Lettera a Conrad Schmidt a Berlino [484] da: www.resistenze.org – materiali resistenti in linea – iper-classici – 27-07-15 – n. 554

Federico Engels

Trascrizione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
in occasione del 120° anniversario della scomparsa di Engels (Londra, 05/08/1895)

Londra, 27/10/1890

Caro Schmidt,

approfitto della prima ora libera per scriverle. Credo che farebbe benissimo ad accettare il posto a Zurigo [485]. Dal punto di vista economico potrà sempre imparare qualcosa, specie se non perde di vista il fatto che Zurigo è pur sempre un mercato monetario e speculativo di terz’ordine, e che perciò le impressioni che si fanno sentire lì sono indebolite, ovvero deliberatamente falsificate, attraverso un duplice o triplice rispecchiamento. Ma conoscerà direttamente il meccanismo, e dovrà necessariamente seguire direttamente i listini di borsa di New York, Parigi, Vienna, Berlino, e allora Le si aprirà certamente il mercato mondiale – nel suo riflesso di mercato monetario e dei titoli.

Con i riflessi economici, politici e di altro tipo succede esattamente come con quelli dell’occhio umano, passano per una lente convergente e si mostrano perciò nel cervello rovesciati. Manca però il sistema nervoso, grazie al quale a chi se li rappresenta essi risultano di nuovo messi sui piedi. Chi è nel mercato monetario vede il movimento dell’industria e del mercato mondiale solo nel suo rispecchiamento rovesciato del mercato monetario e dei titoli, e l’effetto diventa per lui la causa. Questo lo notai già a Manchester negli anni ’40: per l’andamento dell’industria e per i suoi periodici maxima e minima i listini di borsa di Londra erano assolutamente inutilizzabili, perché i signori volevano spiegare tutto con crisi del mercato monetario, che invece non erano per lo più esse stesse che sintomi.

Allora si trattava di dimostrare che l’insorgere di crisi nell’industria era dovuto a una temporanea sovrapproduzione, e la cosa aveva perciò per giunta un lato tendenzioso che favoriva la distorsione. Questo punto ora è venuto a cadere – per noi almeno una volta per sempre – e inoltre è certo un dato di fatto che il mercato monetario può anche avere le sue proprie crisi, in cui veri e propri inconvenienti  nell’industria possono avere un ruolo solo subordinato o non averne affatto, e qui ci sono ancora alcune cose da accertare e da studiare anche in particolare dal punto di vista storico per gli ultimi vent’anni.

Dove c’è divisione del lavoro sul piano sociale anche i lavori parziali si rendono autonomi l’uno dall’altro. La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma in quanto il commercio con i suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie, che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha sue proprie fasi ed a sua volta si ripercuote sul movimento della produzione.

La scoperta ilill’America fu dovuta alla fame dell’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa (cfr. «La produzione di metalli preziosi», di Soetbeer), perché l’industria, che nei secoli XIV e XV si eraestesa in modo cosi massiccio ed il commercio ad essa legato richiedevano più mezzi di scambio, che la Germania – tra il 1450 e il 1550 la grande terra dell’argento – non poteva fornire. La conquista delle Indie da parte di portoghesi, olandesi, inglesi dal 1500 al 1800 aveva come scopo l’importazione dalle Indie, ad esportare là nessuno ci pensava. Eppure, che ripercussione colossale ebbero sull’industria queste scoperte e conquiste dovute a meri interessi commerciali – solo le esigenze dell”esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.

Lo stesso è per il mercato monetario. In quanto il commercio di valuta si separa da quello di merci, esso ha – a certe condizioni, poste dalla produzione e dal commercio di merci e in questi limiti – un suo proprio sviluppo, leggi particolari, determinate dalla sua propria natura, e fasi a sé. Se si aggiunge poi anche il fatto che il commercio di valuta in quest’ulteriore sviluppo si allarga a commercio di titoli, e questi non sono solo titoli di Stato, ma ad essi si aggiungono altresì azioni della produzione e dei trasporti, e che il commercio di valuta acquista perciò un diretto potere su una parte della produzione che nel complesso lo domina, la reazione del commercio di valuta sulla produzione si fa ancor più forte e complicata.

Gli speculatori di borsa sono proprietari di ferrovie, miniere, fonderie, ecc. Questi mezzi di produzione acquistano un duplice aspetto: il loro esercizio deve seguire ora gli interessi della produzione immediata, ora invece le esigenze degli azionisti, in quanto costoro sono speculatori di borsa. L’esempio più convincente di ciò: le ferrovie nordamericane, il cui esercizio dipende totalmente dalle momentanee operazioni di borsa – del tutto estranee alla particolare ferrovia e ad i suoi interessi qua (1) mezzo di trasporto – dei vari Jay Gould, Vanderbilt, ecc. E persino qui in Inghilterra abbiamo visto decennali battaglie tra le varie società ferroviarie per le zone di confine tra due di loro – battaglie in cui è andata dilapidata un’enorme quantità di denaro non nell’interesse della produzione e del trasporto, ma unicamente per una rivalità che aveva per lo più lo scopo di render possibili operazioni di borsa agli speculatori in possesso delle azioni.

Con questi pochi accenni della mia concezione del rapporto della produzione con il commercio di merci e di questi due con il commercio di valuta ho già risposto in sostanza anche alle sue domande sul materialismo storico in generale. La cosa si capisce nel modo migliore dal punto di vista della divisione del lavoro.

La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. Ottengono a questo modo particolari interessi anche nei confronti dei loro mandatari, si rendono autonomi da essi – ed ecco lo Stato. E ora le cose procedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio di valuta: la nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte, e della nuova potenza politica dall’altra, che tende alla maggiore autonomia possibile, e poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento; il movimento economico riesce nel complesso ad imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico, che essa stessa ha messo all’opera e ha dotato di una relativa autonomia: da una parte è il movimento del potere statale, dall’altra quello dell’opposizione, creata contemporaneamente ad esso.

Come nel mercato monetario si rispecchia nel complesso, e con le riserve sopra accennate, il movimento del mercato industriale, e naturalmente rovesciato, cosi nella lotta tra governo ed opposizione si rispecchia la lotta tra le classi che già in precedenza esistono e si combattono, ma parimenti rovesciata, non più direttamente ma indirettamente, non come lotta di classe ma come lotta per dei princìpi politici, e rovesciata a tal punto che ci è voluto un millennio per venirne di nuovo a capo.

La ripercussione del potere statale sullo sviluppo economico può essere di tre diverse specie: può procedere nella stessa direzione, e allora le cose vanno più rapidamente, può muoversi nel verso contrario, e al giorno d’oggi presso un grande popolo essa è alla lunga spacciata, oppure può bloccare determinate direzioni dello sviluppo economico ed imporne altre – questo caso si riduce in ultima analisi ad uno dei due precedenti. È chiaro però che nel secondo e nel terzo caso il potere politico può fare gravi danni allo sviluppo economico e provocare un massiccio spreco di forze e di materiale.

C’è poi anche il caso della conquista e della brutale distruzione di risorse economiche, per cui un tempo tutto uno sviluppo economico locale e nazionale poteva anche eventualmente andare a picco. Questo caso ha oggi per lo più gli effetti opposti, almeno per i grandi popoli: a lungo andare lo sconfitto dal punto di vista economico, politico e morale ottiene a volte più del vincitore.

Analogamente vanno le cose con il diritto: in quanto si fa necessaria la nuova divisione del lavoro, che crea i giuristi di mestiere, è aperto ancora un ambito nuovo, autonomo, che, pur dipendente in generale dalla produzione e dal commercio, possiede anche una particolare capacità di reazione rispetto a questi ambiti. In uno Stato moderno il diritto non deve solo corrispondere alla situazione economica generale, essere la sua espressione, bensì anche essere un’espressione in sé coerente, che non faccia a pugni con se stessa per le sue contraddizioni.

E per perseguire questo scopo fallisce sempre più il fedele rispecchiamento dei rapporti economici. E questo tanto più, quanto più di rado si dà il caso che un codice sia l’espressione rozza, non mitigata né alterata del dominio di una classe: ciò sarebbe anzi già di per sé contrario al «concetto di diritto». Il puro, conseguente concetto di diritto della borghesia ivoluzionaria del 1792-96 è già nel Code Napoléon [401] per più versi alterato, ed in quanto si incarna in esso deve subire quotidianamente ogni sorta di attenuazioni ad opera della crescente potenza del proletariato. Il che non impedisce al Code Napoléon di essere il codice che si trova alla base di tutte le successive codificazioni in tutte le parti del mondo.

Cosi il corso dell’«evoluzione giuridica» consiste per lo più solo nel fatto che dapprima si cerca di eliminare le contraddizioni che scaturiscono dall’immediata trasposizione dei rapporti economici in principi giuridici, e di mettere in piedi un sistema giuridico armonico, e poi l’influenza e la coazione dell’ulteriore sviluppo economico infrangono sempre a loro volta questo sistema, e lo coinvolgono in nuove contraddizioni (parlo qui per il momento solo del diritto civile).

Il rispecchiamento dei rapporti economici come principi giuridici è di necessità parimenti capovolto: avviene sempre senza che coloro che agiscono ne siano coscienti, il giurista immagina di operare con principi aprioristici, mentre questi non sono altro che riflessi economici – e cosi tutto è capovolto.

Che poi questo rovesciamento, il quale fin quando resta ignoto costituisce quel che chiamiamo visione ideologica, si ripercuota a sua volta sulla base economica e possa entro certi limiti modificarla mi pare evidente. Il fondamento del diritto ereditario, presupposto lo stesso grado di sviluppo della famiglia, è economico. Ciò nonostante sarà difficile dimostrare che ad esempio l’assoluta libertà di testamento in Inghilterra, la sua forte limitazione in Francia, hanno fin nei minimi particolari cause esclusivamente economiche. Entrambi si ripercuotono invece in modo notevolissimo sull’economia, influenzando la divisione del patrimonio.

Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria, religione, filosofia, ecc., questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità. Il fattore economico è alla base di queste varie idee sbagliate sulla natura, sulla stessa condizione umana, su spiriti, forze magiche ecc. per lo più solo in modo negativo; il basso sviluppo economico del periodo preistorico ha come complemento, ma talvolta come condizione e persino causa, le idee sbagliate sulla natura. E anche se l’esigenza economica era ed è sempre più divenuta il principale impulso per la progressiva conoscenza della natura, sarebbe da pedanti voler cercare cause economiche per tutte queste stupidità primitive.

La storia delle scienze è la storia della graduale eliminazione di questa stupidità, ovvero della sua sostituzione con stupidità nuove, ma sempre meno assurde. Coloro che provvedono a ciò appartengono a loro volta a determinate sfere della divisione del lavoro, e presumono di trattare un ambito indipendente. Ed in quanto essi formano all’interno della divisione sociale del lavoro un gruppo autonomo, le loro produzioni, compresi i loro errori, hanno un influsso che si ripercuote sull’intero sviluppo sociale, persino su quello economico.

Con tutto ciò sono però a loro volta essi stessi sotto l’influsso dominante dello sviluppo economico. In filosofia ad esempio è molto facile dimostrarlo per il periodo borghese. Hobbes fu il primo materialista moderno (nel senso del XVIII secolo), ma assolutista nel momento in cui la monarchia assoluta fioriva in tutta Europa, e in Inghilterra iniziava a lottare contro il popolo. Locke in religione come in politica fu figlio del compromesso di classe del 1688 [486]. I deisti inglesi [487] ed i loro più coerenti successori, i materialisti francesi, erano gli autentici filosofi della borghesia – i francesi addirittura della rivoluzione borghese. Nella filosofia tedesca da Kant a Hegel penetra il piccolo borghese tedesco – ora in positivo, ora in negativo.

Ma come determinato ambito della divisione del lavoro la filosofia di ogni epoca presuppone un determinato materiale concettuale, che le è stato tramandato dai suoi predecessori e da cui essa prende le mosse. E accade perciò che paesi economicamente arretrati possano avere tuttavia in filosofia una parte di primo piano: la Francia del XVIII secolo nei confronti dell’Inghilterra, sulla cui filosofia i francesi si basavano, più tardi la Germania nei confronti di entrambe. Ma anche in Francia come in Germania la filosofia, come la generale fioritura letteraria di quell’epoca, era altresì risultato di uno slancio economico.

È sicura ai miei occhi la supremazia finale dello sviluppo economico anche su questi ambiti, ma essa si esercita all’interno delle condizioni prescritte dal singolo ambito stesso: in filosofia ad esempio tramite gli influssi economici (che a loro volta agiscono per lo più solo nel loro travestimento politico, ecc.) che si esercitano sul materiale filosofico disponibile, tramandato dai predecessori. Qui l’economia non crea nulla a novo, determina però il modo in cui il materiale concettuale trovato pronto viene modificato e perfezionato, e anche ciò per lo più in modo indiretto, essendo i riflessi politici, giuridici, morali quelli che esercitano sulla filosofia la maggiore influenza diretta.

Sulla religione ho detto l’essenziale nell’ultima sezione su Feuerbach (2).

Se perciò Barth ritiene che noi neghiamo ogni e qualsiasi ripercussione dei riflessi politici ecc. del movimento economico su questo movimento stesso, combatte semplicemente contro dei mulini a vento. Non ha che da guardarsi il «18 brumaio» di Marx, in cui si tratta quasi solo della peculiare funzione che hanno le lotte e gli eventi politici, ovviamente nel quadro della loro generale dipendenza da condizioni economiche. O «Il capitale», ad esempio il capitolo sulla giornata lavorativa, in cui la legislazione, che pure è un fatto politico, influisce in modo cosi decisivo. O il capitolo sulla storia della borghesia (24° capitolo). O ancora, perché combattiamo per la dittatura politica del proletariato, se il potere politico è economicamente impotente? La violenza (cioè il potere statale) è anche una potenza economica!

Ma per criticare il libro [488] ora non ho tempo. Prima deve uscire il III libro, e del resto credo che potrebbe benissimo occuparsene ad esempio Bernstein.

Quel che manca a questi signori, è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall’altra l’effetto. Che ciò è una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il gran corso dello sviluppo avviene nella forma dell’azione reciproca – anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte, la più originaria, la più decisiva – che qui niente è assoluto e tutto è relativo, questo neanche lo vedono, per loro Hegel non è mai esistito.

Per quel che concerne la baruffa nel partito, i signori dell’opposizione mi ci hanno trascinato con la forza, e non mi restava altra scelta. Il modo in cui mi ha trattato il signor Ernst è assolutamente inqualificabile, a meno che io non lo debba definire uno scolaretto [421]. Che costui sia malato e debba scrivere per vivere mi dispiace. Ma chi ha una fantasia tanto sviluppata che non può leggere una riga senza capire il contrario di ciò che c’è scritto, può applicare la sua fantasia ad ambiti diversi da quello non fantastico del socialismo. Deve scrivere romanzi, drammi, critiche d’arte e cose simili, cosi danneggerà solo la formazione dei borghesi e in questo modo sarà utile a noi. Può darsi anche che maturi tanto da esser capace di combinare qualcosa nel nostro campo. Una cosa però devo dire: un tale guazzabuglio di immaturità e di stupidità assoluta come quello che tira fuori quest’opposizione non mi era capitato mai e in nessun luogo. E questi giovani imberbi, che non vedono altro che la loro smisurata presunzione, pretendono di imporre la tattica al partito! Da una sola corrispondenza di Bebel sull’«Arbei-ter-Zeitung» di Vienna ho imparato più che da tutto il guazzabuglio di costoro. E pensano di valere di più di quella mente lucida, che afferra in modo cosi meravigliosamente esatto la situazione e la tratteggia cosi chiaramente in due parole! Sono tutti bellettristi falliti, e già il bellettrista riuscito è una brutta bestia.

Se la «Volks-Tribiine» andasse a picco mi dispiacerebbe. Con Lei come redattore si è dimostrato che un settimanale del genere, dal contenuto più teoretico che attuale, potrebbe combinare qualcosa – e so bene io che razza di collaboratori si ritrova! Ma certo accanto alla «Neue Zeit», da quando questa è settimanale, appare dubbio che possa tirare avanti. Sarà ad ogni modo contento di poter abbandonare i dolori e le gioie della redazione, e trovare del tempo per qualcos’altro che non lavori meramente giornalistici. E inoltre a Berlino i prossimi tempi saranno dominati ancora da ogni sorta di risonanze dell’ultima baruffa, e per uno che ci sta nel bel mezzo non ne verrà fuori nulla.

La pubblicazione del passo della mia lettera non ha fatto alcun danno [489], però cose del genere è meglio che non succedano. Nelle lettere si scrive a memoria e in fretta, senza consultare i testi, ecc., e può sempre sfuggire un’espressione a cui poi uno di quelli che da noi sul Reno chiamavano Korinthenscheisser(3) potrebbe attaccarsi e tirarne fuori dio sa quale stupidaggine.

Grazie molte dei Suoi auguri anticipati per il mio 70° compleanno, a cui manca ancora un mese. Finora mi sento ancora benissimo, devo solo badare ancora agli occhi, e non posso scrivere alla luce del gas. Speriamo che continui cosi.

Ora però devo chiudere.

Con affettuosi saluti

Suo F. Engels

Note:

1) come
2) «Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca»
3) caca uva passa

* * *

484)  Un ampio estratto di questa lettera fu pubblicato nel supplemento della «Leipziger Volkszeitung» del 26 ottobre 1895.

485) II 20 ottobre 1890, Conrad Schmidt aveva informato Engels di aver ricevuto l’offerta di assumere la redazione del servizio sulla borsa nella «Ziiricher Post». Per un breve periodo accettò l’offerta, non si occupò tuttavia della borsa bensì delle informazioni politiche dall’estero. Il 18 giugno 1891, Schmidt scrisse a Engels di aver lasciato l’impiego alla «Zuricher Post».

486) Allusione al compromesso tra aristocrazia terriera e borghesia finanziaria al tempo della «rivoluzione gloriosa» in Inghilterra.

487) Deisti: esponenti di quella dottrina filosofica e religiosa (deismo) che, pur accettando l’esistenza di un dio creatore del mondo, ne negava ogni effetto
sul progressivo sviluppo del mondo. In lotta contro le concezioni chiesastiche dominanti all’epoca del feudalesimo, il deismo costituì una tendenza progressista. I deisti criticavano tra l’altro le idee religiose medievali e i dogmi chiesastici, e denunciavano il parassitismo del clero.

488) Paul Barth, «Die Geschichtsphilosophie Hegel’s und der Hegelianer bis auf Marx uhd Hartmann. Ein kritischer Versuch», Leipzig, 1890.

489) Conrad Schmidt aveva pubblicato nella «Berliner Volks-Tribiine» del 27 settembre 1890 una parte della lettera speditagli da Engels il 5 agosto 1890.

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