ANPInews 172

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

APPUNTAMENTI

 

Questa sera alla Festa dell’Unità di Ravenna, ricordo di Arrigo Boldrini in occasione del centenario della nascita. Interverrà, tra gli altri, il Presidente nazionale dell’ANPI, Carlo Smuraglia

 

Martedì 15 settembre, alla Sala della Regina della Camera dei Deputati, iniziativa in ricordo di Arrigo Boldrini nel centenario della nascita. Interverranno, tra gli altri, Laura Boldrini, Pietro Grasso e Carlo Smuraglia

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

 

Il fenomeno migratorio (rifugiati) alle estreme conseguenze

 

Ancora la riforma del Senato

 

Il controllo a distanza dei lavoratori

 

I dati sull’occupazione e i facili (e infondati) ottimismi

 

Sconti agli evasori?

 

La questione meridionale

 

Il “Settembre nero”

 

Anpinews n.172

“Santapaola era il boss che nessuno cercava” La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

“Santapaola era il boss
che nessuno cercava”

Venerdì 11 Settembre 2015 – 09:00 di

Parla l’ispettore di polizia che è stato costretto a lasciare la città dopo delicate indagini per mafia negli anni ’90. Adesso scrive libri sotto un nome in codice. La presentazione del suo ultimo lavoro oggi alle 18.00 alla Feltrinelli.

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Quando hai iniziato a lavorare a Catania e in quali reparti hai operato?

Dopo aver lavorato diversi anni a Roma, nel 1984 ho fatto rientro a Catania. Trasferito alla Squadra Mobile ho fatto numerose esperienze, dapprima nella sez. Furti e Truffe, poi alla Sez. Rapine, quindi alla Sez. Investigativa che si occupava di estorsioni e ricerca di latitanti. Successivamente sono stato trasferito alla Criminalpol. Poi … poi è successo qualcosa! Era il 1992, un anno che non dimenticherò mai. Di stragi e morti innocenti negli anni 80 ne avevamo già contati a decine. C’era stato il Maxiprocesso di Palermo che si era concluso con pesanti condanne. Ma non era bastato! Quello fu l’anno maledetto delle stragi di Palermo ed anche quello dell’uccisione dell’ Ispettore Lizzio a Catania. Nel 1992 in Sicilia era come essere in Afghanistan. Almeno, così la vedevo io! L’aria era pesante, irrespirabile, l’umore di tutti a pezzi, ci sentivamo profondamente colpiti, vulnerabili. Come in una guerra, dovevamo contrattaccare il nemico, che fosse vestito con la coppola o con lo smoking poco importava. Lo Stato doveva reagire ed in fretta. La risposta arrivò presto. In poco meno di un anno vennero arrestati i due latitanti per eccellenza, Santapaola e Riina e via via capitolarono quasi tutti i capi e gregari di Cosa Nostra. Lo Stato aveva risposto ed i mafiosi ne avevano tratto una insegnamento. Da lì partiva il suo lento ma inesorabile inabissamento. La mafia aveva capito che tenendo un profilo basso e lontano dai clamori, poteva svolgere meglio i propri affari. IL SILENZIO poteva essere più incisivo e determinante di una carneficina. Niente più rumore di rivoltelle e bombe, meglio le pallottole di carta. IL SILENZIO di una penna per firmare assegni ed atti notarili poteva rendere molto di più e senza arresti. Cominciava un’era nuova e il mafioso cambiava pelle diventando ancor più imprenditore e aprendosi alla politica attraverso i vari affiliati, laureati e feroci. Un anno che non dimenticherò mai il 1992 perché ha segnato anche la mia vita personale e professionale con un trasferimento per motivi di sicurezza in una tranquilla (si fa per dire) cittadina del nord dove la mafia c’era ma non si vedeva. O meglio si vedeva ma a molti faceva comodo far finta di non vederla, la peggiore delle mafie che ho cominciato a conoscere… la massoneria.

Qual è il tuo ricordo di Catania?

Ce n’è sono talmente tanti che non saprei da dove cominciare. A Catania sono nato e cresciuto. Con la città ho sempre avuto un rapporto di amore e di odio. Ma devo confessare che quando sono stato trasferito al nord, nonostante mi sentissi in parte tradito, ne ho sentito molto più la mancanza. Quell’amore per la mia città ho cercato di condensarlo in questo passaggio che ho scritto sul mio libro -Nelle mani di Nessuno – “ E poi il ritmo, mi manca il ritmo della vita di prima. Il sound etneo, il respiro profondo di Catania, la grande madre. Una città che in realtà non dorme mai e pulsa di vita senza sosta, nella bramosia di bruciare il tempo ad ogni singolo istante. Una città dove l’esistenza si gode con insaziabile voluttà, come un amplesso amoroso con la femmina dei tuoi sogni”.

Come operavano le forze dell’ordine nei confronti di Nitto Santapaola?

Nitto chi? L’innominabile? Il concetto astratto del boss? Ma lo era oppure no? Molti se lo chiedevano! Le risposte erano ingarbugliate. Ecco, queste erano le perplessità che ruotavano attorno a chi, a cavallo tra gli anni 70 e 80, aveva ottenuto un posto nella “società che conta”. Non può essere mafioso uno che ha il privilegio di avere al suo fianco un Prefetto e un Questore nel corso dell’inaugurazione della concessionaria d’auto PAMCAR. Non può essere mafioso uno a cui nel 1979 gli viene rilasciato il porto d’armi per il fucile e nel 1981 il passaporto. Sembrava un gioco a quiz dalla risposta sempre ambigua. Santapaola era il boss che nessuno cercava ma … poi qualcosa è cambiato. Nuova linfa investigativa e una magistratura più accorta cominciavano a scardinare le porte dell’omertà, anche con l’apporto dei primi pentiti. Purtroppo anche quando alcuni equilibri cambiarono e si cominciava a cercarlo veramente, e non per propaganda, non si riusciva a mettergli le mani addosso … probabilmente perché le talpe erano ovunque.


Com’era Catania in quel periodo?

A casa tengo come una reliquia qualche numero de I Siciliani di Pippo Fava. Basterebbe leggere qualcuno di quei saggi per capire il clima che si respirava. Gli omicidi, le bombe a seguito di estorsione, le rapine e gli scippi riempivano le pagine dei giornali. Catania era pericolosa, spavalda, arrogante, niente spazio alla normalità. La gente si adattava e viveva in quell’oblio indefinito che … ammutoliva. Era arrivata ad una soglia di non ritorno, stava perdendo tutto, l’identità, la libertà, la prosperità, la speranza. Io non direi com’era Catania in quel periodo. Cambierei la domanda in: è cambiata Catania? Avevo all’incirca 14 anni quando ho cominciato ad appassionarmi ai fatti della mia città, quando ho cominciato a sognare di diventare un Poliziotto. Leggevo i giornali e nel mio cervello avevo fissato i nomi delle famiglie mafiose e dei loro “carusi”, cioè dei picciotti che ne facevano parte. Ad ogni nome di persona associavo il quartiere a cui apparteneva. Ed allora era un susseguirsi di nomi di famiglie mafiose, clan e pregiudicati che ne facevano parte. Da allora ad oggi sono passati 40 anni e ancora devo sentire che la mia città è in mano alle solite bande di mafiosi di merda. I boss storici sono in galera ed i figli hanno preso il loro posto. E quando arresteranno i figli, il loro posto verrà preso dai figli e poi dai figli dei figli. Insomma sembra che arresti non ce ne sono mai stati, sembra di non aver fatto nulla di nulla. Loro vivi, ricchi e potenti. E i morti? Per chi hanno sacrificato la loro vita i valorosi rappresentanti delle Istituzioni, se questa feccia rimane la padrona della mia città? Forse saremmo condannati a sentire questi nomi ancora per i prossimi 100 anni? Ma quando lo Stato ( e non un pugno di volenterosi servitori dello Stato) deciderà di permetterci di debellare la mafia, usando il pugno duro e non di plastica? Provo molta rabbia, se penso a quante notti e giorni buttati al lavoro, all’acqua e al vento, per poter arrestare questa gente, mentre i nostri figli crescevano senza che ce ne accorgessimo. 
I nostri figli sono grandi, io e tanti miei colleghi in quiescenza e ancora nella mia città sento parlare di Santapaola … ca sammuccau a nostra città!!! E certamente la colpa non è solo di Santapaola ma di molti catanesi indifferenti, conniventi, colpevolmente distratti. Che tristezza!

Perché sei stato costretto ad allontanarti da Catania

Le cose accadono ed a volte neanche tu riesci bene a capire cosa, chi, come, quando e perché è successo. Forse mi sono confidato con le persone sbagliate. Forse ho fatto qualche sopralluogo con il collega sbagliato. Forse qualcuno ha chiacchierato troppo. Addirittura sono arrivato a pensare che qualcuno mi voleva proteggere. Insomma, tanta domande senza risposte nella mia testa. Il bandolo della matassa era difficile da trovare. Avevo saputo e scoperto un bel po’ di cose importanti… importantissime della mafia catanese. Avevo fatto e fatto fare ad altri colleghi – per proteggere la fonte informativa – arresti importantissimi. Penso che qualche notizia è arrivata all’orecchio sbagliato e, in un momento in cui lo Stato in Sicilia stava traballando, ripeto era il 1992, qualche pezzo di merda di mafioso si è sentito così potente da minacciare un po’ di poliziotti, io fra questi. Le scelte erano due. O sperimentare se qualcos’altro di più grave poteva accadermi o andarmene per farmi dimenticare. Ho soppesato la cosa per circa sei mesi … poi altre avvisaglie ed allora ho deciso di proteggere me stesso e la mia famiglia.

Com’è cambiata la tua vita?

E’ cambiata totalmente. Come si fa a dire a dei bambini perché non possono più giocare con i cugini o andare al parco con i nonni. Come ci si può abituare a trovarsi dal caldo del sud al freddo del nord ed a vivere con la tua famiglia all’interno di una caserma. Sapesse quanto lavoro ho fatto per capire chi può avermi tradito. Mesi e mesi ad analizzare agende, turni di servizio, nomi di colleghi, di amici, di confidenti con i quali avevo effettuato sopralluoghi, avevo parlato per confrontare notizie o conoscerne delle altre, fare riscontri. Un’idea con il tempo me la sono fatta ma oramai è troppo tardi. Quello che penso lo scrivo nei miei romanzi e chi vuole capire capisca.

Perché hai iniziato a scrivere libri?

Come ho sempre detto era un sogno che avevo sempre coltivato e soprattutto perché avevo una storia complicata da raccontare, una storia che la gente doveva conoscere. Ma il mio obiettivo non era solo quello di raccontare la mia personale storia, infatti nei miei libri ci sono tanti protagonisti, ma mettere in evidenza la vita dura che conducono le Forze dell’Ordine nel tentativo, a volte estremo, di garantire la serenità ai cittadini e diffondere un senso di legalità.

Qual è il ricordo più bello che hai di Catania?

Anche in questo caso l’elenco sarebbe lungo. Certamente non dimenticherò mai il giorno che ho preso la patente. Pensavo mi bocciassero poiché avevo stupidamente rivelato all’istruttore di guida che guidavo da quando avevo 10 anni la Fiat 500 di mio padre. Da Poliziotto il ricordo più bello è stato il giorno in cui, libero dal servizio ed in compagnia della famiglia, ho affrontato due rapinatori che stavano facendo una rapina in un rifornimento di via Pietro dell’Ova. Il rapinatore mi ha puntato l’arma addosso ed io l’ho puntata su di lui, eravamo a distanza di due metri. Siamo stati circa un minuto a guardarci negli occhi. Lui era spaventatissimo, quello era il vero pericolo. Aveva non più di 16 anni, potevo sparare ma non volevo ucciderlo, né ferirlo. Era giovane, può rifarsi una vita, pensavo in quei pochi momenti di follia. Gli ho parlato, parlato, con calma, invitandolo ad arrendersi, dicendogli che lo avrei aiutato, che non doveva spaventarsi, insomma tante cose. Poi lui ha buttato l’arma a terra ed è scappato. Io l’ho inseguito ma lui correva troppo anche per Mennea. Ho recuperato l’arma! Aveva il colpo in canna! Ho rischiato troppo quel giorno ma ero felice di non aver ucciso quel giovane. Chissà … magari dopo quello spavento ha smesso di fare quella vita. Voglio pensare che sia così…

«Quei due con Cucchi hanno esagerato»: le rivelazioni choc dei due super testimoni da: l’espress0

L’inchiesta bis sulla morte del geometra romano ha il primo indagato. E due testimoni “in divisa” che hanno rivelato particolari importanti su quella sera aprendo nuovi e inquietanti scenari

di Giovanni Tizian

10 settembre 2015

«Quei due con Cucchi hanno esagerato»: le rivelazioni choc dei due super testimoni
Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e l’avvocato Fabio Anselmo

Due testimoni di peso, “in divisa”, che la famiglia di Stefano Cucchi ha portato davanti ai magistrati. E che avrebbero rivelato la confessione del maresciallo dell’Arma ora indagato: «Con Cucchi quei due hanno esagerato e non sappiamo come risolvere la situazione». È questa, in sintesi, la seconda importante novità dell’inchiesta bis sulla morte del giovane geometra romano. Che prosegue senza sosta e che vede il primo indagato per falsa testimonianza: il maresciallo Roberto Mandolini, ex vice comandante della stazione di Tor Sapienza a Roma, dove era stato portato Stefano la notte del 15 ottobre 2009 dopo l’arresto per droga.

Ci sarebbero poi altri due militari, i presunti autori del pestaggio, sui quali la procura capitolina guidata dal procuratore Giuseppe Pignatone vuole vederci chiaro. In questi mesi hanno lavorato sodo e raccolto tanti nuovi elementi.

vedi anche:

Da quanto risulta a “l’Espresso” i due testimoni “in divisa” sarebbero stati già sentiti qualche mese fa dal procuratore capo in persona. E avrebbero fornito dettagli importanti. In particolare avrebbero messo a verbale proprio quanto riferito loro da Mandolini. Hanno cioè descritto gli attimi convulsi di quella notte e l’agitazione del loro superiore per quanto accaduto. Non è escluso quindi che le loro rivelazioni abbiano impresso un’accelerazione all’indagine. Per il momento l’identità dei due resta top secret, ma è certa la loro appartenenza all’Arma dei carabinieri.

La nuova inchiesta guidata dal pm Giovanni Musarò riguarda quindi i carabinieri che quella sera arrestarono Stefano Cucchi. Una novità rispetto al primo filone che si era concentrato sulle responsabilità della polizia penitenziaria e dei medici del Pertini che curarono Cucchi durante la detenzione, fino alla morte, il 22 ottobre del 2009. Da quel primo filone scaturì il processo.

Nel giugno 2013 la corte d’assise di Roma aveva condannato i medici dell’ospedale romano, assolvendo invece gli infermieri e gli agenti della polizia penitenziaria. L’appello poi aveva ribaltato la sentenza: tutti assolti. Un giudizio contro il quale sia la procura generale che i familiari di Cucchi avevano fatto ricorso, chiedendo inoltre l’avvio di un’inchiesta bis sulla morte di Stefano.

Una richiesta basata sulle motivazioni della sentenza di appello: gli stessi giudici invitavano la procura a valutare «la possibilità di svolgere ulteriori indagini al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse» perché Cucchi «fu sottoposto ad una azione di percosse e non può essere definita una astratta congettura l’ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare».

Da qui l’impulso alla nuova inchiesta che vede già un militare dell’Arma indagato per falsa testimonianza.

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“Prendiamo atto con soddisfazione che ci sarebbero tre carabinieri sotto inchiesta per la morte di Stefano. Credo che si tratti solo dell’inizio; la verità sta venendo a galla”. Così Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, ha commentato la notizia che potrebbe segnare un punto di svolta per il caso

L’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, ha commentato le ultime novità spiegando che «altre situazioni molto più importanti stanno emergendo e che cambieranno la storia che è stata scritta finora». Anselmo ha poi chiarito: «Quello che posso dire è che Stefano Cucchi è morto perché è stato pestato. E siamo in grado di dimostrare anche il fumo che è stato fatto nel processo e che non ha permesso di arrivare alla verità. Adesso questo fumo si sta diradando».

È intervenuto anche il senatore Pd Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti umani a palazzo Madama: «Già nella sentenza d’appello veniva censurata la mancanza di indagini nei confronti dei militari che hanno trattenuto Stefano Cucchi, in ben due caserme romane, la notte dell’arresto. Non va dimenticato che, nelle due sentenze finora emesse, pur in assenza di una precisa identificazione dei responsabili è stato affermato inequivocabilmente che Stefano Cucchi, mentre si trovava privato della libertà, è stato sottoposto a violenze e abusi».

Privatizzare la sanità. Il modello Unipol da: contropiano.org

Claudio Conti | contropiano.org

07/09/2015

Il piano è sempre lo stesso, qualsiasi sia il settore pubblico da smantellare. Tagli la spesa, restringi i servizi, aumenti le tariffe, fai incazzare gli utenti, muovi un po’ di giornalisti prezzolati, alimenti una campagna contro “il pubblico” che incontra resistenze via via più febili (il servizio funziona sempre meno) e alla fine privatizzi tutto.

Abbiamo visto i “grandi successi” di Telecom e dell’Alitalia, per non dire dell’Italsider diventata Ilva. Lo stiamo vedendo con la scuola e l’università, fatte marcire tra taglio dei fondi, maltrattamento del personale e aumento delle rette, parallelo all’aumento dei fondi regalati alle scuole private.

La “fase finale” ora tocca alla sanità.

Come si privatizza la sanità pubblica? All’americana, naturalmente, dandola in mano alle assicurazioni e alle strutture private. C’è ancora un po’ di timore a presentarla così, quindi si comincia con degli studi, in cui magari un centro di ricerca serio come il Censis si mette a duettare con un qualcosa che si chiama Unipol, si comincia a far circolare il mantra che “bisogna superare certi pregiudizi” (le assicurazioni, in Italia, non godono effettivamente di grandi simpatie nella popolazione…), ma si comincia anche a disegnare teoricamente il nuovo assetto possibile di una sanità completamente privatizzata. A cominciare dal nome, ovviamente in inglese: white economy.

Il rapporto Censis-Unipol prende atto con soddisfazione che la sanità pubblica è stata ormai “frollata” a sufficienza e quindi “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”.

In fondo gli utenti sono stati ormai abituati a pagarsi quasi tutte le prestazioni sanitarie, a cominciare dall’assistenza agli anziani. Dunque non ci sarebbero troppi ostacoli pratici. Anzi, bisogna anche sbrigarsi perché la crisi ha ristretto la capacità di spesa delle famiglie in questo settore. Al punto che ci si cura in generale di meno (nonostante l’aumento dei ticket, infatti, nel 2014 la spesa delle famiglie è scesa del 5,7%) e per la prima volta è in diminuzione anche il numero delle badanti assunte per assistere gli anziani.

Per il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini, “Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”. Et voilà, il gioco è fatto. La salute della popolazione smette di essere un diritto individuale garantito dallo Stato e diventa una merce “prodotta” da una “solida filiera economico-produttiva”, con aziende private (cliniche, laboratori di analisi e diagnostica, ecc) che sostituiscono quasi in tutto la rete sanitaria pubblica. Cui dovrebbero essere affidate, in misura assolutamente residuale, tutte quelle prestazioni da cui proprio è impossibile estrarre profitti privati: pronto soccorso, malattie gravi e/o invalidanti di persone con redditi troppo bassi, ecc.

Naturalmente bisogna “comunicare” qualcosa di più attraente e meno volgare. Quindi si argomenta in modo solidale alle famiglie italiane che “nei lunghi anni della recessione hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”. E anzi ci si presenta come pronti a correre in loro soccorso, perché “oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.

Sembra la pubblicità di una catena di supermercati che garantisce “prezzi bassi e fissi”. E bisognerebbe chiedersi come sia possibile che una “moderna organizzazione” della sanità in mano ai privati riesca a garantire -in futuro – prezzi più bassi e migliori prestazioni. L’esperienza comune, infatti, registra l’esatto opposto: prezzi spaventosi (una clinica privata con una certa affidabilità può arrivare a chiedere 500 euro al giorno per il solo ricovero, senza ancora calcolare i costi di visite specialistiche e medicinali, per non dire delle operazioni chirurgiche), qualche problema con i casi clinicamente più complessi (specie nella neonatologia, dove non è infrequente che bambini nati in cliche private vengano trasferiti d’urgenza in ospedali pubblici specializzati, come il Bambin Gesù di Roma). Poi, certamente, in una clinica privata il “numero chiuso” – ristretto a chi si può permettere di pagare certe cifre o è coperto da un’assicurazione (appunto…) – garantisce un rapporto meno frettoloso con medici e infermieri, meno affollamento e nessun letto nei corridoi. Queste sono piacevolezze che vengono da sempre assegnate alla sanità pubblica che deve accogliere e assistere chiunque – meritoriamente – anche se non c’è posto.

Ma ci sono dettagli decisamente interessanti nel rapporto Censis-Unipol. Per esempio, lo scorso anno la spesa sanitaria privata è crollata del 5,7%. La riduzione generalizzata dei redditi, insomma, sta mettendo in crisi i profitti dei padroni delle cliniche e dei centri diagnostici privati (gli Angelucci e i Debenedetti, per esempio); quindi è decisamente il “momento” di garantir loro un solido aumento delle entrate.

L’idea è di copiare il modello anglosassone, soprattutto statunitense, con qualche mediazione: “un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi”.

Come farlo senza consegnare immediatamente e brutalmente la popolazione agli “intermediatori” sanitari privati? Con una attenta regolamentazione che serva a “stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.

Decentramento, accordi con enti locali inchiodati dal “patto di stabilità” e dunque impossibilitati ad opporsi validamente alle pressioni dei “privati” in presenza di una riduzione generalizzata della spesa sanitaria pubblica e quindi alle montanti proteste della popolazione. La chiave per disarticolare le resistenze passa da qui.

Il tutto, ovviamente, per “stimolare la crescita del paese”, sviluppando “filiere”. Perché “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.

Preparatevi a fare a schiaffi con le assicurazioni. Che, come in America, pretendono di coprire soltanto i clienti in perfetta salute, scartando tutti quelli che rischiano di costar loro più di quanto non versino di polizza.

Lettera-intervento della delegazione del KKE al Parlamento europeo al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz: Sui pericolosi sviluppi in Ucraina e gli eventi provocatori che promuovono le orde fasciste al Parlamento europeo da:www.resistenze.org – popoli resistenti – ucraina – 08-09-15 – n. 555

Lettera-intervento della delegazione del KKE al Parlamento europeo al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz
Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Sui pericolosi sviluppi in Ucraina e gli eventi provocatori che promuovono le orde fasciste al Parlamento europeo

Al Presidente del Parlamento europeo, sig. M. Schulz

Con la nostra lettera vorremmo soprattutto denunciare la nuova legge reazionaria del governo ucraino, che impone la censura sui media, i libri, i film e ogni creazione culturale e artistica, in nome della “protezione della sicurezza nazionale” e di un “incitamento all’odio etnico”. Questa legge è un ulteriore elemento pericoloso della politica delle forze salite al governo dopo l’intervento Usa-Ue-Nato in Ucraina, effettuato nel quadro della loro rivalità con la Russia e dei piani antipopolari della borghesia ucraina.

Si tratta di un altro colpo contro il popolo portato dal governo ucraino, che, con il sostegno delle forze fasciste, continua a bombardare il Donbass, vieta il Partito Comunista di Ucraina, mentre i rapimenti, le persecuzioni, le minacce contro i comunisti e gli altri lavoratori, gli attacchi omicidi e razzisti dei gruppi fascisti proseguono.

L’Unione europea, che è largamente responsabile di questi sviluppi pericolosi e preoccupanti in Ucraina, ha addirittura premiato il governo reazionario ucraina con la recente ratifica del cosiddetto Accordo di associazione Ue-Ucraina.

Inoltre, l’eurodeputato del Partito Popolare Europeo, J. Stetina, ha annunciato l’invito di A. Biletsky, capo del neonazista Battaglione Azov in Ucraina, ad un evento da organizzarsi al Parlamento europeo nel prossimo autunno. L’annuncio di questa iniziativa ha già provocato un’ondata di denunce da parte di partiti politici e organizzazioni sociali.

Queste reazioni ci sono state perché A. Biletsky è un noto fascista, capo dell’Assemblea nazional-sociale, che fa parte di “Settore Destro” in Ucraina. Le sue azioni e quelle dei gruppi fascisti che dirige non sono altro che attacchi omicidi nell’area del Donbass contro i lavoratori della regione. Egli è accusato di crimini di guerra e di posizioni fasciste e razziste, le orrende teorie riguardanti la razza ariana.

Con il suo invito, l’eurodeputato Stetina continua in questo modo la sua attività anti-comunista di lungo corso. Ha giocato un ruolo di primo piano nella proposta di messa al bando dell’Unione della Gioventù Comunista (KSM) e del Partito Comunista di Boemia e Moravia, intenzioni che sono cadute nel vuoto grazie alla lotta dei comunisti, del popolo ceco e alla mobilitazione globale di solidarietà nei confronti dei comunisti cechi.

Con questa lettera vogliamo sottolineare la nostra totale opposizione a tali pericolosi sviluppi in Ucraina, all’aumento dell’autoritarismo di stato e dell’anti-comunismo, alla riduzione dei diritti democratici fondamentali, all’incoraggiamento aperto e all’incitamento del fascismo e delle sue orde assassine. Dichiariamo che un simile evento al Parlamento europeo, come quello della partecipazione di A. Biletsky o di altri nazisti che stanno conducendo questo tipo di attacchi razzisti, rappresenta una grave provocazione. Esso va condannato e cancellato, anche attraverso il nostro intervento.

Gli eurodeputati del Partito Comunista di Grecia

Papadakis Kostas
Zarianopoulos Sotiris

Lettera aperta del presidente del WPC – Consiglio Mondiale della Pace, Socorro Gomes in occasione del 70° anniversario del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki da:www.resistenze.org – osservatorio – lotta per la pace – 06-08-15 – n. 555

Consiglio Mondiale della Pace (WPC) | wpc-in.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/08/2015

Dichiarazione: Un terribile anniversario e la richiesta di rafforzare la nostra lotta contro le armi nucleari

In questo 70° anniversario dei criminali bombardamenti statunitensi contro le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, scriviamo per rafforzare la nostra solidarietà con il popolo giapponese, vittima della terribile introduzione dell’uso delle armi nucleari nel nostro mondo. Porgiamo il nostro cordoglio alle migliaia di vittime di questo crimine di guerra e crimine contro l’umanità perpetrato dall’imperialismo degli Stati Uniti, da considerarsi ancora responsabile.

Le vittime non sono numeri: sono persone le cui vite sono state strappate per la massima espressione di brutalità e belligeranza, e che devono essere ricordate da noi nella nostra lotta contro le armi di distruzione di massa e per la pace.

Ribadiamo la nostra solidarietà con il popolo giapponese, offrendo il nostro sostegno, e rinnoviamo l’invito a rafforzare alla lotta comune dei popoli per l’abolizione totale delle armi nucleari. Ci rammarichiamo che, a 45 anni dalla sua adozione, il trattato di non proliferazione (TNP), un documento superficiale e insufficiente, non abbia liberato l’umanità dalla minaccia di una guerra nucleare.

Rendiamo omaggio alle 300 migliaia di vittime giapponesi e alle vittime dei test nucleari in luoghi come le Isole Marshall, che soffrono ancora le conseguenze dei test condotti dagli Stati Uniti tra il 1946 e il 1958, ribadendo il nostro appello al mondo per l’abolizione completa dagli arsenali che mettono l’umanità in pericolo.

Nel 1950, il Consiglio Mondiale della Pace ha lanciato l’appello di Stoccolma, firmata da oltre 350 milioni di persone, chiedendo “la messa al bando delle armi atomiche come strumenti di intimidazione e di omicidio di massa dei popoli”. Il documento, che a 65 anni di distanza rincalziamo, invita “tutti gli uomini e le donne di buona volontà di tutto il mondo a firmare questo appello”. Anche se milioni di persone hanno chiesto l’abolizione delle armi nucleari, le leadership mondiali stanno ancora discutendo un obiettivo molto meno ambizioso: la mera riduzione dell’arsenale esistente.

Il fallimento delle conferenze di revisione del TNP, l’ultima svoltasi nel mese di aprile 2015, è responsabilità dei regimi più ostili, con le loro politiche imperialiste di massacro, minaccia e oppressione: Israele e Stati Uniti. L’obiettivo di trasformare il Medio Oriente, una delle regioni più instabili a causa delle azioni imperialiste, in una zona libera da armi nucleari, è stato sufficiente a produrre un diniego di Israele e a far deragliare il processo per opera degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti, a sua volta, interpretano la sceneggiata della riduzione del proprio arsenale, mistificando la tendenza alla “modernizzazione”. In realtà agiscono per mantenere intatta la capacità nucleare: alzando la letalità e la portata dell’arsenale pur riducendone la quantità. La politica Usa – alleata e promossa attraverso la più grande macchina da guerra conosciuta dall’umanità, la NATO – poggia sulle minacce e sulle aggressioni contro i popoli di tutto il pianeta.

Pertanto, in questo terribile anniversario, dichiariamo con veemenza, ancora una volta, la nostra condanna della strage del popolo giapponese e della minaccia di ripetizione di un evento così funesto.
Rafforziamo la nostra determinata lotta per l’abolizione delle armi nucleari e delle altre armi di distruzione di massa. Nel nostro impegno antimperialista, siamo certi che l’unità di noi tutti sconfiggerà le politiche guerrafondaie e militariste, poiché la volontà dei popoli anela a una pace giusta.

Socorro Gomes,
Presidente del Consiglio Mondiale della Pace