“Noi comunisti anonimi, stufi della teoria dei ‘sei gradi di separazione'”. Intervento di Paolo Andreozzi da: controlacrisi.org

Tra il ‘qui e ora’ e l’esistenza in Italia di un partito radicale di massa – per intenderci: di un partito che si prefigga di ‘implementare tutto il socialismo possibile a Costituzione vigente’ – ci sono, a mio modesto parere, i fatidici ‘sei gradi di separazione’.Il primo grado è il PD, il quale con Renzi ha sì ormai portato a compimento l’annichilimento delle ultime molecole post-comuniste che potevano ancora trovarsi nei DS (ex-PDS ed ex-PCI) e la migrazione del proprio bacino di sostenitori nel campo dei conservatori tardo-thatcheriani, e però nell’immaginario collettivo mediatico è ancora un partito ‘di sinistra’; pertanto, dice l’opinione pubblica (parecchio distratta, ossia qui e ora larghissimamente maggioritaria): “se c’è il PD che fronteggia la destra peggiore – neofascista, razzista o post-berlusconiana – a che serve un (altro) grande partito di sinistra?” Risposta (vana): “a fronteggiare la ‘destra presentabile’, cioè il PD.”

Il secondo è il Movimento 5 Stelle, il quale proprio nella transizione – prevedibile per motivi giudiziari, e prima o poi inevitabile per motivi crono-biologici – tra la lunghissima stagione berlusconiana e quella che si annuncia la lunga renziana, è sì emerso alla ribalta per intercettare una voglia di cambiamento discretamente di massa, incanalandola però in un imbuto talmente ambiguo (tra istanze di pubblica virtù e perpetuazione di vizi privati) e così lontano da un’ideologia socioeconomica qualunque, che quel momento virtualmente favorevole al cambiamento strutturale è andato perduto; d’altronde il Movimento è nato, ed è coccolato, proprio per questo.

Il terzo è SEL, la quale almeno presso l’opinione pubblica non così tanto distratta da scambiare il PD per un partito di sinistra e i 5Stelle per un fattore di cambiamento, convoglia sì un’attenzione di (relativa) massa che dura ormai da qualche anno – specie per la notorietà anche extra-politica del suo inevitabile leader –, tuttavia sconta un peccato originale e persistente che le impedisce di essere il coagulo del partito radicale di massa alternativo al renzismo e al grillismo: è sempre e comunque interna al perimetro del Centrosinistra, quando si tratta di governo (anche solo locale), e sempre e comunque gregaria del più visibile Movimento, quando si tratta di opposizione.

Il quarto grado di separazione è Rifondazione Comunista, in Italia sì la sola organizzazione politica contenente in simbolo e programma la parola ‘comunista’ (la sola ad avere un consenso misurabile, a volte, in cifre sopra l’1% dei cittadini interpellati – il resto sono ‘polveri sottili’), ma alle prese con ben tre problemi non contingenti (non più, ormai): la contiguità, anche di Rifondazione, col Centrosinistra (ossia col PD) in non poche amministrazioni locali; la propensione, per il timor panico dell’isolamento, a rincorrere qualunque progetto, anche il più velleitario (infatti di vita brevissima, ogni volta più breve), di convergenze ‘a sinistra del PD’; un paralizzante disamore intestino tra fazioni.

Il quinto grado (infatti) sono i comunisti critici, che siano o meno militanti di Rifondazione o delle ‘polveri sottili’, i quali tutti potrebbero sì azzerare quei problemi non più contingenti e partire dal poco (ma solido) di organizzazione di cui hanno dimestichezza, per sollecitare l’opinione pubblica con la pretesa di implementare tutto il socialismo possibile in Italia a Costituzione vigente – chi avrebbe titoli, ideologicamente, più di loro per farlo? –, e però proprio l’opinione pubblica gli sovrappone la ‘macchietta dell’antagonista’ il quale si occupa di Gaza, s’indigna per l’Ucraina e si emoziona per il Venezuela, ma del proletariato italiano non ha cognizione; macchietta che essi nulla fanno per smentire.

E il sesto sono io, o meglio: sono tutti i paoloandreozzi qualunque come me, i quali sì consapevoli dei limiti dei comunisti critici, dell’empasse cronicizzato di Rifondazione, dell’ambiguità insanabile di SEL, della vera e propria infiltrazione del 5Stelle nel campo dell’alternativa e del tremendo destino che attende il Paese nel decennio (probabile) renziano che seguirà il ventennio berlusconiano, tuttavia – isolati e depressi che siamo – sono inchiodati al ruolo di meri osservatori senza alcuna possibilità di incidere su un diverso esito (che non sia il fatale) della malattia della democrazia italiana: l’assenza di un partito radicale di massa, contrappeso agli ‘animali appetiti’ del capitalismo ormai padroni della scena.

L’Italia è una ‘cosa’ diversa da tutte le altre, da sempre.
Ne scrissero i maggiori ingegni, italòfoni e no, prima del Risorgimento e dopo; ne scrisse Gramsci; ne scrissero i Padri e le Madri Costituenti; ne scrissero i migliori intellettuali della seconda metà del secolo scorso, Pasolini su tutti; e anche i più validi combattenti nella trincea per la democrazia e la legalità – in ultima analisi, per la Costituzione –, come Falcone e Borsellino.
Dunque non può stupirmi questa sequenza di impedimenti oggettivi (e soggettivi) alla realizzazione qui e ora – soltanto qui, ripeto – di un soggetto politico con almeno la teorica possibilità di contrastare, grazie a un appeal di massa, il Potere consolidato nel modello socioeconomico vigente.

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