Omaggio a Franca Viola, che segnò la fine del matrimonio riparatore. da: l’espresso

di Giulia Veschi

Franca Viola: la prima donna a denunciare chi la stuprò per ottenere il "matrimonio riparatore"

“Chiamiamola l’Italia del 544.

Il 544 era un articolo del codice penale.

Un articolo piuttosto infame, per verità. Abolito nel 1981, vale a dire poco più di trent’anni fa.

“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali.”

Fino al 1981, lo stupro si cancellava con due firme ad inchiostro su un registro: lo sposo (firma), la sposa (firma). Da carnefice a marito: si può immaginare di peggio? Sposare il carnefice era reputato ammissibilissimo dalla Chiesa Cattolica, così almeno la morale era salva e la signorina deflorata era convenientemente sistemata.

Era ritenuto più che ammissibile da un certo “sentire comune”: chi prenderebbe mai in moglie una donna “che è stata di un altro”? E poi, si sa, le donne provocano, si atteggiano, fanno le gattemorte…

Era santificato dalla legge e dalla giurisprudenza che, in centomila sentenze, si scervellava per spiegare come la verginità fosse “un bene giuridico” e non parliamo poi dei rarissimi processi per stupro. La vittima era la vera imputata, peggio di oggi in cui persino le tredicenni ammazzate e seviziate nei campi vengono fatte resuscitare metaforicamente per bollarle come scostumate che certamente provocano il loro assassino con chissà quali trucchi lascivi…

Le ragazze che dicevano “no” allo stupratore che offriva loro “un velo da sposa” finivano segregate in casa, malviste, oggetto di pettegolezzi, una vergogna per tutta la famiglia.

E le ragazze che oltre a dire “no” denunciavano… non esistevano. Non fino alla fine degli anni Sessanta, quando si cominciò a scoprire che anche noi donne, sissignore, siamo persone con dei diritti e una dignità, non solo imeni da custodire per il marito, per sposarci e starcene tutte sottomesse in casa.

La prima a dire no e a spedire lo stupratore non sull’altare a recitare la commedia del “lo voglio” e puoi baciare la sposa, ma nelle patrie galere, fu una ragazza di diciannove anni, Francesca Viola detta Franca.

Franca non era una “femminista”, non si occupava di politica, non aveva compiuto studi particolari perché i genitori – contadini – avevano pochi mezzi. Franca nasce ad Alcamo, cittadina del trapanese da sempre ostaggio di “famiglie” mafiose che spadroneggiano come gli pare. È una bellissima ragazza, troppo bella forse, per il suo stesso bene, così almeno sembra ai compaesani malevoli. La sua bellezza e la sua verginità sono la sua unica dote, nella Alcamo degli anni Sessanta. E non è solo una bellezza, Franca. È una ragazza decisa, intelligente, una che non ha paura.

Coraggiosa quando respinge il pretendente Filippo Melodia, rampollo dell’aristocrazia mafiosa, quando suo padre e sua madre gli intimano che, con i suoi precedenti penali, non se ne parla – già allora Franca ed i genitori, Vita e Bernardo, mostrano un coraggio non da poco.

E coraggioso è suo padre, Bernardo, agricoltore, un uomo duro come la sua vita, privo di istruzione e con pochi soldi in tasca ma pieno di dignità, che fa spallucce davanti alle minacce di Filippo, alla pistola spianata sotto il naso (“chista è chidda che scaccia’ a testa a vossia!”), a Filippo e scagnozzi che gli devastano i campi e le vigne.

E coraggiosa è sua madre, Vita, che la mattina del 26 dicembre 1966 corre dai carabinieri a denunciare con nome e cognome Melodia, che ha fatto irruzione, pisola in mano, in casa loro con altri 12 compari, ha spaccato tutto quel che capitava e portando via Franca ed il fratellino.

Coraggioso persino il piccolo Mariano, otto anni, fratello minore di Franca, che si slancia sulla sorella con quanta forza ha in corpo per proteggerla da quei “malacarne” che vogliono trascinarla via con loro.

Coraggioso il futuro marito, ragionier Giuseppe Ruisi, che amava Franca da quando erano bambini entrambi e certi loro cugini si erano sposati tra loro e lui le scriveva letterine d’amore – e a lui non importa delle minacce della famiglia di Melodia, lui ama Franca e lei ama lui, quindi ci si sposa con tutti i crismi, abito bianco cucito dall’amica del cuore per lei e giacca e cravatta per lui, rinfresco in un bell’albergo e dopo ci si scatena ballando queste fantastiche musicacce americane e inglesi che furoreggiano.

E più di tutto, coraggiosa lei, Franca, diciott’anni ed undici mesi, quinta elementare, lettrice di fotoromanzi, che ascolta le canzonette d’amore tipo “24mila baci” alla radio e sogna i belloni del cinema ed i divi di Sanremo…

Lei che passa otto giorni reclusa in casa di una sorella di Filippo, viene minacciata e offesa, malmenata, lasciata digiuna e violentata più volte, ma nonostante il panico ed il dolore glielo dice in faccia: non ti sposo, ti denuncio, ti faccio prendere trent’anni.

Lei che voleva sposarsi per amore con un uomo perbene, diventare mamma, metter su casa e la sera guardare la televisione col marito e adesso sa che o sposa Filippo per amore o per forza, o saranno guai per lei, per i suoi genitori, per tutti quanti.

Lei che singhiozza tra le braccia del padre: quello non lo sposo, e lui, che non sperava più di rivederla viva (ha tentato di suicidarsi, giorni prima, disperato, temendo che quel disgraziato avesse ucciso la sua bambina e prima o poi ritrovassero i resti straziati in fondo ad un pozzo – lo hanno trattenuto a viva forza) e la conforta: fai bene, tu metti una mano ed io ne metto cento.

Lei che vive con la camionetta dei Carabinieri sotto casa per cinque anni, dopo il processo, perché Melodia è discendente di mafiosi e adesso che Franca lo ha fatto finire dentro assieme a tutta la sua tribù di malacarne tutti gli “uomini d’onore” della zona gliel’hanno giurata.

Lei che viene additata da tutti, dai compaesani, dalle amiche che non la salutano più, dalla gente che scuote la testa, persino l’arciprete di Alcamo l’accusa di aver compiuto “un gesto quantomeno imprudente” e che con questo finimondo le toccherà restare zitella, mentre “noi sacerdoti con prudenza e dando tempo al tempo, abbiamo risolto o ricucito situazioni anche più gravi di questa”.

Lei che si sposa in bianco, in chiesa, l’avvocato Corrao (grand’uomo) a farle da testimone, che si presta ad una foto mano nella mano col marito, sorridenti e felici, e poi basta, per favore.

Una favola a lieto fine…

Ma con un intermezzo di dolore e paura.

Il dolore e la paura veri.

Franca si chiude letteralmente in casa per quasi un anno, la gente sparla, le amiche le negano il saluto, si scuotono teste, voci e pettegolezzi crudeli si rincorrono: lei ci stava, lo ha rovinato…, ormai è disonorata…, chi la vuole più? Quando lui uscirà di galera, tra dieci anni, lei rimpiangerà di non averlo sposato… E Bernardo? Con che faccia si mostra in giro? Come l’ha cresciuta?

Per andare oltre tutto questo, ci vuole un coraggio non da tutti.

I tempi delle canzonette d’amore, della lettura di “Grand Hotel” sono finiti.

Ha diciannove anni ed il suo destino sembra segnato: rapita, “disonorata”, ha rifiutato le nozze riparatrici ed ha trascinato in tribunale il “seduttore” (sic) – e non un seduttore qualsiasi, un picciotto mafioso, in anni in cui, per legge, la mafia nemmeno esiste.

Diciannove anni e la sua vita sembra finita: “monaca di casa”, non uscire e non farsi vedere, innominabile, guarda tu cos’ha combinato la Franca, ma pensa un po’, che gli è preso a Bernardo e a Vita di fare questo disastro, non potevano costringerla a sposare Filippo e buonanotte?

I Melodia sono ricchi, i Viola poveri, Franca è così bella, si sa che le belle ragazze finiscono sempre male…

Un anno e mezza chiusa in casa, per la colpa imperdonabile di aver detto al disgraziato che l’ha violentata “non ti sposo, ti trascino in tribunale”.

Viene notata una volta o due, velata, ad una processione: è a piedi scalzi, come chi chiede una grazia.

Eppure arriva – è il caso di dirlo – il principe azzurro.

Forse anche meglio del principe azzurro: Giuseppe la ama, è un bel ragazzo rispettabile, ha un buon lavoro e di quel che dicono i compaesani non gliene frega niente.

Lui pensa che Franca sia stata coraggiosa e dignitosa, altro che verginità e purezza (così dichiara lui ad un giornalista che lo intercetta subito dopo la cerimonia, sull’uscio della sacristia): quel che conta “è la purezza del sentimento” e non un mero dettaglio fisico.”

Grazie Giulia Veschi

L’Italia spende 80 milioni al giorno in spese militari da. il manifesto.it

L’arte della guerra. La rubrica settimanale di Manlio Dinucci oggi si occupa dell’ultimo rapporto del Sipri sulle spese militari. Ogni minuto si spendono nel mondo a scopo militare 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno

La spesa mili­tare ita­liana, cal­co­lata al tasso di cam­bio cor­rente dollaro/euro, è salita da 65 milioni di euro al giorno nel 2013 a circa 70 nel 2014.

Anche nell’ipotesi che resti inva­riata nel 2015 (cosa impos­si­bile per­ché la Nato preme per un aumento), la spesa annuale del 2014 equi­vale, all’attuale tasso di cam­bio, a 29,2 miliardi di euro, ossia a 80 milioni di euro al giorno.

Ciò emerge dai dati sulla spesa mili­tare mon­diale, pub­bli­cati ieri dal Sipri. Più pre­cisi di quelli del Mini­stero della difesa, il cui bud­get uffi­ciale ammonta nel 2014 a 18,2 miliardi di euro, ossia a circa 50 milioni di euro al giorno. Ad esso si aggiun­gono però altre spese mili­tari extra-budget, che gra­vano sul Mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico per la costru­zione di navi da guerra, cac­cia­bom­bar­dieri e altri sistemi d’arma e, per le mis­sioni mili­tari all’estero, su quello del Mini­stero dell’economia e delle finanze.

L’Italia è al 12° posto mon­diale come spesa mili­tarefonte: Sipri

Net­ta­mente in testa restano gli Stati uniti, con una spesa nel 2014 di 610 miliardi di dol­lari (equi­va­lenti, all’attuale tasso di cam­bio, a 575 miliardi di euro).

Stando ai soli bud­get dei mini­steri della difesa, la spesa mili­tare dei 28 paesi della Nato ammonta, secondo una sua sta­ti­stica uffi­ciale rela­tiva al 2013, ad oltre 1000 miliardi di dol­lari annui, equi­va­lenti al 56% della spesa mili­tare mon­diale sti­mata dal Sipri. In realtà la spesa Nato è supe­riore, soprat­tutto per­ché al bilan­cio del Pen­ta­gono si aggiun­gono forti spese mili­tari extra bud­get: ad esem­pio, quella per le armi nucleari (12 miliardi di dol­lari annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento dell’energia; quella per gli aiuti mili­tari ed eco­no­mici ad alleati stra­te­gici (47 miliardi annui), iscritta nei bilanci del Dipar­ti­mento di stato e della Usaid; quella per i mili­tari a riposo (164 miliardi annui), iscritta nel bilan­cio del Dipar­ti­mento degli affari dei vete­rani. Vi è anche la spesa dei ser­vizi segreti, la cui cifra uffi­ciale (45 miliardi annui) è solo la punta dell’iceberg.

Aggiun­gendo que­ste e altre voci al bilan­cio del Pen­ta­gono, la spesa mili­tare reale degli Stati uniti sale a circa 900 miliardi di dol­lari annui, circa la metà di quella mon­diale, equi­va­lenti nel bilan­cio fede­rale a un dol­laro su quat­tro speso a scopo militare.

Nella sta­ti­stica del Sipri, dopo gli Stati uniti ven­gono la Cina, con una spesa sti­mata in 216 miliardi di dol­lari (circa un terzo di quella Usa), e la Rus­sia con 85 miliardi (circa un set­timo di quella Usa). Seguono l’Arabia Sau­dita, la Fran­cia, la Gran Bre­ta­gna, l’India, la Ger­ma­nia, il Giap­pone, la Corea del sud, il Bra­sile, l’Italia, l’Australia, gli Emi­rati Arabi Uniti, la Turchia.

La spesa com­ples­siva di que­sti 15 paesi ammonta, nella stima del Sipri, all’80% di quella mondiale.

La sta­ti­stica evi­den­zia il ten­ta­tivo di Rus­sia e Cina di accor­ciare le distanze con gli Usa: nel 2013–14 le loro spese mili­tari sono aumen­tate rispet­ti­va­mente dell’8,1% e del 9,7%. Aumen­tate ancora di più quelle di altri paesi, tra cui: Polo­nia (13% in un anno), Para­guay (13%), Ara­bia Sau­dita (17%), Afgha­ni­stan (20%), Ucraina (23%), Repub­blica del Congo (88%).

Ogni minuto si spendono nel mondo a scopo militare 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno

I dati del Sipri con­fer­mano che la spesa mili­tare mon­diale (cal­co­lata al netto dell’inflazione per con­fron­tarla a distanza di tempo) è risa­lita a un livello supe­riore a quello dell’ultimo periodo della guerra fredda: ogni minuto si spen­dono nel mondo a scopo mili­tare 3,4 milioni di dol­lari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno. Ed è una stima per difetto della folle corsa alla guerra, che fa strage non solo per­ché porta a un cre­scente uso delle armi, ma per­ché bru­cia risorse vitali neces­sa­rie alla lotta con­tro la povertà.

Catania Marcia delle donne e degli uomini partira´alle ore 17.00 di venerdí 11 dalla spiaggia Libera Nº 1 in viale Kennedy (Playa),

A CATANIA , la marcia partira´alle ore 17.00 di venerdí 11 dalla spiaggia Libera Nº 1 in viale Kennedy (Playa), per arrivare, passo dopo passo, fino al lido Verde dove ci saranno letture, flash mob, nello stesso luogo in cui, arrivarono sulla spiaggia i corpi di SEI migranti, la mattina del 10 agosto 2013.

Venerdì 11 settembre, in tutta Italia, si terrà la “Marcia delle donne e degli uomini scalzi” per dire no ai muri del razzismo e dell’intolleranza che crescono in tutta Europa e per chiedere corridoi umanitari sicuri, un sistema di diritto di asilo europeo (il superamento del regolamento di Dublino), un’accoglienza dignitosa per i profughi e lo smantellamento di tutti i luoghi di “detenzione” dei migranti. L’iniziativa, quel giorno, si terrà anche a Catania. Appuntamento alle 17, alla spiaggia Libera n. 1 in viale Kennedy (Plaja)
AIUTATECI a far girare l’evento invitando i vostri amici o condividendolo sulla vostra bacheca
ADESIONI di gruppi e associazioni: Anpi, Mani Tese Sicilia, Unione degli Studenti, Emergency, Cope – Cooperazione Paesi Emergenti, Lila, Pax Christi, Associazione Penelope Catania, Azione civile Catania, Catania Ecologia, Cgil Catania, Associazione Fare, Amnesty International – gruppo 72 Catania, Comunità Eritrea di Catania, Libera

Germania, le ragioni della svolta da: il manifesto

Germania, le ragioni della svolta

Può cam­biare tutto nel giro di poche set­ti­mane o addi­rit­tura di pochi giorni? La stampa euro­pea fa mostra di cre­derci. L’egemonia tede­sca sull’Europa sem­bra essersi tra­sfor­mata d’incanto in una lumi­nosa guida morale. I «valori della cul­tura euro­pea» met­tono in ombra quelli della borsa, la respon­sa­bi­lità sto­rica prende il soprav­vento su quella con­ta­bile, dall’ultimo rifu­giato siriano fino alla can­cel­liera Mer­kel tutti insieme into­nano l’«Inno alla Gioia». Per qual­cuno la «pal­lida madre» avrebbe addi­rit­tura rispol­ve­rato lo spi­rito di Hoel­der­lin e Heine. L’esagerazione è il pane quo­ti­diano dei media. Eppure qual­cosa di nuovo è accaduto.

Ber­lino, sia pure con molti distin­guo di cui non è ancora chiara l’entità, ha rimesso in que­stione una delle sue crea­ture più care: quell’accordo di Dublino che costrin­geva i richie­denti asilo a rima­nere nel primo paese di approdo. Ha chia­mato a un grande sforzo nazio­nale per fron­teg­giare l’emergenza dei pro­fu­ghi, ha dichia­rato di voler inve­stire sei miliardi dei suoi pre­ziosi risparmi per la siste­ma­zione e l’integrazione dei nuovi arri­vati, indi­rizza l’Unione euro­pea verso poli­ti­che respon­sa­bili di aper­tura e di accoglienza.

Que­sta cor­re­zione di rotta è stata deter­mi­nata da quat­tro fat­tori ben più razio­nali che emotivi.

Il primo, deci­sivo, è la con­sa­pe­vo­lezza che la pres­sione migra­to­ria era ormai inar­re­sta­bile. Il governo di Ber­lino ha dovuto infine pren­dere atto che non esi­ste bar­riera mate­riale o legi­sla­tiva in grado di argi­nare la mol­ti­tu­dine in movimento.

Si tratta, dun­que, di una vit­to­ria dei migranti, otte­nuta a caris­simo prezzo, di un risul­tato della loro straor­di­na­ria determinazione.

Le fron­tiere non sono state sem­pli­ce­mente aperte dalla bene­vo­lenza dei «padroni di casa», ma tra­volte da decine di migliaia di per­sone che eser­ci­ta­vano, prima che qual­cuno glielo avesse rico­no­sciuto, il loro «diritto di fuga» e riven­di­ca­vano la libertà di movi­mento. Inol­tre biso­gnava fare in fretta poi­ché tutto poteva acca­dere in quell’Ungheria dai tratti sem­pre più mar­ca­ta­mente fasci­sti che l’Europa tol­lera nel suo seno. Aprire la fron­tiera più che una scelta è stata una necessità.

Il secondo ele­mento è la sco­perta che i sen­ti­menti xeno­fobi e raz­zi­sti non sono affatto mag­gio­ri­tari e nean­che così ampia­mente dif­fusi come si cre­deva. La straor­di­na­ria mobi­li­ta­zione spon­ta­nea a soste­gno dei rifu­giati da Vienna a Monaco a Ber­lino ha dis­si­pato le ombre dis­se­mi­nate in Ger­ma­nia dai patrioti anti­sla­mici di Pegida (ridotti a spa­ruti grup­pu­scoli asse­diati in ogni città tede­sca) e dai nazio­na­li­sti solo un po’ meno impre­sen­ta­bili di Alter­na­tive fuer Deu­tschland.

Di con­se­guenza il timore che l’apertura agli stra­nieri dovesse com­por­tare un cospi­cuo costo elet­to­rale a favore della destra è stato for­te­mente ridi­men­sio­nato. Alla fine potrebbe addi­rit­tura tra­dursi in un gua­da­gno per la Cdu di Angela Merkel.

Il terzo fat­tore era la neces­sità di restau­rare l’immagine della Ger­ma­nia in Europa, gran­de­mente dan­neg­giata dalla gestione della crisi greca. Il paese non doveva più essere iden­ti­fi­cato con il volto arci­gno della Bun­de­sbank. Tut­ta­via, nel sot­to­li­neare più volte il fatto che la Ger­ma­nia è un paese forte e sano, Angela Mer­kel lascia inten­dere che solo l’esercizio ordi­na­rio del rigore per­mette l’esercizio straor­di­na­rio della solidarietà.

Severa o sol­le­cita che sia, la lea­der­ship con­ti­nua risie­dere a Ber­lino. In ogni modo l’operazione di imma­gine, a giu­di­care dagli osanna che si levano in mezza Europa e tra le file più foto­gra­fate dei pro­fu­ghi, è per­fet­ta­mente riu­scita. Senza peral­tro dovere ricor­rere ai pro­clami bel­lici di Lon­dra e di Parigi.

Il quarto fat­tore è la con­sa­pe­vo­lezza del fatto che, debi­ta­mente gover­nata, l’immigrazione, se a breve ter­mine rap­pre­senta un costo, sul lungo periodo costi­tui­sce una for­mi­da­bile risorsa, soprat­tutto per un modello eco­no­mico come quello tede­sco. Si tratta allora di met­tere a punto gli stru­menti e i fil­tri neces­sari a que­sto governo e dun­que un diritto di asilo euro­peo secondo schemi fun­zio­nali alla poli­tica migra­to­ria della Bundesrepublik.

Il lavoro è appena comin­ciato e c’è intanto da fare i conti con i nazio­na­li­smi più o meno xeno­fobi dell’Est euro­peo lun­ga­mente coc­co­lati da Ber­lino. Ma, soprat­tutto, ci sono da sta­bi­lire i cri­teri di ammis­sione e di esclu­sione. In un primo momento sem­brava che le porte della Ger­ma­nia si doves­sero aprire ai soli siriani. Una discri­mi­na­zione rispetto ad altre aree di con­flitto armato non ammessa dalla Costi­tu­zione tedesca.

Tut­ta­via non è ancora chiaro chi avrà diritto allo sta­tus di rifugiato.

Di certo non chi pro­viene dai paesi bal­ca­nici (Alba­nia, Ser­bia, Kosovo, Bosnia) dichia­rati sicuri. Il cri­te­rio è sem­plice: una volta dichia­rato un paese «sicuro» il rim­pa­trio sarà imme­diato. Ma que­sta defi­ni­zione si pre­sta alle più arbi­tra­rie e inte­res­sate sem­pli­fi­ca­zioni. Tanto più che in molti paesi la «sicu­rezza» garan­tita alla mag­gio­ranza, spesso non lo è altret­tanto per le minoranze.

C’è da scom­met­tere che, se que­sto sarà il discri­mine, il mondo si sco­prirà pre­sto molto più sicuro di quanto non immaginasse.

E, tut­ta­via, una dispo­ni­bi­lità al cam­bia­mento, al rin­no­va­mento delle società euro­pee con il con­tri­buto dei migranti sem­bra essersi ormai dif­fuso tra i cit­ta­dini del Vec­chio Con­ti­nente e trova una qual­che eco per­fino nelle parole della Can­cel­liera alquanto ine­briata dal suo stesso, inat­teso, suc­cesso di pubblico.

Una brec­cia è stata aperta su entrambi i lati della fron­tiera, una brec­cia che inve­ste l’intero spa­zio pub­blico euro­peo e che, su que­sta scala, deve essere allargata.

No alla chiusura del reparto di malattie infettive all’ospedale Civile di Ragusa da: giornaleibleo.it

 

Incontro tra il presidente regionale di Federsanità-Anci Sicilia Giovanni Iacono e il consigliere regionale dell’Anaao (associazione medici dirigenti) Nunzio Storace. Si è discusso in primo luogo delle problematiche legate alla tutela della salute dei cittadini e si sono espresse forti preoccupazioni per la paventata chiusura presso il presidio ospedaliero Civile (nella foto) di Ragusa del reparto delle malattie infettive e tropicali.

Giovanni Iacono, al termine dell’incontro, ha affermato che: “Siano innanzitutto i cittadini che vengono curati o malcurati a decretare le strutture ed i reparti di eccellenza o i reparti dai quali ‘scappare’ e nel caso specifico le malattie infettive di Ragusa rappresentano un reparto che si è sempre distinto in positivo e la conferma è sempre venuta dai dati statistici sul numero di ricoveri, sul peso medio, sul tasso di occupazione, sulla soddisfazione dei pazienti”.

“E’ irrazionale – conclude Giovanni Iacono – scomporre ciò che funziona ed è grave attuarlo perché così continuando quando si arriverà ad aprire l’Ospedale nuovo a Ragusa sarà un ospedale iper-declassato perché non bisogna dimenticare i posti letto già persi di medicina di gastroenterologia e di pneumologia. Auspico pertanto che si torni indietro su scelte sbagliate”