­tori della società sem­pre più pre­ca­ria e subal­terna. Serve non dare per scon­tata l’adesione di chi ambiamo orga­niz­zare agli schemi (innan­zi­tutto men­tali) secondo i quali pen­siamo di poterli orga­niz­zare. Oggi, nella società della fram­men­ta­zione, o le forze orga­niz­zate fanno della diver­sità di inte­ressi, di capa­cità di impe­gno, di com­pe­tenze, di tempi di vita e di lavoro, una ric­chezza da met­tere a sistema per costruire intel­li­genza e forza col­let­tiva, o non ci sarà alcuna affi­nità tra quanto si rin­chiude pro­gres­si­va­mente “in alto” e quanto si muove “nel basso”;

– Come muo­versi “nel basso”, in quella varietà di feno­meni molto ampia e che spesso sfugge alle cate­go­riz­za­zioni del pas­sato, inter­ro­gan­doci pro­fon­da­mente sull’utilità e soprat­tutto sulla loro com­pren­si­bi­lità? Oggi le orga­niz­za­zioni sociali hanno di fronte a sé una sfida più grande di quella che erano chia­mate a svol­gere den­tro lo svi­luppo del com­pro­messo capitale-lavoro del ‘900. Si tratta infatti di con­ce­pire l’azione delle orga­niz­za­zioni sociali oltre una divi­sione mec­ca­nica dei com­piti tra Par­tito e sog­getti sociali e den­tro un pro­cesso di (ri)politicizzazione della società: aggre­dire un piano gene­rale del discorso poli­tico, rico­sti­tuire un senso comune della pos­si­bi­lità della tra­sfor­ma­zione della realtà tra­mite l’azione quo­ti­diana del mutua­li­smo, dell’aggregazione, della ver­ten­zia­lità locale. Una tra­sfor­ma­zione radi­cale e al tempo stesso con­creta. Tutto ciò non signi­fica porsi con­tro la pro­spet­tiva della costru­zione di una rap­pre­sen­tanza poli­tica di tali istanze; la sfida è piut­to­sto quella di costruire uno spa­zio di coo­pe­ra­zione tra forme diverse dell’azione politica;

– Dove col­lo­care gli sforzi per la rico­stru­zione di rap­porti di forza favo­re­voli nella nostra società? Il livello locale, delle rela­zioni di pros­si­mità, dei pro­blemi e delle solu­zioni quo­ti­diane, è ine­vi­ta­bil­mente il primo campo d’intervento. Tut­ta­via non si può met­tere in secondo piano la pro­spet­tiva euro­pea, quella dell’azione in un campo senza e con­tro la demo­cra­zia, come il caso greco ha recen­te­mente dimo­strato. Auto­go­verno (locale) e con­nes­sione (trans­na­zio­nale) sono due ipo­tesi di lavoro che devono cam­mi­nare di pari passo.

Landini (Fiom) scrive a Tsipras: “Caro Alexis…” Fonte: Segretario generale della Fiom-CgilAutore: Maurizio Landini

Landini-Tsipras

Caro Alexis,

a nome di tutta la Fiom-Cgil voglio inviarti i più calorosi complimenti per il grande risultato ottenuto da Syriza nelle elezioni appena tenute. Insieme ai migliori auguri per il difficile ma fondamentale compito che attente te, il tuo prossimo governo, il tuo partito e l’intero popolo greco.
Complimenti per il coraggio e la coerenza dimostrati nel chiedere alla vostra gente un nuovo
pronunciamento elettorale e un mandato popolare per gestire il cambiamento, confermando così nuovamente di credere nella democrazia come strumento e pratica concreta del rapporto tra i cittadini e le istituzioni.
Complimenti per la forza e la determinazione dimostrate nella difficile trattativa con le istituzioni europee, difendendo con coerenza i principi su cui è stato avviato il processo di rinnovamento politico greco di cui tu e il tuo partito siete espressione, misurandoli concretamente con istituzioni e gruppi di potere europei dimostratisi spesso ostili.
Auguri per i compiti cui siete chiamati, perché, come tu hai ricordato poche ore dopo il voto di domenica scorsa, la lotta deve continuare e molte prove impegnative attendono voi e tutti noi allo scopo di cambiare i nostri paesi e l’intera Ue, sapendo che sarà necessario unire gli sforzi ed evitare quell’isolamento con cui le oligarchie europee intendevano sconfiggere la lotta per la libertà e per la giustizia del vostro popolo.
Sii certo, caro Alexis, che sulla strada dell’impegno per una maggiore giustizia sociale ci troveremo sempre insieme dalla stessa parte.
Un caro saluto e un abbraccio.