Pubblico impiego,il Governo fa sparire le risorse per la produttività. Il 29 luglio sindacati in piazza da: controlacrisi.org Autore: fabrizio salvatori

Spariscono le risorse contrattuali dal disegno di legge di assestamento. Nel disegno di legge di assestamento del bilancio dello Stato. La denuncia arriva dai tre sindacati di categoria di Cgil,Cisl e Ui che scartabellando nei capitoli dedicati alla produttività del pubblico impiego ha trovato vistosi buchi. Si tratta di risorse stanziate ogni anno, per finanziare il prolungamento dell’orario di apertura degli uffici e l’ampliamento dell’offerta di servizi. Ma parliamo anche dell’allungamento dei turni di lavoro e i festivi”. Rossana Dettori, Giovanni Faverin e Nicola Turco – segretari generali di Fp-Cgil
Cisl-Fp Uil-Pa – parlano dell’ennesimo gioco di prestigio dell’esecutivo. “Trucco che affosserebbe definitivamente la fiducia degli stessi lavoratori nello Stato, e soprattutto servizi strategici per il Paese: beni culturali, tribunali, prefetture, sicurezza del lavoro”. “E’ la prima volta nella storia della Repubblica che il governo, non solo tiene ancora bloccati i contratti fermi da 6 anni, ma mette le mani nelle tasche dei lavoratori, scippando risorse contrattuali per 80 milioni di euro” rimarcano i segretari delle tre federazioni. “Chiediamo al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan l’immediata restituzione dei soldi dei lavoratori, ripristinando lo stanziamento nel ddl di assestamento per l’anno 2015 attualmente in discussione in Senato”.
“Altro che riforma epocale della pubblica amministrazione. Con questo sistema si bloccano i servizi. Scriveremo a tutti i ministri e i capigruppo di Camera e Senato chiedendo un incontro immediato per spiegare loro il danno che si farebbe ai cittadini tagliando le retribuzioni dei lavoratori pubblici”, annunciano Dettori, Faverin e Turco.

Il 29 luglio sindacati e lavoratori saranno a Palazzo Vidoni, davanti al Ministero della Funzione Pubblica, per una grande manifestazione di protesta. “E se non avremo risposte, siamo pronti ad andare avanti anche a Ferragosto”, concludono.
Intanto, sono uscite le motivazione della Consulta sul blocco dei contratti nel pubblico impiego. Per la Cgil, si tratta di un testo che andrà analizzato nel dettaglio ma che ad una prima lettura conferma alcuni punti fondamentali e “che meritano un’adeguata risposta del governo”, dice Serena Sorrentino, segretario confederale della Cgil. “Nella sentenza, infatti, vi sono affermazioni significative che meritano una risposta diversa da quella data dall’esecutivo e in prima istanza dal Ministro Madia”, continua Sorrentino. “Quindi – per la Cgil – il contratto e la contrattazione sono elementi fondamentali per garantire qualità del lavoro, ma hanno anche un valore più generale come ricorda la Corte”. La sentenza dimostra dunque quello che la Cgil ha sempre sostenuto: “Come si vede – spiega Sorrentino – si va ben oltre il fattore economico: come la Cgil sostiene da sempre, la contrattazione è uno strumento fondamentale per qualificare ed innovare la pubblica amministrazione”. Anche Sorrentino sottolinea che “la mobilitazione continuerà fino a quando il governo non convocherà le organizzazioni sindacali, non per comunicare atti unilaterali ma per annunciare che si avvia il tavolo per il rinnovo del contratto”.

Lo ammetto: faccio il docente per fare tre mesi di vacanza… Stupenda lettera di un insegnante al Ministro Poletti ed a Matteo Renzi – leggetela tutta, ne vale la pena !Scritto il luglio 18, 2015 by lapillolarossa15

Lettera

 

Lo ammetto: faccio il docente per fare tre mesi di vacanza… Stupenda lettera di un insegnante al Ministro Poletti ed a Matteo Renzi.

 

La lettera con cui Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino. distrugge il Ministro Poletti e Matteo Renzi.

Egregio Ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere. Mi sono laureato, ho preso due abilitazioni a numero chiuso, ho fatto un concorso nazionale e sono precario da 13 anni (assunto il primo di settembre e licenziato il 30 giugno) non tanto perché volevo far l’insegnante, ma per godermi tre mesi di vacanze estive, oltre ovviamente a quelle natalizie, pasquali, di carnevale e ai ponti dei santi, dell’immacolata, del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno. Peccato non si stia a casa anche il giorno della festa della mamma, del papà, della donna e magari dei nonni.
Egregio ministro Poletti,
ebbene sì lo devo e lo voglio ammettere, la volgarità e la disonestà intellettuale che caratterizza lei e tutto il governo Renzi è squallida e imbarazzante, sintomo di un paese sempre più allo sbando, retto da personaggi di piccolo cabotaggio, corrotti, prepotenti e mediocri.
Probabilmente signor Ministro lei è troppo impegnato in cene e feste con importanti esponenti di Mafia Capitale per conoscere la professione dei docenti e la realtà in cui vivono gli studenti italiani; altrimenti saprebbe che il numero di giorni di scuola in Italia è pari a quello dei principali stati europei (Germania, Francia, Spagna. ..).
Le vacanze sono solo distribuite in modo diverso.
Se conoscesse le condizioni in cui versano gli edifici scolastici italiani e l’ubicazione geografica del Paese che governa, saprebbe, inoltre, che andare a scuola a luglio e agosto nella maggior parte delle città (Napoli, Bari, Palermo, Roma, Sassari, Milano) sarebbe impossibile.
Infine, signor Ministro, le ricordo che ormai anche il mio macellaio di fiducia (purtroppo sono carnivoro) non pensa che un insegnante faccia tre mesi di vacanza. Tra esami di stato, esami di riparazione, riunioni e programmazione le ferie dei docenti (trenta giorni più le domeniche) si concentrano per lo più da metà luglio al 31 agosto.
Comunque Egregio Ministro e Esimio Premier, fate bene ad umiliare costantemente noi insegnanti. Ce lo meritiamo. Negli ultimi decenni abbiamo accettato tutto supinamente: blocco salariale, classi pollaio, precarietà, aumento dell’orario di lavoro, edifici insicuri, cattedre spezzatino e concorsi truffa.
Ed ora, sprezzanti ma con il sorriso sulle labbra, state realizzando la privatizzazione della scuola e la sua trasformazione in un’azienda senza che il corpo docente italiano dia un sussulto di vitalità. Tra chi aspetta la pensione e chi pensa che un salario fisso anche se basso è meglio che niente, tra chi è stanco di lottare e chi si considera intellettuale, tra chi “tanto mio marito è un dirigente o libero professionista” e chi è solo e disperato, tra chi “o si blocca il paese per settimane o uno sciopero non serve a nulla” e chi ” ora servirebbe la rivoluzione”, gli insegnanti stanno assistendo inerti e rassegnati alla lenta morte della scuola pubblica, democratica e costituzionale.
Il nostro silenzio è complice. E non basta più (se mai è servito a qualcosa) sfogarsi solo sui social network.
Per chi non si vuole arrendere non vi è altra strada che la lotta, per la nostra dignità e per il futuro dei nostri figli e dei nostri studenti.
Una terza via non ci è data.

Matteo Saudino, docente di storia e filosofia a Torino.
Libero pensatore e cittadino del mondo.
(da https://www.facebook.com/pages/Matteo-Saudino/1400008323610329?fref=nf)

Fonte: http://zapping.altervista.org/lo-ammetto-faccio-il-docente-per-fare-tre-mesi-di-vacanza-stupenda-lettera-di-un-insegnante-al-min-poletti-ed-a-matteo-renzi-leggetela-tutta-ne-vale-la-pena/

Intercettazioni, con stretta su audio e video rubati sono a rischio indagini per mafia e terrorismo. L’allarme dei magistrati da: Redazione, L’Huffington Post

Pubblicato: 26/07/2015 10:10 CEST Aggiornato: 26/07/2015 20:31 CEST
CANTONE

È a rischio l’efficacia delle indagini sulla criminalità organizzata, sulla mafia e sul terrorismo. L’allarme giunge dall’Autorità Nazionale Magistrati (Anm) e da Raffaele Cantone, magistrato oggi presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione. Ncd non intende correggere la sostanza del provvedimento che prevede il carcere per chi diffonde audio e video “rubati”, ma il Pd cercherà una mediazione.

Raffaele Cantone, in un’intervista al Corriere della Sera, dice che “molte volte la captazione nascosta di colloqui tra le persone ci è servita per individuare dei fatti gravi e colpire, di conseguenza, la criminalità organizzata. Ecco, vorrei che si tenesse conto di questo dato nella formulazione della futura norma”. Secondo Cantone il tema “impatta certamente sulla privacy delle persone ed anch’io trovo giusto che ci siano limiti alla divulgabilità delle intercettazioni”, ma quante volte, spiega, “vittime di estorsioni, penso a tanti imprenditori, sono andati all’appuntamento coi loro aguzzini con un registratore nascosto. È proprio grazie a quei colloqui rubati che è stato possibile inferire dei colpi seri alla criminalità organizzata. È uno strumento invasivo, può danneggiare immagini e reputazioni. Ma intanto l’estorsore è finito in cella”.

Su Repubblica Rodolfo Maria Sabelli, presidente dell’Anm, afferma che sono “a rischio tutte le grandi indagini per terrorismo, mafia, corruzione. Un’inchiesta come Mafia capitale, con questa norma, non sarebbe stata possibile”. Il magistrato precisa che “non difendo chi danneggia gli altri con la diffusione di registrazioni fraudolente, anche se mi chiedo se sia proprio una norma necessaria visto che nel codice ci sono già due articoli per punire condotte di questo tipo. Mi riferisco alla diffamazione e all’interferenza illecita nella vita privata”. Secondo Sabelli poi “il diritto all’informazione va assolutamente salvaguardato. Quindi le strade possibili sono due: prevedere un’aggravante nella diffamazione per chi offende utilizzando registrazioni fraudolente. Oppure dire espressamente che l’attività del giornalista è esclusa, secondo la nota giurisprudenza in tema di rapporto tra reato di diffamazione e diritto di cronaca e di critica”.

Sul Fatto quotidiano spazio alle dichiarazioni del carabiniere Pietro Campagna, che grazie alle registrazioni nascoste ha scoperto gli assassini di sua sorella Graziella, uccisa dalla mafia a soli 17 anni. “Con la legge bavaglio non avrei mai trovato i killer” dice Campagna. “Cominciai a indagare da solo – ricorda – dopo che avevano insabbiato tutto. Giravo sempre con un registratore e alla fine riuscii a registrare la cognata di un boss del luogo, che copriva i latitanti”. E conclude: “Se una persona è onesta, che cosa deve temere? Mi creda, le registrazioni servono, eccome. una norma del genere sarebbe un vero disastro”.

Sul fronte parlamentare, l’autore del provvedimento contestato come “legge bavaglio” sui giornalisti, il deputato di Area Popolare Alessandro Pagano, in un’intervista alla Stampa, afferma che “l’impianto del mio emendamento resta così com’è”. Infatti il diritto all’informazione resta garantito: “è punito chiunque diffonda registrazioni fraudolentemente effettuate al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui. Se uno fa giornalismo vero di certo non potrà essere punito”. Tuttavia “sulle pene siamo pronti a confrontarci. Non sono un dogma. Ma bisogna restare dentro questa logica. L’alternativa è la logica dei Cinque stelle, mentre questa è una battaglia di civiltà. Non si può tornare indietro”. Pagano riflette poi sulle dichiarazioni del ministro della Giustizia: “siamo rimasti molto sorpresi dalle parole del ministro Orlando. Credo che dovrebbe chiarire il senso delle sue parole, ma innanzitutto a se stesso. La maggioranza è una. Il governo è uno”.

Anche per il vice ministro della Giustizia, Enrico Costa, la norma sulle intercettazioni passata in Commissione “è un principio di civile convivenza”. Costa si dice disponibile a migliorarla, “ma non abbiamo nessuna intenzione di sopprimerla”. Quanto all’attività investigativa dei giornalisti dice: “E’ ora di finirla con le accuse di voler dare la caccia ai giornalisti. Esiste il diritto di cronaca che prevale laddove ci sia l’interesse pubblico della notizia. Sarebbe utile riportare il dibattito nei limiti della realtà”.

Il Pd pensa a un emendamento all’emendamento che chiarisca la volontà di non toccare il diritto di cronaca, tutelando, allo stesso tempo, quello alla privacy. Si presenterà in questi termini la modifica alla quale in queste ore sta lavorando il Partito democratico per chiudere il caso. Domani mattina, entro il termine per la presentazione degli emendamenti fissato alle ore 13, il nodo potrebbe essere sciolto.

Il debito pubblico italiano al massimo storico e le profezie del ministro Padoan da: www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 20-07-15 – n. 553

Attilio Folliero | umbvrei.blogspot.it

18/07/2015

Annualmente, in primavera c’è la riunione del Fondo Monetario Internazionale. Quest’anno si è svolta a Washington dal 16 al 18 aprile. Nel corso di questi lavori è intervenuto per l’Italia il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che come riportato da tutti i media (1) ha dichiarato: “Non è vero che il debito italiano sale… il debito pubblico quest’anno si stabilizzerà e dall’anno prossimo scenderà in maniera sostenuta, rispettando le regole”.

Il 18/06/2015, Padoan in una conferenza stampa, rispondendo a chi gli chiedeva se un default greco comportasse dei rischi per l’Italia asseriva: “L’ho già detto e lo ripeto: l’Italia è assolutamente solida, l’euro è assolutamente solido, non siamo sicuramente nel 2012” (2).

Dunque Padoan, il ministro dell’Economia, è tranquillo, ottimista e contento per il futuro dell’Italia. A guardare i dati, però non sembra proprio che Padoan sia un buon profeta.

Il supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia (3) “Finanzapubblica, fabbisogno e debito n. 20” pubblicato il 15 aprile (il giorno prima dell’inizio dei lavori del FMI) riportava i dati del debito pubblico italiano al mese di febbraio 2015: 2.169,21 miliardi di Euro, ovvero massimo storico assoluto. Nel mese di febbraio il debito pubblico italiano è aumentato di 3,34 miliardi.

A Marzo, secondo i dati del supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia “Finanzapubblica, fabbisogno e debito n. 24” pubblicato il 14 maggio, il debito pubblico italiano continuava ad aumentare di altri 15 miliardi, facendo segnare un nuovo massimo storico: 2.184,51 miliardi di Euro.

Ad Aprile, secondo i dati del supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia “Finanza pubblica, fabbisogno e debito n. 32” pubblicato il 15 giugno, il debito pubblico faceva segnare un nuovo massimo storico: 2.194,50 miliardi di Euro, ovvero altri 10 miliardi in più rispetto al mese anteriore.

Pochi giorni fa, il 14 luglio, il solito Bollettino statistico della Banca d’Italia “Finanza pubblica, fabbisogno e debito n. 38” aggiornando i dati del debito pubblico italiano al mese di maggio, dava notizia di un ennessimo massimo storico, questa volta arrivato a 2.218,23, quindi una crescita di oltre 23 miliardi nell’ultimo mese.

Mah! Il ministro Padoan profetizzava che il debito italiano non sarebbe aumentato, anzi prima si sarebbe stabilizzato e poi sarebbe sceso in maniera sostenuta. Per il momento la sfera di cristallo di Padoan non ci ha azzeccato o forse era offuscata; prima di leggerla avrebbe fatto bene a pulirla un po. Infatti, l’unica certezza è che nei primi 5 mesi del 2015 il debito pubblico italiano è cresciuto di oltre 83 miliardi. Certamente nel corso dell’anno il debito potrebbe invertire la tendenza e dar ragione a Padovan! Staremo a vedere.

Il debito pubblico italiano dall’inizio della crisi

Dall’inizio della crisi, dal 2007 ad oggi (31 maggio 2015) il debito pubblico italiano è cresciuto di 613 miliardi: al 31 dicembre 2007 era 1.598,97 miliardi ed oggi, secondo l’ultimo dato disponibile è 2.218,23. Nello stesso periodo il PIL è rimasto praticamente invariato: era 1.610 miliardi nel 2007 ed è 1.616 miliardi nel 2014; nel 2015, secondo le previsioni crescerà 0,7%. e sarà attorno a 1.627 miliardi. In termini percentuali, se nel  2007 il debito rappresentava il 99% del PIL, oggi è attorno al 135% (Vedasi tabella seguente e grafici).

PIL e Debito pubblico italiano

2007-2015

Anno PIL Var % Annua Debito pubblico Var % Annua % Debito/PIL
2007 1.610,30 3,95% 1.605,13 1,09% 99,68%
2008 1.632,93 1,41% 1.670,99 4,10% 102,33%
2009 1.573,66 -3,63% 1.769,23 5,88% 112,43%
2010 1.605,69 2,04% 1.851,22 4,63% 115,29%
2011 1.638,86 2,07% 1.907,61 3,05% 116,40%
2012 1.615,13 -1,45% 1.988,36 4,23% 123,11%
2013 1.609,46 -0,35% 2.068,72 4,04% 128,53%
2014 1.616,25 0,42% 2.134,91 3,20% 132,09%
2015 1.627,88 0,72% 2.218,23 3,90% 134,81%

Fonte: Elaborazione Attilio Folliero su dati Istat (PIL) e Banca d’Italia (Debito pubblico). La previsione del PIL 2015 è di fonte FMI. Debito pubblico 2015 aggiornato al 31/05/2015. Dati in miliardi di Euro

Note:

(1)  A titolo di esempi vedasi articolo del Corriere “Grecia, Draghi: «Se la crisi precipita ci troveremo in acque inesplorate»”, Url: http://www.corriere.it/economia/15_aprile_18/padoan-non-vero-che-debito-italiano-sale-anzi-si-stabilizza-a4facf38-e5d7-11e4-a911-6330ae3b663e.shtml; articolo di Repubblica: Padoan: «Debito non sale, anzi si stabilizza», Url: http://www.repubblica.it/economia/2015/04/18/news/draghi-112279405/; Articolo di RAI News: Padoan: “Non è vero che il debito italiano sale. Da crisi greca nessun impatto su Italia”, Url: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Grecia-Padoan-problema-dell-impatto-sull-Italia-di-un-eventuale-fallimento-di-Atene-non-si-pone-0ec1dd80-5a17-43cc-9882-5fbfefd2a0b9.html;

(2)  Vedasi articolo <<Padoan: “Italia assolutamente solida, non siamo nel 2012”>>, Url: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Eurogruppo-Padoan-Italia-assolutamente-solida-non-siamo-nel-2012-72622056-9599-454e-9a2e-63089bd7984a.html

(3)  Finanza pubblica, fabbisogno e debito, Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia, indicizzato per anni, è consultabile online all’indirizzo: http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/

SACP: Scollegare il Paese dal barbaro sistema imperialista che distrugge il pianeta da: www.resistenze.org – popoli resistenti – sudafrica – 20-07-15 – n. 553

La Rivoluzione democratica nazionale deve affrontare gravi sfide nel mezzo di una persistente crisi mondiale

Abayomi Azikiwe | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/07/2015

La direzione del Partito Comunista Sudafricano (SACP) ha tenuto dal 7 all’11 luglio un congresso speciale nel corso del quale si è ampiamente dibattuto sia dell’attuale situazione del paese, sia di quella internazionale.

Come stretto alleato del partito di governo African National Congress (ANC) e del Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU), il SACP è stata una componente importante della lotta che ha rovesciato il sistema razzista e coloniale dell’apartheid. Nell’attuale governo del presidente Jacob Zuma, i comunisti hanno posizioni di primo piano in vari dicasteri e dipartimenti.

Il Segretario generale del SACP, Dr. Blade Nzimande è anche il ministro dell’Istruzione superiore e della formazione. Nzimande ha consegnato un importante rapporto al Congresso che illustra la situazione attuale all’interno del paese e nel mondo.

Il partito, che ha registrato una crescita significativa negli ultimi tempi in virtù della coerenza del suo orientamento ideologico, deve però affrontare le sfide legate alla frammentazione politica del Congresso dei sindacati sudafricani (COSATU) e la crisi economica in atto di portata internazionale.

Nella relazione del Segretario generale viene detto che “Non è un segreto che stiamo affrontando un periodo molto impegnativo della nostra Rivoluzione democratica nazionale, con rischi e minacce, ma anche con opportunità e responsabilità importanti. Non è certo un segreto che all’interno della nostra Alleanza a guida ANC, sempre più compagni si rivolgono al SACP per entrare in contatto con la nostra analisi collettiva della congiuntura globale, regionale e nazionale e per fissare una linea programmatica di azione. Non è neppure un segreto che fra le diversi componenti che costituiscono tale Alleanza, il SACP sia il più stabile e il più coerente ideologicamente. La rapida crescita dei nostri iscritti, senza precedenti nella storia del partito, ora si attesta a 240.000 membri circa. Non a caso, crescono i lamenti sui media di destra circa la crescente influenza del SACP sul governo e all’interno della nostra Alleanza”.

Trasformazione della Rivoluzione democratica nazionale nella fase attuale

Tuttavia, il partito riconosce che dall’affermazione del potere della maggioranza in Sud Africa, la traiettoria ideologica del sistema capitalista mondiale è stata dominante. La relazione del Segretario generale ha passato in rassegna i concetti di “fine della storia” che furono introdotti da intellettuali filo-capitalisti e dalle grandi corporation dei media dopo il crollo dei sistemi socialisti dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica.

L’affermazione che non esistono alternative divenne una frase tipica utilizzata durante i primi anni dell’ascesa dell’ANC al potere politico. Il SACP ha sempre ribadito che esiste un’alternativa al capitalismo, ed è il socialismo.

Nella relazione il partito chiede una nuova fase radicale della Rivoluzione democratica nazionale. Riconoscendo che questo punto di vista viene etichettato come “utopico” dai sostenitori della globalizzazione, ovvero l’imperialismo nel suo contesto moderno, la relazione del Segretario generale auspica una rottura totale del Sudafrica con il sistema capitalistico mondiale.

L’analisi del SACP sottolinea come “In questa relazione politica abbiamo sostenuto che le mutevoli realtà globali, regionali e nazionali sottolineano la correttezza di un percorso strategico di lotta antimperialista e anti-monopolista, ancorato alla strategia della Rivoluzione democratica nazionale in atto. Quest’ultima, tuttavia, deve essere “radicale” nel senso che deve trasformare radicalmente le caratteristiche sistemiche della nostra economia politica che riproducono di continuo il nostro posizionamento semi-coloniale all’interno del sistema imperialista mondiale. E questo richiede la costruzione di uno Stato e di un potere popolare per distaccare sempre più le sorti del nostro Paese e dei suoi popoli da un sistema imperialista che sta trascinando tutti noi nella barbarie e verso una irreversibile distruzione planetaria”.

Questo, secondo il Segretario generale, può essere fatto con l’unità della classe operaia. Nel sottolineare l’unità d’azione, il partito si rende conto che gli attuali problemi relativi alle correnti e fazioni che hanno diviso il COSATU sono un grosso ostacolo sulla strada dell’avanzamento della lotta anticapitalista e antimperialista, verso la rivoluzione e ricostruzione socialista.

Egli afferma che “La frammentazione della classe operaia è dovuta, tra le altre cose, al “labour brokering” [forma di esternalizzazione grazie alla quale le aziende che domandano lavoro occasionale assumono intermediatori di mano d’opera, i quali a loro volta assumono i lavoratori, ndt], alla precarietà, all’outsourcing e al taglio dei costi che hanno modellato il paesaggio e le dinamiche sociali dei nostri comuni urbani e villaggi contadini. L’aumento della disoccupazione e la crescita degli emarginati dall’economia dominante, forniscono il nesso cruciale tra la ristrutturazione dei luoghi di lavoro e della classe operaia con l’economia politica dei comuni africani e dei villaggi rurali. Le donne, non da ultime a causa del ruolo di riproduzione sociale fondamentale che svolgono all’interno di queste località, costituiscono una parte importante del dinamismo delle città e villaggi. L’offensiva diretta contro la classe operaia organizzata in generale, e il COSATU in particolare, ha indebolito non solo la forza del movimento sindacale, ma contribuirà anche all’allentamento del già debole legame tra le lotte sul posto di lavoro e quelle delle comunità”.

Anche il COSATU tiene un suo congresso speciale

I problemi interni alla grande federazione sindacale sudafricana sono discussi in uno speciale congresso nazionale convocato per il 13 luglio. L’espulsione del Sindacato nazionale dei lavoratori metalmeccanici (NUMSA) insieme con l’ex Segretario generale Zwelinzima Vavi ha creato tensioni all’interno del COSATU.

NUMSA è il più grande affiliato all’interno di COSATU ad aver rotto con molti della direzione nazionale per l’alleanza con l’ANC e il fallimento di una campagna per il partito al governo nelle elezioni nazionali del 2014. Vavi è stato sospeso e poi reintegrato nel 2014. Quindi, nel 2015, è stato espulso dal Comitato esecutivo centrale della federazione.

Sia NUMSA che Vavi sostengono che le loro espulsioni siano in contrasto con la costituzione della federazione. All’odierno congresso nazionale speciale del COSATU, la dirigenza ha affermato che non ci saranno ricorsi presentati a nome di NUMSA e Vavi.

Un nuovo Sindacato dei metalmeccanici liberati (LIMUSA) è stato creato diversi mesi fa e accettato al congresso nazionale speciale. Inoltre secondo il vicepresidente Zingosa Logi è stato anche accreditato per partecipare all’incontro.

Tuttavia, i membri di COSATU espulsi hanno avvertito che la mancata risposta alle loro preoccupazioni potrebbe distruggere la federazione. Vavi ha riferito a Eyewitness News che la federazione corre il rischio di una irreparabile distruzione e che non sarebbe stato facile raggiungere l’unità. L’ex Segretario generale continua a dirsi costernato per la situazione in cui versa la federazione.

Vavi ha osservato che “Non vi è alcuna scorciatoia per l’unità a meno che non si abbia un’agenda per dividere la federazione. Non si possono licenziare i lavoratori ordinari dalla federazione e poi dire di essere ancora interessati all’unità” (Eyewitness News, 13 luglio).

Gli attuali dirigenti del COSATU respingono la posizione di Vavi affermando che la fonte dei problemi sta in quei sindacati e leader che sono stati espulsi. Nel frattempo, il primo vice presidente del COSATU, Tyotyo James, ha lanciato un appello alle fazioni divise per mantenere la calma durante il dibattito.

“A coloro che hanno detto che oggi noi stiamo scavando la tomba del COSATU, dobbiamo rispondere che ‘non è così’. Se si può dissentire su qualsiasi questione, occorre farlo con rispetto”. (Eyewitness News, 13 luglio)

Gli sforzi del SACP insieme con l’ANC per rimediare al danno arrecato a COSATU, elemento chiave all’interno dell’Alleanza tripartita, si rivelerà fondamentale in tutti gli sforzi per rinnovare la Rivoluzione democratica nazionale. A meno che non salga alla ribalta un movimento sindacale politicamente unito, sarà impossibile combattere efficacemente il capitale finanziario internazionale e la sua presa sul popolo sudafricano.

Sciopero, il governo insiste che intende abolirlo. Delrio “nomina” Sacconi e Ichino come plenipotenziari in Parlamento! Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Governo sempre più determinato a rivedere dalle fondamenta il diritto di sciopero. Così determinato che tutto quello che accade nella pubblica amministrazione, fino agli enti locali, viene strumentalizzato come un argomento a favore di una stretta ulteriore. E così il neoministro delle Infrastrutture Graziano Delrio passa il suo tempo a “monitorare” le proteste al sito archeologico di Pompei, piuttosto che all’Atac. Il quadro che ne trae così come quello del presidente del Consiglio Renzi, è impietoso, per lui. “Una cosa e’ chiedere un contratto collettivo che non venga rinnovato ogni dieci anni senza dover aspettare la Corte costituzionale, un’altra e’ timbrare il cartellino e poi non lavorare come il contratto impone. Chi non rispetta le regole non sta protestando ma sta facendo un atto di sabotaggio, di spregio verso il bene pubblico. Con loro si deve essere molto duri, nessuna timidezza”. Insomma, non pago di aver praticamente annullato gli scioperi a Milano con la scusa dell’Expo ora si scaglia contro tutto, il resto degli altri settori, e tutti, i lavoratori: per proclamare una astensione dal lavoro, laddove sarà ancora possibile considerato che tutto verrà “spammato” attraverso la definizione di “servizio pubblico essenziale” ci vorrà il referendum. Non ha fretta l’ex braccio destro di Renzi. Aspetta la legge. E nomina come suoi plenipotenziari, pensate un po’, due “paladini” della difesa dei diritti dei lavoratori Ichino e Sacconi. In un intervista comparsa oggi sul Corriere della Sera sfoga tutto il suo odio di classe contro i lavoratori e mostra i denti a chi intende portare avanti le sue rivendicazioni attraverso una qualche forma di mobilitazione. Ma ancora non basta, a quanto pare. Una causalità la contemporanea espulsione dalla Cisl del delegato a capo della rivolta a Pompei? Roma e a Pompei che c’azzeccano? “Possono sembrare molto diversi fra loro. Ma hanno anche qualcosa che le mette sullo stesso piano, sono beni comuni, appartengono alla collettivita’. E quindi credo sia giusto far rientrare la fruizione dei beni culturali tra i servizi pubblici essenziali”.
In questa prospettiva il cosiddetto “sciopero selvaggio” (che non lo è nei fatti) diventa inammissibile, anche se Delrio non ritiene opportuno un intervento diretto del governo su questa delicata materia: “Lo sciopero e’ un diritto tutelato dalla Costituzione e quindi credo sia meglio evitare un intervento diretto del governo. In Parlamento ci sono gia’ diverse proposte di legge, come quella dei senatori Maurizio Sacconi e Pietro Ichino, ad esempio, e c’e’ anche una proposta di iniziativa popolare”. Proposte in cui si ammette lo sciopero solo se proclamato dal 50% piu’ uno dei lavoratori e per Delrio si deve partire da qui, come anche “sono convinto- dice- che il referendum preventivo fra i lavoratori sia una buona idea”

Trent’anni fa l’omicidio Montana, a Catania 3 giorni per ricordarlo da: antimafia duemila

montana-giuseppe25 luglio 2015

Il commissario di polizia fu ucciso dalla mafia a Porticello, frazione di Santa Flavia, nel palermitano, il 28 luglio 1985
CATANIA. Sono state illustrate nella sede della Quarta municipalità le iniziative organizzate da Libera con il patrocinio del Comune di Catania per il trentennale della morte di Beppe Montana, il commissario di polizia ucciso dalla mafia a Porticello, frazione di Santa Flavia, nel palermitano, il 28 luglio 1985. «Uno dei principali impegni di Libera – ha sottolineato Dario Montana, fratello del Commissario – è quello di tener viva la memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie per la costruzione di una nuova società libera, appunto, dalle mafie, dalla corruzione e dal malaffare».

«Il Comune di Catania – ha aggiunto l’assessore alla Legalità, Rosario D’Agata, intervenuto in rappresentanza del sindaco Enzo Bianco – crede in questo impegno e sta facendo quanto in suo
potere per la sua realizzazione». Tra gli interventi, quello di Maria Randazzo, direttore dell’Istituto penitenziario per i minori di Bicocca, che ha sottolineato come in molte delle iniziative del trentennale siano coinvolti giovani dell’area penale «proprio per favorire la loro integrazione».

Le iniziative in ricordo di Montana, nato ad Agrigento ma catanese d’adozione, sono articolate in tre giornate, da domenica a martedì. Numerose le iniziative, che culmineranno il 28 luglio, nell’anniversario dell’omidicio. Alle 10, nella Chiesa dei Minoriti, sarà celebrata una messa della Polizia di Stato e in mattinata come ogni anno si svolgerà una raccolta di sangue in piazza Santa Nicolella. Alle 18, nel Cortile Platamone, avrà luogo il convegno «La memoria libera il futuro» che avrà un’introduzionee dell’orchestra Musicainsieme di Librino. Al convegno saranno presenti il sindaco di Catania Enzo Bianco, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il Questore di Catania Marcello Cardona, il giornalista Attilio Bolzoni, Dario Montana di Libera Catania, e Vincenza Speranza e Maria Pia Fontana dell’Ussm.

Laboratori, manager, farmacie Gli errori di Lucia da: livesiciliacatania

Giovedì 25 Giugno 2015 – 06:00 di

Negli ultimi 2 anni i giudici amministrativi hanno “censurato” più volte il governo sulla salute. I sindacati: “L’assessore non è autonomo”. Dietro l’angolo la guerra sui concorsi nelle aziende sanitarie. Oggi vertice sul taglio al budget dei centri convenzionati.

PALERMO – Qualcosa non funziona, dalla parti di piazza Ottavio Ziino. E qualcuno potrebbe andare giù subito alle conclusioni, dicendo che il pesce, se puzza, puzza sempre dalla testa. Qualcun altro, invece, potrebbe rilanciare immagini kafkiane di burocrazie labirintiche, oscure, misteriose nel senso più grigio del termine. Fatto sta che qualcosa, attorno all’assessorato alla Sanità non funziona. Dai manager alle cliniche private, dai laboratori d’analisi ai concorsi, passando per la rete ospedaliera o per la gestione del 118. Dovunque ti volti vedi inciampi e contraddizioni. Marce indietro e qualche strafalcione che qualcuno ha bollato, anche in Procura, come “sospetto”.

Ovviamente, meglio chiarirlo subito, la Sanità siciliana del passato è stata anche, e le cronache (soprattutto quelle giudiziarie) lo hanno fatto emergere in maniera plateale, un intruglio di malaffare e clientelismo, di potentati e sprechi. Che però, in qualche caso (pensiamo ad esempio alla vicenda Cirignotta o a quelle dei concorsi bocciati dal Tar) hanno affondato le proprie radici in un passato molto vicino. Troppo vicino. Quello in cui l’assessore era Massimo Russo e il dirigente generale era Lucia Borsellino.

Che oggi è assessore. E finisce per catalizzare – volente o nolente – una massa di oneri e responsabilità di gran lunga superiori al passato da alto burocrate. Spalleggiata dal governatore, sinceramente legato al suo assessore, ma al quale – vista l’impronta “antimafia” della propria esperienza politica – certamente non dispiace vantare in giunta quel cognome. Ma oltre a lui? Chi è con l’assessore? Chi gioca dalla sua parte? Ed è pronta, l’assessore alla Salute che poche settimane fa minacciò le dimissioni, a “reggere” altri due anni e mezzo?

Perché in questa metà legislatura è successo un po’ di tutto. E la semplice elencazione dei fatti – escludendo, non a caso, la vicenda della piccola Nicole, ancora assai complessa e tutta da chiarire – è il racconto di un cammino controvento per l’assessore. Di un tragitto fin troppo spesso scandito da inciampi. Da qualche scivolone. Le cui responsabilità sarebbero da cercare con attenzione, anche tra gli spigoli di piazza Ziino o i saloni di Palazzo d’Orleans. Se non fosse che l’assessore è, appunto, l’assessore.

Il caos dei manager

Iniziò con i manager della Sanità. E quello è un film. I commissari scelti da Crocetta a pochi mesi dall’insediamento, dovevano stare lì giusto il tempo di compiere le selezioni. Ma i nuovi manager arriveranno solo due anni dopo. Al termine di un iter che avrebbe dovuto celebrare il moderno principio della trasparenza per rivelarsi un vecchio esempio di opacità. Oltre a essere in parte inefficace, se è vero che alcuni dei selezionati dopo le complicatissime procedure, hanno finito per essere subito sostituiti: è il caso di Calogero Muscarnera (non bastarono due anni per verificare che non era in possesso dei titoli necessari) o di Mario Zappia (tutti quei mesi non furono sufficienti ad accorgersi di una incompatibilità dovuta a una precedente esperienza professionale nota da tempo). E l’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello siracusano. Col dirigente generale Salvatore Brugaletta sui carboni ardenti dopo lo scandalo dei 17 migranti “dimenticati” nelle celle frigorifere per troppo tempo. “Se un manager non è all’altezza, è giusto cambiarlo”, ha tuonato Crocetta. Giusto. Peccato che quel manager è stato scelto proprio da lui e da Lucia Borsellino. Una scelta sbagliata, evidentemente, stando alle parole del governatore. Ma nessun “mea culpa”, ovviamente.

Così come avvenne, del resto, per il caso Sampieri: l’ex manager di Villa Sofia, tra i più apprezzati dal governatore Crocetta, dimessosi dopo un’indagine della Procura sulla gestione dell’azienda ospedaliera. Anche lì, il “fedelissimo” del presidente ha dovuto fare un passo indietro. E così, tra commissari e manager, in un paio di anni, sono stati quasi 50 i manager che si sono avvicendati al vertice di aziende sanitarie e ospedaliere. Un caos. Senza considerare, ovviamente, il “caso” dei manager catanesi Paolo Cantaro e Angelo Pellicanò. Prima nominati, poi “revocati” per una personale interpretazione della legge nazionale che vieta gli incarichi manageriali ai pensionati che si poggiava su un parere dell’Avvocatura dello Stato. Una storia che finì in Procura, dopo le denunce del presidente della commissione Salute Pippo Digiacomo, secondo il quale il parere alla base di quella revoca poteva essere stato in qualche “influenzato” dalla politica. Alla fine, saranno i giudici amministrativi a dare torto al governo Crocetta. I manager potevano essere nominati. Qualcuno aveva fatto cadere in errore l’assessore Borsellino.

Le bocciature del Tar

E a pensarci bene, non è quella l’unica pronuncia con la quale i tribunali amministrativi hanno bocciato l’operato del governo. L’ultima è di pochi giorni fa e ha di fatto “bloccato” il concorso e la relativa graduatoria per l’apertura di 222 nuove farmacie in Sicilia. Secondo i giudici del Tar, che hanno accolto il ricorso di due esclusi, “non sembrano essere stati correttamente applicati i criteri valutativi generali”. Insomma, i punteggi si sarebbero basati su valutazione errate dell’assessorato. E non a caso, gli esclusi hanno denunciato il fatto che, con gli stessi parametri, avevano ottenuto una valutazione molto più positive in altre regioni come l’Emilia Romagna. Ma non solo. Per non andare lontano, una recente sentenza del Cga ha bloccato il recupero, già avviato dall’assessorato di Piazza Ziino, delle somme che i laboratori d’analisi e i centri convenzionati avrebbero negli anni incassato “illegittimamente” mantenendo in vita il tariffario regionale. Una sentenza che ha di poco anticipato un discusso decreto dell’assessore con il quale è stata prevista l’erogazione a quelle strutture solo dell’80 per cento del budget dell’anno precedente. Una decisione che, stando ai titolari dei laboratori, “rischia di far collassare il settore e di far perdere il lavoro a migliaia di addetti”. Un decreto del quale già in tanti chiedono il ritiro, nonostante le rassicurazioni che l’assessore avrebbe fornito in commissione Salute all’Ars. Stamattina, in assessorato, il faccia a faccia tra Lucia Borsellino e i rappresentanti dei centri convenzionati.

Il bluff dei concorsi

Ma la prossima contestazione per l’assessore è dietro l’angolo. E riguarda un altro tema scottante come quello dello sblocco dei concorsi in Sanità. Un “via libera” dato per certo, per imminente già mesi fa. Ma arenatasi al momento di fronte alla mancata approvazione delle linee guida da impartire alle aziende e nonostante gli ottimistici annunci forniti periodicamente alla stampa. Una situazione che ha già innescato un durissimo comunicato stampa di tutte le sigle sindacali rappresentative del mondo della Sanità: “Attendevamo il documento di approvazione delle linee guida – hanno dichiarato, in sintesi – e ancora, nonostante i termini previsti siano già scaduti, non ci è stato sottoposto nulla. Rigettiamo quindi ogni documento non condiviso e chiediamo un cambio di rotta”. Una valutazione, quella delle sigle, che in qualche modo conferma la valutazione fornita anche dalla Cisl in un recente convegno: “La riforma della Sanità è riuscita solo a metà. Bene il piano di rientro, ma i cittadini si sentono abbandonati”, la valutazione del sindacato.

Dal 118 a Humanitas

Ma anche a a guardare indietro non sono mancati i problemi, i “casi”. Non è ancora del tutto chiaro, ad esempio, cosa sia successo alla Seus, dove quella che sempre Digiacomo definì una “cricca” portò all’addio del manager fedelissimo di Lucia Borsellino, Angelo Aliquò. Mesi fa, ormai. Quando ad esempio la rete ospedaliera redatta dall’assessorato giungeva a Palazzo dei Normanni con alcuni errori di calcolo. O, caso certamente più plateale, per la vicenda della clinica Humanitas. Un affidamento milionario alla multinazionale per la creazione di una clinica oncologia a Misterbianco provocò reazioni furiose e fortissime polemiche sulla stampa. La frettolosa revoca di quell’affidamento si rivelerà inutile: l’assessorato aveva “dimenticato” di notificare la procedura all’azienda. Quanto basta per “soccombere” di fronte al Tar. A causa di quell’errore che l’ex ministro Gianpiero D’Alia definì, non senza una punta di sarcasmo, uno sbaglio “suicida”. E per quelle parole verrà anche convocato in Procura. Del resto, D’Alia aveva chiesto semplicemente come mai il governo non avesse fatto ricorso a quella sentenza negativa. E se fosse intervenuto nei confronti di chi aveva compiuto quell’incredibile errore. Una sconfitta, che sembrò quasi fare felice il presidente Crocetta. Nonostante qualcuno avesse fatto sbagliare Lucia. Qualcuno, dalle parti di Piazza Ziino, dove qualcosa, da tempo, non funziona. E a pensarlo sono in tanti. Come ad esempio associazioni di consumatori come il Codacons che ha chiesto le dimissioni dell’assessore dopo la vicenda del decreto sui laboratori d’analisi. O come ad esempio i sindacati della sanità. Praticamente tutti, dai confederali agli autonomi, a quelli dei medici ospedalieri, che in una nota recentissima hanno messo nero su bianco: “Abbiamo ragione di credere che l’attuale assessore, nel ruolo e non già nella persona cui confermiamo la nostra stima, non goda della necessaria autonomia negoziale ed organizzativa”. Cioè qualcuno influenza le sue scelte, spingendola, qualche volta, all’errore. Qualcuno. Tra gli angoli dell’assessorato o tra gli scranni di Sala d’Ercole, tra le direzioni delle aziende sanitarie e i saloni di Palazzo d’Orleans.

Lucia Borsellino assessore regionale alla Salute? Non è stata brava. Anzi da: la voce di new jorck

[23 Jul 2015 |

Per sette anni Lucia Borsellino ha vissuto ai vertici della sanità siciliana. Prima accanto all’ex assessore Massimo Russo. Poi come dirigente generale. E negli ultimi due anni e 8 mesi come assessore. Vi raccontiamo con i numeri (e senza ‘intercettazioni’) un’esperienza tutt’altro che brillante. Costi della sanità cresciuti, posti letto per acuti tagliati, nomine a ruota libera, Ismett a briglia sciolta. E tanto altro ancora

Strana terra, la Sicilia. Da giorni si parla del rapporto tra politica e sanità. Si parla di un’intercettazione malandrina, modello tergicristallo: ora c’è, ora non c’è. Si parla dell’assessore, anzi dell’ex assessore, Lucia Borsellino, oggetto – stando sempre all’intercettazione malandrina – di parole non esattamente eleganti. Si parla tanto dei protagonisti dell’intercettazione misteriosa: il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, e il primario di Chirurgia plastica dell’ospedale Villa Sofia di Palermo, Matteo Tutino. Di quest’ultimo, adesso, si affronta un tema che avrebbe dovuto essere affrontato dagli uffici dell’assessorato regionale alla Salute quando Tutino è stato nominato primario: e cioè i suoi titoli che, stando a quanto si legge sui giornali di questi giorni, sarebbero carenti (ma la stessa cosa si diceva quando è stato nominato: ma allora le ‘autorità’ hanno lasciato correre, tant’è vero che Tutino è diventato primario di Chirurgia plastica dell’Azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello). Di una cosa, però, non si parla: della sanità siciliana. A questo punto ne parliamo noi. Cominciando col dire che la sanità siciliana, negli ultimi sette anni, è precipitata nel baratro. E’ un delirio. E di questo delirio, come ora proveremo a raccontare, sono responsabili, in primo luogo, il presidente Crocetta, l’assessore Lucia Borsellino e i partiti che hanno appoggiato l’attuale governo regionale.

In un Paese normale sarebbe stato, per l’appunto, normale porsi la seguente domanda: bene, visto che tutte

Lucia Borsellino

Lucia Borsellino

le polemiche ruotano attorno alla sanità, visto che ci sarebbero state “pressioni indebite”, visto che l’assessore Borsellino sarebbe stata ostacolata, vogliamo vedere come funziona questo settore? Ci riusciamo a capire chi ha nominato chi? Proviamo a capire se i cittadini siciliani sono contenti di questo servizio? Ebbene, cominciamo subito col dire che i cittadini siciliani sono stati gabbati. Perché, dal 2008 ad oggi, prima con il governo regionale di Raffaele Lombardo e poi (per la precisione, dal novembre del 2012 ai nostri giorni) con il governo di Rosario Crocetta i cittadini siciliani sono stati penalizzati e, come già accennato, presi in giro.

Il grande raggiro messo in atto contro i siciliani si chiama medicina del territorio. La presa in giro inizia nel 2006 con il governo nazionale di Romano Prodi. E diventa operativa con il governo nazionale di Silvio Berlusconi tra il 2008 e il 2011. E prosegue, ininterrottamente, con il governo Monti, con il governo Letta e va avanti con l’attuale governo di Matteo Renzi. In che cosa consiste questa presa in giro? Semplice: si sbaraccano interi ‘pezzi’ del servizio sanitario pubblico nel nome della già citata medicina del territorio. In cambio di un ospedale nel quale vengono, per esempio, ridotti i servizi del 30 per cento, la Regione – nel nostro caso la Sicilia – si impegna a realizzare presidi medici pubblici nel territorio.

Parliamo dei Pte (Punti territoriali di emergenza) e dei Pta (Punti territoriali di assistenza). Ebbene, tra il 2008 e il 2012 – il periodo in cui sono stati sbaraccati interi settori della sanità pubblica siciliana – di questi Pte e Pta se ne sono visti pochissimi. Tutt’oggi – e siamo nel 2015 – questi Pta e Pte non solo si contano sulla punta delle dita, ma – in termini di servizi forniti ai cittadini – lasciano molto a desiderare. E questo non per demerito dei medici o degli infermieri, ma perché i governi regionali – prima quello di Lombardo e poi quello di Crocetta – non li hanno mai dotati di personale e mezzi idonei. Di fatto, sono stati sbaraccati servizi sanitari che funzionavano per avere in cambio servizi carenti e, in alcuni casi, per non aver alcun servizio. Di fatto, un raggiro ai danni dei cittadini siciliani che pagano le tasse per avere in cambio, nella migliore delle ipotesi, servizi sempre più carenti, nella peggiore delle ipotesi, il nulla mescolato col niente.

Attenzione: la medicina del territorio è importante. E la legge che la prevede è giusta. Perché la medicina

sanità emergenza

del territorio dovrebbe alleggerire il lavoro dell’Aziende ospedaliere, a cominciare dai Pronto soccorso. La dimostrazione del fallimento – e quindi del raggiro – della sanità del territorio è data dal caos che si registra nei Pronto soccorso siciliani: infatti, in assenza di Pta e Pte (o in presenza che Pta e Pte carenti), i cittadini continuano a recarsi nei Pronto soccorso. Che sono ogni giorno travolti dal caos. Con i cittadini-utenti che, invece di prendersela con una politica fallimentare – e con un governo regionale fallimentare – se la prendono con i medici!

Dal 2008 al 2012 la dottoressa Lucia Borsellino è stata accanto all’ex assessore Massimo Russo. Andando ad occupare, anche, la poltrona di dirigente generale: ovvero il ruolo burocratico più importante (e più remunerativo) della pubblica amministrazione. Di fatto, gli ospedali pubblici siciliani sono stati massacrati: tagli di posti letto per acuti, tagli di interi reparti, tagli di personale medico e infermieristico. Ma in cambio – contrariamente alle promesse – non c’è stata la medicina del territorio, ma qualcosa che fino ad oggi, nella grande maggioranza dei casi, è stata una presa in giro. A conti fatti, governi nazionale e regionale – dal 2008 ad oggi – hanno ‘risparmiato’ sulla pelle dei cittadini siciliani.

Qual è il risultato di questa follia? Semplice: che oggi la medicina del territorio è, come già ricordato,

Posti letto sanità

carente, se non assente. Mentre non si sa dove ricoverare i malati acuti, perché mancano i posti-letto. Malati acuti che solo con grande difficoltà trovano posto nelle cliniche private convenzionate con la Regione. Su questa mancanza di posti letto per acuti l’assessore Lucia Borsellino ci può dire qualcosa? E’ un suo ‘successo’ o ha creato e continua a creare enormi disagi ai cittadini siciliani?

Ora, numeri alla mano, dimostriamo due cose. Primo: che dal 2008 ad oggi il costo annuale della sanità siciliana è aumentato (e di conseguenza che i governi Lombardo e Crocetta hanno fallito l’obiettivo di ridurre le spese). Secondo: dimostreremo come i siciliani vengono truffati dallo Stato in materia di spese sanitarie.

Cominciamo con il primo punto. Nel 2008 il costo della sanità, in Sicilia, era di poco inferiore a 8 miliardi di euro all’anno. Nel 2015 – e siamo ai nostri giorni – il costo supera i 9 miliardi di euro all’anno. Come si può desumere dai dati ufficiali, i governi di centrosinistra di Lombardo e Crocetta, lungi dal migliorare i conti della sanità siciliana, li hanno peggiorati.

Non solo. La quota di compartecipazione della Regione alle spese della sanità siciliana sfiora oggi il 50 per cento. In pratica, su oltre 9 miliardi di euro, la Regione paga poco più di 4,5 miliardi di euro all’anno, lo Stato poco meno di 2,5 miliardi di euro all’anno, mentre il resto arriva dall’Irap, l’imposta a carico delle imprese. Questi dati sono paradossali, se si pensa che una Regione ricca come la Lombardia paga una quota di compartecipazione alle spese sanitarie che si ferma al 46 per cento circa. In pratica, secondo lo Stato, la Sicilia sarebbe una Regione più ricca della Lombardia, tant’è vero che una quota importante della spesa sanitaria viene pagata dalle imprese dell’Isola! Gli imprenditori siciliani – in termini di Irap – vengono considerati più ricchi di quelli lombardi!

Ma c’è anche un raggiro nel raggiro. Fino al 2006 la quota di compartecipazione della Regione siciliana

Renzi e Crocetta

Matteo Renzi e Rosario Crocetta

alle spese sanitarie era del 42 per cento circa. Nel 2006 il governo Prodi, bontà sua, decide che la quota di compartecipazione della Regione siciliana alla spesa sanitaria debba passare, in tre anni, dal 42 per cento circa a quasi il 50 per cento. In pratica, dal 2009 in poi, la Regione siciliana paga 600 milioni di euro all’anno in più. Soldi che, fino al 2006, erano carico dello Stato.

La questione non viene presentata come una penalizzazione, ma come una sostituzione. Perché la Regione siciliana avrebbe recuperato questi fondi incassando una quota delle accise sui carburanti consumati in Sicilia. Il passaggio viene specificato nella Finanziaria nazionale del 2007. Poi, però, succede qualcosa. Della quale è responsabile il PD (come vi abbiamo raccontato qui).

Sergio Tancredi

Sergio tancredi

Il risultato è che, dal 2009 ad oggi, la Regione siciliana perde, in media, 600 milioni all’anno. Della questione si è anche occupato anche il deputato del Parlamento siciliano del Movimento 5 Stelle, Sergio Tancredi. Che parla anche dell’accordo capestro con il governo nazionale di Matteo Renzi (come potete leggere qui). Un accordo in base al quale, dal 2014 al 2017, la Sicilia perderà circa 2 miliardi di euro. Giusto chiedere il perché di questo accordo al presidente Crocetta. Ma giusto anche chiedere il perché di questo accordo anche all’assessore Lucia Borsellino. C’è stato un dissenso tra Crocetta e Lucia Borsellino su questo specifico argomento? A noi non risulta. Così come non risulta che Crocetta e Lucia Borsellino si siano attivati per sbloccare la questione legata al raggiro – ai danni di 5 milioni di siciliani – della Finanziaria nazionale 2007. Un raggiro che, dal 2007 ad oggi, è costato alla Regione siciliana circa 5 miliardi di euro. E che continuerà a costare, come già ricordato, 600 milioni di euro ogni anno.

Alla luce di questi dati di Bilancio – che in quanto numeri non possono essere smentiti – qualcuno ci può spiegare perché l’assessore Lucia Borsellino dovrebbe essere considerata brava? In che cosa sarebbe consistita la sua bravura, prima come stretta collaboratrice dell’ex assessore massimo Russo, poi come dirigente generale e, da due anni e otto mesi a questa parte, in qualità di assessore regionale alla Salute? A noi non sembra che l’assessore Lucia Borsellino – al pari del presidente Crocetta – abbia difeso gli interessi della Sicilia. Sarà stata brava, forse, per il governo nazionale: quel governo nazionale che continua a ‘rapinare’ alla Sicilia una barca di soldi ogni anno. Ma i siciliani, con la sua gestione della sanità, hanno perso un sacco di soldi. Ciò significa servizi sempre più carenti.

Dunque, tagli disposti dai governi regionali Lombardo e Crocetta a carico del servizio sanitario siciliano. E soldi dei siciliani finiti nella ‘casse’ romane con la compiacenza degli stessi governi siciliani. Il tutto per ‘risparmiare’ sulla pelle di 5 milioni di siciliani. Creando un sacco di problemi ai medici e agli infermieri che lavorano negli ospedali pubblici dell’Isola costretti a operare in condizioni sempre più precarie. E, nel caso dei medici pubblici, con le retribuzioni bloccate dal 2010 (il grande governo Berlusconi…).

Ebbene: e se ora vi dicessimo che una parte dei soldi ‘risparmiati’ sulla pelle dei siciliani – o grazie al blocco delle retribuzioni a carico dei medici che operano nelle strutture sanitarie pubbliche dell’Isola – sono stati utilizzati per progetti che a noi non convicono affatto che, anzi, ci sembrano esempi di clientelismo inveterato?

Non ci convince il progetto per la rete reumatologica: ha prodotto effetti positivi? E per chi? Idem per il progetto relativo al diabete mellito. E che dire delle Odontoambulanze di Trapani, Marsala e Mazara del Vallo? Mezzo milione di euro quando il costo non superava i 200 mila euro! Vogliamo parlare delle “Cure domiciliari” elettorali? Sono 10 milioni di euro che, se non ricordiamo male, sono state sbandierate, guarda caso, durante le campagne elettorali del 2012. Alla fine le “Cure domiciliari” funzionano? A noi risulta di no.

Parliamo delle terapie del dolore di Villa Sofia – siamo a Palermo – care, a quanto si racconta, al senatore del Nuovo centrodestra, Renato Schifani? Qualcuno, in assessorato regionale alla Salute, ci dirà qualcosa del progetto 4.2 relativo alla leucemia  mieloide, in ‘bilico’ tra Palermo e Catania?  Ci sono notizie sui 2 milioni di euro del progetto per la rete materno infantile? ‘Sta nuova rete c’è o e un ‘gol’ subito dai siciliani?

Insomma, c’erano tutti questi ‘bei’ progetti e, in questi ultimi due anni il governo regionale ha chiuso i Punti nascita per ‘risparmiare’? E non si poteva ‘risparmiare’ dando qualche incarico in meno e assicurando qualche servizio in più? Soprattutto nelle aree disagiate della Sicilia che, senza Punti nascita, diventano ancora più disagiate?

Quasi quasi ci dimenticavamo del volontariato: l’assessore Lucia Borsellino ce ne può parlare? Lo stesso assessore sa qualcosa dei 5 milioni di euro impegnati per la riabilitazione? Dove sono finiti questi soldi?  E della prevenzione cardiovascolare si sa più nulla? E che dire dei progetti per la prevenzione in ambiente di lavoro, 4 milioni tondi tondi di euro? Ancora: che fine hanno fatto i 650 mila euro per i progetti legati all’asbestosi? Ci fermiamo qui, per carità di patria. C’è stata ‘trasparenza’ amministrativa nella spesa di tutti questi soldi? A noi risulta di no.

Ismett

Apriamo il capitolo dell’Ismett di Palermo? E’ la piattaforma trapiantologica arrivata nella seconda metà degli anni ’90 del secolo passato da Pittsburg. Si dovrebbe trattare di un centro trapianti. Ma a quanto pare, oltre ai trapianti di organi, l’Ismett è diventato l’ospedale dei politici, degli alti burocrati e della gente importante di Palermo e della Sicilia. Ed è anche logico: avendo ‘terremotato’ – come già accennato – tutti gli ospedali pubblici dell’Isola, riducendo i posti letto per acuti, beh, bisognava trovare una soluzione per le persone ‘importanti’: politici & familiari, burocrati & familiari e, in generale, gente che conta.

Insomma, fino a quando un comune mortale finisce in un ospedale e non si trova un posto letto dove ricoverarlo e curarlo, beh, di questo non gliene frega niente a nessuno. E questa è la sorte che, dal 2010, tocca a tutti i siciliani normali. Ma se un politico, o un alto burocrate o una persona comunque ‘importante’ si sente male, via, non è che si può pretendere che venga trattata come i normali cittadini? Per questa categoria di ‘eletti’ serve qualcosa di speciale: da qui la trasformazione dell’Ismett da centro trapianti in ospedale tutto-fare per gente importante.

Sapete qual è il risultato? Che l’Ismett, ogni anno, costa di più dell’Azienda ospedaliera Ospedale Civico di Palermo. In pratica, l’Ismett costa di più della più grande Azienda ospedaliera della Sicilia! E’ una follia, ma è così. Ogni anno l’Ismett costa ai siciliani 94 milioni di euro. Una somma enorme. Di questi, poco più di 40 milioni di euro vanno per i trapianti. Il resto dei soldi dove finisce lo sa solo Iddio!

C’è stato, in verità, un tentativo, da parte del presidente Crocetta di ridurre il costo dell’Ismett. E ci ha provato anche il PD con il presidente della Commissione Sanità del Parlamento siciliano, Pippo Di Giacomo. Ma poi è piombato in Sicilia il braccio destra di Renzi, il ministro Graziano Delrio, che ha ordinato al PD di erogare all’Ismett i circa 94 milioni di euro. Come se i soldi per pagare questo costoso ‘giocattolo’ li tirasse fuori Roma e non gl’ignari siciliani!

Com’è finita con l’Ismett? Crocetta e Pippo Di Giacomo sono stati messi a tacere. L’assessore Lucia Borsellino non ha mai parlato. La convenzione per il 2015 non è stata ancora firmata. Ma, a quanto sembra, per l’Ismett, anche per quest’anno, sarebbero pronti da 90 a 100 milioni di euro. Anche su questo, una domanda per l’assessore Lucia Borsellino: cosa pensa di questa scandalosa cifra che ogni anno la Regione siciliana paga all’Ismett? E’ corretto che un centro trapiantologico sia stato trasformato in un ospedale tutto-fare per politici, alti burocrati e raccomandati vari? (se volete sapere qualcosa in più dell’Ismett leggete qui)

Vogliamo parlare delle nomine nelle Aziende sanitarie provinciali (Asp) e nelle Aziende ospedaliere della Sicilia? Nelle intercettazioni che riguardano il dottore Tutino e il dottore Giacomo Sampieri, ex direttore generale dell’Azienda ospedaliera Villa Sofia- Cervello, sembra che i due erano i grandi ‘decisori’. A noi la cosa non risulta proprio. Risulta, invece, che Tutino e Sampieri erano solo due chiacchieroni: due dilettanti allo sbaraglio non a caso nominati da Crocetta. Perché due ‘politici’ che parlano al telefono di nomine nella sanità, loro sì, andrebbero ricoverati…

Le nomine nella sanità, in Sicilia – ci dispiace per Tutino e Samperi e per quelli che gli vanno dietro – non dipendono da due medici scelti dal presidente della Regione di turno, ma da giochi molto più grandi che hanno molto a che vedere con la Massoneria. Tant’è vero che tre di loro, tutt’ora in carica, non avevano raggiunto il punteggio fissato da una speciale commissione nominata proprio dall’assessore Lucia Borsellino! Come siano potuti diventare direttori generali noi non l’abbiamo capito: ma dubitiamo molto che c’entrino Tutino e Sampieri!

Leggiamo – ma l’avevamo letto anche qualche anno fa – che la nomina a primario del dottore Tutino sarebbe illegittima. E ci chiediamo e chiediamo: come hanno fatto gli uffici dell’assessorato regionale alla Salute a non accorgersene? Dobbiamo pensare che non hanno controllato le ‘carte’?

Noi, di cose strane, ne abbiamo vista tante. Anche incarichi importanti affidati a Tutino dall’assessore Borsellino. Poi la storia è quella che è: ma noi parliamo con i numeri e con le ‘carte’. E appunto perché parliamo con i numeri e le ‘carte’ riteniamo che l’esperienza di Lucia Borsellino all’assessorato regionale alla Salute non sia stata esaltante. Anzi. Alla fine, è stata l’assessore del peggiore governo della storia dell’Autonomia siciliana: il governo Crocetta. Dentro questo governo ha condiviso tante cose, che noi abbiamo provato per sommi capi a raccontare. Fatti politici e amministrativi che hanno penalizzato la Sicilia. Da dimenticare è il governo Crocetta. Ma da dimenticare sono anche l’assessore Lucia Borsellino e i partiti che hanno sostenuto questa disastrosa esperienza politica e amministrativa.

Ilva, il processo contro morti e veleni inizierà il 20 ottobre. Tutte accolte le richieste di rinvio a giudizio Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tutte confermate dal Gup le 47 richieste di rinvio a giudizio per il processo “Ambiente Svenduto”,a Taranto. Il processo, che riguarda l’Ilva, e’ nato dall’inchiesta giudiziaria che, il 26 luglio del 2012, porto’ il gip Patrizia Todisco, con l’accusa di disastro ambientale, a sequestrare senza facolta’ d’uso tutta l’area a caldo del siderurgico di Taranto – altiforni, acciaierie, cokerie, parchi minerali -, nonche’ ad effettuare i primi arresti, tra cui quelli dei proprietari dell’Ilva, Emilio e Nicola Riva (Emilio e’ poi morto nell’aprile 2014). Oggi, dunque, dopo un anno di udienza preliminare e anche un tentativo della difesa di alcuni imputati di spostare il processo a Potenza (ma la Cassazione ha rigettato l’istanza), il gup Gilli ha deciso sulla sorte dei 52 imputati. Tra i proscioglimenti di oggi, spicca quello di Lorenzo Nicastro, ex assessore regionale pugliese all’Ambiente, accusato di favoreggiamento verso l’ex governatore pugliese Nichi Vendola, rinviato invece a giudizio insieme a Nicola Fratoianni. La prima udienza del processo in Corte d’Assise si terra’ ora il 20 ottobre prossimo.
Il rinvio a giudizio riguarda, con imputazioni diverse dalla Procura, 44 persone fisiche e 3 societa’: Riva Fire, Riva Forni Elettrici e Ilva. Quest’ultima ha anche presentato istanza di patteggiamento che pero’ la Procura, ritenendola non congrua, ha respinto. Tra le persone fisiche ci sono Nicola e Fabio Riva (quest’ultimo si e’ costituito a giugno ed ora e’ in carcere a Taranto) e l’ex direttore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso, accusati, con altri, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale. L’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, è accusato di concussione aggravata, mentre il sindaco di Taranto, Ezio Stefàno di omissione di atti di ufficio. Nella lista ci sono amministratori e funzionari pubblici, anche ex, e diversi dirigenti ed ex consulenti Ilva.
“Sembra, anche se poi dobbiamo leggere le motivazioni, che l’istanza accusatoria portata avanti dal mio ufficio abbia trovato quasi completo accoglimento”, ha commentato il procuratore di Taranto Franco Sebastio. ”Da una parte – ha aggiunto – per noi è un motivo di tranquillità. Siccome noi siamo sempre preoccupati per il fatto di poter commettere errori, sempre dietro l’angolo. Questa prima pronuncia, che va inquadrata nei tempi contenuti e ridotti di un provvedimento di rinvio a giudizio, ci rassicura, ci rasserena. A quanto pare errori, quanto meno madornali, non ne abbiamo commessi, fermo restando – ha osservato Sebastio – che ci sarà un approfondimento dibattimentale e poi si andrà alle decisioni
di merito”.
E mentre il verdetto del gup ha posto un primo punto fermo nella vicenda che attiene l’Ilva del passato (gestione Riva), i commissari Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba oggi spiegheranno alle commissioni della Camera quale sara’, o potrebbe essere, l’Ilva del futuro.
Per la parte industriale e’ prevista, tra l’inizio dell’autunno e la fine dell’anno, la costituzione di una newco per l’Ilva, mentre per il risanamento ambientale l’azienda, entro fine mese, dovra’ dimostrare di aver attuato l’80 per cento delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) come previsto da specifico piano normato da un Dpcm di marzo 2014. E’ previsto che il 27 luglio l’Ilva invii la relazione sull’Aia al ministero dell’Ambiente mentre sui lavori saranno Ispra e Arpa Puglia a fare le verifiche.
Il coportavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli ricorda in una sua nota che Taranto è la citta’ dei veleni dove 30 persone ogni anno hanno perso la vita a causa dall’inquinamento, i bambini si ammalano di tumore del +54% rispetto alla media pugliese, la diossina ha contaminato la catena alimentare e gli operai muoiono in fabbrica per gravi incidenti sul lavoro. “Ora potra’ cominciare a sperare di avere giustizia”. Il processo “Ambiente svenduto” – aggiunge Bonelli – sarà il più importante nella storia della Repubblica Italiana e mentre a Roma si approvano vergognosamente decreti salva Ilva che espugnano Taranto, noi continuiamo a sollecitare la necessaria conversione industriale per passare da un’economia dei veleni ad un’economia della vita come accaduto in altri paesi europei come ad esempio a Bilbao e Pittsburgh”. Bonelli cosi’ conclude: “Per noi Verdi che siamo costituiti come parte civile nel processo Ambiente Svenduto, Taranto non e’ un caso isolato: bisogna liberare l’Italia dai veleni e dalla corruzione che sono due facce dello stesso problema”.