Mare inquinato, i sindaci minimizzano l’allarme Guardia costiera: «Da cittadini nessuna denuncia» da:medionewes

Foto di Don Tommaso

Simone Olivelli 25 Agosto 2015

Cronaca – L’epidemia gastrointestinale che si è registrata nella costa ionica fa ancora parlare di sé. La voce è arrivata anche alla capitaneria di porto etnea. «Quel tratto di mare è interessato da episodi di inquinamento», spiega il tenente Luca Provenzano. E il sindaco di Fiumefreddo interviene: «I controlli sono accurati»

La forte eco seguita alla notizia dell’epidemia gastrointestinale registrata nella costa ionica a ridosso di ferragosto è arrivata anche alla capitaneria di porto di Catania. A parlare della possibilità che all’origine dei malesseri accusati da centinaia di persone negli ultimi giorni è il tenente di vascello Luca Provenzano. Comandante dell’ufficio di Riposto, Provenzano ammette di essere venuto a conoscenza del fenomeno tramite il tam tam sui social network: «Ho appreso dell’epidemia dal web – dichiara -. Si direbbe che siano in tanti a essere stati colpiti da questi disturbi, anche se in molti casi ho letto racconti di seconda mano dove si descrivevano i malesseri di parenti o amici. Ciò non toglie – continua Provenzano – che da parte nostra ci siamo attivati per cercare di capirne di più».

Aver saputo da Internet quanto accaduto soprattutto sulla spiaggia di Fondachello deriva dalla mancanza di comunicazioni ufficiali da parte di Asp e Comuni, ma anche dall’assenza di denunce dei bagnanti: «Al momento – sottolinea il comandante – non abbiamo avuto denunce da parte dei cittadini né gli enti che si occupano del controllo delle acque né, come nel caso dei sindaci, chi ha il potere di applicare divieti di balneazione ci ha fatto sapere alcunché. A riprova di come non sia così semplice stabilire se la causa delle infezioni sia realmente nell’inquinamento marittimo». Sebbene l’infettivologo Pietro Di Girolamo sia stato più netto: «Decine di persone con gli stessi disturbi, forse addirittura centinaia, e vogliamo pensare che si tratti di una casualità?».

Per Provenzano sostenere che le acque antistanti Fondachello siano inesorabilmente inquinate è un eccesso: «I dati dicono che non è così – specifica il tenente -. Non si tratta di opinioni. Quel tratto di mare è interessato da episodi di inquinamento, su cui esistono anche dei procedimenti in corso, ma non si può generalizzare definendolo totalmente inquinato al punto da trovare in esso la causa dell’epidemia». E il primo cittadino di Mascali, Luigi Messina, gli fa eco: «Il problema non può essere confinato su un paio di chilometri di spiaggia, quando si tratta di un litorale che quotidianamente è attraversato da diverse correnti».

Dello stesso avviso il sindaco della vicina Fiumefreddo, Marco Alosi, che ribadisce come fino a oggi non siano arrivate segnalazioni di inquinamento da parte dell’Asp, ente responsabile del monitoraggio delle acque: «Sono un dipendente dell’Asp e so come funzionano i controlli – dichiara Alosi -. Non c’è superficialità, anzi si seguono dei protocolli ben specifici con una continuità per cui ogni 15 giorni, al massimo un mese, vengono prelevati campioni di acqua da diversi punti del litorale. Se ci fossero dei problemi legati all’inquinamento o altro che mettesse a rischio la salute della popolazione, sarebbero arrivate prontamente delle comunicazioni». «Il problema dell’inquinamento, se reale, potrebbe venire da qualche altra parte a Nord», suppone il mascalese Messina.

A pensarla diversamente, tuttavia, sono le numerose persone che in questi giorni convivono con la spossatezza derivata dall’infezione: «Diversi miei amici che vivono a Fiumefreddo e che usualmente vanno al mare tra Giardini e Marina di Cottone – racconta Melania – hanno avuto anche loro gli stessi sintomi. Vomito diarrea e febbre e come loro parecchi vicini di casa. Ovviamente, non sapendo che altre centinaia di persone erano nelle loro stesse condizioni – continua la donna – hanno attribuito il tutto a un virus. Ma mi chiedo: perché ci stiamo abituando al verificarsi continuo di questi episodi?».

Episodi che, per quanto meritevoli di rispetto e approfondimento, secondo la capitaneria di porto non bastano a stabilire con certezza un nesso causa-effetto tra lo stato del mare e l’epidemia: «Le spiagge del Comune di Mascali e Fiumefreddo si trovano in un territorio servito da un depuratore – conclude Provenzano -. Questo non significa sottovalutare l’allarme ma bisogna attendere dati concreti prima di prendere decisioni importanti». E il primo cittadino di Fiumefreddo conferma: «Pensare di intervenire con divieti di balneazione senza avere contezza reale delle cause che hanno portato a questi malesseri sarebbe una forzatura».

A detta del primo cittadino di Mascali, comunque, non è detto che l’origine dell’epidemia sia legata al mare: «Ho parlato con alcuni medici e mi hanno detto – spiega Messina – che un’infezione di natura batteriologica prevedrebbe un contagio per contatto con l’agente patogeno e non una trasmissione orale, che è l’unica via per spiegare come mai ad accusare i sintomi siano state anche persone che non sono andate al mare». In tal senso, le polemiche degli ultimi giorni potrebbero creare un danno di immagine a Fondachello, con conseguenti ricadute per l’economia locale: «Credo sia giusto che i giornali facciano il loro mestiere – conclude Messina – ma bisogna pensarci bene prima di circoscrivere un problema solo al nostro Comune, il rischio è di creare un allarmismo che danneggia gli operatori turistici locali e in un momento come quello attuale non possiamo permettercelo».

“Capitano Ultimo”, è tutto oro quello che luccica? scritto da movimento agende rosse

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Editoriali Editoriali
Scritto da Movimento Agende Rosse
Martedì 25 Agosto 2015 10:02

di Movimento Agende Rosse –  25 agosto 2015

Lo scorso venerdì 21 Agosto 2015 è stata resa nota l’esautorazione del “Capitano Ultimo” (alias del Colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio) dalle funzioni operative di coordinamento tra i vari reparti del Noe, il Nucleo Operativo Ecologico (di cui rimane comunque vice comandante, ma senza compiti operativi). Accanto alla notizia, giustamente denunciata, si sono affiancati elogi e difese ad honorem del colonnello De Caprio.
E’ forse il caso, quindi, di ricordare alcuni episodi, dimenticati da alcuni giornalisti, che aiuteranno ad avere un’idea più completa del personaggio che deve la sua notorietà alla cattura di Totò Riina nel gennaio del 1993 e che venne consacrato come eroe da Mediaset, che gli dedicò ben tre fiction (e sembra ce ne sia una quarta in arrivo).

L’arresto di Totò Riina e la mancata perquisizione del “covo”.

 

All’arresto del boss numero uno di Cosa Nostra fa da contraltare la ormai famosa mancata perquisizione del covo di Riina.

Dopo la cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993, i magistrati della procura di Palermo erano pronti a perquisire da cima a fondo il complesso abitativo di Via Bernini, nel quale si era nascosto per tanto tempo il boss, ma il capitano Sergio De Caprio, avallato dall’allora colonnello Mario Mori, li convinse ad aspettare, promettendo di contro una sorveglianza continuativa dello stabile. I magistrati accettarono la proposta ma quella sera stessa De Caprio diede l’ordine di sospendere la sorveglianza. Nulla riferì all’Autorità Giudiziaria, né in quel momento né per i successivi 15 giorni, quando Mario Mori comunicò ai magistrati la notizia, il 30 gennaio. A quel punto la procura, con l’aiuto della territoriale dei Carabinieri di Palermo (escludendo quindi, comprensibilmente, il Ros di Mori e De Caprio), si precipitò ad operare una perquisizione a tappeto di tutto il complesso di Via Bernini 52/54 ma, ovviamente, arrivò tardi: il covo era stato svuotato di ogni cosa di eventuale interesse investigativo dai sodali di Riina, che avevano potuto lavorare indisturbati.

Per questa storia, l’allora capitano De Caprio e il colonnello Mori, vennero iscritti nel registro degli indagati dall’Autorita Giudiziaria di Palermo per favoreggiamento aggravato. I pubblici ministeri dell’epoca, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, chiesero al Gip Vincenzina Massa l’archiviazione del procedimento per insufficienza di prove ma, quest’ultima, il 2 novembre 2004, impose l’imputazione coatta dei due ufficiali. I due pm, a quel punto, chiesero di essere esonerati dal rappresentare l’accusa contro Mori e De Caprio ma, non essendo stato possibile per il loro procuratore capo assecondarli, portarono il processo a conclusione, chiedendo, per entrambi gli imputati, l’assoluzione; fatti oggettivi che fanno risultare davvero poco credibili le accuse di “persecuzione giudiziaria” che il Capitano Ultimo ha sempre mosso nei confronti di Antonio Ingroia. “In aula, durante il dibattimento, non vedevo il pm Ingroia, ma Riina”, disse Ultimo in una video-intervista trasmessa in occasione della consegna del premio “Atreju 2010”, durante la festa omonima dei giovani del partito del “Popolo delle Libertà”. [LiveSicilia.it, 10 settembre 2010]

Le condotte per le quali i due ufficiali vennero imputati di favoreggiamento aggravato dall’aver agevolato Cosa nostra riassunte all’inizio della sentenza di assoluzione, furono:

  1.  l’avere dato il 15.1.93 false assicurazioni ai magistrati della procura di Palermo che la casa di Salvatore Riina sarebbe rimasta sotto stretta osservazione, così ottenendo la dilazione della perquisizione che stava per essere effettuata lo stesso giorno;
  2.  l’aver disposto, invece, la cessazione del servizio di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini n. 54 a far data da quello stesso pomeriggio;
  3.  l’averne omessa la comunicazione all’autorità giudiziaria;
  4.  l’aver, quindi, posto in essere un comportamento reiterato volto a rafforzare la convinzione che il servizio fosse ancora in corso, così inducendo intenzionalmente in errore i predetti magistrati ed i colleghi dei reparti territoriali dell’Arma dei carabinieri e, pertanto, agevolando gli uomini di “cosa nostra”, che svuotarono il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo. [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]

De Caprio, all’epoca, giustificò la scelta di non perquisire il covo di Riina subito dopo il suo arresto con la volontà di non “bruciare” il covo e la neo-collaborazione del pentito Baldassarre Di Maggio. Quest’ultimo, infatti, fu il pentito che, per primo, mise in relazione Riina con i fratelli Sansone, che abitavano in Via Bernini, e che permise quindi, secondo Mori e De Caprio, l’individuazione del covo. Bruciare covo e pentito avrebbe reso dunque inutile continuare le investigazioni sui Sansone, che avevano, secondo Ultimo, un alto interesse investigativo, al contrario del “covo”, dentro il quale – disse – non si sarebbe trovato comunque nulla di importante.

Eppure, in merito all’argomento “salvaguardia del covo e del pentito”, i giudici che lo assolsero fecero notare alcuni particolari:

“Sempre quel 16.1.93 diversi giornalisti tra cui Alessandra Ziniti ed Attilio Bolzoni – come da loro deposto in dibattimento all’udienza dell’11.7.05 – ricevettero da parte dell’allora magg. Roberto Ripollino una telefonata con la quale quest’ultimo gli rivelò che il luogo in cui Salvatore Riina aveva trascorso la sua latitanza era situato in Via Bernini, senza però specificarne il numero civico. Si recarono, quindi, immediatamente sui posto, ove furono raggiunti anche da altri giornalisti e, troupes televisive, tutti alla ricerca del cd. “covo”.

Quella sera stessa la Ziniti mandò in onda, sulla televisione locale per la quale lavorava, un servizio nel quale mostrava le riprese di via Bernini e tra queste anche quella relativa al complesso situato ai nn. 52/54, aggiungendo che in base ad “indiscrezioni” che le erano pervenute quella era la zona ove il Riina aveva abitato.

Lo stesso 16.1.93 apparve sulla stampa la notizia che “un siciliano di nome Baldassarre” stava collaborando con i carabinieri ed aveva dato dal Piemonte, ove si era trasferito, un input fondamentale alla individuazione del Riina (cfr. lancio Ansa [del 16.1.93, ndA] acquisito all’udienza del 9.1.06).” [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]

Per di più due giorni dopo l’arresto, sul quotidiano La Stampa, usciva un articolo a firma di Francesco La Licata dal titolo “Tutti i segreti della cattura”, nel quale i lettori poterono leggere il suggestivo sottotitolo “Il covo bruciato” e un riferimento esplicito alla collaborazione di Balduccio Di Maggio, citato con nome e cognome. Tutto questo meno di 48 ore dopo la sospensione della videosorveglianza del complesso. [“Tutti i segreti della cattura”, Francesco La Licata, Corriere della Sera, 17 gennaio 1993]

I giudici quindi concludono: non v’è dubbio, sul piano logico, che tali elementi avrebbero dovuto indurre gli organi investigativi e gli inquirenti a ritenere il sito ornai “bruciato”, essendo gli uomini di “cosa nostra” già in possesso di tutte le informazioni per stabilire il collegamento via Bernini-DiMaggio-Sansone, ed avrebbero dovuto imporre di procedere subito alla sua perquisizione, ma così non fu ed, al contrario, si ritenne cogente l’interesse a sviare l’attenzione dei mass media dal vero obiettivo.

Mentre sullo scarso interesse investigativo del covo, additato da Ultimo come uno dei motivi per ritardare la perquisizione, i giudici si espressero così:

La posizione apicale del Riina, ai vertici dell’organizzazione criminale, ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su “cosa nostra” e, tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l’interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.

Al di là di queste argomentazioni di carattere logico, il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi “pizzini”, ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall’organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese ed alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto, che vale a rendere la condotta contestata agli imputati oggettivamente idonea ad integrare il reato.

Le argomentazioni difensive riferite sul punto, secondo le quali si riteneva che il latitante non conservasse cose di rilievo nella propria abitazione, perché “il mafioso” non terrebbe mai cose che possono mettere in pericolo la famiglia, appaiono fondate su una massima di esperienza elaborata dagli stessi imputati ma non verificata empiricamente ed anzi contraddetta dalla risultanza offerta proprio dal materiale rinvenuto indosso al boss.

Pertanto, già il 15.1.93, sussisteva la concreta e rilevante probabilità che esistesse altra documentazione in via Bernini; probabilità che è stata confermata in dibattimento dal Brusca e dal Giuffré, secondo cui Salvatore Riina era solito prendere appunti, teneva una contabilità dei proventi criminali, annotava le riunioni e teneva una fitta corrispondenza sia con il Provenzano che con altri esponenti mafiosi, per la “messa a posto” delle imprese e la gestione degli affari.” [Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]
Alla luce di quanto letto, oltre ad evidenziare le grandi perplessità che non possono fare a meno di emergere in merito alle scelte dei due ufficiali, non possiamo non sottolineare anche il superficiale operato di una procura che, certamente, non seguì in modo impeccabile le fasi di un’indagine così importante e delicata, affidandosi totalmente al Ros di Mori e De Caprio nonostante i motivi addotti dai due carabinieri per ritardare la perquisizione si fossero sgretolati dopo appena due giorni, viste le notizie che gli organi di stampa avevano diffuso circa il ruolo svolto da Balduccio Di Maggio e la localizzazione del covo, ormai bruciato (16 e 17 gennaio 1993), e vista la segnalazione dei Carabinieri di Corleone che informarono del rientro in paese della moglie e dei figli di Riina (16 gennaio 1993). Tutte le riunioni che si susseguirono tra il 16 gennaio e la fine del mese, infatti, avvennero sempre e solo tra l’Autorità Giudiziaria e la territoriale dell’Arma, avendo dato per scontato che, del complesso di Via Bernini, se ne stesse occupando il Ros. I magistrati, inoltre,  vennero a sapere del ritorno a Corleone di Ninetta Bagarella, moglie di Riina che abitava con lui in via Bernini, ascoltarono – durante la riunione del 26 gennaio – alcuni ufficiali dell’Arma prospettare la avvenuta cessazione del servizio di sorveglianza, ed ebbero modo, il 27 gennaio, di visionare le riprese filmate dei giorni 14 e 15 gennaio 1993, constatandone l’interruzione il giorno dell’arresto di Riina. Eppure non fu avanzata al Ros alcuna richiesta di spiegazioni.

La sentenza della 3^ sezione del Tribunale di Palermo del 20 febbraio 2006, che mise in luce le pecche operative dei due ufficiali, assolse alla fine Sergio De Caprio e Mario Mori dall’accusa di favoreggiamento aggravato alla mafia, perché “il fatto non costituisce reato”.
Ad di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell’abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, deve valutarsi se quei comportamenti omissivi valgano ad integrare un coefficiente di volontà diretta ad agevolare “cosa nostra“.
(…)

L’omissione della comunicazione all’Autorità Giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo “spazio di autonomia decisionale consentito” nell’ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive “varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo” delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero “raffreddati“.

Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria. Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell’ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi. L’art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l’Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse. (…) Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato.[Sentenza di assoluzione del 20 febbraio 2006, n. 514/06 del procedimento a carico di Mario Mori e Sergio De Caprio]

Non è stato ritenuto, dunque, che le azioni poste in essere da De Caprio e Mori avessero l’obiettivo consapevole di favorire la mafia.
Infatti, conclude il Collegio giudicante, “non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata.
Nessuna “ragione di Stato” dimostrata, nessun intento di favorire la mafia dimostrato, quindi solo un grande errore di valutazione.

La sparatoria di Terme Vigliatore.

 

Un altro episodio meno noto al quale Sergio De Caprio (e non solo lui) dovrà dare, a nostro parere, una risposta più plausibile di quelle fornite nel 1993 e nel 2008 è la vicenda avvenuta a Terme Vigliatore, una cittadina in provincia di Messina, in cui il famoso Capitano Ultimo, il 6 aprile del 1993, sparò ad un ragazzo incensurato di 26 anni, tale Fortunato Imbesi. E fortunato fu davvero, visto che uno dei colpi esplosi dall’arma di De Caprio mancò la sua tempia di pochi centimetri.

Leggiamo la versione di Sergio De Caprio, raccontata in data 15 ottobre 2008 davanti ai magistrati della DDA di Messina nell’ambito delle indagini sui mandanti occulti dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano:
Quell’evento si svolse in maniera del tutto casuale e fu determinato dalla sproporzionata reazione del soggetto che poi scoprimmo essere del tutto privo di interesse investigativo. Ricordo che eravamo venuti a Messina per una normale riunione di coordinamento investigativo tra i vari reparti siciliani. Sulla via del ritorno, percorrendo la litoranea Messina-Palermo, in un tratto di strada ricadente nel comune di Terme Vigliatore, uno dei militari che era con me ritenne di individuare, in un soggetto a bordo di un fuoristrada nero, il latitante Aglieri. Fermammo il soggetto qualificandoci con i tesserini ma, ciononostante, questi – riuscendo a districarsi tra le nostre vetture che lo avevano in qualche modo circondato – riuscì a scappare. Una manovra tanto repentina e ingiustificata ci indusse a dare maggiore fondatezza alla nostra ipotesi poiché quel gesto appariva quello di un lucido criminale. L’inseguimento successivo, lungo i binari della ferrovia, confermò ulteriormente i nostri sospetti. Ritenemmo cioè che anche nell’ipotesi che non si trattasse di Aglieri doveva essere un soggetto che certamente aveva qualcosa da nascondere e che temeva fortemente di essere controllato. Solo alla fine, quando riuscimmo a vederlo bene in faccia, capimmo che non si trattava di Aglieri. Ricordo che il soggetto venne identificato. Posso dire che era di piccola statura ed esile e che si trattava di una persona giovane. All’epoca non mi risultava, né risultava al mio Ufficio, la presenza di Santapaola Benedetto nel territorio della provincia di Messina. Non sono mai stato incaricato di svolgere indagini in ordine alla cattura di Santapaola.”
Per questo episodio De Caprio venne iscritto nel registro degli indagati per tentato omicidio nei confronti di Fortunato Imbesi. Olindo Canali, il pubblico ministero, titolare delle indagini, allora in servizio alla procura di Barcellona Pozzo di Gotto, nonostante avesse verificato l’assoluta gravità del comportamento del militare (“Il fatto è che il cap. De Caprio, per colpa consistita in assoluta imperizia e negligenza, e quindi senza la minima valutazione delle circostanze di fatto, abbia deciso di vertere in una situazione legittimante l’uso delle armi. La colpa è indubbiamente grave se riferita ad un ufficiale dei CC impegnato in un reparto ed in operazioni in cui la capacità di rendersi perfettamente conto di quanto succede è segno di altissima professionalità e preparazione.”) e la totale illegittimità nell’uso dell’arma da fuoco, visto che il ragazzo stava scappando (“mancanza assoluta di elementi idonei a far ritenere all’ufficiale di pg di trovarsi in imminente pericolo tale da giustificare l’uso delle armi sia avuto riguardo alla putatività di tale esimente in quanto le dinamiche dell’intera azione erano tali da far ritenere che nessun pericolo poteva venire da una persona che inseguita da un’auto dei CC potesse nuocere alla incolumità degli stessi, a meno di voler ritenere che tale fuoristrada fosse dotata di sofisticati congegni per ora visti solo nelle avventure cinematografiche di qualche finto eroe dello schermo”), archiviò l’indagine perché il fatto (tentato omicidio colposo) non era e non è previsto dal Codice penale (“L’errore determinato da colpa renderebbe il fatto punibile ove il fatto stesso fosse previsto come colposo dal Codice penale. Trattandosi di tentativo, tuttavia, la fattispecie non appare punibile.”) [richiesta di archiviazione del pm Olindo Canali, 20 ottobre 1993.]
Ma per comprendere l’importanza dell’episodio è necessario ricostruire il quadro degli avvenimenti nei quali si inserì la sparatoria e, per fare ciò, dobbiamo riavvolgere il nastro di ventiquattro ore. Il 5 aprile 1993, il Ros di Messina, su delega di Olindo Canali che indagava sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano , ascolta una conversazione intercettata con delle microspie ambientali posizionate all’interno di un locale di Terme Vigliatore, sito in Via Verdi. A parlare erano tre uomini, Domenico Orifici, Aurelio Salvo e tale “zio Filippo”. Lo “zio Filippo”, si chiarì in modo inequivocabile nell’arco dell’intercettazione di quel giorno, altri non era che il potentissimo boss latitante Benedetto “Nitto” Santapaola. Il maresciallo del Ros Giuseppe Scibilia avverte subito il suo comandante, il colonnello Mario Mori, in quel momento a Roma. Il giorno successivo Mori è di nuovo in Sicilia, più precisamente a Catania, ed è in quella giornata che avvengono, quasi contemporaneamente, due episodi singolari: uno è quello già raccontato della sparatoria a Fortunato Imbesi, l’altro è quello passato più sotto silenzio e cioè l’irruzione del Ros all’interno della villa di tale Mario Imbesi, che non era un omonimo del ventiseienne quasi ucciso da Ultimo ma il padre di questi, imprenditore abbastanza conosciuto nella provincia.
Ma perché parliamo di “episodi singolari”? D’altronde, dalle parole degli ufficiali del Ros, si sarebbe trattato, l’uno, di un “semplice” sbaglio di persona e, l’altro, di una perquisizione in una villa di un imprenditore. Ci espongono le “peculiarità” dei due casi i procuratori generali di Palermo Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio, nella memoria depositata nell’ambito della richiesta di riapertura dibattimentale del processo di appello contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu per il reato di favoreggiamento a Cosa Nostra: “(…) è stata svolta dalla Procura Generale una intensa attività di indagine integrativa articolatasi nell’interrogatorio di Imbesi Fortunato, dei familiari del medesimo, dei carabinieri del Ros operanti quel giorno, nella nuova audizione del maresciallo Scibilia, a seguito della quale è stata accertato che sia alla Procura della Repubblica di Barcellona Pozzo di Gotto che nel 1993 trattò la vicenda archiviandola, sia al Tribunale di Palermo che l’ha riesaminata in questo processo al fine di valutare la condotta dell’imputato Mori, è stata fornita una versione falsa degli avvenimenti, rappresentando false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti.

Secondo i due procuratori, infatti, “i militari del Ros che il 6 aprile operarono a Terme di Vigliatore non si trovavano in quel luogo causalmente mentre erano di ritorno da un incontro di lavoro a Messina, ma ricevettero lo specifico ordine di servizio di recarsi quel giorno, in quel luogo, perché si doveva eseguire una operazione di polizia effettuando una preventiva ricognizione del territorio”, tant’è che “alcuni dei militari operati furono fatti venire anche da Milano e da altre sedi”; di tale missione non solo fu tenuta all’oscuro la magistratura che aveva disposto le intercettazioni che avevano rivelato il luogo in cui il Santapaola conduceva la latitanza, ma persino il maresciallo Scibilia che aveva informato il giorno prima il colonnello Mori dal quale aveva avuto assicurazione che avrebbe provveduto”.
Inoltre, secondo le nuove prove raccolte dalla Procura generale, “il pomeriggio del 6 aprile i militari del Ros iniziarono l’operazione parcheggiando le autovetture dinanzi ad una villa posta a 50 metri di distanza dal locale nel quale il giorno precedente era stato intercettato il Santapaola ed invece di fare irruzione in quel locale, fecero una irruzione armata nella villa degli Imbesi; di tale irruzione armata, riferita da tutti i proprietari della villa e dai loro familiari, non fu fatta alcuna menzione negli atti ufficiali”.
Infatti, continua la memoria, “tutti i miliari del Ros risultanti dagli atti ufficiali e che quel giorno risultavano presenti hanno affermato di non avere partecipato a tale irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita.
Altro particolare inquietante si aggiunge al quadro quando si va a ripescare, tra le carte dell’aprile 1993, il verbale di perquisizione della villa – effettuato ai sensi dell’art. 41 TULPS – che “non indica il nome dei miliari operanti, che non è sottoscritto dalle persone che subirono la perquisizione, e che reca in calce la firma del carabiniere Pinuccio Calvi [anch’egli membro della squadra del Ros comandata da De Caprio, ndA], il quale ha dichiarato che la propria firma è stata falsificata.
A seguito di tale irruzione, concludono i due procuratori, Benedetto Santapaola non fece più ritorno nel luogo dove era stato intercettato. [Memoria del P.G. illustrativa delle richieste di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del processo d’appello Mori-Obinu; Palermo, 26 settembre 2014]

Nello stesso momento dell’irruzione alla villa, a qualche chilometro di distanza, il giovane Imbesi, dopo essere uscito dalla villa del padre e alla guida della macchina di quest’ultimo, si imbatte nelle auto civetta (quindi non identificabili) dei Carabinieri del Ros di Sergio De Caprio, che gli intimano l’alt. Il ragazzo, figlio di un conosciuto imprenditore, spaventato da quegli uomini armati, non si ferma (i carabinieri diranno poi di essersi qualificati ma il ragazzo negherà con convinzione, dichiarando che non avrebbe avuto nessun motivo per non fermarsi, altrimenti). Parte l’inseguimento, durante il quale Sergio De Caprio spara più colpi contro la macchina del giovane, centrando, con uno dei proiettili, il parabrezza a pochi centimetri dallo specchietto retrovisore. Imbesi, a quel punto, cerca di uscire dalla macchina e finisce tra i rovi. Al sopraggiungere di alcune auto della Polizia di Stato i carabinieri del Ros si fermano e si fanno riconoscere. De Caprio, come abbiamo letto, spiegherà, tramite una semplice relazione di servizio (visto che, nonostante l’indagine per tentato omicidio e i processi “Mori-Obinu” e quello per l’omicidio Alfano, l’ufficiale venne interrogato in merito dalla procura soltanto quindici anni dopo, nell’ottobre 2008), di aver scambiato Imbesi per il latitante Pietro Aglieri. La Procura generale non è stata convinta della versione dell’ufficiale e per questo ha chiesto – ed ottenuto – l’acquisizione della documentazione fotografica riproducente sia le sembianze fisiche di Fortunato Imbesi dell’epoca, “al fine di dimostrare che non esisteva alcuna somiglianza fisica con Pietro Aglieri”, sia la situazione dei luoghi.

Ed anche sui motivi della presenza di Ultimo e dei suoi uomini nei pressi di Terme Vigliatore e sul loro non essere a conoscenza dell’intercettazione del giorno prima, nella quale si confermava la presenza di Santapaola nel locale di Domenico Orefici, i dubbi aumentano: la squadra di Ultimo aveva il compito di catturare i latitanti, il suo superiore era stato messo a conoscenza della presenza di Santapaola in un edificio di Terme Vigliatore e De Caprio si ritrova il giorno successivo, proprio a qualche decina di metri da quel’edificio, in maniera “casuale”?
E ancora, nello stesso momento in cui viene fatta irruzione nella villa di Mario Imbesi, a pochi chilometri di distanza viene inseguito il figlio Fortunato, entrambe le azioni ad opera del Ros. Una squadra non conosceva l’operato – simultaneo – dell’altra? Infine, secondo Ultimo, la sparatoria avvenne durante il rientro della sua squadra da Messina a Palermo. C’era una via molto comoda e veloce che univa Messina con il capoluogo di regione, cioè l’autostrada, e invece De Caprio scelse la litoranea. “A Capaci era saltata l’autostrada in aria, c’erano anche persone in giro, gentaglia come Brusca, Bagarella” spiegò Ultimo durante la sua escussione nel processo di appello Mori-Obinu, affermando che la litoranea era la strada che faceva quando era Tenente a Bagheria e andava a trovare in licenza i suoi genitori. “Una strada bellissima, la litoranea” disse. Ma la litoranea, come strada che collega direttamente Messina a Palermo, non esiste.
C’è l’autostrada, che all’epoca, da Messina si fermava nei pressi di Sant’Agata di Militello per riprendere una cinquantina di chilometri dopo, vicino a Cefalù; c’è la statale che, per via del traffico che si può trovare nei tratti in cui attraversa centri abitati, consente, cercando di transitare anche dal tratto della litoranea che costeggia Terme Vigliatore (parte del quale peraltro è sterrato), di raggiungere Palermo – da Messina – in “sole” 6 ore e 37 minuti, contro le tre ore e mezza circa che ci volevano utilizzando l’autostrada e il pezzo di statale tra Sant’Agata di Militello e Cefalù (calcolo di Google Maps).
I suoi sottoposti, oltretutto, sentiti i primi mesi del 2015 nell’ambito del processo d’appello Mori – Obinu, non confermano totalmente le dichiarazioni di Ultimo: secondo l’ex carabiniere Roberto Longu, per esempio, la squadra si presentò a Terme Vigliatore per “osservare il territorio” data la possibile presenza, in quella zona, di un traffico di armi; per Giuseppe Mangano, (l’uomo che credette di riconoscere Pietro Aglieri in Fortunato Imbesi) invece, stavano percorrendo l’autostrada ma, ad un certo punto, De Caprio volle “fare una sosta”.

Sono state tutte coincidenze? Sergio De Caprio ci dice di sì, le nuove indagini dei P.g. Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio ci suggeriscono che, probabilmente, le cose sono andate in modo diverso.

Ultimo, la trattativa e i familiari delle vittime di mafia che pretendono la verità.

 

De Caprio non ha mai fatto mistero delle sue opinioni in merito all’ipotesi di una trattativa tra Stato e mafia e a chi quell’ipotesi la sostiene.

Era il 19 luglio 2010 e diversi familiari di vittime di mafia, tra cui Salvatore Borsellino (fratello del giudice Paolo) e Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe), parlano di Via D’Amelio come di una “strage di Stato”. Il commento di Ultimo non si fa attendere:
Chi parla di stragi di Stato“, con riferimento a quelle di Capaci e di via D’Amelio, «è un vile criminale» e lavora «per delegittimare lo Stato e legittimare Cosa Nostra. Lo Stato ha combattuto la mafia. E ha vinto». E, non soddisfatto, aggiunge: «Mi sembra che il patto tra mafia e pezzi dello Stato sia quello che stanno facendo adesso questi strani personaggi, portando avanti le tesi di Riina. I ragazzi devono invece sapere che lo Stato ha combattuto la mafia e ha vinto». «I servitori dello Stato hanno pagato prezzi altissimi e meritano rispetto». Secondo l’ufficiale dell’Arma, «bisogna riflettere su criminalità e giustizia e capire se c’è una giustizia criminale che aiuta Riina e che invece combatte quelli che hanno combattuto Riina». Una «giustizia criminale», alla quale Ultimo fa riferimento anche a proposito della recente sentenza che ha condannato a 14 anni di reclusione per droga il generale Giampaolo Ganzer, comandante dei carabinieri del Ros [la pena venne ridotta a 4 anni e 11 mesi in appello, il 13 dicembre 2013, ndA]. «Come ha detto lo stesso generale comandante, le sentenze si rispettano: e infatti noi “soldati straccioni” la rispettiamo, come la sentenza che ha condannato a morte Gesù. Ma anche lì il problema è riflettere tra criminalità e giustizia, individuare la “giustizia criminale” e combatterla».” [Ansa, 19 luglio 2010]

E non lesina critiche e invettive nemmeno alla trasmissione “Servizio Pubblico” e al magistrato Alfonso Sabella, rei di aver parlato della trattativa Stato-mafia in prima serata:

 “(…) Questa della trattativa, dunque, è solo una pagliacciata, un bel business giornalistico giudiziario che delegittima lo Stato e legittima cosa nostra e che fa ridere solo Salvatore Riina”. Parlando poi della trasmissione Anno Zero, l’ufficiale dei carabinieri aggiunge: “l’unico che mi sembra veramente manovrato da cosa nostra è il dottor Sabella, per quello che dice nel programma contro il Ros e contro il valoroso generale Mori. Ed è incredibile che svolga funzioni nella magistratura: evidentemente gode di appoggi molto importanti» [Ansa, 25 novembre 2010]

Che la trattativa sia solo una pagliacciata è una valutazione smentita da voci più che autorevoli
Ricordo che mio marito mi disse testualmente che ‘c’era un colloquio tra mafia e parti infedeli dello Stato’. Ciò mi disse intorno alla metà di giugno del 1992“. [Agnese Borsellino, verbale S.I.T, 27 gennaio 2010, Procura di Caltanissetta].

Quello che conta, invece, è come apparve, all’esterno e oggettivamente, l’iniziativa del ROS, e come la intesero gli uomini di “cosa nostra”. Conseguentemente, quale influenza ebbe sulle determinazioni di costoro. Sotto questi aspetti vanno detto senz’altro alcune parole non equivoche: l’iniziativa del ROS (perché di questo organismo si parla, posto che vide coinvolto un capitano, il vicecomandante e lo stesso comandante del Reparto) aveva tutte le caratteristiche per apparire come una “trattativa”; l’effetto che ebbe sui capi mafiosi fu quello di convincerli, definitivamente, che la strage era idonea a portare vantaggi all’organizzazione. Sotto questi profili non possono esservi dubbi di sorta, non solo perché di “trattativa”, “dialogo”, ha espressamente parlato il cap. De Donno (il gen. Mori, più attento alle parole, ha quasi sempre evitato questi due termini), ma soprattutto perché non merita nessuna qualificazione diversa la proposta, non importa con quali intenzioni formulata (prendere tempo; costringere il Ciancimino a scoprirsi o per altro) di contattare di vertici di “cosa nostra” per capire cosa volessero (in cambio della cessazione delle stragi). Qui la logica si impone con tanta evidenza che non ha bisogno di essere spiegata.
[Sentenza Corte D’Assise di Firenze, 6-6-1998, Processo “Stragi 1993”]

Buoni o cattivi.

Molto spesso, anche grazie alla collaborazione di una certa stampa che tende a banalizzare e semplificare ogni questione, riducendo ogni evento, persona o comportamento ad una guerra tra buoni e cattivi, le persone tendono ad identificare i protagonisti di certi eventi di dominio pubblico come eroi o delinquenti. Ma la realtà è ben più complessa e, per comprenderla e, quando serve,  cambiarla, è necessaria una certa laicità di pensiero nella raccolta e nella lettura dei fatti.

Il colonnello Sergio De Caprio, dipinto da molti come un eroe, ha però diverse ombre che non ha mai davvero chiarito, trincerandosi dietro giustificazioni improbabili che rasentano, a tratti, un’offesa all’intelligenza.
La realtà, infatti, è ben diversa da una fiction di Mediaset.

Movimento delle Agende Rosse

Approfondimenti:

6 aprile 93, Santapaola a pochi passi, Ultimo spara ad un giovane incensurato
Processo d’appello Mori-Obinu: il 6 aprile 1993 la vita di Fortunato Imbesi appesa ad un filo
L’ex maresciallo Scibilia al processo Mori: l’arte di negare e non ricordare
Appello Mori, è il giorno di Imbesi: l’uomo che Ultimo scambiò per Aglieri
“Un familiare di vittime di mafia passa metà della sua vita a difendere la vittima e l’altra metà a difendere se stesso”
“Festa della legalità” il 15 gennaio a Palermo con alcune ombre
Più che Ultimo, non classificato
Trattativa e 41-bis, un passato che non vuole passare
Mori da Porro, tra bugie e mezze verita’

Le scelte di Tsipras e le contraddizioni della sinistra italiana da: sinstra anticapitalista

di Franco Turigliatto

La scelta di Tsipras e del suo ristretto gruppo dirigente e di governo che in tutti questi mesi ha dettato il percorso di Syriza al di là degli organismi dirigenti e della storia di questa organizzazione, di andare in tempi molto brevi alle elezioni anticipate corrisponde a logiche politiche e a necessità del tutto precise. [vedi, la crisi greca e il melodramma della sinistra italiana]

La gestione del terzo memorandum

Questo gruppo ha infatti firmato a luglio un terzo durissimo memorandum imposto dai governi europei e dalla troika; quella firma significa che Tsipras e i suoi sostenitori si impegnano a gestire un’ulteriore fase delle politiche di austerità sotto un controllo diretto ed ancor più stringente delle autorità istituzionali europee e degli stessi creditori (a partire dalla Troika che torna ad Atene in pompa magna e con maggiori poteri ancora). Significa che i contenuti di quell’accordo devono essere portati avanti utilizzando tutti gli strumenti politici e sociali necessari per realizzarli.

Per un’organizzazione nata per combattere l’austerità e vittoriosa all’elezioni avendo contrastato i precedenti due memorandum politicamente e nelle lotte, questo significa una mutazione profonda, un cambiamento radicale che uno dei dirigenti della piattaforama di Sinistra, Ntavanellos, ha definito giustamente la mutazione “memorandaria” di Syriza (intervista ad Ntavanellos]

E’ quello che sta realizzando l’attuale gruppo centrale di Tsipras per trasformare la vecchia organizzazione in uno strumento utile a gestire l’atto terzo delle politiche di austerità su un corpo sociale già massacrato dai precedenti memorandum.

Per fare questo Tsipras ha bisogno di liberarsi della dialettica che ha animato il partito in questi anni, cioè delle donne e degli uomini della piattaforma di sinistra che, coerenti con quanto fatto in questi anni, hanno cercato di impedire questa mutazione e che combattono sul campo il nuovo memorandum. I media da sempre hanno condotto campagne vergognose di insulti e falsità contro le correnti di sinistra e i loro leader; queste campagne si sono ulteriormente accentuate dopo il referendum di luglio senza che per altro i capi di Syriza intervenissero per contrastarle.

Tsipras con le elezioni anticipate spera di poter utilizzare ancora la sua popolarità per riavere una vittoria che gli consenta un gruppo parlamentare conformista ed omogeneo al nuovo corso, escludendo dalle liste i militanti della sinistra, o nel caso, come ormai è confermato, di una lista alternativa alle elezioni, di non darle il tempo di organizzarsi. E questo vale naturalmente anche per le forze del centro destra.  Deve cercare di fare subito le elezioni perché ad ottobre l’attende la messa in atto delle misure più violente previste dall’accordo (tra cui le privatizzazioni e l’ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro), con conseguente verifica di massa di quelli che ne sono i contenuti.

Non è un caso che tutti i governi e gli esponenti della borghesia europea, che per mesi avevano criticato ed anche demonizzato il leader di Syriza, oggi ne tessano le lodi come uomo

divenuto infine ragionevole, proprio dopo aver promosso un referendum che aveva respinto i ricatti dell’Eurogruppo, di averlo vinto e poi di non averlo rispettato. Per costoro e i loro media è ora l’uomo responsabile che si allinea, al di là delle formule critiche che usa, alle logiche economiche delle classi dominanti, dopo che queste avevano temuto una possibile rottura dei vincoli capitalistici in Grecia, foriera di pericolose dinamiche (per loro) in tutta l’Europa.

Una logica politica sbagliata

Gli argomenti dai leader centrali Syriza, ripresi da molti esponenti della sinistra italiana, sul fatto che la formazione di un nuovo governo con una maggioranza stabile ed omogenea servirebbe a gestire e limitare positivamente per le classi popolari le feroci politiche di austerità del terzo memorandum, sono ridicoli, anzi cinici; sono gli argomenti classici usati in ogni tempo dai burocrati socialdemocratici e/o stalinisti e proprio per questo tanto più agghiaccianti.

In realtà c’è una logica politica e strategica in tutte queste vicende. Il gruppo dirigente intorno a Tsipras che pure aveva tenuto la barra nella direzione giusta per lungo tempo, anche grazie alla presenza e ai condizionamenti della sinistra, nel momento decisivo della crisi, quando si sono poste scelte radicali e drastiche, non ha avuto la forza e il coraggio di operare le rotture necessarie dell’ordine capitalista esistente. Si tratta quindi di un’impostazione politica strategica, del rimanere dentro degli schemi riformisti che in ultima analisi ti portano ad accettare dei “compromessi” o rese che, se pur giudicati negative, si considerano inevitabili.  Questa impostazione di pensiero per altro si colloca all’interno degli orientamenti di correnti politiche della sinistra e dei loro apparati che hanno una storia politica precisa e consolidate pratiche compromissorie con il capitalismo.

Il gruppo dirigente intorno a Tsipras ha creduto (e voluto come possibile) un compromesso con la UE cioè con le borghesie europee e le loro istituzioni a partire fin dall’accordo del 20 febbraio quando ha accettato il rimborso di tutto il debito greco (per altro iniquo, illegale ed illegittimo) costruito dai vampiri finanziari; ma proprio per questo non ha mai pensato e  tanto meno costruito un possibile percorso alternativo, che andava  predisposto  negli anni e poi in particolare negli ultimi mesi, di mobilitazione sociale, di preparazione di interventi economici molto forti, di rotture con le dure ed inaccettabili leggi del capitale; un percorso molto difficile, ma indispensabile per cercare di costruire una alternativa reale.

Per altro è il caso di ricordare, secondo i dati del think tank Macropolis che dei 240 miliardi formalmente stanziati per i due primi salvataggi, solo 11,7 miliardi sono rimasti direttamente allo stato e al governo greco, mentre gli altri sono serviti a pagare ogni sorta di debito, degli interessi e le varie banche tedesche, francesi, ecc.

Dei 26 miliardi stanziati dal Mes (il Fondo salva stati) in questi giorni, circa 10 miliardi servono a rimborsare l’FMI, e 3,4 miliardi a ripagare i titoli  greci di stato comprati dalla BCE. Altri 3 miliardi saranno erogati quando Atene avrà fatto bene i compiti di novembre realizzando le nuove misura di austerità; successivamente potranno arrivare gli altri 10 miliardi che serviranno a ricapitalizzare le banche. Il meccanismo infernale degli strozzini che ti prestano soldi per pagare i precedenti prestiti, nello stesso controllandoti giorno per giorno è pienamente in atto.

Povertà politica e vacuità delle sinistre italiane

E’ di questa drammatica realtà che la maggior parte delle forze della sinistra italiana non vuole prendere atto, degli ulteriori effetti devastanti che avranno sulle classi popolari greche, del fatto infine che l’accettazione di quel memorandum da parte della più forte  organizzazione della Sinistra in Europa costituisce una drammatica sconfitta per tutte le classi lavoratrici nel nostro continente.

Questa sinistra italiana per anni ha solo saputo mitizzare Syriza e il suo leader senza capire e tanto meno dare informazione della discussione e dialettica politica interna a questo partito.  Quanti erano i militanti della sinistra italiana che avevano conoscenza della piattaforma di Sinistra in Syriza, che fin dall’inizio aveva proposto e cercato di costruire un altro percorso che provasse a reggere le sfide più dure che si sarebbero poste?

Oggi di fronte ai fatti concreti anche un giornale come il Manifesto è costretto a dare qualche informazione sulle correnti di sinistra e sulla formazione di “Unità popolare” pur mantenendo inalterato il suo sostegno alla attuale leadership.

Lo schierarsi massiccio dei principali leader della sinistra italiana (con poche eccezioni) in difesa totale e giustificatoria delle scelte di Tsipras accettandone gli argomenti non corrisponde solo alla loro riconoscenza verso il dirigente greco intervenuto in loro aiuto per la formazione la lista per le elezioni europee, ma corrisponde invece a concezioni politiche sedimentate di cui questa sinistra non si è mai liberata, all’idea che sia possibile limitare i danni del liberismo e riformare il capitalismo, che sia possibile cioè un compromesso interno alle dinamiche e alle forze capitaliste. [vedi Antonio Moscato, Dove ci porta il culto di Tsipras]

Sono le impostazioni strategiche della sinistra italiana che spiegano perché le scelte di Tsipras vengono sostenute, compresa la sua battaglia contro le correnti alla sua sinistra. Molte vicende degli anni novanta loricordano e poi in particolare la difesa fino all’ultimo dell’esperienza del 2006-2008 con il governo Prodi 2 che ha comportato infine la dispersione di gran parte delle forze di Rifondazione. Le vicende greche e la presa di posizione dell’attuale direzione del PRC dimostra anche quanto fossero del tutto superficiali e strumentali le autocritiche formali su quella esperienza.

Una scelta binaria

Perché il problema è molto semplice, drammaticamente lineare e binaria: la sinistra italiana che farà nelle prossime settimane e mesi? Si schiera e sostiene la Syriza versione memorandum e il suo nuovo ed eventuale governo più o meno omogeneo (vedremo cosa uscirà dai risultati delle urne) impegnato a rispettare le clausole del memorandum e quindi a gestire nel corpore vile della società greca nuove drammatiche politiche di austerità (la privatizzazione pressoché totale di quel che resta della proprietà pubblica, l’ulteriore precarizzazione del lavoro) oppure si dichiara  a fianco dei movimenti sociali e delle forze che, a partire dal fronte politico della sinistra in costruzione e dalla formazione del gruppo parlamentare denominato “Unità popolare”, combattono il memorandum n. 3?

Chiediamo ai dirigenti e militanti della sinistra italiana: come farete a combattere le politiche di Renzi di attacco ai diritti dei lavoratori, compreso il diritto di sciopero, le privatizzazioni, la futura legge di stabilità, mentre contemporaneamente giustificate misure analoghe, e certo non meno infami, che il governo greco sarà tenuto a prendere per realizzare i terzo memorandum?

Per noi la scelta e chiara e per questo abbiamo cercato in questo sito di dare la massima informazione di tutte le elaborazioni ed attività della piattaforma di sinistra di Syriza e  poi del testo prodotto dalle 14 organizzazioni No al nuovo Memorandum: un appello per la mobilitazione e la lotta in tutto il paese”.

Siamo con tutte le forze politiche e sociali di sinistra greche impegnate nella difficile battaglia contro il memorandum, a livello sociale per costruire la mobilitazione per impedire nuovi durissimi colpi alle condizioni di vita della popolazione, a livello politico per esprimere una alternativa politica  per la classe lavoratrice greca fin dalla improba battaglia elettorale di settembre.

Anche attraverso questa azione di solidarietà si costruisce in Italia la lotta contro Renzi e le sue politiche.

“Renzi vuole normalizzare il mondo del lavoro. La Cgil però non normalizzi se stessa”. Intervista a Sergio Bellavita Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Sembra di capire che la Cgil abbia qualche problema con i lavoratori?
Nello specifico dell’articolo di Repubblica, viene comparato il dato di luglio del 2015 con la chiusura del 2014. Quindi è evidente che c’è una forte differenza nel numero degli iscritti già di per se. Questo non vuol dire che siamo già di fronte a un calo netto di 700mila iscritti però come viene scritto nell’articolo. E’ chiaro che si tratta di una campagna strumentale contro la Cgil. L’obiettivo è cancellare quel che resta di opposizione nell’ambito sociale e nel mondo del lavoro.

Detto questo però la crisi della rappresentanza rimane, o no?
Detto questo è chiaro che un problema c’è. Intanto, il punto vero è che tutti i sistemi sui quali si è discusso a propositio della rappresentanza nell’ottica di dare una quota maggiore di democrazia ai lavoratori hanno rimosso il problema fondamentale, ovvero il potere ai lavoratori e alle lavoratrici di decidere quale sindacato li rappresenta e se gli accordi che vengono sottoscritti vanno bene o no.Tornando all’inchiesta di Repubblica, non si può non notare che pochi giorni fa fu lo stesso Renzi mettere insieme tessere e crisi del sindacato e, nello stesso tempo, che si tratta di dati che vengono da dentro la Cgil.
Si sono d’accordo. Questo si collega a quanto è accaduto sulla vicenda dei megastipendi Cisl, che si conoscevano da tempo e improvvisamente conquistano la ribalta. E’ in atto una campagna complessiva da parte del Governo che tra tema rappresentanza e diritto di sciopero prende a pretesto qualsiasi questione si presenti per attaccare il sindacato. E’ evidente che c’è il disegno di normalizzare complessivamente le organizzazioni dei lavoratori. Poco importa se sia questa o quella sigla.Vogliono un sindacato addomesticato, che perda ogni idea di confederalità, che non risponda più ai bisogni dei lavoratori ma ai bisogni dell’impresa e dello Stato. Vogliono sotterrare un modello che pur tra tante contraddizioni ha rappresentato per tanti anni potenzialmente un punto di vista alternativo.

Siete stati proprio voi del “Sindacato è un’altra cosa”, e la Fiom, a sollevare in occasione dell’ultimo congresso della Cgil una questione sui numeri della partecipazione ai congressi di base, che in qualche modo è legata al cosiddetto calo delle tessere.
Landini denunciò il fatto che al congresso su 5.600.000 iscritti hanno votato solo un milione. E questo per dire che nelle fasi salienti del congresso non si riuscì ad arrivare alla base. Noi siamo andati ben oltre, dicendo che i numeri congressuali sulle preferenze ai vari documenti e sulla partecipazione sono stati ampiamente truccati. Secondo noi non votò nemmeno quel milione di cui parlò Landini. E grossa parte dei verbali furono compilati a tavolino. Tutte e due queste denunce testimoniano che la trasparenza si è persa in Cgil. E lo stesso tesseramento sul quale abbiamo chiesto lumi senza ricevere chiarimenti non riesce ad essere riportato ad un dato di realtà. L’inchiesta di Repubblica coglie due cose vere, la non trasparenza e la scarsa rappresentanza dei giovani e dei precari. E questo in un momento in cui Renzi sta precarizzando tutti.

Beh, ma la scelta fu all’epoca quella di dar vita al Nidil, invece di affrontare il precariato categoria per categoria.
Una scelta frutto di una ubriacatura ideologica della sinistra di Governo e della Cgil che nei fatti accettò e approvò il pacchetto Treu. Una ubriacatura che ha portato ad immaginare una “categoria di precari”.

Bisognerà tornare a ragionare del modello di sindacato del futuro. Anche perché il Governo sta facendo dei passi sostanziali. La Cgil ha pensato che bastasse aspettare mirando a ridurre il danno, e ora si trova stretta nell’angolo. Qual è lo stato del dibattito dentro la Cgil?
La sconfitta della Cgil sul Jobs act è drammatica e continua a produrre danni mostruosi nel rapporto con i lavoratori e per quanto riguarda la cancellazione dei diritti. Siamo nel pieno dell’onda, e non c’è più nessuna linea né referendaria né di semplice contrasto che tenga. Una parte sempre più grande del gruppo dirigente della Cgil ha esplicitato una linea che dice basta con il sindacato che si mette di traverso contro il governo. “Siamo un sindacato e dobbiamo contrattare”. La Cgil si sta adattando, attraverso un processo di “cislizzazione”, su nuovo welfare contrattuale e bilateralità per esempio. Ogni tanto si sente qualche protesta. Agli occhi dei lavoratori non contano le enunciazioni, ma la pratica. Il dibattito in Cgil semplicemente non c’è.

Il prossimo appuntamento sarà la conferenza di organizzazione.
Lo scontro è sulle forme di elezione del nuovo segretario. Tutto qui. E la polemica non ci appassiona. Questo mentre i tre sindacati confederali sono vicini al redde rationem. Non c’è più rapporto con i lavoratori. L’unico spazio è il sindacato corporativo e aziendalista, quello che il Governo concede. Va operata una rottura e ripresa la strada del conflitto durissimo ripartendo dai bisogni reali del mondo del lavoro. Questa discussione la Cgil non la sta facendo e sta andando esattamente nella direzione che il Governo vuole.

Da una parte grosse difficoltà nel calcolare la rappresentanza, visto che le aziende non danno i dati sulla trattenuta sindacale, dall’altra un modello che deve essere per forza ultraconcertativo e autodifensivo pena la fine del sindacato. Questo di fatto porta alla formazione, passami il termine, di una casta sindacale. Una soluzione che dal punto di vista dei lavoratori non può durare più di tanto però…
Intanto, bisogna partire da una analisi dell’intesa del 10 gennaio. La parte positiva, tra tante virgolette, è il meccanismo di certificazione degli iscritti che aprirà però una guerra senza precedenti tra organizzazioni. Il lavoratore vorrei far notare può cambiare idea sul sindacato di appartenenza ma questo cambiamento non viene registrato e non c’è nemmeno il diritto a decidere sulla singola vertenza. Hanno costruito un modello, insieme a Confindustria, in cui la vittima sacrificale di quel patto corporativo è il sindacalismo indipendente e antagonista. Ovvero, nel rapporto tra sindacato e impresa si guarda al bene dell’impresa e chi non ci sta è escluso dalla rappresentanza e addirittura i singoli lavoratori potevano essere sanzionati.

Quell’accordo però sta marciando…
Intanto, i padroni hanno subito incassato il passaggio sulle deroghe, il sistema della progressiva spoliazione. E i grandi gruppi stanno riducendo salari e diritti disdettando tutta la contrattazione. Il sindacato ha accettato la morte del contratto nazionale e il passaggio una contrattazione quasi solo aziendale con il segno meno davanti. L’impianto di quell’accordo, però, non sta arrivando in porto perché innanzitutto, sull’esigibilità degli accordi, c’è qualche problema costituzionale e poi perché alcune organizzazioni di base avendolo sottoscritto potranno strappare numerosi consensi con la loro linea di opposizione agli accordi. Il sistema non funziona. Governo e Confindustria vogliono che il conflitto non sia libero, e quindi che ci sia il diritto effettivo di sciopero. L’idea del Governo di stabilire un referendum va proprio in questa direzione e porta al sindacato unico.

Anche il sindacalismo di base è di fronte a un bivio?
Sì, perché se si dovesse riuscire a mettere gli ultimi tasselli all’accordo del 10 gennaio 2014, e impedire al sindacato di rompere il quadro attraverso il conflitto, si porrà un problema sostanziale di democrazia. Questo mi pare evidente.

Qual è il vostro programma per il prossimo futuro?
All’ultima assemblea nazionale del “Sindacato è un’altra cosa” abbiamo deciso di lanciare un appello al sindacalismo conflittuale, Fiom compresa. E’ giunto il momento di costruire degli intersindacali a livello dei territori per sperimentare dal basso delle forme di resistenza. Penso alle lotte dei facchini, per esempio. Va data ai lavoratori l’idea che il sindacato non è un soggetto passivo che accetta la cancellazione di diritti e salari e non dà battaglia sull’occupazione. Dall’altra parte ci sarà la battaglia interna sulla conferenza di organizzazione che sarà un altro tassello della cislizzazione. Se quella conferenza confermerà il documento di maggioranza saremo di fronte a uno scenario preoccupante di deriva e di chiusura degli spazi democratici all’interno della stessa Cgil.

Invece di ridurre le pensioni, riduciamo l’età pensionabile. La proposta della Cgil Fonte: rassegna

Partire da un intervento sull’età pensionabile, cambiando la legge Fornero, per creare spazi occupazionali per i giovani. Intervista dal Corriere della Sera, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, rilancia le proposte del sindacato e analizza criticamente quelle del governo, a partire appunto dall’ipotesi di riforma delle pensioni.

“Proporre che si vada in pensione prima ma decurtando l’assegno significa non sapere di che redditi si dispone in Italia e quali pensioni si preparano per il futuro”, commenta Camusso, secondo la quale anche l’ipotesi di un reddito minimo per gli over 55 non basta. “Bisogna contrastare la povertà – dice al Corriere Camusso – ma non dando qualche soldo e lavandosi la coscienza”.

Sul nodo dell’età pensionabile la posizione della Cgil è chiara: “Andare in pensione a 67 anni – sottolinea Camusso
– non va bene e per certi lavori, come l’edilizia o i trasporti, è impossibile. Serve un meccanismo di flessibilità che però non penalizzi i trattamenti “. “Abbiamo già scambiato la flessibilità in Europa con le pensioni e i diritti dei lavoratori, a partire dall’articolo 18 – continua il segretario Cgil – Andiamo avanti?”.

Camusso entra poi nel merito della questione risorse: “Dobbiamo per forza togliere la tassa sulla casa?”, chiede. “E poi, non possiamo ridefinire una progressività fiscale e fare una vera lotta all’evasione incentivando, ad esempio, la moneta elettronica?”. ‘Togliamo la Tasi a chi ha solo una casa – prosegue il segretario Cgil – ma a chi ne ha più d’una o ha immobili di pregio, no. E poi perché‚ a regime dobbiamo rimanere con due sole aliquote Irpef? E’ iniquo. La nostra Costituzione – evidenzia Camusso – postula un sistema progressivo che due aliquote non potranno mai soddisfare”.

Sulla decontribuzione, “il difetto di quella misura è che non è stata collegata all’occupazione aggiuntiva. Se fosse prorogata, e andrebbe fatto, bisognerebbe modificarla in questo modo”, afferma Camusso, secondo cui “sul piano dell’occupazione l’autunno rischia di portare delle brutte sorprese”.

Quanto alla contrattazione aziendale, ” mi sembra un’idea un po’ ardita che il governo intervenga a piè pari su un tema che è terreno delle parti sociali . Diverso è che dia universalità a quello che hanno già definito le parti sociali, con gli accordi sulla rappresentanza e le regole per l’approvazione dei contratti già siglate con le controparti. Non serve una legge – conclude – bastano le intese”.

Rossana Rossanda: Se il lavoro è senza contratti Fonte: sbilanciamociAutore: Rossana Rossanda

Bisogna riconoscere che nel zigazagare di Renzi fra un annuncio e l’altro c’è una stella polare che indica una rotta costante: ridurre per l’impresa il costo del lavoro, costringere per legge i salariati ad accettarlo. Non è bastato il Jobs Act? Adesso senza il nome inglese c’è il tentativo di far fuori la contrattazione nazionale riducendo l’orizzonte del negoziato all’impresa. Insomma di far fuori finalmente il contratto nazionale.

Dei ritorni al passato è l’esempio più clamoroso: un lavoratore di Brescia e uno che faccia lo stesso lavoro a Catania saranno pagati diversamente, e già la stampa aggiunge che è giusto perché mille euro al nord valgono meno che al sud, o almeno così si dice. Siamo al ritorno delle vecchie gabbie salariali che un governo diretto dal Pd ripropone. È la risposta a Saviano e ai dati pubblicati dalla Svimez: al sud i padroni potranno pagare di meno. Perché non riconoscere per legge il caporalato? Anzi la schiavitù? Non ci sarebbe nulla di più flessibile. Anzi le stesse gabbie salariali possono non essere troppo rigide, meglio che la contrattazione del lavoro e relativi rapporti di forza diventino variabili in campagna e in città, dove il sindacato è forte e dove è debole. E le donne, alcune leader delle quali lo propongono in nome della differenza femminile, si mettono alla testa di questo ulteriore passo in avanti nella modernizzazione dei rapporti sociali.

Il Jobs Act ha dimostrato che la sinistra non sa più neanche leggere, e del resto era scritto in modo ingarbugliato; questa misura sarà invece più semplice e del resto nella mente dei proletari è diventato corrente il pensiero che gli operai non esistano più; e nemmeno l’insistenza a pagarli di meno del governo Renzi dimostra che non siano puri fantasmi di una passata ideologia.