Italo Calvino partigiano, scrittore ed uomo di sinistra

“Trame e affari torbidi la svolta antimafia di Confindustria è solo un inganno” da: antimafia duemila

montante antonello skyParla Venturi, l’imprenditore presidente dell’associazione per la Sicilia centrale: “Con Montante accaduti fatti inquietanti”
di Attilio Bolzoni
C’è una voce «dal di dentro» che rompe un silenzio di tomba in Confindustria Sicilia. Per la prima volta una figura rappresentativa degli imprenditori dell’isola parla dell’indagato di mafia Antonello Montante (in foto) e del «grande inganno della rivoluzione» portata avanti dalla sua associazione, confessa di «avere paura per quello che mi può succedere», racconta di «episodi inquietanti» intorno all’inchiesta giudiziaria aperta sul delegato nazionale per la legalità di Confindustria. Testi avvicinati, pretese di lettere riservate dove si chiedeva di certificare il falso, pressioni «per condizionare l’azione di pulizia nelle aree industriali e fermare Alfonso Cicero, un funzionario regionale che è sempre più a rischio di vita».
Si presenta: «Sono Marco Venturi, ho 53 anni, sono il presidente di Confindustria Centro-Sicilia e uno degli imprenditori che nel 2005 insieme a Montante, Ivan Lo Bello e Giuseppe Catanzaro ha creduto nella battaglia contro il racket del pizzo per spazzare via la nomenclatura che governava la Cupola degli industriali siciliani. Quelle che da tempo erano perplessità adesso sono diventate certezze. Da mesi vivo in uno stato di profonda inquietudine che mi ha spinto a uscire allo scoperto».

Perché questa paura?
«Vivo con angoscia dentro un mondo pericoloso che non mi appartiene».

Di cosa sta parlando? Perché non prova a spiegarsi meglio?
«Lo farò con i magistrati che indagano sul caso Montante, ci sono vicende molto gravi che riguardano Confindustria Sicilia e delle quali nessuno ancora è a conoscenza».

Ma lei è uno di quegli imprenditori del nuovo corso siciliano, cosa è accaduto di tanto intollerabile per fare questo passo?
«L’iniziale battaglia contro le estorsioni dei boss ha portato alla ribalta nazionale il nostro movimento, però quando dal livello basso del pizzo ci siamo inoltrati nel cuore del vero potere mafioso siciliano – cioè dentro i grovigli delle aree industriali – ho capito chiaramente che non tutti i miei compagni di viaggio erano interessati ad andare avanti. Al contrario, alcuni me li sono ritrovati contro».

Eppure tutti in Confindustria Sicilia sbandierano il vessillo dell’antimafia…
«È il doppio gioco. A parole qualcuno – che dimostra chiaramente di essere condizionato – sostiene una certa azione, il risultato però è che con i fatti favorisce interessi di mafia. Emblematico è il caso dell’azione legalitaria che conduce da anni Alfonso Cicero, il presidente dell’Irsap, l’ente che ha sostituito gli undici carrozzoni dei consorzi industriali. Quell’azione non è mai piaciuta – nonostante le dichiarazioni di circostanza – al presidente di Confindustria Sicilia Montante. Montante ha sempre tentato di utilizzare per i suoi scopi l’opera di pulizia di Cicero, nell’ombra ha sempre cercato di neutralizzarlo anche se consapevole degli altissimi rischi che corre. Chi non vuole Cicero oggi in Sicilia lo sta trasformando in un bersaglio facile».

Montante ha conquistato una sproporzionata credibilità istituzionale nonostante le dubbie origini per i suoi contatti con Cosa Nostra, a cosa sta mirando realmente Confindustria Sicilia?
«A un certo punto c’è stata una inversione di rotta. Montante non ha fatto come doveva gli interessi degli imprenditori siciliani ma ha intrecciato trame. Commistioni con apparati polizieschi di ogni livello. Per colpa sua Confindustria Sicilia è diventata un centro di potere a Palermo e a Roma, un giro stretto, lui e pochi devoti».

In Confindustria Sicilia ci sono alcuni indagati per reati di mafia e rinviati a giudizio per truffa alla Regione, tutti sempre ai loro posti. E il vostro codice etico?
«Il codice etico non lo si può far valere per gli altri e ignorarlo al nostro interno. Confindustria nazionale è stata zitta per molti mesi: ora mi aspetto che il presidente Squinzi intervenga a tutela della onorabilità della nostra associazione. È il momento di farlo, non si può più attendere. Chiedo solo il rispetto delle regole, cambiare pagina, offrire di noi stessi un’altra immagine».

Quante espulsioni per mafia ha fatto Confindustria in questi anni?
«Che io ricordi nessuna».

Lei è stato assessore regionale alle Attività Produttive – insieme a magistrati come Chinnici e Russo, prefetti come Marino e altri «tecnici» – quando presidente era Raffaele Lombardo, un condannato per mafia. Non si è mai accorto di nulla delle manovre che si facevano in quel governo?
«Il mio obiettivo era quello di bonificare le aree industriali degradate dagli appetiti mafiosi, quando però Lombardo ha rimosso Cicero, che aveva denunciato ai procuratori il malaffare, mi sono dimesso e ho presentato un esposto in procura accusando il governatore di salvaguardare gli interessi dei boss. Dopo di me, con il governo Crocetta, è venuta Linda Vancheri: un assessore che era al servizio totale di Montante».

Ma in sostanza lei cosa andrà a raccontare ai magistrati?
«Episodi inquietanti che mi sono capitati. E sono sicuro che nei prossimi giorni non sarò il solo ad andarci, ci sarà qualcun altro che vorrà parlare con i procuratori. Qualche mese fa Montante e un suo amico esperto in security volevano che io facessi loro da sponda per un’operazione torbida. Sono anche a conoscenza di movimenti strani intorno a chi è tenuto a dire la verità ai magistrati che indagano sul presidente di Confindustria Sicilia».

Sta riferendo vicende molto gravi…
«Non è finita. Montante ha chiesto ripetutamente a un rappresentante delle istituzioni che aveva deposto in commissione parlamentare antimafia una lettera riservata, ma soprattutto retrodatata con tanto di firma».

Tratto da: La Repubblica 17 settembre 2015

Sanità, i medici verso lo sciopero generale contro i tagli di Renzi e Padoan Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Contro i tagli alla sanità anche il maggiore sindacato dei medici dirigenti, l’Anaao, ha finito per rompere gli indugi mettendosi sulla strada della mobilitazione. Alle parole di Renzi su una quasi certa riduzione di tre miliardi del fondo sanitario nazionale da 112 a 109 è scattato in tutto il settore sindacale una sorta di riflesso condizionato verso la protesta. A proclamare la mobilitazione è stata la Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) “per il rilancio del Servizio sanitario nazionale e la valorizzazione del ruolo dei medici”, ma quello che si profila è un vero e proprio sciopero nazionale. La misura per quanto riguarda i medici, evidentemente è colma.
Sulla base di quanto previsto dal Patto per la salute 2014-2016, infatti, il finanziamento è fissato in 109 mld per il 2014, 112 mld per il 2015 e 115 mld per il 2016, con un incremento della spesa sanitaria pari quindi a 3 mld tra 2015 e 2016. Con il maxiemendamento del governo al dl enti locali, approvato lo scorso luglio, è stato però già confermato il mancato incremento di 2,3 mld per il 2015 sul livello di finanziamento della Sanità.
”Il persistente definanziamento della sanità pubblica, mascherato con stucchevoli contorsioni linguistiche e l’ambiguità degli assetti istituzionali appiattiti su un regionalismo che frantuma diritti – afferma l’Anaao – accompagna un attacco senza precedenti alla professione fino a metterne in crisi identità e ruolo”. Mentre la ”tanto attesa legge sulla responsabilità professionale comincia solo dopo due anni un cammino parlamentare incerto nei tempi e nei contenuti, per i rinnovi di contratti e convenzioni, assenti da sei anni – sottolinea l’organizzazione medica – già si parla di dilazione dei tempi e di esiguità dei finanziamenti”. La Direzione Nazionale dell’Anaao Assomed, convocata per il 25 settembre, si legge in una nota, ”sarà chiamata a sostenere le iniziative programmate per cambiare un intollerabile stato di cose, dichiarando lo stato di agitazione della categoria fino allo sciopero nazionale insieme con le altre organizzazioni sindacali dei medici dipendenti e convenzionati, dei veterinari, dei dirigenti sanitari”.
Le dichiarazioni del Presidente del Consiglio allarmano anche le associazioni della società civile, perché‚ come sottolinea Tonino Aceti coordinatore del Tribunale per i diritti del malato, si tradurrebbero in circa 8 miliardi di euro in meno per l’Ssn rispetto al livello di finanziamento previsto dal Patto per la Salute 2014-2016 e la Legge di Stabilità per il 2015. Miliardi che si aggiungono ai 30 di tagli accumulati negli ultimi 5 anni”. “A questo punto lo sbandierato rilancio della sanità pubblica attraverso quanto Previsto dal Patto per la salute, è pienamente smentito dalle dichiarazioni di Renzi – prosegue Aceti – piuttosto che continuare a smantellare l’Ssn, se c’è necessità di trovare risorse, che il Governo intervenga sul ‘tesoretto’ di circa 50 miliardi di euro annuali di spesa corrente extra sanitaria delle Regioni, sulle quali poco o niente si è fatto in questi anni”.
Sulle barricate pure i sindacati, che rispondono con un coro di critiche: ”Un film già visto che fa scattare un campanello d’allarme, perché‚ non aumentare il fondo sanitario equivale a tagliare”, commenta il segretario della Fp-Cgil Medici Massimo Cozza. Il Movimento 5 Stelle, intanto, annuncia una mobilitazione contro gli ”ulteriori tagli”: ”Per il prossimo 17-18 ottobre a Imola è previsto un momento di confronto a livello nazionale e se per quella data Lorenzin non avrà dato le dovute garanzie rispetto all’ammontare del Fsn per il 2016 – avverte M5S – pianificheremo attività e manifestazioni di protesta su tutto il territorio nazionale”. Lorenzin fa quello che può,almeno a parole; ma la sua traiettoria cozza contro quella del minsitro Padoan,che insiste nel voler “spendere meno e meglio”.

Legge di stabilità, i deboli restano scoperti Fonte: Il ManifestoAutore: Antonio Sciotto

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Tra il mini­stero dell’Economia e Palazzo Chigi si pre­para la legge di Sta­bi­lità che com­por­terà una mano­vra da 27 miliardi, e già il mini­stro Pier Carlo Padoan è costretto a fare un impos­si­bile zig zag tra le richie­ste a cui il governo pre­fe­ri­rebbe non rispon­dere: ma la mani­fe­sta­zione degli eso­dati di due giorni fa, che ha visto i sin­da­cati som­mati alla Lega di Sal­vini, non poteva pas­sare sotto silen­zio. E così ieri Padoan, nel corso di un que­stion time alla Camera, ha dovuto riba­dire che l’esecutivo «rico­no­sce il disa­gio» e che «valuta un nuovo inter­vento». Se man­cano i panini, forse arri­ve­ranno le brio­che , ma fatto sta che per ora le risorse non sono ancora state repe­rite: e invece il taglio dell’Imu e della Tasi per tutti — anche per i ric­chi con case di lusso e castelli — resta una priorità.

I sin­da­cati hanno aggiunto almeno altri due capi­toli urgenti, con richie­sta di rela­tiva rispo­sta, ma per il momento le loro quo­ta­zioni restano molto basse: l’adeguamento degli asse­gni da pen­sione e il rin­novo dei con­tratti del pub­blico impiego, come dispo­sto dalla Corte costi­tu­zio­nale con due dif­fe­renti sen­tenze (solo una, finora, ha avuto par­ziale sod­di­sfa­zione, con il pic­colo rim­borso già ero­gato ai pen­sio­nati lo scorso agosto).

Ma ieri è stata una gior­nata piut­to­sto posi­tiva per il governo, almeno sul fronte eco­no­mico, per­ché la poli­tica di Renzi è stata pre­miata dall’Ocse, che ha rivi­sto al rialzo le pre­vi­sioni del Pil per il 2015, rico­no­scendo un merito alla riforma del lavoro e più in gene­rale al Jobs Act. L’organizzazione pari­gina pre­vede che il Pil ita­liano cre­scerà dello 0,7% nel 2015, e quello dell’area euro dell’1,6%: in entrambi i casi la stima è supe­riore dello 0,1% rispetto alle pre­vi­sioni del mag­gio scorso.

Sono invece rivi­ste al ribasso di 0,2 punti le pre­vi­sioni per la cre­scita del 2016, all’1,3% per l’Italia e all’1,9% per l’eurozona. Per il nostro paese, tra le prin­ci­pali cause del mag­giore otti­mi­smo sul 2015 c’è il miglio­ra­mento del mer­cato del lavoro, con l’aumento della par­te­ci­pa­zione e della crea­zione d’impiego. Que­sto «ha dato un sup­porto ai con­sumi pri­vati, che quest’anno sono cre­sciuti più di quanto si fosse pre­vi­sto», dando un mag­giore con­tri­buto alla cre­scita. Inol­tre, nell’ultimo periodo «sono state fatte riforme impor­tanti, che stanno dando un traino all’economia». L’Italia bene­fi­cia inol­tre dell’impatto posi­tivo della cre­scita nell’area euro. Che però, avverte l’Ocse, ha fatto «meno di quanto si spe­rava viste le spinte favo­re­voli di prezzo del petro­lio più basso, euro più debole e tassi d’interesse a lungo ter­mine più bassi». Inol­tre, a fre­nare la nostra eco­no­mia, come anche quella euro­pea, potreb­bero essere le dif­fi­coltà pre­vi­ste nei pros­simi mesi per i paesi emer­genti, a par­tire dalla Cina.

La revi­sione in posi­tivo della stima sul Pil comun­que è un inco­rag­gia­mento per il pre­mier Renzi, che spera pro­prio nella cre­scita per poter attin­gere alla famosa «fles­si­bi­lità» Ue e avere in gene­rale più mar­gini: spera di otte­nere da Bru­xel­les il via libera per poter uti­liz­zare almeno 7 miliardi in più, gio­strando sul defi­cit (che comun­que vuole man­te­nere sotto il 3%), senza con­tare l’eventuale bene­fi­cio del calo degli inte­ressi sul debito.

«Smen­ti­sco che il governo abbia alcuna inten­zione di fare cre­scere l’indebitamento e farlo veleg­giare verso il 3%», ha spie­gato ieri Padoan. Il disa­vanzo, ha aggiunto, sarà «al 2,6% quest’anno e in discesa» negli anni suc­ces­sivi. Sul nego­ziato con Bru­xel­les per una mag­giore fles­si­bi­lità sui conti, il mini­stro ha riba­dito che «il governo ha già otte­nuto dalla Com­mis­sione Ue la clau­sola per le riforme» e adesso punta a quella per «gli inve­sti­menti». Il tutto, «per costruire una legge di Sta­bi­lità che faci­li­terà un’uscita non ciclica ma strut­tu­rale dalla reces­sione».
«Il governo sta valu­tando la pos­si­bi­lità» di «un nuovo prov­ve­di­mento di sal­va­guar­dia», ha poi detto il mini­stro dell’Economia sul nodo esodati.

Quanto alle indi­scre­zioni su circa 3 miliardi di pos­si­bili risparmi per una sovra­stima di alcune sal­va­guar­die, Padoan ha spie­gato che tali even­tuali risorse «a par­tire dal 2013 non hanno cer­tezza in quanto non è stata con­clusa la pro­ce­dura di cer­ti­fi­ca­zione». Ma, se que­sti risparmi fos­sero accer­tati, ser­vi­rebbe comun­que una «dispo­si­zione nor­ma­tiva» appo­sita per l’utilizzo.

«Non con­fon­diamo le acque — dichiara la Cgil — Le risorse per gli eso­dati e l’opzione donna ci sono. Nella legge di Sta­bi­lità va affron­tato il pro­blema dell’uscita fles­si­bile» in riforma della legge For­nero. La Cisl chiede di «ade­guare le pen­sioni e rin­no­vare i con­tratti pub­blici», e appog­giando «il taglio delle tasse sulla casa, ma non per i più ric­chi», vor­rebbe in più una riforma radi­cale del fisco, «che dia la pos­si­bi­lità di pagare meno tasse, mille euro in meno, a tutti coloro che, pen­sio­nati e lavo­ra­tori, non arri­vano ai 40 mila euro»

Curzio Maltese: Uniti, aperti e lontani dal Pd Fonte: Il ManifestoAutore: Curzio Maltese

sinistra

C’è tanta vita a sini­stra, ma non c’è una poli­tica. La que­stione posta da Norma Ran­geri natu­ral­mente non riguarda sol­tanto l’Italia. La sini­stra è in crisi in tutta Europa. La straor­di­na­ria ope­ra­zione di ege­mo­nia cul­tu­rale lan­ciata oltre trent’anni fa dal libe­ri­smo ha rag­giunto oggi il mas­simo grado di suc­cesso. L’obiettivo dell’Europa a guida Mer­kel è demo­lire la costru­zione del wel­fare e di con­se­guenza ridurre all’irrilevanza la social demo­cra­zia euro­pea, ed è esat­ta­mente quanto sta acca­dendo, con la col­la­bo­ra­zione dei lea­der socia­li­sti, sor­pren­dente e per­fino entu­sia­stica, come nel caso del nostro Renzi.

Le poche forze che hanno cer­cato di ere­di­tare la rap­pre­sen­tanza sociale abban­do­nata dai socia­li­sti, come Syriza, Pode­mos, Sinn Fein o la Linke, sono cir­con­date e asse­diate da un sistema poli­tico che ormai gra­vita sull’asse di una perenne grande coa­li­zione, e attac­cate con vio­lenta astu­zia da un sistema media­tico mai nella sto­ria così ben con­trol­lato dai poteri domi­nanti. In Ita­lia, spesso labo­ra­to­rio del peg­gio in poli­tica, il pro­cesso è andato oltre. Oggi la con­tesa poli­tica da noi si svolge all’essenza fra varie forme di popu­li­smo di destra. Da una parte il lepe­ni­smo in salsa padana di Sal­vini, dall’altra il ren­zi­smo, che è la pro­se­cu­zione del ber­lu­sco­ni­smo con altri mezzi e con l’appoggio deci­sivo del ber­lu­sco­ni­smo resi­duale, nello schema con­ti­nen­tale di una grande coa­li­zione de facto.

L’ultima e più inte­res­sante forma di popu­li­smo è il Movi­mento 5 Stelle che è, per farla breve, un movi­mento gene­ti­ca­mente di sini­stra alla base, ogni volta modi­fi­cato da un ver­tice di destra estrema. Una con­trad­di­zione che finirà per esplo­dere. Ogni volta che la base del movi­mento si spo­sta su una cri­tica radi­cale del libe­ri­smo, Grillo e Casa­leg­gio inter­ven­gono, ripor­tan­dolo nell’ambito dell’ultra libe­ri­smo nazio­na­li­sta, dalle parti di Farage e ora addi­rit­tura del fasci­sta Orban.

In que­sto qua­dro i milioni d’italiani di sini­stra hanno ela­bo­rato diverse forme di resi­stenza. La mag­gio­ranza ormai non va a votare, una parte soprat­tutto di gio­vani vota Grillo chiu­dendo un occhio sugli ana­temi con­tro i rifu­giati e l’estatica ammi­ra­zione di Orban, una parte spe­cial­mente di anziani con­ti­nua a votare Pd chiu­dendo entrambi gli occhi e sol­tanto per evi­tare un governo Sal­vini. A tutti costoro biso­gne­rebbe saper par­lare con il lin­guag­gio della nuova sini­stra di Syriza e Pode­mos. Che cosa impe­di­sce allora qui e ora di seguirne le orme? L’assenza di gio­vani lea­der cari­sma­tici del peso di Ale­xis Tsi­pras e Pablo Igle­sias è solo un ele­mento, il più ovvio, e forse serve anche a masche­rare altro. Per esem­pio il fatto che la sini­stra radi­cale ita­liana non sem­bra in grado, nep­pure oggi sulle colonne del mani­fe­sto, di fare i conti con la pro­pria storia.

Rispetto alla sini­stra greca radi­cale e spa­gnola, quella ita­liana è par­tita con un enorme van­tag­gio e con­di­zioni favo­re­voli. Nella prima parte degli anni Novanta Rifon­da­zione Comu­ni­sta poteva con­tare su un ampio con­senso elet­to­rale, fino al 9 per cento, mezzi eco­no­mici e audience media­tica sco­no­sciuti ad altre espe­rienze. Per giunta in Ita­lia, dal 2001 in poi, si sono svi­lup­pati movi­menti di massa unici per dimen­sioni e par­te­ci­pa­zione in Europa e nel mondo, dalle gior­nate di Genova ai social forum, al movi­mento per la pace alle grandi mani­fe­sta­zioni sin­da­cali della Cgil di Cof­fe­rati, e poi ancora i giro­tondi, il popolo viola, il movi­mento refe­ren­da­rio per i beni comuni.

Al con­tra­rio di Syriza e Pode­mos, che hanno for­mato attra­verso le lotte sociali i loro gio­vani gruppi diri­genti e le nuovi basi, la sini­stra radi­cale ha sem­pre avuto con i movi­menti una rela­zione ari­sto­cra­tica, da ceto poli­tico minac­ciato, con qual­che mal­de­stra vel­leità diri­gi­sta che è pre­sto fal­lita e ha lasciato il posto a una cre­scente dif­fi­denza. Altri movi­menti di massa, per esem­pio le mobi­li­ta­zioni anti cor­ru­zione e l’antiberlusconismo, sono stati giu­di­cati con disprezzo dalla sini­stra radi­cale ita­liana, per que­sto spesso coc­co­lata dall’apparato media­tico ber­lu­sco­niano. In defi­ni­tiva i movi­menti che hanno segnato la nascita della nuova sini­stra radi­cale in Gre­cia, Spa­gna e Irlanda, sono gli stessi che ne hanno decre­tato il declino in Italia.

Piut­to­sto che allar­gare gli oriz­zonti, cam­biare lin­guaggi e magari volti, con­fron­tarsi insomma con una società in movi­mento, si è pre­fe­rito rin­chiu­dersi nei soliti cir­coli di dibat­tito e rin­fo­co­lare risse ideo­lo­gi­che spesso incom­pren­si­bili. Il tutto accom­pa­gnato da una comu­ni­ca­zione poli­tica schi­zo­fre­nica: da un lato cri­ti­che sem­pre più feroci alla deriva «di destra» delle varie sigle eredi del Pci (Pds, Ds, Pd); dall’altro una pra­tica di com­pro­messi e alleanze sem­pre più imba­raz­zanti con il peg­gio del ceto poli­tico di cen­tro­si­ni­stra, lo stesso che alla fine ha pro­dotto “natu­ral­mente” il feno­meno Renzi. Que­sta sta­gione non è ancora finita e sem­bra anzi per­pe­tuarsi all’infinito.

Nes­suno stu­pore dun­que che milioni di asten­sio­ni­sti giu­di­chino ancora poco cre­di­bile l’offerta di una nuova forza uni­ta­ria a sini­stra del Pd. La quale peral­tro, incre­di­bil­mente, non esi­ste ancora. Dopo il ten­ta­tivo certo pieno di limiti, ma gene­roso dell’Altra Europa, con le ultime ele­zioni regio­nali siamo riu­sciti nel capo­la­voro di sette sim­boli in sette regioni: un passo avanti e due indie­tro. Il voto nelle città alle porte è forse l’ultimo treno utile per chiu­dere una sto­ria di divi­sioni mino­ri­ta­rie e costruirne una nuova, uni­ta­ria ma aperta a tutti, con un reale pro­getto di governo.

Cgil, la Fiom vota contro il documento conclusivo della conferenza di organizzazione Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Non è vero che con queste nuove regole si allarghi la partecipazione e la democrazia nel sindacato”. H motivato così,Maurizio Landini il suo no al documento che formalizza le nuove regole organizzative, uscite dalla Conferenza di organizzazione. “Al prossimo congresso, così, non consegneremo una discussione ma solo un capitolo chiuso. È una forzatura”, spiega sottolineando come alla base del suo no ci sia anche la mancata difesa della Fiom che nella partita Fiat è stata discriminata non solo dall’azienda ma anche da Fim e Uilm. “E ancora si parla di unità sindacale senza aver speso una parola su quanto accaduto”, accusa. L’assemblea dei delegati della conferenza di organizzazione della Cgil ha approvato il documento conclusivo a maggioranza con 587 voti favorevoli e 151 contrari. “A Maurizio dico che invece di frenarci fra noi – aveva detto la leader della Cgil nelle conclusioni – sarebbe meglio provare a ingaggiarci insieme nella sfida di cambiare e risperimentarci, ma senza travolgere noi stessi e la nostra storia”. “Non dobbiamo avvitarci su discussioni al nostro interno- aveva proseguito – noi rimaniamo una grande organizzazione sindacale e la nostra stella polare si chiama lavoro e occupazione: le nostre azioni devono essere giudicate su questo”. Abbastanza poco, quindi, rispetto alle numerose critiche sostanziali mosse da Landini nel suo intervento di ieri. “La democrazia – aveva detto Landini – è lo strumento per cambiare il sindacato”. Landini ha in mente non solo l’elezione diretta del segretario nazionale ma anche la democrazia referendaria nel vaglio dei contratti. Landini aveva chiesto anche una decisa ripresa delle iniziative di lotta. E Camusso ha risposto che sarà il tema delle pensioni, in un quadro unitario, il centro dell’azione dei sindacati.