Cosa pensiamo della Sanità?da: livesicilia

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All’utente sofferente importa ben poco che i conti siano a posto, se ciò non si traduce in un netto e percepibile miglioramento della qualità dei servizi.

 

Caro neo-assessore regionale alla Salute, on. Baldo Gucciardi,

Abbiamo letto con molta attenzione la sua intervista su Livesicilia (“Il caso Tutino uno spartiacque. Basta commistioni”), e ne abbiamo preso nota con particolare sollecitudine, anzi, considerata l’importanza della materia, si tratta dell’umano dolore, e considerate le notizie sugli inquietanti sviluppi, post intercettazioni, vere e presunte, delle indagini sul “cerchio magico” attorno al medico personale del governatore Crocetta, Matteo Tutino, le assicuro che ci torneremo più volte, giusto per evitare cadute di memoria e di tensione. E ci permetterà anche, lei che preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno, di svolgere la parte di chi, invece, guarda il bicchiere mezzo vuoto, a beneficio dei cittadini.

Ecco, i cittadini; infatti, caro assessore, secondo lei i siciliani cosa pensano della loro Sanità, al di là dei freddi numeri dei piani di rientro e delle inchieste della magistratura? Parlo delle liste d’attesa, dell’organizzazione sanitaria sul territorio, dei livelli essenziali di assistenza, dell’adeguatezza dei pronto soccorso e dei reparti, della pulizia dei locali, dell’attitudine del personale all’accoglienza, della sufficiente dotazione d’organico, medico, paramedico e tecnico. Al netto delle oasi d’eccellenza, di cui possiamo e dobbiamo vantarci, e di lodevoli iniziative messe in campo da alcune aziende sanitarie, penso per esempio all’Asp di Palermo, in realtà quando abbiamo bisogno di un ospedale, pur riconoscendo l’impegno straordinario della maggioranza di medici e infermieri, ci assale un senso d’angoscia e di smarrimento. Ci sarà un motivo! Nello scorrere la sua intervista, condividendo l’apprezzamento per l’encomiabile passione profusa da Lucia Borsellino, sembrerebbe che le cose volgano decisamente al positivo. Il sospetto è, ci perdoni, che stiamo ripetendo un grosso errore: cioè, basta avere i conti a posto e, scusi il bisticcio, siamo a posto.

E no, assessore, non siamo a posto per niente. All’utente sofferente importa ben poco che i conti siano a posto, se ciò non si traduce in un netto e percepibile miglioramento della qualità dei servizi. Certo, siamo felici che il bilancio della Sanità sia finalmente in attivo, di quasi 30 milioni di euro, siamo strafelici della premialità che ci è stata riconosciuta dallo Stato, di 127 milioni di euro, per avere raggiunto, scoperta che ci lascia perplessi, gli standard qualitativi richiesti. Conta, però, ne converrà, ciò che operatori sanitari, pazienti e familiari vivono nella realtà di ogni giorno. E la realtà di ogni giorno non appare rassicurante. E’ sufficiente, per conferma, oltre alle esperienze dirette di ognuno di noi, dare uno sguardo alle notizie stampa per impattare di continuo con disfunzioni, carenze e disorganizzazione intollerabili. In estate, per l’aggravarsi delle condizioni di vivibilità e della mancanza di personale, siamo ai bollettini di guerra.

Forse il bicchiere, assessore, è pieno appena per un quarto e non a metà. Adesso, per tornare alla sua intervista, sono state approvate le linee guida della sanità siciliana. Sono stati creati gli Ospedali Riuniti, che impediranno la chiusura dei piccoli ospedali di provincia, non un capriccio viste le disastrose condizioni della rete stradale sicula che renderebbero impossibile, in emergenza, il raggiungimento dei grandi nosocomi in tempi di ragionevole sicurezza. Abbiamo segnato nel calendario le date da lei citate: entro il 30 settembre le aziende devono predisporre un piano di riordino e le nuove piante organiche; entro il 30 novembre devono essere avviate, ad onor del vero lo dovevano essere già al 30 maggio, le procedure concorsuali. Siamo in fiduciosa attesa. Attendiamo, parimenti, con fiducia l’utilizzo dei 400 milioni di fondi statali per l’ammodernamento tecnologico e strutturale degli ospedali e l’azzeramento dei ritardi, da lei stesso ammessi, nella spesa dei fondi comunitari.

In ultimo, tema bollente, lei ha dichiarato, dopo l’esplosione della vicenda Tutino e le conseguenti pesanti dimissioni della Borsellino per ragioni etiche, che in un paese normale e serio avrebbero provocato le dimissioni di un intero governo, di voler porre fine alla commistione tra politica e Sanità. Tradotto vuol dire porre fine alla Sanità ostaggio degli scontri politici per l’occupazione di posizioni di potere, alla Sanità luogo in cui si consuma lo scambio voto-favore, alla Sanità in cui si materializzano fulminee e immeritate carriere grazie a cerchi magici e amicizie potenti. E’ proprio sicuro, assessore, di poter mantenere la promessa? Conoscendo uomini e cose, fatta salva la sua buona fede, ci consenta di dubitarne parecchio. Potrebbe illustrare, non a chi scrive ma alla collettività, come intende procedere in proposito? Sarebbe una rivoluzione, e lei passerebbe alla storia. Intanto, azzardiamo avanzare, sommessamente, un suggerimento. La prima cosa da fare, per eliminare tale sciagurata commistione, è la modalità di selezione dei manager e dei direttori generali delle strutture sanitarie.

Attenzione, non ci riferiamo all’ovvia selezione attraverso bandi pubblici in cui si deve chiedere il possesso di requisiti inoppugnabili, ma a chi, poi, dovrà scegliere. A scegliere deve essere gente di altissimo profilo morale, professionale e manageriale, non la politica, nè il governo, nè la Commissione Sanità dell’Assemblea Regionale Siciliana, tanto meno i partiti. La politica deve solo recepire e occuparsi delle generali strategie d’intervento e degli atti d’indirizzo. Spesso, vale per qualunque settore, carenze, disfunzioni e disorganizzazione sono dovuti non all’esiguità delle risorse finanziarie disponibili, ma alla totale incompetenza e incapacità di chi dirige.

Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

19/08/2015

Egregio Direttore,

L’articolo sulla “Fuga dalle tessere della Cgil”, pubblicato su “la Repubblica” di mercoledì 19 agosto, a firma di Matteo Pucciarelli, contiene fin dal titolo una clamorosa falsità: la Cgil perderebbe oltre 700 mila iscritti dalla fine del 2014 ad oggi.

Falso. A parte l’ovvia considerazione che non è confrontabile il dato dei primi sei mesi 2015 con quello di tutto il 2014, all’articolista è stato spiegato che il tabulato, di cui “la Repubblica” è venuta in possesso, registra lo stato di avanzamento di un lavoro complesso quale è il tesseramento alla Cgil.

La nostra Organizzazione, infatti, non si accontenta di “contare” le tessere fatte, ma esige che ogni Struttura imputi in un unico programma informatico nazionale i nominativi di tutti gli iscritti con il relativo codice fiscale o con altri dati sufficienti a verificare che non vi siano doppioni che falserebbero il dato finale.

Questi dati saranno poi incrociati con il dato amministrativo del versamento delle quote tessera per un ulteriore controllo e verifica.

Il tabulato da cui attinge “la Repubblica” dice soltanto una cosa: al 30 giugno di quest’anno sono stati imputati a sistema e verificati dati degli iscritti pari all’87% del totale a fine 2014.

Un dato che a noi dice semplicemente che questo lavoro procede e che abbiamo ancora sei mesi per completarlo, dato che il tesseramento alla Cgil si chiuderà, come ogni anno, al 31 dicembre.

Questa procedura serve a garantire trasparenza e correttezza nei dati del tesseramento alla Cgil, come è stato spiegato a Pucciarelli.la Repubblica”, quindi, a mio parere, usa una nostra scelta di trasparenza per montare una campagna strumentale contro il Sindacato.  

C’è una differenza in negativo tra il numero di iscritti registrati al 30 giugno di quest’anno e quelli alla stessa data dello scorso anno: si tratta di circa 110.000 unità, pari al 2,17%. 

Un dato che in parte si spiega con il ritardo di imputazione di alcune strutture e, in parte maggiore, con la difficile realtà determinata da sette anni di crisi con la quale ci stiamo misurando: gli effetti della crisi sull’occupazione con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (con un conseguente riflesso sul numero di iscritti al Sindacato), oltre al rallentamento della dinamica pensionistica. 

Infine, egregio Direttore, un grande quotidiano come “la Repubblica” dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti, non solo quando legge e interpreta (male) tabelle, ma quando riporta – come nell’articolo in questione – che vi sarebbe una differenza di un milione tra gli iscritti dichiarati dai Sindacati dei pensionati e quelli certificati dall’Inps.

È già stato da tempo chiarito, oltre che da noi anche da un comunicato ufficiale dell’Inps, che tale differenza è dovuta al fatto che l’Inps finora ha certificato solo i dati dei pensionati che percepiscono una pensione dal Fondo lavoratori (privati), mentre – come tutti sanno – una parte cospicua dei pensionati italiani percepisce la propria pensione da altri Istituti.

Mi permetta un’amara chiosa finale: il grande giornalismo non scade mai nello scandalismo e nel sensazionalismo a buon mercato e privo di presupposti verificati.

Siamo ovviamente disponibili, qualora lo riteneste, ad approfondimenti su come si fa trasparenza sul nostro tesseramento, su cosa significa avere ogni anno un turn over del 20% di iscritti e su come lo stesso tesseramento si è modificato per categorie, tipologie di lavoro e soggetti.  Anche perché non comprendiamo da quali dati “la Repubblica” desuma un’emorragia di giovani e precari nel tesseramento alla Cgil.

A morte i Borsellino! Crocetta sta bene dove sta! da: antimafia duemila

lodato-borsellinodi Saverio Lodato – 18 agosto 2015

Di questi Borsellino non deve rimanere neanche la semenza. E’ un cognome che in Sicilia deve essere cancellato, per sempre. Hanno fatto più danni loro ai mafiosi che lo Stato italiano in un secolo e mezzo di chiacchiere sull’argomento.
Paolo, il capostipite, faceva il magistrato e si mise insieme a quell’altro gentiluomo di Giovanni Falcone per rendere la vita impossibile ai “picciotti” e alle loro famiglie. La lezione gli venne data, eccome se gli venne data, ma è come se non fosse servita a niente.
Suo figlio Manfredi, infatti, fa il poliziotto, cioè “lo sbirro”, e pretende pure di lavorare in Sicilia. Lo capite: magistrato il padre, “sbirro” il figlio…
Suo fratello, Salvatore, da anni si è messo in testa di trovare l’”agenda rossa” che abili manine dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato ritennero più conveniente far sparire dalla scena del delitto. Non solo. Salvatore si scontrò perfino duramente con Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che voleva intralciare a tutti i costi il processo di Palermo sulla trattativa con l’accusa pericolosamente rappresentata (sono punti di vista) da Nino Di Matteo.
Sua sorella Rita da anni, scendendo in politica, ha fatto le umane e divine cose perché il sentire comune della gente sulla metastasi mafiosa cambiasse radicalmente. Niente da fare.
Sua figlia Lucia, pretendeva addirittura di inceppare il sistema sanitario siciliano ostacolando ambizioni, interessi, affari sporchi, di una casta di medici e funzionari che si richiamavano invece al “Metodo Tutino”.
Ecco perché ai “bravi ragazzi” di Sicilia, al solo sentire pronunciare il cognome Borsellino va il sangue agli occhi.
Perché dalla strage di Via D’Amelio sono trascorsi 23 anni anche per loro. E non accettano, non capiscono, non digeriscono che un’intera famiglia abbia ereditato il messaggio del capostipite.

I giornali riportano la notizia che, per decisione del Viminale, Lucia sarà scortata da uomini armati e potrà svolgere il suo “prezioso lavoro” nel pianeta Sanità a patto di lasciare Palermo e trasferirsi a Roma. Molti dicono che “non si conoscono” i motivi di questa scelta romana. La stessa Lucia si è detta sorpresa dalle notizie che la riguardano. Qualche politicante siciliano, esprimendole “solidarietà!  ha perso una buona occasione per tacere. C’è chi si interroga su oscure “segnalazioni” dell’immediato pericolo che corre Lucia, c’’è chi ipotizza l’esistenza di intercettazioni telefoniche coperte da segreto e che avvalorerebbero tali preoccupazioni.
Ed è quasi con tenerezza che siamo costretti a registrare l’imbarazzo di certi opinionisti che nelle ultime settimane si erano gettati a capofitto nel piatto ricco del’”antimafia delle passerelle” e che ora non sanno darsi una “lettura” di questa nuova minaccia contro Lucia salvo dovere ammettere che se la mafia continua a esserci, di una qualche forma di antimafia continuerà a esserci gran bisogno.
Serve a poco chiedersi “cosa c’è dietro”. Basta e avanza ciò che è sotto gli occhi di tutti.
Lo dicevamo all’inizio: dei Borsellino non deve restare neanche la semenza.
La Sicilia continua a produrre vittime designate, bersagli mobili, liste nere di persone a rischio per le cose che dicono, per quello che fanno, per quello che rappresentano nell’immaginario collettivo. Ma sul serio, non a parole.
La Sicilia che si libera, la Sicilia che si emancipa, la Sicilia che volta le spalle al passato resta, nella migliore delle ipotesi, una pia illusione che troppo ancora dovrà attendere per tradursi in realtà, nella peggiore, invece, il cavallo propagandistico di una politica senza scrupoli che con la mafia convive, ci sta in ottimi rapporti, ci fa affari come niente fosse.
Prendete il buon Rosario Crocetta. E’ rimasto “governatore” a dispetto dei santi. Ha evitato – in un  soprassalto di umana lucidità – di suicidarsi quando la valanga delle intercettazioni, proprio sull’argomento Sanità-Tutino-Lucia Borsellino lo aveva investito in pieno. Poi, a rianimarlo del tutto, sono arrivate le bombole d’ossigeno dei capi bastone di Sala D’Ercole per i quali una poltrona da onorevole val bene un Crocetta… Il Pd poi, che come sapete è il partito dei primi della classe, da un lato gli dà l’ossigeno e dall’altro, un giorno sì e un giorno no, minaccia di asfissiarlo. State tranquilli: ci sono scorte di bombole sino alla fine della legislatura.
Non risultano – tranne che non ci siano sfuggite – dichiarazioni del buon Crocetta su Lucia che finisce sotto scorta. E dire che Crocetta – a sentirlo in tv – deve volere un gran bene a Lucia.
Allora che dobbiamo concludere?
Diciamo così: Lucia ha perduto la sua battaglia a palazzo D’Orleans. Si ritrova sotto scorta e deve lasciare la Sicilia.
Il buon Crocetta, che fu lungimirante nell’evitare il suo suicidio, resta dov’era umanamente e politicamente.
Va tutto secondo copione gattopardesco.
Ma che qualcuno non ci venga a dire, Crocetta in primis, che il suo governo è mal visto dalla mafia.
Crocetta – con tutto il rispetto che merita la sua carica – minchiate non ne deve raccontare.
Sono i Borsellino che stanno sui coglioni alla mafia. Non il suo governo. E almeno a questa elementare verità Crocetta abbia il buon senso di rassegnarsi.

saverio.lodato@virgilio.it