Ecco chi ha salvato Roberto Calderoli dall’accusa di razzismoda: l’espresso

Due terzi dei senatori democratici, sinistra interna compresa. Una metà dei vendoliani. Qualche Cinque stelle, espulsi inclusi. Tutti convinti che nelle parole dell’esponente leghista (“la Kyenge sembra un orango”) non ci fosse un intento discriminatorio basato sul colore della pelle

di Paolo Fantauzzi

17 settembre 2015

Ecco chi ha salvato Roberto Calderoli dall'accusa di razzismo
Roberto Calderoli

“Vorrei proprio vedere se hanno il coraggio di guardarmi negli occhi”: se, come ha affermato all’Espresso , aspetta un segnale dai senatori Pd per il voto di Palazzo Madama che ha salvato Roberto Calderoli da un processo per razzismo, Cécile Kyenge può probabilmente attendere in assoluta calma. Dietro la fredda conta numerica, infatti, c’è tutto un abisso da esplorare. Dai risvolti sinceramente inaspettati.

Secondo l’esito della votazione, solo 45 senatori hanno reputato che, per aver paragonato l’allora ministro dell’Integrazione a un orango, Calderoli meritasse l’aggravante della discriminazione razziale prevista dalla legge Mancino. Mentre per ben 196 quella “battuta”, come l’ha definita il suo autore, era insindacabile, perché in quel comizio il politico leghista stava esercitando le sue funzioni da parlamentare.

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A scandagliare dietro questi quasi 200 senatori che hanno “graziato” l’esponente del Carroccio dalla pesantissima accusa, come ha fatto l’Espresso sulla base dei tabulati e delle votazioni , si resta tuttavia sorpresi per l’entità del supporto ricevuto dallo schieramento avverso. A essere convinti che paragonare una donna di origini congolesi a un primate non prefiguri un caso di razzismo che esuli dalle funzioni parlamentari sono stati 81 senatori Pd. Ovvero oltre due terzi del totale, considerato che i democratici a Palazzo Madama contano 113 onorevoli. Con una trasversalità assoluta fra maggioranza, minoranza interna, dissenzienti e dissidenti vari.

Si va dal capogruppo Luigi Zanda presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, relatrice delle riforme costituzionali lo scorso anno proprio con Calderoli, dalla vicepresidente del Senato Valeria Fedeli a renziani osservanti tipo Andrea Marcucci. Fino agli anti-Renzi per eccellenza, esponenti della sinistra interna che in questi giorni stanno alzando le barricate sulla riforma della Costituzione come Vannino Chiti o il bersaniano Miguel Gotor.

Di questi 81, la gran parte (68) hanno votato l’autorizzazione per far processare Calderoli per diffamazione, in ossequio alla via di mezzo escogitata dal Pd per non “assolvere” del tutto l’ex ministro. Ma ce ne sono stati alcuni che hanno votato sia contro l’aggravante razziale che contro la diffamazione, proprio come il centrodestra. Nove in tutto: Daniela Valentini, Mara Valdinosi, Maria Rosa Di Giorgi, Silvana Amati, Corradino Mineo, Raffaele Ranucci, Francesco Scalia, Ugo Sposetti e Ludovico Sonego. Altri ancora hanno invece ritenuto non ci fosse discriminazione e non hanno votato al momento di esprimersi sull’autorizzazione a procedere per diffamazione: Anna Finocchiaro, Rosanna Filippin, Walter Tocci, Giuseppe Cucca, Claudio Broglia e Rosaria Capacchione.

Ma la convinzione che non ci fosse del razzismo nelle parole di Calderoli ha fatto breccia anche in un partito, come Sel, che si dice in prima linea sui diritti civili. Su sei senatori vendoliani, tre hanno votato contro l’aggravante della discriminazione e si sono astenuti sulla diffamazione: Loredana De Petris, Luciano Uras e Giovanna Petraglia. Con loro anche l’ex grillina Maria Mussini.

Calderoli ha comunque potuto contare anche sull’aiuto di alcuni Cinque stelle, malgrado l’indicazione del gruppo prevedesse due voti contrari alle proposte di insindacabilità. Serenella Fucksia, la senatrice “tentata” dal salvataggio di Giovanni Bilardi in Giunta delle immunità – come Adele Gambaro, espulsa dal M5S – ha votato come il centrodestra: nelle parole di Calderoli non prefigura diffamazione né razzismo. Mentre le grilline ortodosse Laura Bottici e Nunzia Catalfo non hanno votato sull’aggravante razziale ma si sono espresse a favore del processo per ingiurie.

Non è mancata neppure qualche sorpresa assoluta, come quella che riguarda le senatrici fuoriuscite dal Carroccio per aderire al progetto “Fare!” di Flavio Tosi: Raffaela Bellot, Patrizia Bisinella ed Emanuela Munerato. Tutte e tre si sono espresse sia a favore della discriminazione razziale che della diffamazione. Hanno votato male o si tratta di una vendetta postuma nei confronti dell’ex collega leghista?

No alla modifica della Costituzione e del Senato -Dedichiamo a tutti questo video per ricordare la Costituzione

La ragazza che tesse le radici di Pamela Marelli in femminismo, Letterate Magazine, LM Home, Parole/Vision


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Adua, l’ultimo romanzo di Igiaba Scego è una riuscita ricostruzione della Storia condivisa da Italia, Somalia, Etiopia: un attraversamento del colonialismo italiano, che dagli anni ’30 del Novecento arriva fino al 2013, tramite le intrecciate vicende dei personaggi principali.

La struttura del testo alterna la narrazione in prima persona di Adua, la protagonista femminile, ai brevi paragrafi intitolati “paternale” nei quali il padre con tono autoritario ed impositivo veicola le regole che impongono a chi nasce femmina il percorso per diventare una donna come si deve, cui segue la storia di Zoppe, il papà di Adua, narrata in terza persona attraverso i frammenti della dura vita di un uomo costretto a subire le sfaccettate violenze del regime coloniale fascista.

Il romanzo di Scego racconta il mancato incontro tra un padre ed una figlia, l’incapacità di trovare un linguaggio comune per trasmettersi affetto, sostegno, reciproca comprensione.

Adua confida ciò che vive all’elefante del Bernini -statua che sostiene l’obelisco di Piazza Santa Maria della Minerva a Roma- al quale in questo modo descrive il rapporto con Zoppe: “Finché è stato vivo l’ho chiamato poco papà.[…] E poi la verità, elefantino, è che non sono mai andata d’accordo con lui. Avevamo caratteri forti, eravamo prime donne, mazzolati dalla vita. Nessuno dava spazio all’altro e tra noi erano inevitabili le scintille. Se alla fine il nostro rapporto era diventato quasi accettabile, all’inizio ci fu una vera guerra tra noi.”

Mi avete sempre descritto come un burbero -pare risponderle Zoppe- Quando stavi sotto il mio tetto eri in carne, bella, robusta come una donna deve essere. E poi ti ho educata. Ti ho educata bene. In questo lurido paese non c’è ragazza educata meglio.”

DSC00085 taglioIl romanzo non affronta solo il legame tra padre e figlia, accomunati dalla morte delle rispettive madri al momento del parto, ma racconta la paternità anche attraverso il legame tra Zoppe e suo padre l’indovino Hagi Safar: il loro magico e visionario incontro è narrato in uno dei capitoli più suggestivi del libro.

Igiaba delinea personaggi complessi, articolati, cangianti, segnati nei corpi dall’impatto con la Storia e lo fa decostruendo stereotipi e semplificazioni.

Zoppe, anch’egli dotato del dono della visione, vive a Roma come traduttore del regime coloniale fascista ma ciò non lo salva dalle violenza fisiche dei suoi sgherri. Fa amicizia con una famiglia ebrea vicina di casa, vittima delle persecuzione causate dalle leggi razziali. Subisce la sottomissione come servo di un perverso conte italiano che lo porta in Etiopia, ma si identifica con l’insubordinazione. “Dovresti ringraziarmi, ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario.”

Adua sogna il cinema e l’Italia. “Io volevo essere come Norma Jean e basta. Del resto me ne fregavo. Volevo le luci, i premi, i tappeti rossi, i baci appassionati.[…] Nessuno ci aveva mai raccontato che il colonialismo era il male. Anche chi conosceva la verità ha taciuto. Mio padre, ad esempio, ha taciuto. Biascicava frasi, parole così vaghe che non spiegavano, non raccontavano. Ero una ragazzina, non pensavo alle faccende della politica.”

Adua vive disillusioni e violenze di un sistema razzista, elemento che seppur in contesti diversi accomuna la sua esperienza a quella di Zoppe, e sperimenta inoltre la sottomissione riservata alle donne, il maschilismo occidentale che esotizza la bellezza somala rendendola carne da divorare nello svilente e vorace mondo del cinema soft pornografico degli italiani anni ’60-’70.

Nell’intenso romanzo tornano i temi cari alla scrittrice: la centralità dei corpi narrata attraverso l’infibulazione e lo stigma per la sharmuto (puttana), la migrazione odierna, l’incontro tra diversi, i naufragi marini.

Il giovane marito di Adua è un ragazzo sbarcato a Lampedusa, chiamato con ferocia dalla sua comunità Titanic. “Solo quando si arrabbia mi chiama Vecchia Lira. E’ così che i giovani Titanic chiamano le donne della diaspora. Usano nei nostri confronti la stessa violenza che noi usiamo nei loro. Non è bello chiamare un ragazzo che ha rischiato la vita in mare con il nome di una nave che affonda.” Adua accudisce il consorte “così non pensa alle crudeli onde del Mediterraneo che stavano per travolgerlo. Non pensa ai tranquillanti che gli hanno messo nelle zuppe insipide del centro di accoglienza. Non pensa alla ragazza che amava, stuprata e uccisa nel deserto dai libici”.

L’intento di Scego di non analizzare dettagliatamente le epoche storiche trattate – “il colonialismo italiano, la Somalia degli anni ’70 e la nostra attualità che vede il Mediterraneo trasformato in una tomba a cielo aperto per i migranti”- ma trasformarle in emozioni, visioni, vissuti è ben riuscito.

Il romanzo si chiude in Piazza dei Cinquecento, di fronte alla stazione Termini, dedicata ai soldati italiani morti nella battaglia di Dogali del 1897, nell’intento espansionista a danno del popolo eritreo.

In questa piazza Adua vive un simbolica rinascita dalle varie forme di schiavitù subite, la possibilità di narrarsi in prima persona, di partire da sé per raccontare la sua storia, ritrovando una forza combattiva grazie anche al sostegno dalla sua amica Lul. Che, se l’avesse incontrata prima, “mi avrebbe evitato la pena di titoli come La bollente fighetta nera.[…] Se ci fosse stata Lul mi avrebbe trascinato in piazza tra le donne che stavano manifestando per il diritto all’aborto e mi avrebbe fatto capire che quelle donne combattevano anche per i miei diritti, per liberare il mio corpo dai desideri bavosi di una società al collasso.[…] Lul mi avrebbe proibito l’uso delle creme sbiancanti,… si sarebbe opposta come una fiera all’allisciamento dei miei capelli.[…] E poi se ci fosse stata Lul mi avrebbe insegnato ad essere orgogliosa di me stessa. Mi avrebbe salmodiato il mio albero genealogico, come se fosse una poesia in endecasillabi e mi avrebbe poi detto: “tu sei nata dalle ossa di questi antenati, non ti dimenticare le loro ossa, la tua radice”.

Igiaba Scego con Adua ci ricorda le origini comuni, le vicende passate dove nascono le tragedie presenti, il legame tra colonialismo e migrazioni, confermando l’impegno politico letterario attraverso narrazioni che riempiono di storie e significato avvenimenti che ci riguardano, sollecitando riflessioni e spingendoci in azioni atte a creare luoghi materiali e simbolici di accoglienza, confronto e condivisione.

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Igiaba Scego, AduaGiunti, 2015, 192 pagine, 13 euro

Polveri sottili, entro il 2050 potrebbero raddoppiare le vittime autore redazione da: controlacrisi.org

L’inquinamento atmosferico causa ogni anno la morte prematura di oltre 3 milioni di persone a livello mondiale, con una maggiore incidenza in Asia. Sono le conclusioni a cui è arrivato l’Istituto Max Planck per la chimica in uno studio pubblicato sulla rivista Nature, in base al quale la mortalità da inquinamento dell’aria potrebbe raddoppiare entro il 2050 arrivando a interessare 6,6 milioni di persone all’anno.
Gli esperti hanno combinato un modello globale di chimica atmosferica con i dati demografici e le statistiche sulla salute per stimare il contributo di diversi inquinanti, in particolare nelle polveri sottili, alla mortalità prematura. Stando ai dati, le emissioni derivanti dall’energia residenziale, ad esempio per riscaldarsi e cucinare, sono prevalenti in India e Cina e hanno l’impatto più alto a livello mondiale sulle morti premature. In molte aree degli Usa a pesare sono il traffico e la produzione di energia, mentre in Europa, Stati Uniti orientali, Russia e Asia orientale le emissioni provenienti dall’agricoltura danno il contributo maggiore alle polveri sottili.
Secondo uno studio correlato, condotto dall’università inglese di Leeds e pubblicato su Nature Geoscience, tra 400 e 1.700 morti premature si sarebbero potute evitare se fossero stati ridotti in modo considerevole gli incendi legati alla deforestazione registrati nell’Amazzonia brasiliana negli ultimi anni. Gli esperti hanno unito misurazioni satellitari e terrestri a un modello di trasporto chimico per dimostrare che, nella regione, le concentrazioni di polveri sottili sono calate del 30% durante la stagione secca, proprio a seguito della riduzione degli incendi associati alla deforestazione.