Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l’Europa da: larepubblica.it

 

Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060. Ecco perché per gli economisti sono una risorsa. A dispetto di quello che dicono alcuni politici, l’immigrazione conviene. Perché chi arriva, produce e paga le tasse. In Italia, per esempio, senza il contributo degli stranieri il governo sarebbe a caccia di 7 miliardi per coprire la legge di Stabilità.

di Maurizio Ricci, da Repubblica, 8 settembre 2015

I politici possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulle famiglia araba nell’alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l’Europa ha bisogno. Subito.

Quando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg , calcola che l’Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?

I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui – nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l’ungherese Viktor Orbàn – gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono quattro persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo due. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l’assegno dell’Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

Sarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67 per cento della popolazione. Fra chi è venuto qui dall’Asia o dall’Africa, la percentuale è del 72 per cento. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe.
Secondo l’Ocse – l’organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo – circa il 15 per cento dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c’è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre un addetto su quattro non è nato in Italia.

Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l’anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell’immigrazione è, per l’Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro.

Più o meno, è quanto dicono i dati degli altri paesi europei. L’immigrazione deve essere inserita nella colonna dei più: in media, l’apporto netto all’economia, da parte di chi è giunto in Europa in questi anni, vale, secondo i calcoli dell’Ocse, lo 0,3 per cento del Pil, il prodotto interno lordo, ovvero la ricchezza creata in un anno nel paese. Se si tolgono le pensioni pagate agli stranieri residenti, l’apporto positivo supera lo 0,5 per cento del Pil. Era vero quando, negli anni scorsi, l’immigrazione era frutto di movimenti all’interno dell’Europa. Ed è vero anche oggi, che hanno assunto preminenza i flussi extraeuropei.

«Il contributo degli immigrati all’economia è superiore a quanto essi ricevono a titolo di prestazioni sociali o di spesa pubblica » riassume Jean-Cristophe Dumont che guida il dipartimento dell’Ocse che si occupa specificamente di immigrazione e che ha studiato gli ultimi dati. La realtà si è incaricata di sgonfiare molte polemiche degli ultimi anni, a cominciare da quella sull’idraulico polacco che, sull’onda dell’allargamento dell’Unione, nel 2004, sarebbe stato pronto a sbarcare nei paesi della Ue a togliere lavoro ai suoi colleghi. L’Ocse ha studiato da vicino il caso dell’Inghilterra dove, negli anni immediatamente successivi al 2004, sono arrivati, in effetti, un milione di immigrati dai paesi est europei, Polonia in testa. Ma, secondo Dumont, queste centinaia di migliaia di immigrati «non hanno né aumentato il tasso di disoccupazione, né abbassato il livello medio dei salari».

Difficile che un idraulico siriano, oggi, cambi quello che non ha cambiato, ieri, l’idraulico polacco. Piuttosto, ciò che colpisce, nelle cifre sull’immigrazione, è la loro esiguità. L’impressione di un’Europa scossa e sommersa da uno tsunami migratorio è frutto di un’allucinazione. In tutto, gli immigrati oggi presenti in Europa sono pari al 7 per cento della popolazione. Gli arrivi incidono positivamente sull’economia, ma per non più di qualche decimale. Il fisco ci guadagna: uno straniero in Lombardia dichiara più di un italiano in Calabria. Ma l’Irpef complessiva degli immigrati non arriva al 5 per cento del totale delle relative entrate.

Anche le spese, nonostante le polemiche, sono ridotte. In media, nei paesi ricchi dell’Ocse, gli immigrati assorbono il 2 per cento dei fondi per l’assistenza sociale, l’1,3 per cento dei sussidi di disoccupazione, lo 0,8 per cento delle pensioni. L’Italia è in linea. Anzi sulle pensioni (pochi gli immigrati che, nel nostro paese, ci sono arrivati) la spesa per gli stranieri è dello 0,2 per cento.

Piano a dire, dunque, che la Merkel è stata accecata dalla generosità. Gli 800 mila rifugiati che è pronta ad accogliere sono meno del milione di polacchi che ha assorbito l’Inghilterra di Blair e non creeranno, probabilmente, più sconquassi.

(8 settembre 2015)

Inceneritori, Renzi fa il portaborse delle lobby. Fino a domani la mobilitazione contro dodici nuovi mostri Fonte: help consumatoriAutore: redazione (bs)

Tre giorni di mobilitazione contro l’idea del governo di costruire nuovi inceneritori. Altro che riuso, recupero, riciclo: quello che si prospetta è la creazione di nuovi inceneritori, 12 in tutta Italia, che verrebbero classificati come infrastrutture strategiche nazionali. Una rete di associazioni locali e nazionali ha lanciato una serie di mobilitazioni da fino a domani 9 settembre, quando si riunirà la Conferenza Stato-Regioni per approvare il decreto attuativo dell’art. 35 dello Sblocca Italia.

Denuncia l’associazione Zero Waste Italy: “Se approvato, l’incenerimento diverrebbe “attività di recupero” (anziché di smaltimento) e si aprirebbe la strada a nuovi impianti di incenerimento, addirittura non previsti dai Piani regionali, insieme a una miriade di “ristrutturazioni” di impianti obsoleti allo scopo di bruciare rifiuti da tutta Italia. Il Governo, invece di impegnarsi a promuovere un Piano Nazionale del Riciclo e della Riparazione-Riuso (ed anche la reintroduzione del vuoto a rendere), misura che darebbe lavoro a centinaia di migliaia di persone (pensiamo ad esempio a tutte le operazioni di estrazione di metalli preziosi dai Rifiuti elettrici ed elettronici!) ancora una volta con l’accoppiata Renzi-Galletti si sdraia ai piedi della lobby degli inceneritori e delle fameliche multi utilities”.

Alla mobilitazione aderisce anche il WWF, che chiede di invertire la rotta e ritirare il decreto. “L’intervento dirigistico voluto dal Governo per la realizzazione nel nostro Paese di 12 nuovi inceneritori di rifiuti (che si andrebbero ad aggiungere ai 42 già attivi e ai 6 già autorizzati) classificati come infrastrutture strategiche nazionali è teso a imporre alle Regioni una politica retrograda sul piano ambientale ed economico-sociale, che non ha spazio in Europa e non ha futuro in Italia”, denuncia il WWF, che ricorda come già oggi l’Italia sia il terzo paese europeo per numero di inceneritori dopo Francia e Germania. L’associazione chiede al Governo di “ritirare il decreto legislativo che contiene il piano dei nuovi impianti previsto dall’art. 35 del decreto legge Sblocca Italia e che il 9 settembre, in occasione della Conferenza Stato-Regioni convocata per approvare il decreto, si discuta di come definire piani regionali di gestione del ciclo dei rifiuti, che puntino decisamente in tutta Italia alla loro riduzione, al riuso e al riciclaggio dei materiali, conseguendo e superando al più presto su scala nazionale la soglia del 65% di raccolta differenziata, obiettivo che doveva essere conseguito entro il 2012”.

Favorire una politica che si basi sugli inceneritori contrasta con tutta una serie di iniziative e realtà che dovrebbero invece suggerire politiche diverse. Il WWF ricorda che gli obiettivi chiesti dall’Europa sono quelli di far sì che dal 2025 entri in vigore il divieto di trattamento termico per tutti i rifiuti che risultino riciclabili; la raccolta di rifiuti da imballaggi sia portata fino all’80% entro il 2030; nel 2050 si consegua l’obiettivo del riciclaggio totale. Inoltre la gestione del ciclo dei rifiuti e alcune tendenze virtuose, come l’aumento della raccolta differenziata di carta e plastica, “renderà a breve non economici i nuovi impianti di incenerimento previsti dal Governo, che entrerebbero in funzione alle soglie del 2020 e dovrebbero restare in esercizio almeno fino al 2050, avendo un tasso di vita – e anche un periodo di ammortamento dell’investimento – di diverse decine di anni”, spiega il WWF, che ricorda come diversi studi nazionali e internazionali siano concordi nel registrare un aumento del rischio sanitario fra i residenti nei territori vicini agli inceneritori.

Denuncia inoltre il WWF: “Già oggi Paesi europei come Germania, Olanda, Danimarca, Svezia, che hanno puntato in passato sull’incenerimento, pur di rientrare nelle spese di costruzione di queste impianti accettano rifiuti provenienti dall’estero a prezzi stracciati per alimentare impianti industriali che altrimenti non si ripagherebbero. È un gioco perverso che l’Italia non deve alimentare”.

“Noi comunisti anonimi, stufi della teoria dei ‘sei gradi di separazione'”. Intervento di Paolo Andreozzi da: controlacrisi.org

Tra il ‘qui e ora’ e l’esistenza in Italia di un partito radicale di massa – per intenderci: di un partito che si prefigga di ‘implementare tutto il socialismo possibile a Costituzione vigente’ – ci sono, a mio modesto parere, i fatidici ‘sei gradi di separazione’.Il primo grado è il PD, il quale con Renzi ha sì ormai portato a compimento l’annichilimento delle ultime molecole post-comuniste che potevano ancora trovarsi nei DS (ex-PDS ed ex-PCI) e la migrazione del proprio bacino di sostenitori nel campo dei conservatori tardo-thatcheriani, e però nell’immaginario collettivo mediatico è ancora un partito ‘di sinistra’; pertanto, dice l’opinione pubblica (parecchio distratta, ossia qui e ora larghissimamente maggioritaria): “se c’è il PD che fronteggia la destra peggiore – neofascista, razzista o post-berlusconiana – a che serve un (altro) grande partito di sinistra?” Risposta (vana): “a fronteggiare la ‘destra presentabile’, cioè il PD.”

Il secondo è il Movimento 5 Stelle, il quale proprio nella transizione – prevedibile per motivi giudiziari, e prima o poi inevitabile per motivi crono-biologici – tra la lunghissima stagione berlusconiana e quella che si annuncia la lunga renziana, è sì emerso alla ribalta per intercettare una voglia di cambiamento discretamente di massa, incanalandola però in un imbuto talmente ambiguo (tra istanze di pubblica virtù e perpetuazione di vizi privati) e così lontano da un’ideologia socioeconomica qualunque, che quel momento virtualmente favorevole al cambiamento strutturale è andato perduto; d’altronde il Movimento è nato, ed è coccolato, proprio per questo.

Il terzo è SEL, la quale almeno presso l’opinione pubblica non così tanto distratta da scambiare il PD per un partito di sinistra e i 5Stelle per un fattore di cambiamento, convoglia sì un’attenzione di (relativa) massa che dura ormai da qualche anno – specie per la notorietà anche extra-politica del suo inevitabile leader –, tuttavia sconta un peccato originale e persistente che le impedisce di essere il coagulo del partito radicale di massa alternativo al renzismo e al grillismo: è sempre e comunque interna al perimetro del Centrosinistra, quando si tratta di governo (anche solo locale), e sempre e comunque gregaria del più visibile Movimento, quando si tratta di opposizione.

Il quarto grado di separazione è Rifondazione Comunista, in Italia sì la sola organizzazione politica contenente in simbolo e programma la parola ‘comunista’ (la sola ad avere un consenso misurabile, a volte, in cifre sopra l’1% dei cittadini interpellati – il resto sono ‘polveri sottili’), ma alle prese con ben tre problemi non contingenti (non più, ormai): la contiguità, anche di Rifondazione, col Centrosinistra (ossia col PD) in non poche amministrazioni locali; la propensione, per il timor panico dell’isolamento, a rincorrere qualunque progetto, anche il più velleitario (infatti di vita brevissima, ogni volta più breve), di convergenze ‘a sinistra del PD’; un paralizzante disamore intestino tra fazioni.

Il quinto grado (infatti) sono i comunisti critici, che siano o meno militanti di Rifondazione o delle ‘polveri sottili’, i quali tutti potrebbero sì azzerare quei problemi non più contingenti e partire dal poco (ma solido) di organizzazione di cui hanno dimestichezza, per sollecitare l’opinione pubblica con la pretesa di implementare tutto il socialismo possibile in Italia a Costituzione vigente – chi avrebbe titoli, ideologicamente, più di loro per farlo? –, e però proprio l’opinione pubblica gli sovrappone la ‘macchietta dell’antagonista’ il quale si occupa di Gaza, s’indigna per l’Ucraina e si emoziona per il Venezuela, ma del proletariato italiano non ha cognizione; macchietta che essi nulla fanno per smentire.

E il sesto sono io, o meglio: sono tutti i paoloandreozzi qualunque come me, i quali sì consapevoli dei limiti dei comunisti critici, dell’empasse cronicizzato di Rifondazione, dell’ambiguità insanabile di SEL, della vera e propria infiltrazione del 5Stelle nel campo dell’alternativa e del tremendo destino che attende il Paese nel decennio (probabile) renziano che seguirà il ventennio berlusconiano, tuttavia – isolati e depressi che siamo – sono inchiodati al ruolo di meri osservatori senza alcuna possibilità di incidere su un diverso esito (che non sia il fatale) della malattia della democrazia italiana: l’assenza di un partito radicale di massa, contrappeso agli ‘animali appetiti’ del capitalismo ormai padroni della scena.

L’Italia è una ‘cosa’ diversa da tutte le altre, da sempre.
Ne scrissero i maggiori ingegni, italòfoni e no, prima del Risorgimento e dopo; ne scrisse Gramsci; ne scrissero i Padri e le Madri Costituenti; ne scrissero i migliori intellettuali della seconda metà del secolo scorso, Pasolini su tutti; e anche i più validi combattenti nella trincea per la democrazia e la legalità – in ultima analisi, per la Costituzione –, come Falcone e Borsellino.
Dunque non può stupirmi questa sequenza di impedimenti oggettivi (e soggettivi) alla realizzazione qui e ora – soltanto qui, ripeto – di un soggetto politico con almeno la teorica possibilità di contrastare, grazie a un appeal di massa, il Potere consolidato nel modello socioeconomico vigente.

Turchia, Erdogan scatena esercito e nazionalisti contro i Curdi. Prc: “Che dicono Obama e Merkel?” Turchia, Erdogan scatena esercito e nazionalisti contro i Curdi. Prc: “Che dicono Obama e Merkel?” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il conflitto tra Turchia e Pkk si fa sempre più duro. Per la prima volta dal 2011, le truppe di Ankara hanno effettuato ieri un blitz di terra in Iraq. Uno sconfinamento compiuto da due battaglioni dell’esercito e otto squadre delle operazioni speciali della gendarmeria, che non sarebbero comunque stati coinvolti in scontri. Un’operazione lampo, come l’hanno descritta gli stessi ufficiali turchi, per cercare di catturare gruppi di guerriglieri del Pkk curdo sospettati di aver compiuto l’attacco bomba in cui domenica sono morti 16 soldati a Daglica, nei pressi del confine con Iraq e Iran.

Il bilancio degli scontri ormai ha superato le 100 vittime tra poliziotti, gendarmi e militari, mentre più di mille sono quelle riportate tra guerriglieri curdi, e molti civili. Un clima di guerra che si riflette in tutto il Paese. Ieri notte decine di sedi del partito filo-curdo Hdp sono state prese d’assalto da gruppi ultranazionalisti che inneggiavano alla vendetta per la morte dei soldati uccisi dal Pkk. Il quartier generale del partito ad Ankara, così come altre sedi nell’Anatolia Centrale, sono stati bersaglio di fitte sassaiole, fino al tardivo intervento della polizia, che ha disperso i manifestanti.

Nella provincia di Kirsehir, i manifestanti hanno sfilato dietro la bandiera del Partito del movimento nazionalista (Mhp), hanno assaltato una sede dell’Hdp e hanno rimosso e distrutto la sua bandiera, sostituendola con quella della Turchia. I manifestanti hanno anche dato alle fiamme alcuni negozi gestiti da curdi, distruggendone almeno quattro.
Il deputato Hdp Garo Paylan ha denunciato che la “polizia sta a guardare”. “Quello che si è rotto è la speranza di poter vivere insieme”, ha aggiunto. Quanto a Hurriyet, il quotidiano accusato dal president Tayyip Erdogan di distorcere le sue parole, è la seconda notte che è obiettivo delle proteste. I guerriglieri curdi del Pkk, intanto, hanno rilasciato 20 ostaggi turchi, tra cui alcuni funzionari della dogana, rapiti ad agosto nell’est del paese e poi trasferiti in Iraq.

Per Parolo Ferrero, segretario del Prc “mentre l’Europa piange i bambini Kurdi di Kobane morti scappando dalla guerra, non dice nulla al premier turco che bombarda i kurdi e mette altri bambini in condizione di morire a propria volta. A parole tutti contro l’ISIS ma poi i kurdi che combattono concretamente i terroristi vengono bombardati dalla Turchia che fa parte della NATO. E’ del tutto evidente che Erdogan ha scatenato la guerra ai kurdi solo per poter vincere le elezioni impedendo ai kurdi di votare”. “Cosa dice il Nobel per la pace Obama? Cosa dice la Merkel e gli altri governanti europei? Sono dei sepolcri imbiancati con le mani sporche di sangue”,conclude Ferrero.

Quello che succede in Africa non può più essere contenuto in Africa da: rifondazione comunista

Quello che succede in Africa non può più essere contenuto in Africa

di Ferruccio Gambino

1. Nell’agosto del 2015 a Budapest né autobus né treni erano disponibili per il trasporto dei profughi siriani verso l’Austria. Fatte le debite proporzioni, il loro destino rammentava vagamente la situazione dei profughi eritrei, etiopi e sudanesi che per molto tempo rimanevano appiedati attorno all’oasi di Kufra, nel Sud della Libia. Ma la Mitteleuropa è la Mitteleuropa. Ai primi di settembre, il governo ungherese di Orbàn ha messo a disposizione i mezzi pubblici, una misura analoga a quella del 1989, quando il governo Németh lasciò passare i tedesco-orientali, decisi sì a emigrare all’ovest ma evitando finalmente il tiro al piccione lungo il muro di Berlino.

Nell’ormai lontano agosto del 1989 la questione dei mezzi di trasporto riguardava qualche centinaio di «turisti» della già traballante Repubblica democratica tedesca (Rdt). I «turisti» avevano attraversato l’Ungheria giungendo fino alla frontiera austriaca. La questione era: alla lunga, quel flusso avrebbe ridotto il muro di Berlino a un residuato bellico? In effetti, il 19 agosto 1989, circa 600 tedesco-orientali erano entrati in Baviera, dopo aver passato alla spicciolata il confine ungherese-austriaco sotto lo sguardo benevolo delle guardie di entrambi i Paesi. Il governo della Rdt aveva protestato. Per rabbonirlo, i governanti ungheresi arrestarono e rimpatriarono un gruppo di tedesco-orientali. Poi, nel giro di una ventina di giorni, cambiarono idea e diedero autobus e treni ai partenti. Che cosa era successo in quell’arco di tempo? Semplicemente che il governo conservatore della Repubblica federale tedesca (Rft) aveva oliato le ruote dei mezzi di trasporto ungheresi.

Infatti, Helmut Kohl, il cancelliere della Rft, aveva sganciato segretamente un prestito da un miliardo di marchi all’indebitato governo Németh, aggiungendo poi allettanti promesse per il futuro[1]. Era il 25 agosto 1989, data dell’incontro tedesco-ungherese nei pressi di Colonia. Incassato il pingue assegno, il governo ungherese trovò i mezzi per trasportare verso ovest i «turisti» tedesco-orientali accampati a Budapest. Si dirà: quella del 2015 è una situazione ben diversa. Indubbiamente, soprattutto perché allora tutti i «turisti» erano considerati migranti politici, mentre oggi soltanto i siriani, con l’aggiunta di un gruppo minoritario di irakeni e afghani, sono registrati come tali, mentre «gli altri» sarebbero evidentemente migranti «economici». Ad esempio, oggi i cittadini del Burundi hanno ottime ragioni per emigrare – e infatti fuggono verso il Congo – ma non troverebbero vita facile in Ungheria, così come in molti altri Paesi europei, anche se il presidente-dittatore burundese non lesina le maniere forti contro la crescente opposizione

2. Nei primi otto mesi di questo 2015 si sono contati 310mila profughi in arrivo dalla sponda sud alla sponda nord del Mediterraneo; di questi, circa 200mila sono riparati in Grecia e 100mila in Italia, i due paesi della cosiddetta prima accoglienza. Nello stesso periodo i morti e i dispersi nella traversata del Mediterraneo sono almeno 2.800, per la maggior parte africani, fra cui non si contano, ad esempio, i giovani finiti sulle lame dei muri eretti dal governo spagnolo a Ceuta e Melilla.

Il 25 agosto del 2015, esattamente 26 anni dopo l’accordo sottobanco di Kohl con Németh, il cancellierato tedesco si sporge sul baratro. Fino a quel momento era sotto gli occhi di tutti che la Grecia e l’Italia erano state lasciate sole nell’accoglienza dei rifugiati nell’area dell’UE. Di colpo, il governo Merkel scopre la questione dei profughi siriani e sospende – soltanto per loro e per gli irakeni e gli afghani aggregati – quel notorio sbarramento che è dettato dal patto «Dublino III» dell’Unione europea: da un atteggiamento di rifiuto guardando all’estrema destra tedesca, Berlino passa a una politica di ingressi selettivi guardando soprattutto al mercato del lavoro interno e alla spinta verso un’indiscussa primazia in Europa. Ai siriani che sono riusciti a passare attraverso la ruvida Macedonia e la meno ruvida Serbia si apre la possibilità di trovare rifugio in Germania. I siriani sono generalmente giovani e istruiti (è sottinteso che siano più istruiti degli africani) ed entreranno agevolmente nel sistema d’impiego. Negli stessi giorni, al largo della Libia continuano ad affogare africani sulle carrette del mare (26.8), mentre in Austria si scoprono più di 70 profughi abbandonati e soffocati nel container di un Tir (27.8). In Italia, in un sol giorno sono circa in mille a sbarcare (28.8); tra di loro si contano quattro morti, di cui due bambine di cui non vengono diffuse le fotografie.

Per contro, sei giorni dopo fa il giro del mondo la fotografia del cadavere di un bambino siriano sulla spiaggia turca di Bodrum, morto durante il tentativo della famiglia di raggiungere l’isola greca di Kos. Tutti i mezzi di comunicazione dell’Unione europea sono mobilitati a dare il massimo risalto alla notizia e a discutere della fotografia, mentre il Mediterraneo occidentale viene mediaticamente oscurato. Salvifica, la fotografia del cancelliere Angela Merkel campeggia tra gli striscioni che aprono la marcia dei siriani verso ovest, mentre l’Austria e la Baviera accolgono i primi profughi siriani in provenienza da Budapest. Il premier britannico David Cameron teme di perdere la faccia a fronte dell’universalismo merkeliano e promette di considerare l’accoglienza di qualche migliaio di siriani, quelli particolarmente «bisognosi», ma soltanto a condizione che non siano ancora arrivati in un qualsiasi Paese dell’Unione europea. Dal canto suo, il presidente francese Hollande propone di affrontare la questione siriana alla radice, bombardando selettivamente alcune aree della Siria, una decisione per la quale propende anche il governo britannico.

In breve, l’inquietante oscillazione emotiva provocata prima dal lungo immobilismo e poi dalla repentina decisione del governo tedesco a favore dell’accoglienza dei siriani – e propagata a onda dai media al resto dell’Unione europea – lascia presagire ulteriori e gravi manipolazioni dell’opinione pubblica per il futuro in tema di migrazioni. Il vuoto di una qualsiasi politica migratoria coordinata dell’Unione europea è pneumatico e non da ora. Si tratta del non detto – durato più di 60 anni – di un progetto di unificazione formulato per risolvere i conflitti tra gli Stati prima con il Mec , poi con la Cee e infine con l’Unione europea, mentre la politica estera (a parte gli accordi commerciali ma compresa la politica neocoloniale) è rimasta prerogativa dei singoli Stati. È sintomatico che, per reazione alle traversie patite dai profughi nel tragitto dalla Turchia all’Ungheria, sia in aumento il flusso dei siriani verso la Norvegia: da Beirut a Mosca, da Mosca a Murmansk e poi, con mezzi di fortuna, fino a Oslo. In agosto in Norvegia si contavano circa 100 arrivi al giorno. È un cammino per saltare a piè pari l’Unione europea, un cammino quasi sempre precluso a comuni profughi africani.

Quasi tutti hanno dimenticato che il problema enorme e cruciale di oggi e dei prossimi decenni non è la pur drammatica condizione dei siriani nella tormenta della guerra, bensì il tragico potenziale migratorio in provenienza dalla dimenticata Africa. Da una parte la politica guerrafondaia delle monarchie del Golfo in Libia (oltre che in Iraq, Siria e Yemen), dall’altra la xenofobia diffusa globalmente contro gli africani stanno operando alacremente per l’avanzata della barbarie. Attualmente si contano a decine le città africane – dal Burundi alla Repubblica centro-africana alla Libia – dove il mercato delle armi è l’unico fiorente e dove si spara quotidianamente per le strade, dove le stragi sono moneta corrente – e da dove si tenta di fuggire, senza che il resto del mondo intenda rendersene conto. Ma contrariamente al passato, quello che è successo nel Medio Oriente non è stato contenuto nel Medio Oriente, quello che succede in Africa non potrà più essere contenuto in Africa.

[1] John L. Harper, La guerra fredda. Storia di un mondo in bilico, Bologna, Il Mulino 2013, p. 276 e n. 76, p. 345.

fonte: connessioni precarie