Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? gazzettinoonline.it

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?
settembre 02
09:57 2015

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? Dall’inchiesta giornalistica de “Il Fatto Quotidiano”, emergono inquietanti intrecci sulla gestione del Cara di Mineo. Sullo sfondo quell’appalto milionario da cento milioni di euro all’anno, appalti e fornitori, posti di lavoro e soprattutto voti da gestire.

mineo“In cima – riporta l’articolo del giornale nazionale – c’è la figura del sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato dalla Procura di Catania per turbativa d’asta, luogotenente di Angelino Alfano in Sicilia, genero del potentissimo senatore Pino Firrarello; poi ci sono tutti gli altri: faccendieri, politici e manager spregiudicati. Intorno un’intera provincia che cambia preferenze elettorali: dal centrosinistra al nuovissimo partito di Alfano e Castiglione. Eccolo qui il sistema del Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo più grande d’Europa, finito nel ciclone dell’inchiesta su Mafia Capitale. Dalle rivelazioni di Luca Odevaine emerge un quadro inquietante. Egli stesso ammette davanti ai magistrati inquirenti di mafia Capitale di avere intascato 10mila euro al mese anche se – afferma – la richiesta complessiva era di 20 mila euro. Ma non erano solo per me: mi servivano per le cooperative sociali che presiedevo”. “Se ho favorito la vittoria delle gare per la gestione del centro? Sì, l’ho fatto” ammette nei verbali pubblicati dal Messaggero e dal Corriere della Sera.

Il racconto di Odevaine parte dal 2011 – si legge nell’inchiesta del Il Fatto – quando dopo lo scoppio della Primavera araba comincia l’ondata di sbarchi dal nord Africa.

Ed è a quel punto che Odevaine si materializza in Sicilia, dove incontrerà con l’allora presidente della provincia di Catania Castiglione e il giarrese Salvo Calì presidente della cooperativa Sisifo, iscritta a Legacoop, capofila dei gestori di Mineo fin dalla creazione del centro. Sisifo è il Consorzio di cooperative che dal 2011 gestisce il Cara di Mineo dopo aver vinto un appalto del valore di diverse decine di milioni di euro nel 2011 per gestire il servizio di accoglienza degli immigrati.

SALVO CALI'Ma chi è quel Salvo Calì che Odevaine tira in ballo? Fino al febbraio 2013 presidente di Sisifo è stato, per l’appunto, Salvo Calì, dirigente medico dell’Asp di Catania, già direttore sanitario a Giarre e Paternò e segretario del Smi, Sindacato medici italiani; nella metà degli anni ’70 è entrato a far parte nel Pci; è stato consigliere comunale del Pci dal 1980 al ‘90 e dal ’90 al ‘93, consigliere provinciale.

Salvo Calì nel novembre del ‘91 ebbe una grande opportunità: diventare presidente della Provincia di Catania, ma l’occasione sfumò e a conquistare la prestigiosa poltrona di Palazzo Minoriti al tempo fu Carmelo Rapisarda. Sullo sfondo di quella tormentata elezione accordi saltati per equilibri non trovati. In origine, il nome prescelto sarebbe stato quello di Clelia Papale ma nel Pci-Pds non tutti erano d’accordo. Anzi in quella circostanza ci sarebbero stati scontri durissimi e siccome il marito della Papale era quel Giacomo Torrisi, al tempo presidente della Lega cooperative, fu invitata a farsi da parte e in quell’occasione spuntò dal cilindro Salvo Calì. Sembrava fatta, ma anche sul nome del medico giarrese ci furono reazioni inattese di aspro dissenso. Calì non ce la fece. Oggi a distanza di molti anni, il nome di Calì spunta in questa vicenda torbida legata a Mafia Capitale e alla gestione del Cara di Mineo. È il famoso pranzo con sedia vuota.

“Castiglione – racconta Odevaine ai magistrati – non mi disse esplicitamente che Sisifo presieduta da Calì doveva vincere la gara, ma io capii perfettamente anche perché accompagnandomi all’aeroporto mi disse che Sisifo era per lui il gruppo più adatto a gestire Mineo; mi disse che erano cooperative di centrosinistra e quindi lui non aveva un interesse politico, ma li promuoveva perché li considerava capaci. Mi disse anche che vi era una esigenza politica primaria di favorire cooperative operanti sul territorio”.

E’ in questo modo che nasce la prima gara d’appalto milionaria per gestire Mineo, una gara che Odevaine racconta senza mezzi termini di avere praticamente truccato. “Il bando era scritto in modo da rendere certa la vittoria dell’Associazione temporanea d’imprese: la decisione fu presa congiuntamente da Paolo Ragusa, da me, da Castiglione, da Giovanni Ferrera“.  Ragusa, anche lui indagato con Castiglione, è un grande elettore del Nuovo Centrodestra, il partito creato da Alfano che nella zona del Calatino prende percentuali massicce di voti. A sentire Odevaine, non solo aveva ruolo nella gestione del centro, ma “imponeva la scelta dei fornitori dai quali acquistare e gestiva le convenzioni con i privati. privati presso i quali gli ospiti del centro potevano spendere 2,5 euro al giorno con una tessera”.

Ma non è finita qui: perché – secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano – dopo che Castiglione e Odevaine si accordano sul nome di Sisifo per gestire il centro, la rete comincia ad allargarsi. “Quando incontrai di nuovo Castiglione gli dissi che era necessario individuare una struttura in grado di gestire pasti, per cui gli consigliai di rivolgersi alla Cascina. In più di un’occasione Menolascina (dirigente della cooperativa) mi ha detto che La Cascina ha stretto rapporti con Lupi, Alfano e Castiglione e che finanziava la nascita di Ncd”. La cooperativa vicino a Comunione e Liberazione, dunque, secondo Odevaine è tra i main sponsor del nuovo partito di Alfano, diventato nel frattempo il principale partito politico dei comuni del Calatino.

Strasburgo condanna l’Italia per violazione dei diritti umani Fonte: Il ManifestoAutore: Luca Fazio

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Una goc­cia di giu­sti­zia in un mare di morte e dispe­ra­zione. Men­tre di ora in ora viene aggior­nata la conta dei vivi e dei morti che si avven­tu­rano nel tratto di mare più peri­co­loso del mondo — 351 mila per­sone dall’inizio dell’anno secondo l’Organizzazione inter­na­zio­nale per le migra­zioni (Oim) — l’Italia viene con­dan­nata dalla Corte euro­pea dei diritti dell’uomo di Stra­sburgo per vio­la­zione dei diritti umani. Si tratta di una sin­gola sto­ria che riguarda tre ragazzi tuni­sini e risale al 2011 ma è esem­plare per­ché sot­to­li­nea la disu­ma­nità di un trat­ta­mento che riguarda decine e decine di migliaia di esseri umani che in que­sti anni sono stati par­cheg­giati (reclusi) in strut­ture di acco­glienza che con­ti­nuano ad essere improv­vi­sate. Secondo la Corte di Stra­sburgo, la deten­zione e l’espulsione da Lam­pe­dusa dei tre migranti, fug­giti dalla Tuni­sia dopo le rivolte della “pri­ma­vera araba”, era ille­gale e in palese vio­la­zione della Con­ven­zione euro­pea dei diritti dell’uomo. L’Italia adesso dovrà ver­sare ai tre tuni­sini die­ci­mila euro a testa per “danni morali” e altre 9 mila e 300 per le spese legali.

Secondo i giu­dici, lo Stato ita­liano ha sot­to­po­sto i tre uomini a un trat­ta­mento degra­dante a causa delle penose con­di­zioni in cui si tro­vava il cen­tro di primo soc­corso di Con­trada Imbria­cola, a Lam­pe­dusa: sani­tari sprov­vi­sti di porte, sovraf­fol­la­mento, man­canza di acqua, mate­rassi per terra, divieto di con­tatti con l’esterno. Inol­tre, hanno con­dan­nato l’Italia per vio­la­zione dei diritto alla libertà e alla sicu­rezza poi­ché i tre tuni­sini sono stati dete­nuti senza che alcuna legge lo pre­ve­desse e senza essere stati infor­mati della pos­si­bi­lità di pre­sen­tare ricorso. La Corte, infine, ha sta­bi­lito che l’Italia ha vio­lato il divieto alle espul­sioni col­let­tive nel momento in cui ha rispe­dito i tre a Tunisi dopo averli impri­gio­nati su una nave attrac­cata nel porto di Palermo.

La sen­tenza non sem­bra desti­nata a “fare giu­ri­spru­denza” eppure, come si augura il segre­ta­rio gene­rale del Con­si­glio d’Europa Thor­b­jorn Jagland, si potrebbe comin­ciare da qui per sal­vare l’Europa da se stessa. “La crisi migra­to­ria rap­pre­senta una seria minac­cia al rispetto dei diritti umani in molte parti d’Europa — ha detto Jagland — e la sen­tenza di oggi ricorda a tutti i 47 mem­bri del Con­si­glio d’Europa che i richie­denti asilo e i migranti devono essere trat­tati come esseri umani, con gli stessi diritti di tutti e come garan­tito dalla Con­ven­zione euro­pea dei diritti umani”. Per l’Arci, che ha sup­por­tato l’azione legale dei tre tuni­sini, la sen­tenza crea un pre­ce­dente inte­res­sante in vista del ver­tice euro­peo di metà set­tem­bre. “Le isti­tu­zioni ita­liane ed euro­pee — si legge in una nota — dovranno tenerne conto nella discus­sione in corso e nei trat­ta­menti con­creti riser­vati ai migranti, ad esem­pio sulla pre­vi­sta deten­zione negli hot spot di cui si chiede con insi­stenza all’Italia di dotarsi. Hot spot e hub chiusi nel sud Ita­lia, dove i migranti ver­reb­bero trat­te­nuti in attesa dell’identificazione. Secondo Stra­sburgo que­sto trat­ta­mento sarebbe ille­gale, come ille­gali sono le con­di­zioni di degrado in cui ven­gono costretti a vivere i migranti nella mag­gior parte dei Cie e dei Cara”.

Del resto fino ad ora è que­sta l’accoglienza che l’Europa ha riser­vato alle 351.314 per­sone (fonte: Oim) che dal gen­naio 2015 hanno attra­ver­sato il Medi­ter­ra­neo: almeno dieci paesi, tra cui anche l’Italia, sono appena stati “richia­mati” dalla Com­mis­sione euro­pea per il man­cato rispetto delle regole sull’asilo e sull’identificazione dei migranti. “E’ l’ultimo avver­ti­mento prima dell’apertura di una pro­ce­dura di infra­zione”, ha spie­gato ieri un por­ta­voce Ue. Ma non è con i richiami e con i tempi dell’euro buro­cra­zia che si pos­sono affron­tare tra­ge­die di que­sta entità: nei primi otto mesi di quest’anno sono morte (almeno) 2.643 per­sone. Rispetto all’anno scorso sono arri­vati 132.314 migranti in più e solo nell’ultima set­ti­mana circa 20 mila per­sone hanno cer­cato di entrare in Europa. Gre­cia e Ita­lia sono i paesi più espo­sti: con rispet­ti­va­mente 235 mila e 115 mila esseri umani con­teg­giati. La maca­bra sta­ti­stica dice anche che ago­sto è stato il secondo mese con più morti (638), supe­rato solo da aprile con 1.265 cada­veri tra ripe­scati e scom­parsi in fondo al mare. Gli ultimi quat­tro, è cro­naca di ieri, ancora non rien­trano nelle sta­ti­sti­che uffi­ciali. Erano su un gom­mone a 50 miglia dalla coste libiche.

Coalizione Sociale – Verso la mobilitazione del 17 Ottobre: Assemblea Nazionale a Roma il 13 Settembre Fonte: coalizionesocialebari.itAutore: Red.

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In questi anni di crisi, austerità e ricatto del debito pubblico, chi in alto ha deciso e imposto l’austerità e accresciuto le diseguaglianze ha convinto gran parte della popolazione che soffre gli effetti della crisi che la responsabilità di tale situazione non fosse di chi ha causato la crisi e con la crisi si è arricchito, ma di noi cittadini. Come se la causa della povertà e delle diseguaglianze fossero i diritti dei lavoratori, la pensione, la scuola e l’università pubblica, e sanità pubblica, il contratto nazionale, il diritto alla casa, i beni comuni, l’accoglienza degna dei migranti; come se fosse possibile fuggire dalla miseria del presente rinchiudendosi in piccole patrie e nella guerra tra poveri, nel tutti contro tutti.

Ciascuno di noi, maggioranza invisibile in Italia e in Europa, vede la povertà come una minaccia sempre più concreta. La comprensibile paura di perdere quel poco che rimane a ciascuno viene usata per alimentare un clima di violenza, aggressività verso tutti coloro che vivono nella medesima condizione, se non addirittura peggiore, gli altri poveri o a rischio povertà, italiani e non, vengono percepiti o rappresentati come una minaccia. Chi era ricco è diventato sempre più ricco grazie a una economia bastata su ricatti, livellamento verso il basso e crescita delle diseguaglianze.

Se il lavoro soffre, se chi lavora è povero fino ad essere ricattato dall’usura di stampo mafioso, se soffrono i tanti giovani senza lavoro, se soffre senza sosta il Meridione, se si è sempre più disposti a lavorare mettendo a rischio la stessa vita, se si riduce sempre più il ruolo dello stato sociale e si privatizzano i beni comuni, vuol dire che siamo in una vera e propria “economia della sofferenza”. Non si può dire la stessa cosa per imprese, banche e finanza: per le 40 big di Piazza Affari gli utili sono saliti, nel 2015, di 12 miliardi. E, più in generale, crescono le disuguaglianze: ci dice l’OCSE che il 20% più ricco della popolazione italiana possiede il 61,4% della ricchezza, mentre quello più povero lo 0,4%.

Dopo 8 anni di crisi e di politiche di austerity tra Monti e Renzi, viviamo in un paese più povero, più diseguale, un paese sconfitto e risentito, un paese in cui invece di lottare contro la povertà si fa la guerra ai poveri, un paese in cui si alimenta l’odio per i poveri, per i migranti che sopravvivono alle sciagure della traversata e per coloro che non ce la fanno. L’Europa dell’austerity, infatti, non è solo quella che ricatta e indebita il popolo greco, che offre piani di salvataggio che si rivelano la partita doppia truccata della rendita bancaria, che con il pareggio di bilancio in Costituzione riduce la sovranità e la democrazia, ma è anche quella che alza i muri, come accade nell’Ungheria di Orban, dove a fare le barriere anti-rifugiati e migranti che scappano dalla rapina delle risorse naturali e dalla devastazione climatica, ci sono i disoccupati. Poveri contro poveri. Penultimi contro ultimi. E come se non bastasse, nel Mediterraneo, anche quando – come accade al confine tra la Turchia e la Siria – ci sono donne, lì curde, che provano a resistere al fondamentalismo, la scelta dell’Europa è di lasciarle sole per opportunismo politico e economico.

In questi anni sono stati molti i tentativi che ogni singola realtà ha messo in atto per fermare il corso degli eventi: il referendum sui beni comuni, le vertenze nel lavoro, le campagne su reddito, e pensioni, le mobilitazioni dell’università e della scuola, altre sono in corso come quelle sullo sblocca Italia e altre ci saranno, per esempio su rappresentanza e diritto di sciopero o per il diritto a città migliori e diverse, ma se ogni campagne è giusta e degna, nessuna è sufficiente a se stessa.

Il 6-7 giugno scorsi a Roma ci siamo incontrati la prima volta e ci siamo detti che il nostro obiettivo è fermare la catastrofe: come? Unificando il lavoro, connettendo le persone, difendendo i beni comuni, combinando mutualismo, conflitto sindacale e consenso sociale, puntando alla liberazione e condivisione dei saperi, strumento per liberare noi stessi, per combattere la disuguaglianza, la crisi della democrazia e cambiare radicalmente l’attuale modello di sviluppo. Dal lavoro, dalla povertà, occorre far emergere un nuovo modo di intendere la politica; dalle lotte, la spinta per farla finita con le politiche dell’austerità della Banca Centrale e della Commissione ed essere invece cittadini di una Europa democratica. Tutto questo, per noi, significa “Coalizione sociale” . Ed è a partire da ciò che abbiamo messo in coalizione in queste settimane – al livello territoriale oltre che nazionale – che vogliamo metterci in cammino, promuovere e organizzare mobilitazioni sociali ampie e radicali, in Italia e in Europa, capaci di contrastare la devastazione imposta dalle politiche neoliberali.

È inaccettabile che chi lavora o è alla ricerca di un lavoro, chi ha a cuore il bene comune della società, dell’ambiente in cui viviamo, debba subire in silenzio ed essere indotto a odiare chi è nelle sue stesse condizioni o addirittura in condizioni peggiori, mentre corrotti e corruttori possono continuare a delinquere immuni, perché garantiti, o a godere di ricchezze patrimoniali gigantesche tutelate da politiche da politiche fiscali che favoriscono la rendita.

In questo senso, riteniamo la giornata del 17 ottobre una grande occasione , sulla quale far convergere le nostre energie migliori: giornata mondiale per l’«eradicazione della povertà», il 17 ottobre è stato già indicato dalla campagna “Miseria ladra” come momento di mobilitazione per il reddito minimo garantito; la Coordination Blockupy ha rilanciato con forza 3 giorni di mobilitazione, dal 15 al 17 ottobre, contro il vertice UE di Bruxelles, indicando nel 17 tappa di convergenza transnazionale contro le politiche di austerity. Per entrambi questi motivi, il 17 ottobre si prefigura come una giornata per l’autunno.

La povertà non può essere combattuta con soluzioni caritatevoli, che umiliano e lasciano comunque nell’indigenza le persone. La povertà si contrasta ridistribuendo la ricchezza socialmente prodotta, con politiche sociali degne per persone degne, con un investimento sulla fomazione per un sapere di tutti e per tutti, tramite Il lavoro, il reddito minimo garantito, il contratto nazionale, il salario, un nuovo rapporto tra tempo di lavoro e di vita, con i diritti per il lavoro subordinato e autonomo, con l’estensione universale del welfare.
C’è bisogno di democrazia e di convergenza delle lotte, c’è bisogno di condividere progettualità di innovazione sociale, di rigenerazione delle città.

Per questo proponiamo di vederci il 13 settembre a Roma in un’assemblea nazionale e di riconvocare anche tavoli tematici che si sono riuniti a giugno per giungere alla mobilitazione del 17 ottobre con una mobilitazione che cresca nei territori, nelle assemblee, nei nostri quartieri, nell’impegno quotidiano di ciascuno di noi. Perché la maggioranza non vuole essere né povera, né invisibile, ma libera di potersi unire per decidere della propria vita.

La Coalizione Sociale

India, dieci milioni di lavoratori incrociano le braccia contro il “Jobs act” per il salario e contro la disoccupazione Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Fabbriche e scuole chiuse, traffico in tilt e anche scontri in India per uno dei più grandi scioperi della storia del sub continente asiatico. L’iniziativa è stata indetta da una decina di sindacati contro la politica di privatizzazioni del governo del premier Narendra Modi e per la cosiddetta riforma delle leggi sul lavoro,che prevede una forte riduzione dei diritti a tutto vantaggio delle multinazionali straniere. La protesta ha coinvolto una platea di oltre 150 milioni di dipendenti di banche, industrie manifatturiere ed autisti. Secondo una stima dei sindacati vi hanno effettivamente partecipato dieci milioni di persone. In una piattaforma di 12 punti i sindacati chiedono misure urgenti per contenere l’aumento di prezzi e disoccupazione, ottenere una applicazione rigorosa delle leggi di base sul lavoro, una copertura sociale assicurativa universale e salario minimo mensile di 15.000 rupie (200 euro circa). Si chiede inoltre un miglioramento delle pensioni, ed una sospensione sia dei disinvestimenti nelle imprese del settore pubblico (Psu) sia della terziarizzazione dei servizi.

Sharan Burrow, segretario del sindacato internazionale (Ituc), ha detto: “I piani del governo sono di ampliare la già enorme disuguaglianza economica dell’India e rendere ancora più difficile per i lavoratori di organizzarsi in sindacati per proteggere i loro interessi. Con uno dei più alti tassi di crescita economica di un paese, l’India dovrebbe concentrarsi sulle persone aiutandole ad uscire dalla povertà e garantire la sicurezza economica per le famiglie dei lavoratori, piuttosto che offrire ancora più benefici per i più ricchi e inchinandosi alle esigenze degli investitori stranieri”.

L’ottantacinque per cento delle imprese manifatturiere in India impiegano meno di 50 dipendenti, e circa la metà di questi lavoratori sono tenuti con contratti a breve termine con un compenso di appena 5/6 dollari al giorno. Le proposte del governo li priverebbero di protezioni legali vitali lasciandoli in circostanze ancora più precarie.
Le maggiori difficoltà si sono avute nei trasporti, per l’adesione alla protesta dei dipendenti degli autobus pubblici, dei taxi e dei popolari risciò a motore (tuc tuc). Molto attiva la partecipazione allo sciopero in West Bengala, in passato roccaforte del Partito comunista indiano, dove si sono avuti scontri fra i manifestanti e la polizia che ha fatto uso degli sfollagente.
I disagi più forti si sono riscontrati nello stato del Bengala Occidentale, dove i manifestanti hanno tentato di bloccare i binari ferroviari e hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine, che sono dovute ricorrere agli sfollagente. Scontri si sono registrati anche nel distretto di Murshidabad e di Calcutta, dove le strade sono deserte e scuole, università, banche e uffici sono rimasti chiusi. Oltre che a New Delhi e Mumbai, lo sciopero c’è stato in molti Stati dell’Unione (West Bengala, Kerala, Telengana, Goa e Uttar Pradesh).