Mafia, soldi e discariche: l’arresto in Sicilia che imbarazza il Vaticano da: linckiesta

Salvatore Bucolo, ex sindaco di Mazzarrà, vantava amicizie nella Santa Sede. È ancora in carcere per lo scandalo di Tirrenoambiente. Le indagini
Bertone, Padre Georg e Ratzinger

C’è odore di “santità” intorno all’operazione «Riciclo» sulla discarica di Tirrenoambiente a Mazzarrà Sant’Andrea in provincia di Messina, su cui indagano diverse procure in Italia (tra cui Vercelli e Palermo), e che nell’aprile del 2015 è finita nelle carte dell’inchiesta “Gotha 5” che ha svelato gli intrecci tra i clan mafiosi dei Barcellonesi e dei Mazzarrotti con la politica. Non c’è quindi solo il puzzo di «munnizza» di una discarica già sequestrata perché illegale, contro cui da anni si battono gli amministratori locali dei paesi limitrofi, tra cui Mario Foti di Furnari.

Dopo l’arresto del sindaco di Mazzarrà Salvatore Bucolo – già decaduto come primo cittadino e che nei giorni scorsi si è visto respingere la richiesta di scarcerazione insieme con gli ex tre amministratori delegati della società (tra cui Giuseppino Innocenti, Giuseppe Antonioli e il piemontese ex senatore di Forza Italia Lorenzo Piccioni) – le indagini della procura di Barcellona Pozzo di Gotto con la Guardia di Finanza messinese proseguono. E ogni giorno emergono sempre più esponenti della Chiesa già coinvolti tra le carte dell’inchiesta.

Tutto ruota intorno alle amicizie di Bucolo, ex seminarista e iscritto per anni all’Università Pontificia, che vanta tra le sue frequentazioni quella del vescovo Giuseppe Sciacca, ex segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano – tassello fondamentale della gestione delle casse vaticane prima di Vatileaks e molto vicino all’ex segretario di Stato Tarcisio Bertone poi rimosso nel 2013 da Papa Bergoglio – e soprattutto quella di Georg Genswein, segretario personale di Papa Ratzinger: il 10 gennaio del 2013 furono portati nei Giardini Vaticani dodici alberi di Mazzarrà al costo di 12mila euro, sponsorizzate anche da TirrenoAmbiente. La stampa locale li definì gli alberi della «munnizza».

Sciacca non è un personaggio di poco conto. È un bertoniano di ferro. Fu nominato al posto di quel monsignor il vescovo Carlo Maria Viganò che aveva accusato Bertone nel 2011 di cattiva gestione delle finanze vaticane. Viganò venne mandato a fare il nunzio apostolico negli Usa, dove è tuttora. Sciacca, invece, è stato allontanato dal Governatorato dopo l’elezione di Papa Francesco e messo fare il segretario aggiunto del supremo tribunale della Segnatura apostolica: una sorte di corte di cassazione del Vaticano. In realtà lo mise da parte.

Tutto ruota intorno alle amicizie di Bucolo, ex seminarista e iscritto per anni all’Università Pontificia, che vanta tra le sue frequentazioni quella del vescovo Giuseppe Sciacca, ex segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano

Gli inquirenti continuano a scavare sui soldi che sarebbero stati elargiti dall’azienda nel periodo che va dal 2009 al 2013, quando gli amministratori delegati di Tirrenoambiente «hanno erogato in favore di svariate associazioni sportive e/o culturali importanti somme di denaro a titolo (formalmente) di sponsorizzazioni»: la società che gestiva la discarica veniva usata secondo gli inquirenti come un bancomat. Soldi, secondo l’accusa, «illeciti», perché, tramite il mancato versamento della tassa di mitigazione ambientale, oltre a essere stati sottratti al Comune di Mazzarrà – dove si calcola un danno erariale di 12 milioni di euro -, le dazioni in denaro non avrebbero avuto alcun tipo di documentazione ufficiale.

Il Sindaco Bucolo con Padre Georg da Facebook

Le somme sono ingenti. Oltre all’associazione sportiva Borgopal, 715mila euro, o a quella di Mazzarrà per 723mila, ci sarebbero appunto i 76mila destinati alla Parrocchia Santa Maria delle Grazie. O ancora alle parrocchie San Paolo Apostolo e San Michele Arcangelo di Messina del sacerdote Giuseppe Brancato, da giugno alla direzione della Caritas di Messina. Brancato non è indagato, ma è un prelato che conta nel messinese, tanto che sul giornale online Messinaora si legge che «la sua posizione starebbe mettendo in imbarazzo la diocesi: da più parti, infatti, si chiede la remissione del mandato e un intervento da parte dello stesso Arcivescovo, considerando il ruolo di alta responsabilità  sociale del sacerdote».

Non solo. Dalle delibere del comune di cui è in possesso Linkiesta, si evince che Bucolo avrebbe negli anni continuato a pagare profumatamente i prelati. In particolare il Cardinale Giovanni Coppa, piemontese, nominato cardinale nel concistoro del 24 novembre 2007 da papa Benedetto XVI, che fu accolto in città per i festeggiamenti del Santo Patrono alla fine di agosto del 2012. Si tratta di una visita costata più di ventitremila euro alla cittadinanza mazzarrese. Una somma molto ingente, considerando che il cardinale Coppa pernottò due notti in albergo, anche se tra le voci c’è persino quella di 2mila euro per «rinfresco bar». Caso vuole che la sua biografia si intitoli: «Rialza il povero dall’immondizia».

Cardinale Coppa

Non solo. Altri 4mila euro furono stanziati sempre dal sindaco Bucolo nel settembre di quell’anno per organizzare una nuova delegazione in Vaticano. E ancora. Un’altra delibera di fine settembre dello stesso anno indica la richiesta di spesa per un importo di 5mila euro, con l’obiettivo di acquistare circa 2mila dvd che avevano immortalato la festa patronale. Era passato già un mese, ma per il sindaco non sembrava essere un problema. «In questo periodo di crisi ci sono alcuni settori che sono definiti strategici e in alcuni casi attirano anche traffici illegali e sono utilizzati quindi per fini diversi da quelli istituzionali. È il caso del settore dei rifiuti, che spesso qui al Sud ma in generale anche in Italia e in ambito internazionale, è stato trasformato in un business per interventi illegali», spiegò alcune settimane fa il capo della Procura di Barcellona Emanuele Crescenti. In Vaticano, forse, non se ne erano accorti.

Roma. I fascisti pensano al Mediterraneo. Un convegno con brutta gente da: contropiano.org

  • Martedì, 22 Settembre 2015 13:12
  • Federico Rucco

Roma. I fascisti pensano al Mediterraneo. Un convegno con brutta gente

Sabato prossimo, all’Hotel dei Congressi all’Eur, si tiene un convegno dal titolo rassicurante e ingannevole: “Mediterraneo solidale”. Apparentemente anche alcuni degli invitati sono meritevoli di interesse e rispetto: il Fplp palestinese ad esempio ma anche gli Hezbollah libanesi. Ma sono gli organizzatori a non essere meritevoli di rispetto né di interesse. Trattasi della onlus “Sol. Id”, anche qui una sigla anonima e rassicurante ma il milieu che la circonda non lo è altrettanto. Tant’è che il Fplp palestinese, attraverso il suo dirigente Maher Al-Taher, ha già fatto sapere che ha rigettato l’invito (vedi su Contropiano) e ci auguriamo che altrettanto facciano anche gli Hezbollah libanesi.
Qualcosa è arrivato anche alle orecchie della Regione Lazio che aveva dato il patrocinio al convegno ma che lo ha poi ritirato con la più stupida delle motivazioni: “Avendo avuto notizia della partecipazione all’evento e del patrocinio di soggetti riconducibili ad organizzazioni citate nella risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2005”, là dove si sostiene che Hezbollah è un’associazione che ha condotto attività terroristiche, “si ritiene di revocare il precedente patrocinio”. Dunque la Regione Lazio ritira il patrocinio a causa dell’unica componente credibile del convegno. Vista così siamo alla follia.
Eppure il problema di questo convegno non sono certo gli Hezbollah libanesi. Tra i relatori infatti possiamo leggere che ci saranno i fascisti Alberto Palladino, detto “Zippo” e noto esponente di Casa Pound; Franco Nerozzi, capo della onlus “Popoli”, condannato (con patteggiamento) per attività paramilitari in Birmania e nel tentato golpe alle isole Comore; Luca Bortoni dell’Associazione Lombardia-Russia e uomo di Salvini; ed ancora Giovanni Feola, altro esponente di Casa Pound.
Ma anche sugli organizzatori è bene segnalare qualche informazione. Si tratta della onlus Sol. Id, che sta a significare “Solidarité – Identités”, una sorta di dipartimento esteri di Casa Pound per progetti e contatti in alcuni paesi. In particolare per viaggi e contatti in quella Birmania in cui si svolge sì la vicenda del popolo Karen che tanto a sta a cuore ai neofascisti italiani, ma che è nota al mondo anche per essere il centro del Triangolo d’Oro della droga.
Tra gli ospiti del convegno ci sono anche un po’ di neofascisti arabi. Tra cui Hassan Sakr (responsabile Affari esteri del Syrian social nationalist party ovvero Partito Socialnazionalista siriano), Alise Blanchard (SOS Chrétiens d’Orient onlus, cioè i “Cristiani d’Oriente”). Di Alise si sa poco ma del fondatore dei “Cristiani d’Oriente” si sa che è assistente parlamentare del deputato Marie-Christine Arnautu, vicepresidente del Fronte Nazionale (FN) francese.
Ma Sol.Id. si occupa anche di Africa, con il piccolo particolare che se ne occupa nella visione e versione “dell’uomo bianco” che sarebbe a rischio di scomparsa. I fascisti di Sol.Id infatti portano la loro solidarietà al “popolo boero” , ovvero degli eredi dei coloni olandesi, sconfitti e annessi dal colonialismo britannico, apertamente filonazisti ma soprattutto ceppo feroce del regime di segregazione razziale contro i neri conosciuto come apartheid. Un sistema razziale e razzista sconfitto nel 1994 con l’elezione di Nelson Mandela presidente del Sudafrica, ma non ancora sconfitto sul piano delle disuguaglianze sociali ed economiche. L’anno scorso i fascisti organizzarono un meeting a Galatone, in provincia di Lecce, proprio dedicato al “popolo boero”.
Siamo dunque ben oltre l’area grigia del rossobrunismo, siamo direttamente all’interno del cuore nero e neofascista di questo paese.
Il convegno verrà presentato, informano gli organizzatori, con una conferenza stampa giovedì 24 settembre, alle ore 11, a Roma, presso la sede dell’Associazione Acmid (Associazione della comunità marocchina delle donne in Italia) in Corso Rinascimento 81, terzo piano.
Insomma i dirigenti di Hezbollah, come ha già fatto il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, farebbero bene a tirarsi fuori da questo giro “nero”, ma non erano certo loro il buon motivo per far ritirare alla Regione Lazio il patrocinio. A meno che la Pisana non abbia voluto pagare la consueta cambiale politica e morale all’ambasciata israeliana.

Senato, la riforma regala ai sindaci l’impunità. Il Parlamento laverà i reati da: ilfattoquotidiano.it

Giustizia & Impunità
A differenza dei 74 consiglieri regionali “designati” dagli elettori, 21 sindaci saranno catapultati direttamente in Parlamento. I prescelti godranno così delle guarentigie degli onorevoli: non potranno essere perquisiti, intercettati e arrestati senza autorizzazione di Palazzo Madama. E per concedere questo privilegio i partiti faranno a gara
Col Senato 2.0 di Renzi il primo cittadino di Venezia sarebbe ancora Giorgio Orsoni, oggi ai domiciliari per l’inchiesta sul Mose con richiesta di patteggiamento. Il Comune di Trani avrebbe ancora a che fare con il “comitato politico-affaristico” che pilotava gli appalti. Il suo sindaco, Luigi Riserbato, non sarebbe stato interdetto dai pubblici uffici e non si sarebbe mai dimesso. Nulla si sarebbe poi saputo di Calatafimi, comune del Trapanese dove Nicolò Ferrara deliberava le gare di giorno e prendeva la stecca di sera: perché tanto onesto e puro era da presiedere il “Consorzio per la legalità” e tenere seminari sulla corruzione in Prefettura. A inchiodarlo, ancora una volta, le intercettazioni.E’ lungo, lunghissimo, l’elenco dei sindaci disarcionati in questi anni dalle inchieste giudiziarie. Presto però quell’elenco potrebbe accorciarsi di quel po’. Perché tra gli effetti collaterali della riforma del Senato che tiene banco da mesi c’è anche quello di concedere il privilegio dell’impunità ai primi cittadini d’Italia: niente più arresti, niente intercettazioni o perquisizioni per loro senza autorizzazione del Parlamento. Per cinque anni, a tutto beneficio della prescrizione. E’ l’effetto imprevisto di una piccola ma ingombrante “svista” del governo e delle competenti commissioni parlamentari: mentre sui 74 consiglieri regionali si cercano accordi per dar loro una parvenza di elettività col cosiddetto “listino”, nulla si dice a proposito di quei 21 sindaci, uno per regione più uno ciascuno per le Province autonome di Trento e Bolzano. Loro saliranno tutti sul Freccia Rossa diretto a Palazzo Madama, e non sarà il cittadino-elettore a rifornirli di biglietto né tantomeno a fermarli con le preferenze.


Lo denuncia per usura ed estorsione e se lo ritrova sin dentro casa da: sudpress

 

Lo Miglio Distefano Testata

Esclusiva: A denunciare un fatto inquietante è Maurizio Distefano, il noto libraio catanese protagonista di una storia di mafia dalla quale non riesce a liberarsi nonostante denunce e processi. Il video scioccante della “visita inattesa”

Di Maurizio Distefano SUDPRESS si è più volte occupato e la sua è una storia difficile, quella di un uomo che si ritrova invischiato in storie complicate di mafia, usura, bancarotta, estorsioni.

E non riesce ad uscirne.

L’articolo “Bruttissima storia alla procura di Catania” resta un momento importante del lavoro di questa testata.

Per raccontare questa storia, quella di un uomo per bene, di un padre di famiglia finito del tritacarne di speculazioni di ogni tipo, abbiamo subìto numerosi procedimenti penali, ci hanno denunciato importanti imprenditori coinvolti nelle sue vicende ed è stato chiesto persino il sequestro di questo giornale.

Siamo stati denunciati persino da magistrati, e questo ancora ci addolora, che si sono sentiti diffamati da una ricostruzione che resta documentale e documentata ed ancora non ha avuto giustizia.

Ci siamo difesi grazie ad ottimi avvocati, Renata Saitta, Emanuela Fragalà e Maria Grazia Biondi, e abbiamo vinto. Anzi, stravinto.

Abbiamo raccontato ai nostri lettori tutto quanto ci accadeva, senza lasciarci intimidire da azioni giudiziarie temerarie né da avvertimenti interessati dei soliti amici degli amici.

Non abbiamo arretrato di un passo dal dovere che sentivamo, e sentiamo, di raccontare una storia che interessa tutti, perché riguarda tanti che subiscono senza denunciare e quando denunciano hanno il diritto di essere tutelati e supportati.

Anche di Salvatore Lo Miglio, l”ospite inatteso”, ci siamo occupati più volte in altre vicende, coinvolto in numerose indagini per usura, estorsione, arrestato e messo sotto processo.

Già nel 2009/2010 Maurizio Distefano aveva sporto denunce per usura ed estorsione che coinvolgevano Lo Miglio ed i processi sono ancora in corso.

Ma evidentemente il senso di impunità in questa città supera ogni immaginazione.

Alle 20.05 dello scorso 11 giugno, Maurizio Distefano è nella propria casa con la sua famiglia quando suona il citofono.

A chiedere di lui una voce giovane che lo invita ad uscire.

Appena davanti il cancello della sua villetta, dalla macchina scende uno dei suoi incubi maggiori: Salvatore Lo Miglio, l’uomo che lui stesso ha denunciato e che dovunque potrebbe andare tranne che a casa sua.

Le videocamere di sorveglianza registrano quasi 10 minuti di “discussione”.

Distefano è quasi sempre a braccia conserte.

Racconterà l’indomani ai carabinieri, che ne raccolgono la formale denuncia, che Lo Miglio era andato a si dentro casa sua per ricordargli che era uscito dalla galera ed i soldi che sosteneva di avergli prestato doveva restituirli.

La conversazione si conclude con i due “ospiti”che si allontanano con la loro Smart e Maurizio Distefano che rientra in casa.

Lentamente, a testa bassa, schiacciato da quest’ennesima violenza.

Maurizio Distefano racconta con difficoltà la sua storia, fatta di troppi momenti di disperazione ma anche di attimi di speranza.

Racconta che lo Stato lo ha spesso lasciato solo, ma anche di carabinieri ed agenti che fuori dal servizio passano da casa sua per chiedergli se va tutto bene.

Maurizio Distefano è un simbolo di quanti lottano disperatamente per riprendersi la propria vita.

E nessun Maurizio Distefano deve ricevere in casa propria questo genere di visite.

Nessun Maurizio Distefano deve rientrare in casa propria, dalla sua famiglia, a testa bassa.

Facebook e moschetto fascista perfetto da: ptriaindipendente.it

Dall’inchiesta sul web nero e in particolare sui social network, una presenza diffusa, inquietante e minacciosa della galassia neofascista e neonazista.

C’è da chiedersi perché mai l’Italia, Paese dall’ipertrofia legislativa, spesso e volentieri disattenda le leggi che ha. C’è da chiedersi perché tra le norme disattese, spesso bellamente ignorate, vi siano quelle che puniscono la pratica e la propaganda neofasciste. A parte la Costituzione repubblicana, che è il testo antifascista per eccellenza, ci sono a contrastare fenomeni vecchi e nuovi di fascismo la legge Scelba e quella Mancino. La prima risale addirittura al 1952 e nelle intenzioni del legislatore doveva essere la legge di attuazione della XII norma transitoria e finale della Costituzione. La seconda, che prende il nome dall’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino, è del 1993 e sanziona e condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista, e aventi per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali.

Manifestazione con le croci celtiche, lugubri simboli del neofascismo (Foto da http://anpigenovapra.blogspot.it/2014_05_01_archive.html )
Manifestazione con le croci celtiche, lugubri simboli del neofascismo (Foto da http://anpigenovapra.blogspot.it/2014_05_01_archive.html )

Stanno lì in attesa che qualcuno si decida ad applicarle. Non serve essere dei Marlowe per snidare i monatti dell’odio razziale e del neofascismo. Basta entrare negli stadi del Belpaese, leggere gli striscioni o sentire qualche coro che si leva dalle curve più militarizzate, piuttosto che leggere i programmi di movimenti come CasaPound che hanno la faccia tosta di voler utilizzare come piazza per i loro convegni la città di Milano. Basta navigare, finanche distrattamente, sul web. Basta partecipare da osservatore a qualche marcia o fiaccolata per la vita per capire che l’Italia del terzo millennio trasuda fascismo.

Il manganello d’oggi ha assunto altre forme, si è impadronito delle nuove forme di comunicazione di massa. Dai siti web ai social è un fiorire di iniziative che in un modo o nell’altro si richiamano espressamente al fascismo e al neonazismo. Facebook e moschetto fascista perfetto. Con un’avvertenza: il fascista del cyberspazio non è meno pericoloso di quello che si incontra per strada. Anzi. Contribuisce ad incanalare quello che nella strada avviene, rappresenta insomma un modello organizzativo a costo zero per la diffusione di materiali e la propaganda. Dalla comunità virtuale a quella reale dunque il passo è – può essere – molto breve.

Il sociologo Antonio Roversi – racconta Guido Caldiron nel suo libro del 2013, Estrema destra – ritiene che dietro i siti che si richiamano all’estrema destra ci siano gruppi e movimenti reali che fanno della separatezza, dell’opposizione e del rifiuto del confronto civile la loro ragione d’essere. Insomma la Rete è usata dalle nuove destre, italiane ed internazionali, per alzare nuovi e vecchi muri, per nutrire il virus dell’intolleranza. E la multimedialità propria del mezzo – musica, video, testo e immagini su un’unica piattaforma – amplifica la forza di penetrazione del messaggio. Basti pensare che tempo fa il Simon Wiesenthal Center di New York stimava in circa quarantamila in tutto il mondo, i siti dell’estrema destra. E nel conteggio erano esclusi i social network come Facebook e Twitter ancora non così diffusi. E che hanno aperto praterie sconfinate al proselitismo. Tant’è che partiti e movimenti molto strutturati e con sedi in tutta Italia, come Forza Nuova e CasaPound si sono subito appropriati delle potenzialità insite nei social ed oggi contano circa 150 mila visitatori.

In un bel libro del 2013, Web nero, edito da Il Mulino, Manuela Caiani e Linda Parenti forniscono una mappa dettagliata della presenza e dell’attività in Internet di movimenti, partiti e organizzazioni giovanili della destra radicale, fino ai gruppi neofascisti e neonazisti. Nella sola Italia – e considerando le organizzazioni più significative – hanno contato un centinaio di associazioni che hanno una loro presenza sul web. Intervistata per le inchieste di Repubblica la professoressa Caiani ha sottolineato che i social media sono la “nuova frontiera” dei gruppi neofascisti. “Li utilizzano molto bene e sempre di più” E non si tratta di attivisti da poltrona, gente che esaurisce il suo impegno solo on line; “molti di loro passano anche all’offline, si impegnano in prima persona sui territori. Il punto è capire quanti, invece, non siano potenziali attivisti. Penso che almeno la metà degli aderenti non abbia una motivazione ideologica”.

facebook

Il social network più famoso è Facebook. Inventato da quel geniale ex giovanotto che risponde al nome di Mark Zuckerberg, Facebook oggi è il megafono di numerosi gruppi neofascisti. Alcuni piccoli, altri catalizzatori di consenso alla slabbrata ideologia dell’ultra destra. Come la pagina “I giovani fascisti italiani”, gruppo fascista – così si presenta – “Per la rinascita dell’Italia! FASCISMO VUOL DIRE: ORDINE, RIGORE, POTENZA, UNIONE, LEGALITA’, GIUSTIZIA, AZIONE, RINNOVAMENTO, PATRIA, LIBERTA’, AMORE, FAMIGLIA, LAVORO”. E tra tanto amore ecco spuntare una valanga di insulti nei confronti di un padre della Patria, partigiano e presidente della Repubblica. Accanto alla foto di Pertini, scorre un testo che sarebbe più giusto definire melma maleodorante, e che non citiamo per rispetto al Presidente Pertini e a chi ci legge.

Il sito trabocca di foto del Duce, in tutte le salse. Ma attenzione a scambiare il tutto per nostalgia o folclore. Perché, al di là del dato anagrafico, a permeare i contenuti del gruppo I Giovani fascisti italiani è la più vieta xenofobia, il disprezzo per la democrazia parlamentare, o meglio per la democrazia tout court, nonché un certo antiamericanismo, che è poi antisemitismo. La pagina ha 154.904 mi piace, ne parlano 47.785 persone (tanto per fare un termine di paragone la pagina Facebook di CasaPound – movimento che in poco più di un decennio è passato dal quartiere Esquilino di Roma ad un radicamento su tutto il territorio nazionale ed oggi tiene contatti con la Lega di Salvini in vista del rassemblement delle destre – conta 136.427 like). Ha una crescita costante di settimana in settimana e continua indisturbata la sua opera dal 2010. Insomma, parliamo di un gruppo popolare assai nella galassia neofascista. Una foto postata il 9 settembre ritrae degli immigrati su un canotto. Ecco il testo a corredo: “Non dimentichiamo che loro vengono dai paesi poveri ma hanno l’Iphone”. Le condivisioni al post sono state superiori a 1500.

Un’immagine tratta dal profilo facebook I Giovani fascisti Italiani
Un’immagine tratta dal profilo facebook I Giovani fascisti Italiani

I fruitori dei messaggi sono ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Privi di coscienza critica, con un vocabolario semplificato, sono pronti a bollare come nemico chiunque non la pensi come loro. E’ capitato recentemente alla parlamentare del Pd Laura Garavini, fatta oggetto di minacce e insulti di ogni tipo per aver scritto – dopo la pubblicazione sul sito di Repubblica di un’inchiesta sui rapporti tra Rete e neofascismo – un articolo di denuncia delle “intollerabili pagine a contenuto fascista e nazista” presenti su Facebook. La parlamentare ha pure presentato una interrogazione parlamentare sul tema. “Nella mia sollecitazione al ministro dell’Interno rilevavo come in diverse pagine Facebook vengano esaltati il fascismo, il nazismo e pubblicate frasi con contenuti di discriminazione razziale e sessuale. Tutti aspetti incompatibili con i valori della nostra Repubblica e con la nostra Costituzione”. Sei solo una “zecca comunista”. Da “mettere al muro”. Ecco le “chiaviche rosse che abbaiano”. Questo il campionario delle offese e minacce subite dalla Garavini dopo il suo atto ispettivo. Ma la cosa più anomala è il comportamento tenuto da Facebook. Dopo aver inizialmente provveduto a cancellare la maggior parte delle pagine da lei segnalate, il social ha poi deciso di fare marcia indietro riattivando le pagine precedentemente oscurate. “La motivazione addotta, per me incredibile, è che i contenuti segnalati, ovvero le istigazioni all’odio e alla violenza, non sarebbero incompatibili con «gli standard della comunità» di Facebook” racconta Garavini. Risultato finale: in nome di una mal interpretata libertà di espressione la pagina dei “Giovani fascisti italiani” ha visto crescere “i suoi fan e continua tranquillamente a diffondere odio razziale e insulti violenti sulla rete”. Ma la parlamentare non è la sola ad essere stata fatta oggetto di insulti. A gennaio a finire nel mirino pure il presidente della Repubblica Mattarella. Reo di essere andato a rendere onore ai martiri delle Fosse Ardeatine: “È un partigiano, ho detto tutto”, “ecco un altro mafioso ebreo”.

Tra i leader europei che vanno per la maggiore nel cyberspazio della destra italiana ci sono Putin e il primo ministro ungherese Orban, applauditissimo sulla pagina del Fronte Nazionale per la sua decisione di alzare una barriera anti immigrati. Il Fronte Nazionale che ha 9.106 like ha tra i suoi refrain più battuti l’antieuropeismo: in queste settimane nel mirino del movimento c’è il presidente della Commissione europea Juncker, reo di aver chiesto all’Europa coraggio e condivisione sulla questione dei profughi.

Sulla pagina di “Tricolore” (1.000 mi piace), sedicente partito politico, Greta e Vanessa, le due cooperanti italiane sequestrate in Siria, sono definite amiche dell’Isis. Per le due giovani gli appellativi più “generosi” sono “troie” e “stronze”.

La rete neofascista non si ferma ai confini nazionali. Di rimando in rimando, di sito amico in sito amico, si attraversano i confini per ritrovarsi, ad esempio, oltre Manica sulle pagine Facebook del britannico New British Union. Partito politico che considera Oswald Mosley, fervente ammiratore di Mussolini e fondatore nel 1932 della British union of fascist come il proprio “capo spirituale”. L’elenco del web nero è lungo. E non vive purtroppo solo nel mondo virtuale dei bit. I fascisti veneti sono confluiti recentemente in Fascio littorio, seguito circa da 10 mila persone. Il 16 luglio i “camerati” sono stati chiamati all’adunata: “MASSIMA URGENZA. A Quinto di Treviso il prefetto ha sequestrato una palazzina abitata da italiani per destinarla ai clandestini!!! La gente è in strada. Ha bisogno del NOSTRO aiuto!! Chiedo a VOI, CAMERATI D’ITALIA, di aiutare i Nostri fratelli e sorelle in difficoltà. Chi è della zona o comunque in Veneto mi faccia sapere se disponibile a muoversi!!! BOIA CHI MOLLA”.

Corsari neri, uno dei tanti profili facebook che si richiamano al fascismo
Corsari neri, uno dei tanti profili facebook che si richiamano al fascismo

Il fascismo si mischia pure con l’incenso dell’integralismo religioso. Capita così di leggere su Dio-Patria-Famiglia che “questo Papa ha delle idee suggerite dalle lobby e non tanto dalla volontà di Dio”. Sui social troviamo pure i Camerati italiani, “sito web su cultura/società”. Passa dall’8 settembre, “giorno dell’infamia”, alla campagna contro Israele. Tra le firme postate su “Camerati italiani” quella di Maurizio Blandet. Giornalista milanese secondo cui l’attentato dell’11 settembre altro non sarebbe che “un colpo di stato di tipo nuovo, una presa del potere delle istituzioni del governo americano: dove un nuovo centro di potere (i neoconservatori, estremisti filo-israeliani della lobby ebraica in Usa) avevano detronizzato l’oligarchia storica (il Council on Foreign Relations, Rockefeller eccetera) per lanciare la super-potenza americana nelle guerre e destabilizzazioni dei paesi del Medio Oriente troppo potenti per Israele”.

Ed ecco l’Italia “nera” del profilo facebook di Camerati Italiani
Ed ecco l’Italia “nera” del profilo facebook di Camerati Italiani

“Fascisti del III Millennio” tra i suoi obiettivi ha: “fare piazza pulita di tutti gli stereotipi sui camerati; spingere alla militanza attiva, in quanto solo l’impegno costante di ognuno di noi potrà portare dei risultati concreti”. A riprova che il neofascismo non si ferma al web.

Dove il richiamo diretto alla destra e al fascismo non c’è, è comunque forte l’humus che lo alimenta. Un esempio? La pagina di “Resistenza nazionale, fuori tutti gli immigrati dall’Italia”. 14.118 i like ed una autodescrizione che è tutto un programma: “Contro l’oppressione multietnica La Resistenza Nazionale crede nell’unicità etnica e culturale dei Popoli europei e si oppone al tentativo genocida di annientarne le differenze. Contro l’invasione della nostra Terra – Oltre la Destra e la Sinistra, oltre la dicotomia Camerati-Compagni: Patrioti per l’Italia”.

Non citiamo le pagine Facebook che hanno nel titolo il richiamo a Mussolini. Sono moltissime: vanno da quella che cita frasi celebri del dittatore a “Mussolini Eterna passione”: 25.954 mi piace, a “Benito Mussolini, Duce d’Italia”, a “Il Duce”: 21mila like – purtroppo molti giovani e giovanissimi – per vedere la mascella volitiva dell’uomo di Predappio che per venti anni conculcò la libertà degli italiani.

*Giampiero Cazzato, giornalista professionista, ha lavorato a Liberazione e alla Rinascita della Sinistra; oggi collabora col Venerdì di Repubblica

 

Erri de Luca, Putin, e Miss Italia. da: Il manifesto di erri de luca

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Pen­savo di essere ormai assue­fatto al peg­gio. Ad esem­pio cre­devo di essermi abi­tuato ai gior­na­li­sti: a chi sono, e di cosa sono capaci. Delle bas­sure cui rie­scono ad arri­vare, para­go­na­bili alla Fossa delle Marianne, la depres­sione ocea­nica più pro­fonda,  situan­tesi a circa 11.000 metri sotto il livello del mare; ovvero, per par­lare in un lin­guag­gio caro ai gio­vani, 111.003 kilo­me­tri sotto chi sta Tre Metri Sopra il Cielo. Se con­si­de­riamo come con­fine del cielo la Linea di Kär­mann, situata nella ter­mo­sfera, ben sopra la tro­po­sfera e stra­to­sfera,  che separa omo­sfera ed ete­ro­sfera, ovviamente.

D’altra parte, comun­que, vivendo in Ita­lia ed avendo l’italiano come lin­gua madre, ho fatto nei decenni una gran pale­stra d’ardimento: fra quo­ti­diani, ebdo­ma­dari e men­sili ita­lici, ho letto e visto cose da far accap­po­nare la pelle ad un tacchino.

Ma nulla è tutto ciò se lo para­go­niamo al web, dove i tac­chini, i cap­poni e le gal­line sca­vano, twit­tando e tag­gando, nella Fossa delle Marianne per rag­giun­gere financo bas­sezze più pro­fonde, fino al cen­tro della pura idiozia.

Oggi infatti due noti­zie ita­li­che mi hanno come al solito col­pito, nella loro stol­tezza di base, una delle quali gran­de­mente ingi­gan­tita dal twit­tar del web; ma sono state poi sovra­state da una foto­no­ti­zia inter­na­zio­nale — anzi, mon­diale — che ha reso le due nuove di cui ho soprac­cen­nato, per dirla con Carlo Frec­cero, meno noti­zia­bili. Passo tut­ta­via,  prima del suc­cu­lento piatto forte, a far gustare l’antipasto all’italiana.

Oggi le cro­na­che ita­liane sono piene dell’esternazione della nuova Miss Ita­lia, una ragazza di 18 anni, che, oltre ad avere la gran colpa del capello corto, ha così rispo­sto alla domanda sul periodo sto­rico in cui le sarebbe pia­ciuto vivere: “1942, per poter vedere la seconda guerra mon­diale”. Ed ha poi aggiunto: “La mia bisnonna (91 anni, classe 1924, vivente, mia nota)  c’era e mi rac­conta spesso di quei tempi. Avrei voluto esserci per capire che cosa si pro­vava. Oggi sem­bra tutto così scontato…”.

“Il web” è impaz­zito per que­sta “imper­do­na­bile gaffe”, con grandi, altis­simi lai. Il 1942 è diven­tato l’anno di nascita — e non vis­suto — desi­de­rato, facendo appa­rire la 18enne come poco forte in arit­me­tica, dato che a due-tre anni è dif­fi­cile ricor­darsi anche di una guerra. Una sup­po­sta infe­lice bat­tuta sul fatto che — donna — non avrebbe dovuto pre­star ser­vi­zio mili­tare, ha poi sca­te­nato le rimo­stranze di mol­tis­sime indi­gnade, che hanno scio­ri­nato elen­chi e foto di par­ti­giane mar­tiri della Resi­stenza, meglio che se loro stesse fos­sero appena scese a Mon­te­ca­tini insieme a una Bri­gata Par­ti­giana, per occu­parla manu mili­tari. E dopo, magari, pas­sare le acque, già che una ci si trova.

Much ado for nothing. La ragazza mis­si­ta­lia si rife­riva sem­pli­ce­mente a quando la sua bisnonna Augu­sta  aveva la sua stessa età: essendo bra­vina in arit­me­tica, ha fatto 1924 + 18 = 1942. Et voilà. Fa spe­cie che nes­suno abbia colto l’addizione, ed abbia dovuto farlo il qui scri­vente povero inge­gnere. Va bene. Per­do­nate la 18enne emo­zio­na­tella, era ben inten­zio­nata nono­stante la bat­tuta infe­lice. Voleva vedere quell’importante periodo della nostra sto­ria, mica incon­trare Justin Bie­ber o assi­stere alla fon­da­zione di Un posto al sole. Mica male, no? E morta lì, come si dice.

Seconda noti­zia. Chie­sti dalla Pro­cura di Torino otto mesi di reclu­sione per lo scrit­tore Erri de Luca, reo di avere con alcune sue dichia­ra­zioni “inci­tato al sabo­tag­gio” gli oppo­si­tori al TAV Torino-Lione. Il web — giu­sta­mente, ma secondo me ancor troppo poco — è insorto in soli­da­rietà a De Luca. Giu­sta­mente, ripeto. Ma troppo poco, forse, per con­tra­stare e con­tro­bi­lan­ciare gli arti­coli sui quo­ti­diani,  che non com­mento, tanto sono essi — tranne que­sto che mi ospita ed il FQ — capo­la­vori di arzi­go­golo col­pe­vo­li­sta od al più cer­chio­bot­ti­sta. Parole da dimen­ti­care. Reste­ranno invece quelle scritte da Erri de Luca, unico scrit­tore di un certo peso che si sia schie­rato così corag­gio­sa­mente, pren­dendo sulle sue spalle non tanto la lotta notav, ma la difesa della libertà di parola e di opi­nione. Ben di più della lotta notav, direi. Oltre­tutto è forse più facile schie­rarsi se sei un Pinco Pan­chetta o un Mas­simo Zuc­chetti qual­siasi. Se sei uno molto noto, puoi avere grossi guai a schie­rarti così, per­dere fette di pub­blico e inviti nei festi­val dell’Unità: ma pare che a De Luca que­sto non importi molto, e che die­tro di lui cam­mi­nino innan­zi­tutto quelle per­sone che sono n galera prin­ci­pal­mente per la loro appar­te­nenza a fazioni “non noti­zia­bili” e quindi sco­mode. Libertà per i notav in car­cere, ne appro­fit­tiamo anche noi, qui, della fac­cia di Erri de Luca per riba­dirlo for­te­mente. Due sole cose però sono  state poco citate “dal web”: la prima, è che non si tratta — per De Luca —  di una con­danna, ma di una richie­sta di un pm; come diceva mio nonno, na par­loma a bòce fërme. Cioè: aspet­tiamo la sen­tenza. Così poi, temo, ci arrab­biamo il dop­pio: anche se non si sa mai. La seconda è che i sabo­taggi non avven­gono in dipen­denza del fatto che Erri de Luca, o Mas­simo Zuc­chetti, o financo Pinco Pan­chetta, dicano bah oppure bih, o per­sino buh: la lotta notav va avanti da oltre un quarto di secolo, e non ha mai avuto diret­tori, essendo un movi­mento nato Dal Basso, che decide in modo assem­bleare o spon­ta­neo — a seconda delle cir­co­stanze — quali azioni intra­pren­dere. Azioni che — e qui con­cludo la seconda noti­zia — stanno spe­riamo per vol­gere al ter­mine, ed otte­nere lo scopo,  dato che l’assurda pagliac­ciata chia­mata Torino-Lione si con­clu­derà fra non molto per com­pleto esau­ri­mento dei soldi: a furia di urlarlo, di scri­verlo, di sem­pli­ce­mente dirlo, verrà fuori il topo­lino par­to­rito dalla mon­ta­gna; per quanto sfron­tati e ladri, men­ti­tori e maneg­gioni, non potranno fare altro — al più — che andare avanti ancora un po’ a sca­vare il buco —  inu­tile —  di prova a Chio­monte, dopo­del­ché ad un certo punto si alzerà un sot­to­se­gre­ta­rio di un futuro Governo (non certo que­sto, ovvio) che dirà la famosa frase. “Bam­bole, non c’è una lira”.  Erri de Luca, che è un signore, farà a quel punto nulla più che un mezzo sor­riso. Non si sa la rea­zione che avrà Pinco Pan­chetta, ma quella di Mas­simo Zuc­chetti, notav dal lon­tano dicem­bre 1992,  sarà — diciamo — un poco meno misu­rata, ecco. Che il TAV sia desti­nato a fal­lire mise­ra­mente, loro, gli sca­va­bu­chi, lo sanno benis­simo: spa­rac­chiano gli ultimi colpi  come gli àscari sull’Amba Alagi nel 1941, tanto per restare in tema di seconda guerra mon­diale, ma stanno già pronti a get­tare il fucile, strap­parsi la divisa e scap­pare a gambe levate. Vediamo non tanto que­sta assurda richie­sta di reclu­sione per De Luca, ma soprat­tutto i com­menti degli ascari sitav, per quello che sono: gli ultimi colpi spa­rac­chiati prima dello sban­da­mento da una masnada sull’orlo della sconfitta.

E qui sarebbe ter­mi­nata la gior­nata odierna. Già solo il fatto che, se poniamo pari a 10 l’indignazione per la richie­sta di con­danna per Erri de Luca, l’indignazione per una bat­tuta di  mis­si­ta­lia sia pari — sul web — a 1000, come durata e quan­tità di com­menti,  sarebbe già bastato a dige­rire con dif­fi­coltà per il mal­mo­sto il pasto serale.

Ma tutto scom­pare di fronte al piatto forte, alla foto­no­ti­zia mon­diale che tutto spiega e tutto pasce. Guar­diamo la foto­gra­fia qui sotto. Coper­tine della rivi­sta Time, che esce in tutto il mondo. Il viso di Putin in coper­tina ovun­que, sua lunga inter­vi­sta su “come vede il mondo”. Non una gran foto, tra l’altro, non una foto che “fac­cia sim­pa­tia”. Ma ecco: nell’edizione sta­tu­ni­tense, pre­gna di paura, scom­pare Putin e cam­peg­gia un imper­di­bile arti­colo su come sia neces­sa­rio pagare di più gli atleti uni­ver­si­tari. Magari facen­doli par­te­ci­pare a Miss Ita­lia, aggiungo io?

Straor­di­na­rio: Time e la lobby politico-giornalistica sta­tu­ni­tense sono a livello di bas­sura di certi twit­tanti ita­liani, direi. E non sco­mo­diamo bri­vidi Orwel­liani da 1984 e la riscrit­tura dei quo­ti­diani del pas­sato, con spa­ri­zione delle foto sco­mode. Qui siamo molto al di sotto, o — se vogliamo — peg­gio: le noti­zie e le per­sone sco­mode non  ven­gono nep­pure modi­fi­cate a poste­riori, ma diret­ta­mente non escono neppure.

Chi ha paura di Vla­di­mir Putin?

E chi di Erri de Luca?

Pensioni, Camusso a Cisl e Uil: “Mobilitiamoci subito per chiedere che siano primo punto della legge di Stabilità” Redazione, L’Huffington Post

CAMUSSO

Da domani inizia la mobilitazione perché le pensioni siano il primo punto della legge di Stabilità“. Lo annuncia la leader della Cgil, Susanna Camusso, dal palco della conferenza di organizzazione del sindacato di Corso Italia. Camusso chiama a raccolta Cisl e Uil per una mobilitazione sui territori: “non è il momento di pensare al passato e a recriminazioni, dobbiamo mobilitarci insieme perché il nostro primo orizzonte sia quello delle pensioni”. Occorre “rompere gli indugi perché la vera lacerazione con i lavoratori è avvenuta proprio su questo, non possiamo permettercene un’altra”. Insomma, “la questione determinante per noi” per dare un “giudizio sulla legge di stabilità è cosa ci sarà sulle pensioni”.

Rivolgendosi a Carmelo Barbagallo (Uil) e Anna Maria Furlan (Cisl), entrambi presenti in sala, Camusso ha aggiunto: “Se diciamo che abbiamo posizione unitaria sulle pensioni, allora dobbiamo dirlo adesso […]. La mobilitazione in sé forse non cambierà le cose, ma una organizzazione deve fare delle battaglie anche quando non ha la certezza del risultato. Anche da questo può ricominciare una unità sindacale. Non si può essere fermi ai rancori di ieri, ma non star fermi a ieri significa battersi per le pensioni. Non ci sarà unità finché non decidiamo che le pensioni sono il primo tema e il primo obiettivo su cui mobilitarci“.

Altro tema centrale è quello dei contratti. La leader della Cgil risponde con un altolà a Confindustria. “Vorremmo dire a Confindustria oggi che se la sua idea è quella di andare avanti con la riduzione di salari e diritti allora sì, noi freniamo perché quella strada non ci porterà da nessuna parte”. Camusso ha così respinto al mittente, il presidente di confindustria, giorgio squinzi, la proposta di redistribuire la ricchezza solo dopo averla prodotta. “Quando Confindustria dice che non ci può essere redistribuzione se prima non si produce ricchezza, questo vuol dire dare ex post e dare ex post si chiama ridurre i salari”, ha aggiunto la sindacalista.

Quanto al numero dei contratti, secondo la leader della Cgil, vanno sicuramente ridotti: “per difendere davvero il contratto nazionale, dobbiamo ridurne drasticamente il numero altrimenti anche la contrattazione diventerà un elemento di frammentazione”.

Per Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, Confindustria deve dare un segnale sui tavoli aperti sui rinnovi contrattuali, oppure la Uil diserterà la riunione tecnica del 22 settembre per definire nuove regole sul modello contrattuale. “Confindustria non vuole fare i contratti di secondo livello, – ha spiegato intervenendo alla conferenza di organizzazione della Cgil – vuole fare i contratti aziendali e, semmai, individuali. Noi non ci stiamo. Confindustria ci ha inviato un sms per comunicarci che il 22 settembre c’è una riunione tecnica sulle nuove regole contrattuali, ma se non dà un segnale di ripresa sui contratti aperti da rinnovare, noi non ci siederemo a discutere di niente”.

La leader della Cisl, Anna Maria Furlan, ha chiesto di chiudere i rinnovi contrattuali aperti per fare nuove regole sui contratti. “Abbiamo le piattaforme presentate – ha detto intervenendo alla conferenza organizzativa della Cgil – tavoli aperti, non vogliamo sottrarci al compito di formulare un nuovo modello contrattuale ma i contratti devono andare avanti ed essere chiusi e noi ci impegniamo a formulare un accordo conclusivo sulla contrattazione”. Furlan ha rivendicato il ruolo delle parti sociali nel decidere le regole sulla contrattazione. “Sento le istituzioni parlare spesso di legiferare sui contratti, allora chiediamo al governo un impegno sulla contrattazione per i rinnovi contrattuali della pubblica amministrazione e meno fisco. Le regole sulla contrattazione le decidono le parti sociali, non c’è legge che le deve determinare”.

Alberto Burgio: Per una sinistra modello Corbyn Fonte: il manifestoAutore: Alberto Burgio

Da anni ci aggi­riamo in un luogo comune. Guar­diamo que­sta male­di­zione per cui l’Italia resta osti­na­ta­mente senza sini­stra men­tre gli altri paesi euro­pei con i quali ha senso un con­fronto spe­ri­men­tano for­ma­zioni nuove e vive e capaci di rac­co­gliere vasti con­sensi e di can­di­darsi plau­si­bil­mente al governo di impor­tanti regioni o addi­rit­tura al governo nazio­nale sfi­dando l’Europa della tec­no­cra­zia e della finanza. E ne tra­iamo come per coa­zione la con­se­guenza che «anche noi» dovremmo fare altrettanto.

Che «anche da noi» occorre unire i pezzi, fare la sin­tesi dell’esistente per cavare dall’arcipelago delle forze di alter­na­tiva una for­ma­zione uni­ta­ria in grado di riscat­tare la sini­stra ita­liana da un’annosa impo­tenza. E così final­mente sov­ver­tire una con­di­zione mor­ti­fi­cante che da un decen­nio a que­sta parte — ma a ben guar­dare da un quarto di secolo, dalla liqui­da­zione del Pci — vede la sini­stra sostan­zial­mente esclusa dalla scena nazio­nale, rele­gata in ruoli mar­gi­nali e di com­ple­mento, ridotta per­lo­più all’inefficacia della pro­te­sta fine a se stessa o a soste­nere governi e ammi­ni­stra­zioni intenti a per­se­guire fini anti­te­tici ai suoi. E per ciò costretta a rin­ne­gare la pro­pria ragion d’essere, finendo con l’apparire ai pro­pri stessi soste­ni­tori svi­lita, esau­sta, quando non tra­sfor­mata, con effetti alla lunga rovi­nosi, in un’appendice della fami­ge­rata «casta» sotto men­tite spoglie.

Del resto, si dirà, che altro fare o spe­rare? E per­ché d’altra parte quanto è riu­scito altrove — in Ger­ma­nia, in Spa­gna, in Gre­cia innanzi tutto — non dovrebbe capi­tare final­mente anche da noi? Così il dibat­tito inciampa su se stesso da tempo imme­more (almeno dal disa­stro del 2008) e si avvita den­tro un copione logoro. Quali che siano le respon­sa­bi­lità in mate­ria, non si vedono luci all’orizzonte. Non solo il con­flitto poli­tico ha qui e ora tutt’altri pro­ta­go­ni­sti, ma tutto lascia pre­sa­gire che nella pros­sima legi­sla­tura sarà, se pos­si­bile, ancor peg­gio. Che si voti col con­sul­tel­lum è inve­ro­si­mile, e anche in que­sta even­tua­lità la sini­stra (Sel) non andrebbe oltre per­cen­tuali testi­mo­niali, stando ai tra­scorsi recenti e agli ultimi son­daggi. Più pro­ba­bil­mente si voterà con l’italicum nell’unico ramo del par­la­mento eletto. E allora la par­tita si risol­verà tra le due varianti del par­tito della nazione (Pd e Fi), la Lega e il movi­mento della pro­te­sta erede dell’Uomo qualunque.

La situa­zione è grave e seria, inu­tile girarci intorno in cerca di futili con­so­la­zioni. A dare la misura basta un rapido con­fronto con quanto è acca­duto qual­che giorno fa (e in que­sti ultimi mesi) in Gran Bre­ta­gna, in seno a quel par­tito labu­ri­sta per molti versi simile al par­tito demo­cra­tico ita­liano. Tutti abbiamo letto della vit­to­ria di Jeremy Cor­byn alle pri­ma­rie del Labour party e ne abbiamo gioito, augu­ran­doci che essa sia il primo passo di un cam­mino che non solo porti i labu­ri­sti a sfrat­tare la destra da Dow­ning street alle pros­sime poli­ti­che ma resti­tui­sca altresì la sini­stra bri­tan­nica, dopo mezzo secolo, a una tra­di­zione di lotte in difesa del pro­le­ta­riato, dei diritti sociali e della pace. A una sto­ria glo­riosa di bat­ta­glie a fianco delle Unions e dei movi­menti sociali più avan­zati ripu­diata sin dai tempi del ven­ten­nio thatcheriano.

Ma oltre a com­pia­cerci dovremmo forse chie­derci se il caso Cor­byn non possa essere d’insegnamento anche per noi, per la sini­stra ita­liana, mal­grado tutte le dif­fe­renze che sepa­rano i due con­te­sti. Dovremmo farlo innanzi tutto per una ragione di prima gran­dezza. Men­tre il modello dell’unità dell’arcipelago con­duce di norma alla costru­zione di una forza com­ple­men­tare desti­nata ad allearsi con la forza mag­giore della «sini­stra mode­rata» con­tro lo schie­ra­mento con­ser­va­tore (figlia di una crisi radi­cale, Syriza è l’eccezione che con­ferma la regola), il modello Cor­byn si carat­te­rizza per la ten­sione all’obiettivo mas­simo: la guida del prin­ci­pale par­tito della sini­stra e, di qui, la con­qui­sta del governo del paese.Ma natu­ral­mente la que­stione, posta in que­sti ter­mini, appare troppo sem­plice. Se è vero che la lunga

mar­cia vit­to­riosa del lea­der della «sini­stra radi­cale» in seno al par­tito prin­ci­pale della «sini­stra mode­rata» è la sola stra­te­gia in grado di rimet­tere le forze dell’alternativa al cen­tro della scena poli­tica nazio­nale riscat­tan­dole dal ruolo esor­na­tivo o subal­terno al quale sono altri­menti desti­nate, biso­gna d’altra parte doman­darsi quali siano qui da noi gli osta­coli all’assunzione del modello Corbyn.

A comin­ciare dai due prin­ci­pali, tra loro con­nessi: l’assenza di un Cor­byn ita­liano, di un lea­der coe­rente e auto­re­vole della sini­stra, capace di reg­gere l’isolamento e l’inattualità nel corso di una bat­ta­glia imper­via, oscura e ine­vi­ta­bil­mente lunga; e, appunto, la grande dif­fi­coltà di un lungo cimento senza cer­tezze né pre­bende, volto a rico­struire valori e prin­cipi, un rin­no­vato senso comune cri­tico e nuovi gruppi diri­genti lon­tani dall’ideologia domi­nante e dalle sedu­zioni dell’interesse per­so­nale. Un cimento fron­tal­mente oppo­sto ai fre­quenti eser­cizi tra­sfor­mi­stici e che, nel caso ita­liano, dovrebbe per ciò stesso diri­gersi in primo luogo con­tro la sedi­cente «sini­stra interna» del Pd, con­ver­ti­tasi sin dalla Bolo­gnina al neo­li­be­ri­smo e alle guerre uma­ni­ta­rie e prin­ci­pale arte­fice della muta­zione mode­rata della sini­stra postcomunista.

Si tratta, con ogni pro­ba­bi­lità, di una mis­sione impos­si­bile. Non dovrebbe, in teo­ria, essere così. Quella inat­tua­lità (qual­cuno la chiamò «diver­sità») dovrebbe carat­te­riz­zare il cor­redo morale e per­sino l’antropologia della sini­stra — di donne e uomini che, vivendo in que­sto mondo, non dovreb­bero tut­ta­via appar­te­nere a que­sto mondo. Invece vi appar­ten­gono eccome, ragion per cui la via regia della bat­ta­glia per il governo nel segno dell’autonomia appare impra­ti­ca­bile. Per que­sto sem­bra ragio­ne­vole ras­se­gnarsi a non con­tare nulla e a farsi tutt’al più rap­pre­sen­tare dalla pro­te­sta; per que­sto ci si appas­siona, nono­stante tutto, alle scor­cia­toie «rea­li­sti­che» sin qui praticate.

Grecia, la breccia rimane aperta Fonte: sbilanciamociAutore: Thomas Fazi

Con un’ampia maggioranza – al netto dell’alto e comprensibile livello di astensionismo: è la quinta volta che i greci vanno alle urne in sei anni, in un contesto di depressione profonda, crescente disoccupazione e povertà dilagante –, Tsipras ha rivinto le elezioni in Grecia e si avvia a formare nuovamente un governo di coalizione con i nazionalisti di ANEL. Stavolta, però, lo fa avendo dietro a sé un partito (per ora) molto più compatto, dopo che la minoranza anti-euro è fuoriuscita per confluire dentro Unità Popolare, neo-partito molto popolare nella galassia digitale della sinistra, grazie anche all’ endorsement di personaggi di rilievo come Varoufakis, ma che non è riuscito a conquistarsi neanche un seggio in parlamento.

La vittoria di SYRIZA è, ovviamente, un’ottima notizia: la sopravvivenza dell’unico governo anti-liberista e di sinistra sul continente è un segnale di grande importanza, dopo tutti i tentativi messi in atto dall’oligarchia europea – non ultimo una brutale strategia di asfissia finanziaria di cui la BCE dovrà un giorno essere chiamata a rispondere – per spodestarlo. Allo stesso tempo – inutile negarlo – si tratta di una vittoria amara, poiché i margini di manovra del governo sono, oggettivamente, molto ristretti, vincolati ai numerosi paletti contenuti nel terzo Memorandum sottoscritto a luglio da Tsipras. Che queste – ma non solo queste – fossero delle “elezioni a sovranità limitata” era fin troppo evidente: in ballo, infatti, non c’era la fine, ma i modi, il peso e la distribuzione dell’austerità. Allo stesso tempo, sarebbe assurdo trarre da ciò la conclusione – come hanno fatto in molti in queste settimane – che l’esito delle elezioni non contasse, che una vittoria di SYRIZA equivale ad una vittoria delle destre, perché «tanto il destino della Grecia è già scritto altrove».

Primo, perché sarebbe ingenuo pensare che il destino della Grecia sia veramente scritto tra le pagine del Memorandum . È evidente che la “forza” del Memorandum è direttamente proporzionale alla forza dello status quo politico-economico che, oggi in Europa, lo promuove e lo sostiene, così come è evidente che quello status quo un domani potrebbe venire meno (e con esso il Memorandum stesso). Dobbiamo forse ricordare a chi prospetta all’Europa e alla Grecia uno scenario da “fine della storia” di fukuyamesca memoria che tutti questi eventi si inseriscono in un processo storico, in cui non esistono scorciatoie miracolistiche ma il cui finale è ancora tutto da scrivere e di cui siamo – potremmo/dovremmo essere – tutti protagonisti e non semplici spettatori?

Secondo, perché il margine di manovra – per quanto esiguo – c’è: nel corso del negoziato con la troika, Tsipras si è battuto con forza per redistribuire il carico delle misure di austerità dalle classi medio-basse a quelle alte. È stato sconfitto su quasi tutta la linea, è vero, ma – a differenza del duopolio PASOK-Nuova Democrazia – si è battuto , ed è ragionevole aspettarsi che continuerà a farlo nel corso di questo secondo mandato. Con questo non si vuole di certo insinuare che, nel contesto europeo di oggi, possa esistere una “austerità di sinistra” contrapposta ad una “austerità di destra”, che sia chiaro: la logica di base del Memorandum è intrinsecamente recessiva e macroeconomicamente insostenibile nel medio termine, a prescindere dalle modalità della sua applicazione pratica. Questa va detto chiaramente, e Tsipras ne è senz’altro consapevole. Allo stesso tempo, però, sarebbe disonesto negare che, nel breve, non si possano mitigare le sofferenze delle fasce più deboli della popolazione anche all’interno della cornice del Memorandum . In altre parole, fa una bella differenza se ad applicare il Memorandum è SYRIZA o Nuova Democrazia. E questo i greci lo sanno bene, come si evince dal risultato elettorale.

Agli altri – a cui forse questi “dettagli” possono apparire ininfluenti, proprio perché vivono altrove – è forse opportuno ricordare che Tsipras si è trovato ad ingaggiare una battaglia durissima contro alcune delle istituzioni e degli Stati più potenti al mondo, in completa solitudine – da un lato la socialdemocrazia e gran parte dei socialisti europei si sono voltati dall’altra parte, e in molti casi si sono schierati contro; dall’altro i movimenti sociali non sono stati in grado di incidere sui rapporti di forza – e in condizioni politiche e psicologiche difficilissime ( il Guardian ha scritto che Tsipras è stato sottoposto ad «un massiccio waterboarding mentale» nella maratona del Consiglio europeo del 12 luglio). Nonostante questo, il premier greco ha mostrato saldezza di nervi, dignità e determinazione, ottenendo quel che un governo arrivato al potere per mezzo di regolari elezioni, sulla base di un moderatissimo programma di stampo socialdemocratico, poteva ottenere per via diplomatica, alla luce delle circostanze storicamente date, a partire dallo stato della lotta di classe in Grecia e, soprattutto, dei brutali rapporti di forza su cui fonda l’attuale assetto europeo.

Esistevano dunque delle alternative alla sottoscrizione di questo terzo Memorandum ? Su questo punto bisogna essere chiari: l’alternativa si chiamava uscita dall’eurozona. Alla resa dei conti, però, Tsipras ha escluso la via del ritorno alla dracma. Si è trattato di un errore, come sostengono in molti? A mio avviso, assolutamente no. Il punto non è tanto che Tsipras non aveva il mandato per portare la Grecia fuori dall’euro (che è vero), né che si debba rimanere nell’area euro ad ogni costo (ci mancherebbe), quanto il fatto che, nelle circostanze date, non sussistevano assolutamente le condizioni necessarie per limitare i gravi danni di un’uscita , né a livello interno – la mancanza di un livello di mobilitazione e di radicalizzazione dei lavoratori e dei comuni cittadini greci tale da poter fronteggiare le conseguenze di un’eventuale uscita o espulsione dall’eurozona, lo scarto tra il successo elettorale di SYRIZA e il suo radicamento sul territorio, la debolezza del tessuto produttivo greco, il deficit cronico delle partite correnti, ecc. –, né a livello internazionale.

Come ha dichiarato Yannis Bournous , membro della segreteria politica di SYRIZA: «Noi diciamo che il Memorandum di luglio non è un buon accordo, ma abbiamo dovuto firmarlo perché con la Grexit ci avrebbero liquidato le banche: questo era il ricatto. E la Grecia non ha né un tessuto produttivo, né riserve di moneta estera per poter resistere. Né la Cina o la Russia ci hanno promesso aiuti». Lo stesso Tsipras ha espresso un giudizio chiaro e severo del compromesso raggiunto, sottolineando però che, a queste condizioni, l’uscita solitaria della Grecia avrebbe avuto conseguenze disastrose. Il punto, come scrive il politologo Michele Nobile , è che «i limiti dell’azione del governo Tsipras sono i limiti della lotta di classe, non solo in Grecia ma in tutta Europa». La responsabilità di cambiare quei rapporti – di classe e di forza –, però, non può restare unicamente sulle spalle di Tsipras e della Grecia, come sembrano prospettare coloro che, da fuori, invocano l’uscita della Grecia dall’euro subito e comunque , quasi che si possa considerare la Grecia, come un secolo fa la Russia, l’anello più debole del capitalismo da cui ripartire.

Anche perché – nota sempre Nobile – l’annosa questione dei rapporti di forza è, nell’Europa di oggi, ulteriormente complicata da un’altra questione: «da un lato l’involuzione post-democratica dei regimi politici nazionali, dall’altra l’unificazione monetaria e il disegno istituzionale dell’Unione europea, che della post-democrazia è risultato, massima espressione, forza propulsiva. Si tratta di una situazione inedita, che raddoppia i problemi posti dalla vittoria elettorale: non si tratta solo di fare i conti con l’apparato nazionale dello Stato capitalistico, ma con un livello superiore che comprende il primo in un sistema sovranazionale o inter-statale». Sistema sovranazionale o inter-statale, si badi bene, che estende il suo dominio ben al di là dei confini dei dell’Unione europea e/o dell’unione monetaria. Chi crede, infatti, che un’uscita dall’eurozona sia sufficiente a salvaguardare un paese dalla ferocia dell’oligarchia europea ed internazionale si sbaglia di grosso; a tal proposito basterebbe ricordare l’esperienza del governo socialista di Mitterrand, eletto in Francia nel 1981 sulla base di una ambizioso programma di riforma economica e redistribuzione sociale e costretto in pochi anni a fare marcia indietro – o meglio inversione a U – dopo una serie di violenti attacchi speculativi. Non è difficile capire che per l’establishment è cruciale dimostrare che non può esistere alternativa al neoliberismo né dentro l’euro né fuori da esso.

Per concludere, a SYRIZA va il merito di aver aperto delle contraddizioni significative nel campo avversario e di aver avviato un ciclo nuovo (evidente anche dall’elezione di Jeremy Corbyn alla guida del Labour nel Regno Unito); ma è solo attraverso una battaglia paneuropea lucida, determinata, coordinata su scala continentale – come minimo la sinistra si deve muovere sullo stesso terreno su cui il capitale esercita il suo dominio –, attraverso la lotta dal basso e nelle istituzioni, ma anche con l’azione di governo, che si può sperare di rovesciare l’attuale paradigma economico. Oggi più che mai bisogna prendere atto del fatto che la crisi economica e la post-democrazia non possono trovare soluzione entro i confini dei singoli Stati europei (dentro o fuori dall’euro); questa va necessariamente inquadrata all’interno di un progetto di respiro transnazionale (dentro o fuori dall’euro) .

Sabato 3 ottobre 2015 – ore 20.30 presso la Palestra Lupo Piazza Pietro Lupo– Catania.

La Città Felice-Rete Antirazzista Catanese-La rete delle Città Vicine

Sabato 3 ottobre 2015 – ore 20.30
presso la Palestra Lupo
Piazza Pietro Lupo– Catania.

L’associazione Askavusa di Lampedusa invita tutte le realtà con cui collabora a un’iniziativa comune per il 3 ottobre p.v. per commemorare le vittime del 3 ottobre 2013, chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage dei e delle migranti annegati/e nel mare di Lampedusa e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione,
proiettando il film

Lampedusa 3 ottobre 2013
i giorni della tragedia

di  Antonino Maggiore.
Produzione Libera Espressione Anno 2013
Musica Achref Chargui/Giacomo Sferlazzo.
Durata 55 min

introducono

Mirella Clausi Anna Di Salvo Giusi Milazzo