Epatite C, l’allarme dei pazienti: “Stanno finendo i fondi. Non accettiamo tagli, siamo pronti alla mobilitazione” Autore: redazione da: controlacrisi.org

I pazienti che ne hanno diritto stanno ricevendo i ‘superfarmaci’ contro l’epatite C, anche se con qualche rallentamento, ma alcune Regioni stanno terminando i fondi a disposizione, e c’è il timore che non riescano a far fronte alle richieste da qui a fine anno. E’ la denuncia di Ivan Gardini, presidente dell’associazione di pazienti Epa C onlus, a margine di un convegno sul tema organizzato da Abbvie. “Entro fine anno con questo ritmo potremmo arrivare a 20-25mila pazienti trattati, che erano quelli preventivati – ha spiegato Gardini -. Ci preoccupa però il fatto che diverse Regioni sono già al limite del budget, potrebbero non avere risorse per i pazienti da qui a fine anno se non arriveranno i soldi del Fondo Nazionale di cui io ministro Lorenzin ha firmato da poco il riparto. Ci sono state in questo periodo molte segnalazioni, soprattutto da Umbria e Piemonte, ma siamo riusciti a risolvere l’80% dei problemi che ci sono stati segnalati”.
Il Fondo per l’innovazione, che contiene le risorse per trattare i pazienti più gravi fino all’anno prossimo, va difeso dagli ‘attacchi’, ha sottolineato Gardini. “In diverse occasioni le Regioni hanno cercato di ‘dirottare’ le risorse – ha spiegato -, invece va confermato e se possibile rimpinguato, però permettere di curare più persone, visto che già ora molti si stanno informando su come andare a comprare il farmaco in India o in Egitto. Noi pazienti siamo pronti a reazioni molto dure se mancheranno i fondi”.

Anche la Cgil è dalla parte degli uomini scalzi Fonte: Il ManifestoAutore: Luca Fazio

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A Firenze? A Genova? A Cata­nia che si fa? Ci si inter­roga sin­go­lar­mente spec­chian­dosi in un social net­work, o chie­dendo lumi alle asso­cia­zioni, qual­cuno prima o poi rispon­derà. E forse gli appun­ta­menti si mol­ti­pli­che­ranno, que­sto il desi­de­rio di molti che oggi sen­tono il biso­gno di dare un chiaro segnale anti­raz­zi­sta per denun­ciare la poli­tica cri­mi­nale dell’Europa. Non acca­deva da troppi anni, è già un segnale. Di sicuro la Mar­cia delle donne e degli uomini scalzi, pen­sata dal regi­sta Andrea Segre e accolta da diversi uomini e donne di spet­ta­colo e intel­let­tuali, non ani­merà solo il par­terre della Mostra del Cinema di Vene­zia. La mani­fe­sta­zione, o meglio il momento di incon­tro diven­tato neces­sa­rio per­ché “è arri­vato il momento di deci­dere da che parte stare”, con­ti­nua a rac­co­gliere sin­gole ade­sioni in tutta Italia.

E’ pre­sto per dire quante città venerdì pros­simo 11 set­tem­bre pro­ve­ranno a repli­care la mar­cia senza scarpe che rom­perà il ceri­mo­niale del festi­val. Ma è certo che l’adesione uffi­ciale della Cgil nazio­nale con­tri­buirà a mol­ti­pli­care le ini­zia­tive sui ter­ri­tori, anche se poi biso­gnerà fare ancora tanta strada per dare sostanza e pro­spet­tive poli­ti­che a una mani­fe­sta­zione sacro­santa ma pur sem­pre sim­bo­lica. “Nella stessa gior­nata — si legge in una nota del sin­da­cato — la con­fe­de­ra­zione orga­niz­zerà ini­zia­tive ana­lo­ghe in tutto il paese, per­ché la Cgil è dalla parte degli uomini scalzi, di coloro che fug­gono da guerre e vio­lenze e si scon­trano con i nuovi muri, le discri­mi­na­zioni e i raz­zi­smo di tanti stati euro­pei”. E ancora: “Non vogliamo vedere mai più bimbi morti sulle spiagge, cada­veri di per­sone asfis­siate, anne­gate, volti segnati dalla sof­fe­renza che cer­cano rifu­gio in Europa e si tro­vano di fronte a egoi­smi nazio­nali inde­gni della tra­di­zione e della civiltà euro­pea”. E que­sto non è il solito lin­guag­gio palu­dato da comu­ni­cato sindacale.

Anche Sel ade­ri­sce all’iniziativa. “La mar­cia ha obiet­tivi che con­di­vi­diamo da sem­pre — spiega Nicola Fra­to­ianni — cer­tezza di cor­ri­doi uma­ni­tari sicuri per le vit­time di guerre e cata­strofi, acco­glienza degna e rispet­tosa, chiu­sura e sman­tel­la­mento di tutti i luo­ghi di con­cen­tra­zione e deten­zione dei migranti, creare un sistema unico di asilo in Europa supe­rando il rego­la­mento di Dublino”. A Milano, intanto, senza aspet­tare i tempi della poli­tica, la Mar­cia delle donne e degli uomini scalzi si è già auto con­vo­cata dan­dosi appun­ta­mento nel nuovo luogo di “culto” della movida più o meno impe­gnata mila­nese: alle 18,30 ritrovo in Porta Genova per diri­gersi alla Dar­sena. La cam­mi­nata, come si legge sull’appello postato su face­book, vuole essere “l’inizio di un per­corso di cam­bia­mento che chiede a tutti gli uomini e le donne del mondo glo­bale di capire che non è in alcun modo accet­ta­bile fer­mare e respin­gere chi è vit­tima di ingiu­sti­zie mili­tari, reli­giose o eco­no­mi­che che siano”. Non si cono­scono ancora i det­ta­gli della par­te­ci­pa­zione, ma sem­bra che anche Lecco si stia pre­pa­rando per dare il suo contributo.

I segni del genocidio Fonte: Il ManifestoAutore: Annamaria Rivera

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Lo sap­piamo: ricor­rere a parole come geno­ci­dio o Shoah per nomi­nare altre stragi di esseri umani rischia di aval­lare o ali­men­tare il revi­sio­ni­smo. Eppure le istan­ta­nee più recenti a prova del trat­ta­mento dei pro­fu­ghi e della loro eca­tombe ine­so­ra­bile con­ten­gono segni evo­canti la semio­tica del genocidio.

Con la pro­li­fe­ra­zione di muri e fili spi­nati; le masse di cada­veri di asfis­siati durante tra­sporti disu­mani; la mar­chia­tura di massa degli esuli, bam­bini com­presi, a ren­dere let­te­rale la loro stig­ma­tiz­za­zione; i campi per migranti irre­go­lari, con topo­gra­fia e rou­tine quo­ti­diana simili a quelle dei lager…

La più stra­ziante delle imma­gini, quella del cor­pi­cino esa­nime sulla spiag­gia, vestito di tutto punto come per un viag­gio di pia­cere, è non solo l’icona della vit­tima asso­luta, ma anche la rica­pi­to­la­zione potente di una strage spesso bana­liz­zata o ridotta a sin­gole cifre o epi­sodi, sia pur seriali. Quest’ecatombe ha respon­sa­bili poli­tici ben defi­niti, che non sono certo in pri­mis i «traf­fi­canti».
Essa è, infatti, il frutto di un dise­gno, sia pur da appren­di­sti stre­goni. I quali, men­tre face­vano dell’Europa sem­pre più una for­tezza, con­tri­bui­vano a desta­bi­liz­zare e deva­stare ampie aree del mondo con poli­ti­che di sfrut­ta­mento neo­co­lo­niale, guerre e altri inter­venti mili­tari, senza cal­co­larne le con­se­guenze in ter­mini di esodi di massa obbligati.

Eppure v’è ancora chi vor­rebbe non essere distur­bato nell’opera di rimo­zione. Cer­tuni, non pochi, hanno pro­te­stato, tra­mite radio e web, per «l’intento ricat­ta­to­rio» di chi ha voluto pub­bli­care le imma­gini del bimbo anne­gato. È come dire che Robert Capa avrebbe fatto bene a tener nasco­sta la foto­gra­fia della morte del mili­ziano durante la guerra civile spa­gnola. E il viet­na­mita Nick Ut avrebbe dovuto tenersi nel cas­setto l’altrettanto cele­bre imma­gine del 1972 che, com­parsa sulle prime pagine dei gior­nali di tutto il mondo, gli sarebbe valsa un pre­mio Puli­tzer: quella dei bam­bini, una di loro com­ple­ta­mente nuda, che fug­gono da un attacco al napalm com­piuto dall’esercito sta­tu­ni­tense. Né si sarebbe dovuta ren­der pub­blica l’istantanea, scat­tata nel 2004, che mostra la sol­da­tessa ame­ri­cana Lynn­die England men­tre, nella pri­gione di Abu Ghraib, tra­scina al guin­za­glio il corpo di un pri­gio­niero ira­cheno, osce­na­mente de-umanizzato: anch’egli nudo e col volto visibile.

Insomma, per quanto scioc­canti, vi sono imma­gini che com­pen­diano con effi­ca­cia il senso di eventi della cui por­tata sto­rica non tutti, in quel momento, sono consapevoli.

Attual­mente siamo di fronte a un evento simile, che segna la disfatta morale dell’Europa che volle fede­rarsi all’insegna di valori quali il rispetto asso­luto dei diritti umani. E che invece oggi s’illustra per due pri­mati: è la meta più migran­ti­cida al mondo; è inca­pace di distri­buire e acco­gliere degna­mente finan­che la quota irri­so­ria di qua­ran­ta­mila richiedenti-asilo, lo 0,0079% in rap­porto alla popo­la­zione dell’Unione europea.