Matteo Renzi e Maria Elena Boschi: “Aspettiamo la riforma della Costituzione da 70 anni”. Su twitter: “Ma ancora non era in vigore”da:Redazione, L’Huffington Post

Pubblicato: 17/09/2015

Questa volta il difficile rapporto tra il governo Renzi e i numeri non interessa i dati sul lavoro, ma le date. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato: “Abbiamo l’esigenza di rispettare la data del 15 ottobre, perché poi dobbiamo presentare la legge di Stabilità”. Ma, ha ammesso, non c’è alcuna fretta di approvare il suo ddl: “Quale fretta? Sono 70 anni che stiamo aspettando la fine del bicameralismo paritario”. Lo stesso premier Renzi, durante la conferenza stampa con il premier lussemburghese Xavier Bettel, ha dichiarato: “Non per cattiveria, ma a chi dice state facendo troppo veloci rispondo: non per cattiveria, ma questa riforma è attesa da 70 anni”.

Il premier e la ministra si sono lasciati un po’ prendere la mano, nella difesa del ddl che vuole modificare le prerogative e la composizione del Senato. La Costituzione italiana è stata infatti approvata il 22 dicembre 1947 e promulgata il 27 dicembre 1947, ed è entrata in vigore il 1º gennaio 1948. Difficile che qualcuno volesse riformarla prima ancora di averla approvata.

Su twitter in tanti hanno notato la gaffe dei primi firmatari del disegno di legge costituzionale: “Per Renzi riforme sono attese da 70 anni. Stavolta si è veramente allargato. Costituzione è del 48, di anni ne ha 67”, scrive un utente. Un altro: “Renzi, “Riforma della Costituzione attesa da 70 anni”. Cioè torniamo al fascismo?”; e ancora: “Cmq bisogna ricordare a Renzi che la riforma della costituzione non è attesa da 70 anni, a meno che non parli di quella della RSI”.

L’Italia è Cosa Nostra e Rosy Bindi ha ragione da: antimafia duemila

lodato bindidi Saverio Lodato
Ha ragione Rosy Bindi. E ha ragione senza se e senza ma. E merita dunque un plauso, non tanto per quello che ha detto, e che in Italia sanno tutti, ma per averlo ripetuto, non arretrando di fronte al polverone degli “indignati” che pretendevano un suo atto di contrizione una volta che la santabarbara era esplosa. La Bindi ha detto che Napoli e la camorra sono la stessa pasta, che una non può prescindere dall’altra, che anzi la camorra è elemento costitutivo della storia stessa città. Come darle torto?
Se ragazzini di dieci anni imbracciano i kalashnikov, se ci sono quartieri dove le forze dell’ordine non si arrischiano ad entrare, se le esecuzioni a colpi d’arma da fuoco scandiscono il tremendo tran tran dei regolamenti di conti, non ci vuole un particolare acume sociologico per esprimersi come si è espressa la Bindi. Basterebbe riconoscere l’evidenza, prendere atto di quanto la metastasi sia entrata in profondità nel tessuto del capoluogo campano. E il discorso sarebbe chiuso.

D’altra parte questa è una storia vecchia che si ripete. Anche in Sicilia, in epoche lontane, quando si affastellavano i cadaveri di mafia, si levava puntuale la voce del politico di turno per lamentare che qualcuno stava scempiando “l’immagine della Sicilia”; ma il riferimento non era ai mafiosi, l’accusa veniva infatti rivolta a quanti la mafia la denunciavano e la combattevano. Non dimenticheremo mai, a tale proposito, come all’indomani dell’uccisione a Palermo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (3 settembre 1982), sul banco degli imputati finì suo figlio Nando, che in un libro si era permesso di scrivere, per Palermo, concetti analoghi, a quelli utilizzati oggi, per Napoli, dalla Bindi. I suoi accusatori, giusto per fare qualche nome, rispondevano ai nomi di Salvo Lima, del sindaco di Palermo Nando Martellucci, del presidente della regione siciliana, Mario D’Acquisto…
Niente di nuovo sotto il sole. Ma sarebbe ora che si riconoscesse una buona volta che come la camorra è elemento costitutivo della storia della città di Napoli, la mafia lo è di quella della Sicilia, la ‘ndrangheta di quella della Calabria. E che si riconoscesse che da anni, ormai, le mafie d’Italia hanno spiccato il volo dalle loro regioni d’origine invadendo l’intero territorio nazionale. L’ultima Vedetta Lombarda che non si era accorta di quanto era accaduto era Bobo Maroni che strepitava perché qualcuno si era permesso di dire che la mafia calabrese era arrivata in Lombardia.
E negli ultimi mesi, la vicenda di Roma che è apparsa a tutto il mondo per quello che è, vale a dire la Capitale di uno Stato-Mafia, non è forse la riprova di un’infiltrazione massiccia dei poteri criminali nei gangli istituzionali, oltre che sul territorio, cosa questa che già si sapeva? Invece, si scioglie il Comune di Ostia perché Roma intenda… Ma Roma non si tocca, perché Il Pd pretende così per ragioni elettoralistiche. E tutt’al più si grida allo scandalo se sfilano i cavalli neri al funerale di Vittorio Casamonica, “Re di Roma”, fra note del Padrino e petali di rosa, o quando i Casamonica fanno gli onori di casa a “Porta a Porta”.
Sono cose ovvie, evidenti. In Italia, la colpa è sempre del “cinematografo”… Che ci vuole per capirlo? Invece sono fatti, sono immagini che non usciranno più dall’immaginario collettivo degli italiani. Come le facce di Buzzi e del “cecato”, o quella del ministro Poletti che pranzava, a sua insaputa, nella bella tavolata che raccoglieva tutti i capi tribù (Pd Incluso) che a Roma si erano spartiti ogni foglia che si muoveva, immigrati compresi.
Per inciso: le cronache ci informano che il prefetto Franco Gabrielli ha posto finalmente una questione di principio: ma dove sta scritto – ha dichiarato – che il 5 per cento dei lavori in una città grande come Roma debba andare d’imperio alla galassia delle cooperative? E anche in questo caso, per quello che può valere, chapeau al prefetto Gabrielli che tante ne ha sbagliate in questa storia, ma questa, finalmente, ci pare che l’abbia detta molto giusta.
Ma c’è un gran teorico delle “immagini” del Bel Paese da salvare, e da non “storpiare”, che risponde al nome di Giuliano Ferrara. Il quale conduce una personalissima battaglia per spiegare che quella che è saltata fuori dall’inchiesta della Procura romana non è mafia, visto che cadaveri per le strade non ne sono stati raccolti. Anche Ferrara appartiene al mondo dell’ovvio. A lui, infatti, non dispiaceva neanche la mafia siciliana, tanto è vero che quando era più giovane, insieme a un altro specchiato esponente del “garantismo” alla matriciana, il giornalista Lino Jannuzzi, indicava in Michele Greco, allora definito “Il Papa” di Cosa Nostra, un valente coltivatore di limoni; e in Bruno Contrada, mafioso ormai per sentenza di Cassazione, il Poliziotto di gran fiuto triturato nel frullatore dell’Antimafia di Regime.
Ecco perché non ci siamo meravigliati per niente di fronte alla levata di scudi contro la Bindi. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, han fatto il solito pianto delle prefiche, sebbene siano loro, per primi, a sapere su quale vulcano siano adagiate le loro poltrone.
Ma lo devono fare di mestiere, perché non accettano che altre istituzioni mettano il naso nei loro “orticelli”, perché i camorristi, sino a prova contraria, votano… E sono tanti voti a finire nel cesto… Anche questo non dovrebbe essere difficile da capire. E poi non dimentichiamo che è da Napoli che è partito il cocchio di cavalli neri diretto a Roma capitale dello Stato-Mafia… per il funeralone Casamonica.
L’Italia è Cosa Nostra. Si può dire? O si fa peccato?

saverio.lodato@virgilio.it

Tagli sanità. Mangiacavalli (Ipasvi): “Senza risorse e personale il crollo dei servizi è inevitabile” da:quotidianosanità.it

 
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Per la presidente della Federazione nazionale il Governo dovrebbe ‘aggredire’ altre sacche di sprechi evitando di intervenire sulla salute dei cittadini. “E convochi chi vive il Ssn quotidianamente per trovare insieme altre strade di vero risparmio: quelle a spese di pazienti, servizi e personale, i sindacati e le associazioni professionali hanno già dichiarato di essere pronti a sbarrarle”.

16 SET – “Basta coi tagli: non ne possono più né i cittadini né chi lavora in sanità”, afferma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ipasvi commentando il botta e risposta Renzi-Lorenzin-Padoan sui possibili “risparmi” in sanità, magari congelando ancora una volta l’aumento del fondo scritto nell’ormai inutile Patto per salute. Il rischio è che in due anni il Ssn perda quasi 6 miliardi, anche se Lorenzin afferma che sotto i 112 miliardi non si può andare. Secondo Mangiacavalli così innovazione, assistenza, e tutela dei diritti dei cittadini diventano una farsa e la sanità il bacino a cui attingere risorse per altre occasioni.

Sull’ipotesi di blocco del turn over, poi, la presidente Ipasvi lancia l’allarme rosso: “In questo modo il rischio non è solo per il Ssn, ma anche per i pazienti. E per gli stessi operatori ‘superstiti’ perché le carenze di organico aumentano le liste d’attesa, i rischi di inappropriatezza dell’assistenza e i rischi anche fisici per il personale sottoposto a stress eccessivi; la National Patient Safety Agency (NPSA) inglese ha registrato più di 30mila incidenti riguardanti la sicurezza del paziente correlati a problemi di organico e che la mancanza di infermieri secondo studi internazionali consolidati, aumenta del 7% il rischio di mortalità dei pazienti”.

 

“Le prime anticipazioni del Conto annuale del ministero dell’Economia (Ragioneria generale dello Stato) indicano nei primi tre quarti del 2014 una riduzione dello 0,59% degli organici rispetto al 2013. Significa che al Ssn sono mancati in un solo anno (e i dati non sono ancora completi ipotizzando quindi una perdita anche maggiore), circa 3.900 operatori, già calati di oltre 5.600 unità tra il 2013 e il 2012. Dal 2009, primo anno del blocco del turn over, il Ssn ne ha persi fino al 2013 circa 23.500 (-3,4%) e aggiungendo questi ulteriori ‘desaparecidos’ si sfiorano i 30mila professionisti in meno. Per quanto riguarda in particolare il personale infermieristico, il calo previsto in base alle anticipazioni per il 2014 è di quasi 1.200 unità (-0,41%). Dal 2009 il Ssn ha quasi 3.200 infermieri in meno (-0,50% circa) di cui poco meno di mille sono quelli persi tra il 2013 e il 2012”.

“Credo si possa tranquillamente sostenere che il personale del Ssn (tutto e in particolare gli infermieri che hanno il compito di assistere i pazienti h24) ‘ha già dato’ e che il Ssn non debba più essere considerato il come bancomat di un’Economia sempre col fiato corto. Esistono situazioni in cui è possibile ancora risparmiare qualcosa forse, come dice Padoan, e mi riferisco a tutto quello che non è il ‘core’ del Ssn (la tecnostruttura, per intenderci). Ma non è certo il modo di farlo quello di togliere a tutti. Probabilmente anche per il personale ci sono realtà (ma sono davvero poche) in cui potrebbe essere sovradimensionato. Tuttavia la maggioranza delle strutture di assistenza soffre sia i tagli lineari alla spesa che compromettono i servizi, sia la carenza ormai allarmate di personale che rischia di paralizzare il servizio sanitario pubblico. L’invito – ha concluso Mangiacavalli – è che il Governo ‘aggredisca’ altre sacche e lasci stare la salute dei cittadini. E convochi chi ‘vive’ il Ssn quotidianamente per trovare insieme altre strade di vero risparmio: quelle a spese di pazienti, servizi e personale, i sindacati e le associazioni professionali hanno già dichiarato di essere pronti a sbarrarle”.

La Lombardia approva norma anti-accoglienza: penalizzati gli albergatori che ospitano rifugiati da: la stampa

I gestori che utilizzano gli hotel per «fini non turistici» esclusi dai bandi della Regione. L’emendamento alla legge elettorale voluto dalla Lega. Esulta Salvini, insorge il Pd
LAPRESSE

Il governatore della Lombardia Roberto Maroni

16/09/2015

Penalizzare gli albergatori che hanno dato accoglienza ai richiedenti asilo in maniera volontaria. Sarà questo l’effetto di un emendamento alla legge sul turismo approvato questa sera, mercoledì 16 settembre, dal Consiglio regionale della Lombardia. A favore della proposta della Lega ha votato compatto il centrodestra, contrarie le opposizioni e il Movimento 5 Stelle.

 

Il provvedimento contestato

L’Aula del Pirellone, presente anche il governatore Roberto Maroni che ha appoggiato l’iniziativa, è stata bloccata per due giorni sulla discussione di questo passaggio minimale rispetto al resto della legge, coi consiglieri che poi si sono lamentati che la stampa non abbia parlato molto di turismo. La Lega, che da settimane organizza picchetti di protesta di fronte agli hotel in questione, aveva fatto proposte più esplicite: dare premialità «per le strutture ricettive lombarde che dichiarano di non ospitare soggetti privi di regolare permesso di soggiorno o soggetti di cui non è stato ancora acclarato lo status di rifugiato». E di multare da 5.000 a 10.000 euro le strutture ricettive che accolgono «soggetti entrati illegalmente» in Italia, con possibile sospensione dell’attività.

 

Deroga per disposizioni dell’autorità

La norma approvata dal Consiglio regionale alla fine afferma la possibilità di accedere ai bandi di finanziamento regionale solo «qualora il fatturato o il ricavato dell’attività ricettiva degli ultimi tre anni sia integralmente derivante dall’attività turistica». Ciò detto, «non sono computate le entrate relative ad attività conseguenti a calamità naturali o altri eventi determinati da disastri naturali o incidenti di particolare rilevanza o in esecuzione di specifici provvedimenti coattivi».

 

Salvini esulta, il Pd insorge

«Approvata la proposta della Lega di non dare finanziamenti agli albergatori che ospitano immigrati a pagamento. Bene! Pd e 5 Stelle hanno votato contro, per loro va bene così…». Matteo Salvini commenta così la notizia.

 

«È una norma ingiusta, che cozza contro i principi fondamentali della Costituzione e per questo chiediamo al governo di impugnare la legge in questione, non appena sarà approvata», commenta invece il senatore del Pd Franco Mirabelli, che intende sollevare la questione al termine della seduta odierna del Senato.

La Corte dei Conti ha prosciolto Antonio Ingroia dall’accusa di danno erariale da:azione-civile.net

sicilia e-servizi

La Corte dei Conti ha prosciolto per difetto di giurisdizione Antonio Ingroia, Rosario Crocetta, tutti gli assessori coinvolti e l’avvocatura distrettuale dello stato dall’accusa di danno erariale in merito all’assunzione di personale a Sicilia E-Servizi, la società partecipata che si occupa dell’informatizzazione della Regione Sicilia di cui Ingroia è Amministratore Unico. “Sono molto soddisfatto – ha dichiarato Ingroia dopo aver saputo della sentenza – e sono grato ai miei legali per l’ottimo lavoro. Ero certo sin dal primo momento che questa sentenza sarebbe arrivata perché ero certo di aver compiuto il mio dovere nel pieno rispetto delle leggi nonostante mi fossi trovato ad affrontare una situazione emergenziale per la continuazione di servizi essenziali per i siciliani come il Cup e il 118. L’operazione di risanamento della società, cominciata oltre un anno fa, ha portato finora a un risparmio di decine di milioni rispetto alle passate gestioni, altro che danno erariale. Ora il processo di informatizzazione dei settori essenziali della Regione Sicilia può continuare con ancora maggiore impulso”.

I FATTI – Ma perché la Corte dei Conti aveva indagato Ingroia, Crocetta, mezza giunta e l’avvocatura distrettuale dello stato?  Nel dicembre 2013 il governatore della Sicilia Crocetta, che qualche mese prima aveva nominato Ingroia commissario liquidatore della società, decide che Sicilia E-Servizi è società di importanza strategica per la Regione, decide di renderla interamente pubblica e quindi di fare a meno del socio privato con cui condivideva la gestione.

Tutto il know how dell’azienda, i software, il personale, sono dell’ex socio privato e solo i loro informatici, nel frattempo licenziati, sanno come gestire quelle procedure, indispensabili per il funzionamento di servizi essenziali della Regione come il 118, il Cup, le buste paga di tutti i dipendenti regionali. Si prova a capire se esiste personale interno alla regione che possa prendere il posto dei dipendenti. Alla fine si decide di assumere in blocco tutto il personale licenziato dall’ex socio privato nella partecipata. Preventivamente viene chiesto un parere all’avvocatura distrettuale dello stato che è favorevole. Nel gennaio del 2014, dunque, 74 unità sono assunte a tempo determinato, per 18 mesi, da Sicilia E-Servizi.

Ingroia, però, decide di concedere un periodo di prova prima di procedere all’assunzione e nomina una commissione di tre esperti per valutare i curricula degli assunti e la loro idoneità. In 16 non superano i periodo di prova, è il caso, ad esempio, di alcuni parenti di boss mafiosi.

LA DENUNCIA – Ad aprile 2014 la doccia fredda: il vice procuratore della Corte dei Conti di Palermo, Gianluca Albo, indaga Ingroia, Crocetta, buona parte degli assessori della giunta di allora e perfino l’avvocato dello stato per danno erariale di 2,2 milioni di euro. Quelle assunzioni, dice Albo, sono illegittime perché non passate attraverso regolare concorso.

Chi sia Gianluca Albo lo racconta bene Aaron Pettinari di Antimafia Duemila, l’unico che sente puzza di bruciato e si prende la briga di indagare sulla vicenda, che scrive un articolo in quei giorni di cui vale la pena di leggere almeno le righe finali.

Dopo l’inchiesta della Corte dei Conti anche la Procura di Palermo indaga sulle assunzioni. Il Pm chiede l’archiviazione ma un gip solerte chiede un supplemento di indagini al momento ancora in corso.

Nel frattempo alcuni dei dipendenti che non hanno superato il periodo di prova chiedono e ottengono il reintegro dal giudice del lavoro. Anche questi dà torto a Ingroia perché ne ordina l’assunzione a tempo indeterminato.

IL PARADOSSO – Da un lato la magistratura contabile afferma che le assunzioni di Ingroia sono illegittime e non dovevano essere fatte. Dall’altro il tribunale del Lavoro dice non solo che andavano fatte ma che il personale andava assunto a tempo indeterminato.

1300 EURO AL GIORNO PER OGNI DIPENDENTE – Nei mesi dal gennaio 2014 a oggi Sicilia E-Servizi consolida la propria posizione, allarga e aumenta i propri servizi e chiude il bilancio con 11 milioni circa di spesa. Vale la pena di ricordare che, a parità di personale e di servizi, quando ancora Sicilia E-Servizi era una società mista la spesa variava tra i 35 e i 50 milioni di euro l’anno. Con l’amministrazione Ingroia il risparmio per il solo primo anno è di qualche decina di milioni di euro. Tanto per capire di cosa parliamo, la Regione, prima di Ingroia e di Crocetta, pagava al socio privato per ogni dipendente una cifra oscillante tra i 570 e i 1300  euro al giorno (al giorno!!!). Inutile aggiungere che quei soldi non andavano ai dipendenti. Oggi la Regione stanzia cifre tra i 1200 e i 1700 euro lordi al mese, a seconda del livello contrattuale di ogni singolo dipendente.

Questo immane spreco di soldi pubblici ha convinto Ingroia a denunciare le precedenti gestioni di Sicilia E-Servizi alla Procura di Palermo.

La redazione

Sanità, si gratta ancora dal fondo del barile da: editoriale nuova unità | nuovaunita.info

09/09/2015

Diritto alla salute addio! Come dire: morite prima così risparmiamo anche sulle pensioni, e possiamo potenziare le spese militari per la guerra. Nella calura estiva una vera e propria mazzata si è abbattuta sulla sanità pubblica. Il Governo deve far quadrare i conti come richiede l’UE e le spese sanitarie sono tra i primi tagli della spending review.
Non tagli agli sprechi o razionalizzazione delle risorse, ma tagli lineari che colpiscono la salute. Il capolavoro del deputato Pd Gutgeld, fedele renziano, è una voragine di 10 miliardi che si aggiunge a quella degli ultimi anni e che attacca la prescrizione degli esami. Basta con analisi, tac e risonanze magnetiche, visite specialistiche, stop a quasi 200 prestazioni specialistiche e a oltre cento tipologie di ricoveri ritenuti uno spreco miliardario.

Strutture sanitarie e medici avranno un limite di prescrizione oltre al quale non potranno andare, vale a dire che i pazienti saranno privati di diagnosi accurate se non a proprie spese, come se già non bastasse il pagamento dei ticket. Introdotti con la giustificazione del ripiano del deficit della spesa sanitaria accumulato in seguito a gestioni clientelari, di corruzione, di tangenti, ruberie varie ecc. Un balzello per la spesa sanitaria che si paga già attraverso il prelievo fiscale generale, l’Irpef e le assicurazioni auto.

Il Sistema sanitario nazionale, nato nel 1978 forte di una mobilitazione che si richiamava all’art. 31 della Costituzione, è un vago ricordo. Dal 1992 con De Lorenzo, allora ministro della sanità, ad oggi una serie di controriforme, la riforma del titolo V, le politiche della Commissione europea, hanno cambiato completamente i principi ispiratori e la sanità è diventata un’azienda che deve produrre profitto. Anche con il governo Prodi e Rosi Bindi ministro, nel 1999, si è confermata l’aziendalizzazione e la regionalizzazione, inoltre sono stati introdotti i LEA, i livelli essenziali di assistenza.

L’attuale attacco durissimo alla sanità, con differenze tra Regione e Regione per via del Patto Stato-Regioni, mette a serio rischio il diritto alla salute. La riduzione di personale – sottoposto a turni e orari massacranti per contratti firmati da quei sindacati che dovrebbero difendere i lavoratori – mette in pericolo la salute stessa dei dipendenti e abbassa il livello di qualità del servizio. E a sopperire vuoti e posti vacanti sono chiamati a lavorare, gratis, i volontari (speranzosi in una futura assunzione), perché l’Italia per numero di infermieri è sotto la media OCSE: 6,4 per mille abitanti contro media Ocse a 8,8 mancano quindi 60 mila infermieri.

Cosa sta accadendo nella sanità pubblica? Depotenziamento, ridimensionamento e declassamento di interi ospedali obbligano pazienti e parenti a scomodi e costosi spostamenti. Per evitare lunghe liste d’attesa si dirigono i pazienti verso il cosiddetto volontariato, cioè verso il terzo settore che alle Regioni costa più del servizio interno, si riducono i posti letto (la media Ocse è 4,8 per mille abitanti mentre in Italia è a 3,4 mille e 12 anni fa era a 4,7), si limitano i giorni di degenza, si è introdotta l’intramoenia – il sistema che permette agli specialisti l’uso privato della struttura pubblica a pagamento -. Si chiudono i reparti maternità là dove si registrano meno di 1000 parti all’anno costringendo le donne – stressate dal travaglio – a lunghi percorsi su strade spesso dissestate, impervie, piene di curve e l’uso dell’elicottero dalle isole, tempo permettendo.

Con l’imposizione del DRG (diagnostic related group), una sorta di prezzario delle prestazioni in uso negli Stati Uniti ai pazienti non è garantita la necessaria assistenza e vengono dismessi non completamente guariti. E mentre si eliminano i presidi di quartiere e gli ospedali, se ne costruiscono altri con il sistema economico del project financing per assicurare ulteriori profitti e speculazioni finanziarie ai privati e per loro la sanità diventa un vero e proprio affare. Lo scopo del Governo nazionale e regionale tra chiacchiere e slogan smentite dalla realtà è chiaro: smantellare il servizio pubblico sanitario – che è un diritto costituzionale – per orientarlo verso la totale liberalizzazione e privatizzazione, con grande vantaggio dei pazienti ricchi, delle cliniche private, delle compagnie assicurative (Unipol sta spopolando), del terzo settore cosiddetto volontariato.

In piena sintonia con quanto richiesto dall’imperialismo Usa attraverso il TTIP, il trattato che l’UE sta firmando, e con il Tisa, “Trade in services agreement”, altro accordo che l’Italia sta negoziando su pressione di grandi lobby e multinazionali attraverso la Commissione europea e che riguarda la privatizzazione di tutti i servizi fondamentali ancora oggi pubblici (istruzione, trasporti) compresa la sanità. Sebbene in Italia ci siano 10 milioni di cittadini che rinunciano alle cure mediche per le loro cattive condizioni economiche e altri milioni si sacrificano per pagare i ticket, si ha la percezione che l’antipopolare attacco al diritto alla salute e il futuro “americanizzato” che ci aspetta, non sia recepito dai cittadini.

Forse la comunicazione del Governo, seppure parziale e non veritiera è così convincente? La salute non è un tema che interessa parlamentari e politicanti che sanno bene come stanno le cose, ma hanno l’interesse di procedere verso una società sempre più elitaria eliminando il welfare. Liberalizzazione e privatizzazione sono termini cari anche alle forze di destra che difendono i servizi pubblici, ma solo a parole e strumentalmente.

Tutti sanno che la spesa militare continua ad aumentare, sanno che l’Italia spende 70 milioni al giorno per la “difesa”, che il governo Renzi (scavalcando il Parlamento) si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e fornire a Kabul un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato a sostenere lo speciale fondo al governo di Kiev, candidato a entrare nella Nato ed allargare ulteriormente l’Alleanza atlantica ad est. Sanno quanto costa mantenere lo staff dei quartieri generali attraverso i ministeri degli esteri per coprire i costi operativi e di mantenimento della struttura militare internazionale (circa il 9% per “operazioni e missioni a guida Nato”). E quanto si spende per le Basi Usa e Nato sul nostro territorio? E per le esercitazioni militari? È di questi mesi una delle più grandi esercitazioni Nato la TJ15 che vede impegnate soprattutto in Italia, Spagna e Portogallo oltre 230 unità terrestri, aeree e navali e forze per le operazioni speciali di oltre 30 paesi alleati (36 mila uomini, oltre 60 navi e 140 aerei da guerra).

Tutti impegni che non solo inquinano, non solo trascinano l’Italia in nuove guerre, ma sottraggono enormi risorse alla spesa sanitaria, alle pensioni, all’occupazione e alla solidarietà verso gli immigrati. Tutti tacciono sullo spreco di denaro e sulle grandi spese (comprese quelle per governo e parlamentari) e accettano i tagli della sanità. Quindi per tornare all’argomento iniziale non ci sono scorciatoie. La lotta e l’organizzazione, anche su argomenti parziali come il rifiuto della speculazione sulla salute, su quel diritto che è la condizione di benessere psico fisico come il diritto a rimanere sani con la garanzia della prevenzione, oltre che dal non essere avvelenati dall’inquinamento generale, compreso quello delle manovre militari e della guerra, sono fondamentali. Senza dimenticare che il problema di tutti i nostri mali si chiama capitalismo, il sistema basato sulla ricerca del massimo profitto, che calpesta pure la salute. Ed è questo sistema che va abbattuto per costruirne uno che abbia al centro i lavoratori, le masse popolari e le loro esigenze.

Crisi in Cina. La “multipolarità” dove tutti i poli affondano da:www.resistenze.org – osservatorio – mondo multipolare – 13-09-15 – n. 556

Diego Torres * | elcomunista.nuevaradio.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/09/2015

Con l’avvio, nel 2008, della più recente crisi generale del sistema capitalista, ha avuto inizio una serie di riallineamenti nella piramide imperialista, di spostamenti dei centri imperialisti, in una lotta sempre più aspra per occuparne il vertice.

Le penne legate alla socialdemocrazia e all’opportunismo ci raccontavano, anni fa, che tali sviluppi sarebbero stati un progresso, una conquista, una possibilità da cui i popoli, in virtù del concetto di “multipolarità”, opposto alla “unipolarità” degli Usa, avrebbero tratto vantaggio. Nel tempo, queste posizioni hanno superato l’ambito accademico e la stampa socialdemocratica, riuscendo a fare breccia in un gran numero di attivisti dei movimenti popolari, del movimento studentesco, del sindacalismo e nello stesso Movimento comunista internazionale e, in non poche occasioni, sono state oggetto di dibattito da parte dei dirigenti e dell’insieme degli apparati di partito. Oggi, la retorica riformista fa del “mondo multipolare” uno degli assi centrali del suo ragionamento, insieme al tema di una diversa gestione del capitalismo come tappa immediata, ecc.

Tali “poli” rappresentano sostanzialmente i diversi centri imperialisti ed i loro allineamenti, che si affrontano per il controllo dei mercati e dei territori. Gli Usa, l’Ue, il Giappone, i Brics, ecc.

Ma la natura di questi “poli” si è svelata agli occhi del mondo. Come per ogni economia capitalistica attraversata dai legami imperialisti, esse non sono esenti dalla crisi generale di sovrapproduzione. Solo la legge dello sviluppo ineguale ha fatto sì che la crisi si manifestasse prima piuttosto che successivamente, in modo più o meno rapido, con ritmi differenti, ecc. Ma il suo pieno manifestarsi dimostra che i cosiddetti Brics non costituiscano una alternativa, essendo immersi e gravidi delle contraddizioni del capitalismo.

Ugualmente ridicole, se non addirittura di più, sono le chiacchiere degli incaricati governativi dell’economia in Messico, che promettono uno “scudo” contro la tempesta in arrivo, come lo sono quelle dei loro rivali dell’opposizione borghese, che propongono unicamente la pezza della diversa gestione del sistema.

Nella storia, esiste solo un precedente in cui un paese fu in grado di blindarsi contro le conseguenze delle grandi crisi mondiali. E’ quello della Unione Sovietica durante la grande depressione del 1929. L’Urss non solo non risentì degli effetti della crisi, ma conobbe uno sviluppo accelerato con benefici sociali senza precedenti per la sua classe operaia e i suoi popoli.

Oggi, la presunta alternativa dei Brics fa acqua, in primo luogo con la sua economia più importante, la Cina. Dal V Congresso del nostro Partito andiamo segnalando l’imminenza di un simile approfondimento della crisi. Il V Congresso si è celebrato a metà settembre [2014, vedi qui http://www.resistenze.org/sito/te/po/me/pomeei20-015015.htm, ndt] e in agosto già scoppiava la bolla speculativa immobiliare in Cina – qualcosa di molto simile all’innesco della crisi negli Usa con i mutui subprime e gli hedge funds, della crisi in Spagna, ecc. – con i prezzi del settore crollati ai livelli di 15 anni prima e che a loro volta facevano calare la domanda e le vendite nel settore dell’acciaio, che dopo aver raggiunto un picco di 70 milioni di tonnellate mensili entrava in una fase di sovrapproduzione, riducendo le quote di produzione e disegnando una lunga curva decrescente. Lo stesso è accaduto nella produzione industriale legata alle esportazioni, con la borsa di Shangai che aveva già già accumulato 3 anni di discesa. Il bilancio del 2014 ha registrato la crescita del Pil più bassa degli ultimi 24 anni. Alcuni giorni fa, l’impatto della crisi in Cina ha comportato la distruzione di un capitale equivalente a 3,5 bilioni [3.500 miliardi] di dollari (ossia più del valore totale del mercato borsistico dell’India, per esempio), e nel resto del mondo l’ondata distruttiva della svalutazione dello yuan ha colpito una ricchezza equivalente a 5 bilioni [5.000 miliardi] di dollari.

Mentre le economie di Europa e Stati Uniti affondavano, molti capitali hanno ridiretto i loro investimenti verso la Cina e le cosiddette “economie emergenti”. Questo capitale si è tradotto in infrastrutture e produzioni dirette a soddisfare il mercato mondiale, mercato che tuttavia continua a contrarsi. Pertanto, quei capitali che più hanno guadagnato dagli ultimi mesi della fase di espansione del capitalismo in Cina si sono ritrovati in un vicolo cieco, e ora sono quelli che più risentono del colpo.

Il fatto che sia i Brics, che l’Ue e gli Usa siano tutti sottoposti ad una profonda crisi non allenta le tensioni e i conflitti tra loro, ma porta al contrario a un loro inasprimento, giacché sono i capitali rivali quelli che si distruggono più rapidamente prima di entrare in una ipotetica nuova fase di espansione sulle loro rovine.

Gli intellettuali che difendono la multipolarità come alternativa dicevano che essa avrebbe dissuaso gli Usa dal continuare ad aggredire e sottomettere i popoli, come se la Russia o i Brics potessero svolgere un ruolo analogo a quello dell’Urss durante la Guerra fredda.

Da un lato occorre dire che si tratta di una analogia storica falsa, che gioca con le illusioni. Poiché, come abbiamo già sottolineato, in quel caso esistevano 2 sistemi socio-economici distinti, l’analogia più vicina è quella con il mondo “multipolare” antecedente la Prima guerra mondiale, dove il centro imperialista fino ad allora dominante, il Regno Unito, iniziava un lento declino, ed i rivali in rapida ascesa, come la Germania, cercavano di migliorare la loro posizione nel mezzo di una profonda e lunga crisi.

Dall’altro, le aggressioni non sono diminuite nella pratica, visto che non si tratta di salvaguardare gli interessi operai e popolari, ma di promuovere questo o quel capitale. Il malcontento di massa in molti paesi è stato intrappolato nella logica delle forze politiche che appoggiano l’uno o l’altro centro imperialista e si può già parlare dell’esistenza di un’aperta corsa agli armamenti, unita ai preparativi bellici. In Africa si occupano paesi, si rovesciano governi, si realizzano colpi di stato, operano meccanismi terroristici legati agli interessi dei grandi monopoli, si fanno divampare conflitti separatisti, ecc., come in un gigantesco e disumano ring sul quale ci si contende il coltan, l’uranio, il petrolio, ecc., tra Cina, Francia, Usa, ecc. Nell’Oceano Pacifico, gli ardori espansionistici della Cina entrano in collisione con i suoi vicini – Vietnam, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Russia, Filippine, ecc. – mentre la Nato parla apertamente dello scontro con la Cina come suo principale obiettivo strategico, nel quale ci si giocano le rotte commerciali decisive per gli anni a venire, insieme al controllo di risorse preziose come le riserve di minerali rari, ad esempio il neodimio, concentrati nella penisola coreana e nel sudest asiatico. In Medio Oriente i conflitti aumentano di scala, con la Nato e la Russia imperialista che impegnano sempre maggiori forze, armamenti e risorse belliche nella zona, per cui è plausibile pensare che si giunga a una situazione di guerra generalizzata nella regione a livelli mai visti dalle attuali generazioni.

In pratica, nella realtà, la cosiddetta multipolarità non ha offerto ai popoli decenni di sviluppo come ha potuto e può fare il socialismo. La multipolarità non offre pace, ma prepara il terreno al una grande guerra inter-imperialistica. I comunisti non possono favorire questo scenario di naufragio sociale e di guerra, incoraggiando l’alleanza degli operai e dei popoli con l’uno o l’altro centro imperialista, ma devono chiedere che si escluda la multipolarità dal discorso delle forze comuniste. Ancora una volta, si impone la scelta fra socialismo o barbarie.

* Secondo Segretario del CC del Partito Comunista del Messico (PCM)

Discorso di George Mavrikos, segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale alla Conferenza Internazionale di FSM e GFTU in solidarietà con il popolo siriano da:www.resistenze.org – proletari resistenti – movimento operaio internazionale – 15-09-15 – n. 556

George Mavrikos | wftucentral.org
Traduzione da senzatregua.it

14/09/2015

George Mavrikos, Segretario Generale della Federazione Sindacale Mondiale (FSM – WFTU) ha tenuto un discorso a Damasco, Siria, alla Conferenza Internazionale della FSM e della GFTU:

«E’ un onore salutare questa partecipata Conferenza Internazionale organizzata congiuntamente dalla Federazione Sindacale Mondiale e dalla Federazione Generale di Siria per esprimere solidarietà con il popolo e la classe operaia siriana. Caro presidente della GFTU, fratello Jamal Kadri, a nome dei membri e amici della FSM che vive e lotta in 126 paesi dei cinque continenti, ti porto il nostro saluto fraterno, onesto ed internazionalista. Apprezziamo che il nostro invito sia stato approvato da 230 sindacalisti di 43 paesi rappresentanti i milioni di membri delle organizzazioni sindacali. Nonostante le difficili condizioni non hanno esitato a viaggiare fino a Damasco per essere a fianco del popolo Siriano che durante gli ultimi 5 anni ha sofferto l’attacco  sotto attacco imperialista.

Siamo qui:
1. Per chiedere la fine immediata dell’intervento straniero in Siria.
2. Per chiedere l’immediata rimozione del blocco.
3. Per chiedere l’immediata rimozione delle sanzioni economiche e delle discriminazioni contro la Siria.

La Federazione Sindacale Mondiale, dal primo momento dello scoppio di questa crisi metodicamente pianificata in Siria, ha espresso apertamente il suo supporto al popolo ed ai lavoratori siriani. Non abbiamo seguito la corrente. Contro la massiccia propaganda degli USA, dell’UE e dei loro alleati; una propaganda che le organizzazioni internazionali e la CSI (la Confederazione Internazionale dei Sindacati, cui aderisce anche la CGIL n.d.r.) hanno accettato e promosso; una propaganda in cui sono cadute alcune organizzazioni sindacali e partiti operai e a cui la FSM si è opposta ed ha esposto la verità. Abbiamo informato i lavoratori in tutto il mondo, abbiamo chiaramente dichiarato che in Siria, terroristi e mercenari stanno lavorando alla destabilizzazione del paese servendo gli interessi degli USA, dell’Unione Europea e dei loro monopoli. La FSM supporta la fiera lotta del popolo siriano. In maniera organizzata e in ogni tribuna che abbiamo avuto nella sfera internazionale abbiamo diffuso la verità in contrasto con le menzogne dei mass media, degli USA, della NATO, della CSI. La FSM ha contribuito a formare l’opinione pubblica e creare un movimento di solidarietà con il popolo siriano. Dal primo minuto fino a questa Conferenza Internazionale siamo rimasti stabili nella nostra fraterna posizione al fianco del popolo siriano e difendendo il suo diritto all’autodeterminazione, decidendo il  proprio futuro in autonomia, per mezzo di procedure democratiche e contro l’intervento straniero.

La FSM in questi 70 anni di lotta dal 1945 ad oggi ha sempre mostrato eticamente e praticamente il suo sostegno ai lavoratori arabi e di tutto il mondo, così come alle masse che combattono per una giusta causa. Mentre la FSM era in prima linea nella lotta per il raggiungimento di importanti rivendicazioni socioeconomiche dei lavoratori come  aumenti salariali, migliore orario lavorativo, diritti di sicurezza sociale, diritti delle donne lavoratrici, salute e sicurezza sui posti di lavoro, assistenza sanitaria, educazione, una migliore qualità di vita, ha sempre difeso allo stesso tempo la fiera lotta dei popoli nei paesi arabi contro il colonialismo e l’imperialismo.

Ci sono dozzine di dichiarazioni e interventi in organizzazioni internazionali della FSM contro le persecuzioni, le torture e le esecuzioni di militanti, proteste contro i governi e appelli per l’espressione di solidarietà internazionale.  Tutto ciò riflette la posizione della FSM in tutti i momenti cruciali così come nei problemi giornalieri della Federazione Sindacale Araba e dei lavoratori arabi. Come la lotta del popolo algerino nel novembre del 1954 per il riconoscimento e l’indipendenza dell’Algeria e il ritiro  delle truppe francesi, nella lotta del popolo iracheno per il riconoscimento dello stato appena fondato, nella lotta del popolo egiziano per l’autonomia del Canale di Suez, nella lotta del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, nella lotta del popolo libanese, nella lotta del popolo giordano , nella lotta della Libia contro l’intervento militare anglo-americano, nella lotta del popolo del Sudan, per il popolo di Aden per l’indipendenza e la creazione dello Yemen. Nella lotta del popolo della Palestina contro l’occupazione israeliana e l’imperialismo per la creazione di un indipendente e democratico Stato Palestinese. E infine contro il piano del “Nuovo Medio Oriente” e la guerra imperialista in Iraq, Afghanistan e Libia.

Allo stesso modo oggi, da questa sala, uniamo la nostra voce con il popolo e la classe operaia della Siria, con i lavoratori in tutti i paesi Arabi e denunciamo il governo degli Stati Uniti, i governi dei paesi dell’Unione Europea e la NATO per la politica aggressiva adottata nel tentativo di rapina delle sue risorse e dei suoi beni e che  compromette il principio  di autodeterminazione del popolo siriano. Il loro obiettivo è  destabilizzare gli stati Arabi, per frazionare il popolo Arabo e ricavare profitto dallo sfruttamento dei loro mezzi di produzione e vie di trasporto. Essi vogliono gli Arabi divisi, umiliati, arrendevoli; vogliono che i lavoratori Arabi siano migranti economici  in Europa e negli Stati Uniti e che lavorino in terribili condizioni per salari miserabili.

Esprimiamo il nostro rispetto per le credenze religiose, la cultura e le tradizioni di tutti gli Arabi e ci appelliamo con voi, fratelli e sorelle per coordinare la nostra lotta insieme contro l’imperialismo e contro l’invasione straniera, contro il piano del Nuovo Medio Oriente che comprende governi fantoccio degli Stati Uniti. Basata sulla forte fondazione dei 70 anni di solidarietà internazionale in favore degli interessi dei lavoratori Arabi e dei popoli dei paesi  Arabi, cari fratelli e sorelle delle Organizzazioni Arabe sapete molto bene che la Federazione Sindacale Mondiale non vi lascerà mai soli, ne vi venderà. Siamo stati  il vostro alleato fidato, stabile e coerente. La FSM è la vostra famiglia, la vostra Organizzazione. Questa famiglia che vogliamo rinforzare tutti insieme, renderà più solida la lotta contro il piano del Nuovo Medio Oriente, sarà più forte per gli interessi dei lavoratori.

Ci appelliamo a voi per unità e azione, unità nell’azione contro l’imperialismo. Contro le privatizzazioni dei settori strategici dell’economia, per diritti lavorativi, sociali e democratici per tutti, per uno sviluppo economico e sociale basato sulle necessità dei popoli e non sul profitto. Ci appelliamo a voi per la vostra unità nell’azione per la libertà del  nostro popolo di determinare da solo il proprio presente e futuro.

In conclusione di questo breve saluto, permetteteci di esprimere la nostra fraterna solidarietà con i lavoratori migranti e i rifugiati che cercano di conseguire un futuro migliore in Europa.  L’intervento Imperialista genera povertà, morte, rifugiati ed emigranti. In Europa, oggi, i governi e le imprese sfruttano i rifugiati, ricavano profitti su di loro e li impiegano come schiavi moderni. Continueremo la nostra lotta nell’obiettivo di vivere pacificamente, senza intervento straniero ne barbarie capitalista.

Chiediamo che le discriminazioni contro i rifugiati e i migranti cessino immediatamente.

Grazie

“Il Pd è di destra. Basta mettere stand Cgil alle feste dell’Unità”. La richiesta choc del segretario Fiom dell’Emilia Romagna da: controlacrisi.org

Basta con lo stand Cgil alle Feste dell’Unità,che sono di destra. Richiesta e motivazione arrivano dal leader regionale della Fiom Emilia Romagna Bruno Papignani, che l’ha avanzata nei giorni scorsi al segretario della Camera del Lavoro di Bologna, Maurizio Lunghi durante un attivo del sindacato metalmeccanici. “Il Pd e’ un partito di destra, contrario ai lavoratori”, ha sottolineato Papignani incassando l’applauso dei delegati riuniti all’Arci Benassi. “So che faccio male a dirlo, perche’ molti di voi sono ancora legati a quelle cose- ha premesso il segretario Fiom- ma quando vedo che la Cgil e’ alla Festa dell’Unita’ di Bologna e viene definita ‘associazione’… Non so cosa ci andiamo a fare a quella festa, visto che non ci andiamo a volantinare contro il Jobs act come avevo proposto io. Se vogliamo creare una cultura diversa dobbiamo essere coerenti”. Sorriso raggelato di Lunghi, presente all’intervento di chiusura della riunione.