Caso Crocetta: attacchi ipocriti, noi non ci stiamo. Critiche oneste, noi rispondiamo da: l’espresso

Non c’è da parte dell’Espresso alcuna “campagna preordinata”. Quando un giornale viene a conoscenza di una notizia ha il dovere di riscontrarla e condividerla con i lettori. Questo abbiamo fatto e continueremo a fare

31 luglio 2015

Caso Crocetta: attacchi ipocriti, noi non ci stiamo. Critiche oneste, noi rispondiamo

C’è una certa asimmetria nell’attacco a cui è sottoposto “l’Espresso” in queste settimane, dopo la pubblicazione dell’intercettazione Tutino-Crocetta. Asimmetria consistente nel fatto che almeno una parte di coloro che ci attaccano lo fanno per un interesse non detto, sia esso aziendale o politico.

Nelle campagne condotte da certe testate – sia quelle basate su notizie vere sia quelle con notizie palesemente false – è sempre stato evidente infatti l’obiettivo non giornalistico: cioè eliminare un avversario politico.
Noi de “l’Espresso” invece non avevamo e non abbiamo mai avuto alcun interesse né politico né personale a pubblicare ciò che siamo venuti a sapere su Tutino e Crocetta. Lo abbiamo fatto esclusivamente per dovere giornalistico: il dovere di condividere con i lettori e con la società civile tutte le informazioni di cui eravamo entrati in possesso, dopo averle riscontrate, e che sarebbe stato censorio tenere solo per noi. E lo abbiamo fatto nell’assoluta indifferenza verso le eventuali conseguenze favorevoli o sfavorevoli per questa o quella parte nelle complesse (e talvolta incomprensibili) faide politiche siciliane. Spiace, ma non siamo uguali a certe testate che hanno fatto campagne con obiettivi non giornalistici.

L’indifferenza verso eventuali conseguenze politiche della pubblicazione delle notizie è, curiosamente, considerata cosa eccentrica in Italia. Siamo sempre malati di retroscenismo, di complottismo. Quindi appena “l’Espresso” ha pubblicato quell’intercettazione, è esplosa la corsa al “cui prodest”.

Ci hanno detto, nell’ordine, che facevamo il gioco di Renzi il quale aveva in antipatia Crocetta; che facevamo il gioco di Crocetta perché così poteva presentarsi come perseguitato e dossierato; che facevamo il gioco del Movimento 5 Stelle i cui consensi potrebbero aumentare se in Sicilia si andasse a elezioni anticipate; che facevamo il gioco del centrodestra per lo stesso motivo.

Siamo onorati di essere considerati in grado di concausare tutti questi pur contraddittori accadimenti, ma nessuno di essi ci è venuto in mente quando, un giorno di luglio, i nostri cronisti ci hanno detto di aver ascoltato e riscontrato quella conversazione. Abbiamo deciso di pubblicarla solo per  trasparenza giornalistica. Per quanto lunare ciò possa apparire ai professionisti del “cui prodest”.

Altre critiche pelose e strumentali sono arrivate da chi ha un ulteriore e diverso obiettivo da raggiungere: mettere il bavaglio ai giornali con una nuova legge sulle intercettazioni.

Le rivelazioni de “l’Espresso” sul degrado della lotta politica in Sicilia sono quindi diventate l’appiglio a cui i censori di diverse parti politiche si stanno aggrappando per varare una norma punitiva nei confronti del giornalismo d’inchiesta. A loro possiamo solo ribadire il nostro impegno a lottare per la libertà di informazione e di controllo dei politici: esercitandola almeno per altri 60 anni, come nei 60 di vita che “l’Espresso” ha alle spalle.

Completamente diverse sono invece le critiche in buona fede e in piena onestà intellettuale che in questi giorni ci sono state avanzate da altri. A cui quindi rispondiamo non solo volentieri, ma anzi ringraziando per gli stimoli a migliorare.

La prima, la più diffusa e fondata, riguarda l’assenza di una registrazione che provasse il nostro articolo.

Fin dall’inizio abbiamo detto che i due giornalisti autori dell’articolo avevano ascoltato quella registrazione (più correttamente: uno stralcio di registrazione) e che l’avevano riscontrata due volte: la prima, parola per parola, con la fonte investigativa che gliel’aveva fatta ascoltare; la seconda, con un’altra autorevole fonte investigativa che ne aveva confermato ai cronisti l’esistenza e i contenuti.

L’assenza dell’audio della registrazione è di certo un elemento di debolezza per noi, di cui abbiamo piena contezza.

Abbiamo tuttavia deciso di condividere lo stesso la notizia con i nostri lettori perché ne eravamo (e ne siamo) certi, avendola ascoltata e riscontrata i nostri cronisti in prima persona.

Questo significa che secondo noi le procure siciliane hanno mentito quando hanno ripetutamente dichiarato che ai loro atti l’intercettazione in questione non esiste? Assolutamente no. Se il dottor Francesco Lo Voi e gli altri procuratori siciliani hanno verificato e riscontrato l’inesistenza ai loro atti di quella registrazione, non abbiamo alcun motivo di dubitare della loro parola, trattandosi di magistrati integerrimi. Tuttavia l’intercettazione c’è stata: quindi siamo interessati prima di tutto noi a capire perché non si trova attualmente agli atti della procura di Palermo, domanda a cui al momento non siamo in grado di rispondere.

A questo proposito sono state avanzate alcune ipotesi.

Tra gli articoli più approfonditi, abbiamo letto con attenzione quello uscito il 21 luglio sul sito Fanpage, intitolato “ Crocetta, chi ha fatto sparire l’intercettazione e perché ”, dove si dà atto che «Piero Messina è un giornalista di grande esperienza» e che «l’esistenza di questa intercettazione a Palermo era una sorta di “segreto di Pulcinella”», per poi proporre la tesi che quella intercettazione sia stata «acquisita irregolarmente da apparati che hanno prima copiato, poi diffuso e infine distrutto quel materiale».

Noi non abbiamo alcun elemento per confermare o smentire quanto scritto da Fanpage. Possiamo solo dire ciò che sappiamo per certo. E cioè che l’intercettazione è stata fatta ascoltare ai nostri cronisti da una fonte investigativa ufficiale (non da una security privata, ad esempio) ed è stata loro confermata da un’altra fonte investigativa.

Altre domande ci sono state fatte relativamente al significato della frase «Questa volta si va in fondo» con la quale la seconda fonte investigativa ha confermato ai nostri cronisti il testo dell’intercettazione tra Tutino e Crocetta ricevendone una conferma totale e chiara.

Qualcuno ha inteso questa frase come una prova dell’intento persecutorio di taluni nei confronti di Crocetta, del dossieraggio in corso nei suoi confronti; i nostri cronisti l’hanno invece interpretata (riteniamo correttamente) solo come un’implicita e informale autorizzazione alla pubblicazione di quel testo. Pubblicazione che in passato era stata rimandata per non compromettere le indagini allora in corso, che solo nel giugno di quest’anno avrebbero portato all’arresto del dottor Tutino (e infatti l’intercettazione non era apparsa, pur essendo già stata ascoltata da Messina e Zoppi, nell’articolo “ Antimafia senza rughe ” pubblicato nel giugno 2014).

Un’altra questione che ci è stata posta da più parti riguarda il nostro collaboratore Piero Messina, che ha lavorato per sei anni nell’ufficio stampa della regione Sicilia, da cui (con altri venti colleghi, collettivamente) è stato licenziato quando Crocetta ha deciso di tagliare alcuni costi della Regione (quindi non per motivi personali).

L’esperienza di lavoro di Messina presso l’ufficio stampa della regione Sicilia era nota e pubblica (appare perfino sulla pagina che gli dedica Wikipedia) e non ha mai inciso in alcun modo nella qualità e nelle caratteristiche del lavoro che Messina ha svolto come collaboratore de “l’Espresso” fin dal 2006, né nel resto dell’attività con cui Messina ha scritto libri e vinto diversi premi giornalistici, tra i quali un anno fa il ” Gattopardo per la legalità “, dall’associazione Libera. Pensare che un giornalista come Messina possa aver macchinato contro Crocetta per rancore personale fa parte di quel pensiero complottista e retroscenista che non è l’ultima causa dei veleni italiani.

Come noto e riportato anche da “l’Espresso” , attualmente Messina e Zoppi sono indagati dalla procura di Palermo con l’ipotesi di reato di “pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico” (entrambi) e “calunnia” (solo Messina).

Quest’ultima ipotesi di reato non si riferisce a quanto pubblicato da “l’Espresso”, ma a una presunta indicazione di una delle fonti che secondo la procura potrebbe essere stata compiuta successivamente da Messina davanti a «un’autorità giudiziaria o con un’altra autorità che abbia obbligo di riferirne» (articolo 368 del Codice Penale).
“L’Espresso” non ha mai svelato la fonte come è nostro costume.

Contestualmente, il governatore Crocetta ha annunciato una causa civile per 10 milioni di euro nei confronti del nostro giornale. In più il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato scriverà una relazione sulla vicenda così come richiesto dal procuratore generale presso la Cassazione Pasquale Ciccolo.

Anche il Consiglio Superiore della Magistratura si occuperà della questione.

Ci sono dunque tutti gli strumenti affinché venga fatta piena luce, anche per le parti di verità che non conosciamo neanche noi.

Fin dall’inizio, “l’Espresso” ha auspicato che così accada e continuiamo con ogni forza ad auspicarlo, anche per poter provare la piena correttezza del nostro comportamento e per dimostrare il principio che l’ha ispirato: quando un giornale viene a conoscenza di una notizia la riscontra e l’accerta, ha poi non il diritto, ma il dovere di condividerla con i suoi lettori e con la società civile, almeno dal momento in cui la pubblicazione non danneggia più le indagini in corso.

Infine, una nota ancor più marcatamente editoriale, per rispondere ad altre osservazioni pervenuteci a seguito della presentazione on line del nuovo numero de “l’Espresso”, in edicola venerdì 31 luglio. Qualche utente ha infatti notato l’assenza in questo numero di nuovi articoli sul caso Crocetta e ci ha pertanto accusati di voler far “calare il silenzio” sulla vicenda.

La tesi in questione è tuttavia del tutto infondata: l’assenza sul nuovo numero de “l’Espresso” di articoli sul caso Crocetta è dovuta proprio alla nostra policy di sempre, quella di dare notizie solo se e quando le abbiamo. Non essendo riusciti a ottenere nel corso della settimana passata alcuna significativa notizia su tutta la vicenda, abbiamo “passato”. Limitandoci a dare conto – per trasparenza – del procedimento in corso nei confronti dei nostri due collaboratori (sul sito e a pagina 21 del nuovo numero cartaceo).

Ciò è ulteriore prova, tra l’altro, che non c’è da parte nostra alcun accanimento nei confronti di Crocetta, che non c’è da parte nostra alcuna “campagna preordinata” contro di lui.

Ma non abbiamo alcuna intenzione né di nasconderci né di far calare il silenzio: continueremo a dare notizie quando le avremo, così come abbiamo fatto sul numero successivo a quello in cui è stata pubblicata l’intercettazione (dedicando al caso la copertina ) e così come abbiamo fatto e continueremo a fare sul nostro sito, dove abbiamo dato spazio anche alla versione di Crocetta (ad esempio qui e qui ), al quale peraltro ci eravamo rivolti per diritto di replica anche prima di pubblicare l’intercettazione, ricevendo in cambio il rifiuto a essere ricevuti o ascoltati.

Continueremo inoltre a rispondere con trasparenza alle domande dei nostri lettori – i nostri unici e veri padroni – così come abbiamo cercato di fare adesso.

Strage Borsellino, Orlando risponde a Sarti su indagini depistaggio da: antimafia duemila

via-damelio-uomo-ssLa Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta.

di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 31 luglio 2015
Poche parole, citando quasi integralmente la nota trasmessa dalla Procura di Caltanissetta. E’ così che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha risposto ieri, all’interrogazione parlamentare (in merito al procedimento per calunnia a carico di Bo, Ricciardi e La Barbera) sollevata lo scorso 4 luglio dai parlamentari M5s Giulia Sarti, Francesco D’Uva e Vittorio Ferraresi. Il senso delle domande presentate meno di un mese fa era alquanto diretto: a che punto sono le indagini sul depistaggio per la strage di Via D’Amelio? Quali sono gli sviluppi investigativi sui tre funzionari di Polizia Vincenzo Ricciardi, Mario Bo, e Salvatore La Barbera, ex componenti del gruppo “Falcone e Borsellino” diretto dall’ex Questore (deceduto) Arnaldo La Barbera? I tre deputati avevano chiesto espressamente al Ministro Orlando se intendesse richiedere informazioni in merito al procedimento per calunnia a carico di Bo, Ricciardi e La Barbera “visto il lungo periodo di tempo trascorso dalla iscrizione nel registro degli indagati” di costoro. Gli on. Sarti, D’Uva e Ferraresi avevano domandato inoltre se il Ministro non ritenesse di “disporre un’ispezione presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta ai fini della valutazione dei presupposti per l’esercizio dei poteri di competenza”.

All’indomani del deposito del documento avevamo evidenziato come da questa interrogazione parlamentare scaturisse inevitabile un’ulteriore domanda che merita di essere riproposta. Il fascicolo su Ricciardi, Bo e La Barbera è trattato dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta o segue un iter “ordinario”? Nel nostro ordinamento giudiziario vi è una motivazione “tecnica” in merito alla possibilità che questo dossier possa essere trattato alla pari di reati comuni. giulia-sartiPer far proseguire queste indagini dalla Dda di Caltanissetta l’ipotesi accusatoria nei confronti degli indagati, e cioè quella di aver potuto agevolare determinati mafiosi piuttosto che altri, dovrebbe essere suffragata dalla dimostrazione che il dolo specifico finalizzato a favorire Cosa nostra sia stato fatto proprio per quello scopo. Vista la gravità dei fatti contestati l’ipotesi che un’inchiesta tanto delicata possa seguire un percorso “ordinario” appare completamente assurda. Nella sua risposta il ministro Orlando non chiarisce la questione “tecnica” dell’iter giudiziario del fascicolo, specificando poi che nella nota trasmessa dalla procura nissena, utilizzata per i chiarimenti ai firmatari dell’interrogazione, è scritto: “il Pubblico Ministero si è determinato a richiedere l’archiviazione del procedimento ritenendo, si riporta testualmente ‘di non poter prescindere da un’accurata, approfondita analisi del monumentale materiale probatorio stratificatosi nell’ambito dei processi “Borsellino uno” e “Borsellino bis”, nel c.d. Processo Borsellino Quater, originata dalle rivelazioni del collaboratore Spatuzza Gaspare”.
La Procura nissena fa quindi sapere di aver “ritenuto elemento prioritario procedere all’elaborazione in un impianto motivazionale che fosse pienamente conforme alle risultanze probatorie, eccezionalmente complesse, emerse nel corso dei processi celebratisi oltre che alle emergenze investigative seguite alle dichiarazioni dello Spatuzza, ciò sia a tutela dei soggetti indagati – in ragione dei possibili profili di responsabilità disciplinare connessi alla loro condotta – sia in ragione delle inevitabili ricadute sull’esito del procedimento Borsellino quater, allo stato pendente dinanzi alla Corte di Assise di Caltanissetta nei confronti (tra gli altri) di Scarantino Vincenzo, Candura Salvatore, Andriotta Francesco, vale a dire le principali fonti di accusa dei sopraindicati funzionari di polizia. L’analisi ricostruttiva, demandata ai magistrati di questa Dda sottoposti ad un carico di lavoro straordinario per quantità e qualità” prosegue la nota informativa “ha richiesto un eccezionale impegno, infine culminato nella definizione del procedimento con richiesta di archiviazione, ampiamente motivata”. Una richiesta di archiviazione, quindi, che sarebbe stata presentata tempo addietro. Nella risposta il Guardasigilli non parla di tempistiche.
In merito all’inchiesta su Ricciardi, Bo e La Barbera, il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, in una recente intervista al Giornale di Sicilia, in occasione delle commemorazioni per la strage di via d’Amelio, aveva ribadito di “non avere fretta di chiedere l’eventuale rinvio a giudizio o l’archiviazione” in quanto “stiamo aspettando la conclusione del ‘Borsellino Quater’ (…) dopodiché tireremo le somme”. orlando-andrea-2
Evidentemente, secondo quanto riferito dal ministro Orlando, le somme sarebbero già state tirate ed a questo punto non si attenderebbe altro che il giudizio di un Gip. Se venisse confermata l’archiviazione resterebbero aperti grandi interrogativi sul depistaggio che è stato perpetrato durante le indagini per svelare autori e mandanti dell’attentato del 19 luglio 1992. Resterebbe da capire il perché gli accusatori dei tre funzionari di Polizia e cioè Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura avrebbero attribuito la strage di via D’Amelio a “tizio” piuttosto che a “caio” finendo così per autocalunniarsi? E’ del tutto plausibile, invece, che quel depistaggio sia stato finalizzato a proteggere pezzi di Stato “deviato” coinvolti nell’eccidio del 19 luglio ‘92. Scriveva Roberto Scarpinato, quando era ancora Procuratore generale a Caltanissetta prima di diventarlo a Palermo, nella richiesta di revisione dei processi Borsellino alla Corte d’appello di Catania: “Occorre cercare di capire se si fosse voluta coprire la responsabilità di soggetti esterni a Cosa nostra, astrattamente riconducibili ad (…) apparati deviati dei servizi segreti, o a organizzazioni terroristiche-eversive”. Ed è proprio questo l’aspetto che fa più paura. L’archiviazione dei tre funzionari di polizia sarebbe l’ennesima amarezza per tanti cittadini onesti e, soprattutto, per quei familiari delle vittime della strage che da anni chiedono giustizia e verità su una strage che ad oggi ha troppi interrogativi aperti. Un boccone amaro da mandar giù così come era stato il non luogo a procedere nei confronti del colonnello dei Carabinieri Giovanni Arcangioli.
Quest’ultimo è stato addirittura immortalato da una foto (e da un filmato Rai) con in mano la borsa di Paolo Borsellino, pochi minuti dopo la strage. Elementi che, insieme ad alcune sue contraddizioni, lo hanno portato ad essere indagato per il furto dell’Agenda (prosciolto definitivamente nel febbraio 2009) e per falsa testimonianza ai pm (decreto di archiviazione emesso nell’aprile 2013). Dove è finita l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino? Cosa è avvenuto durante le indagini sulla strage di via d’Amelio? Domande che al momento restano inevase. Gli stessi familiari delle vittime dell’attentato continuano a chiedere risposte chiare ed esaustiv