Mauro Rostagno ucciso dalla mafia per il suo essere Giornalista da: antimafia duemila

rostagno-mauro-A3 Contrastodi Aaron Pettinari – 29 luglio 2015

Depositate le motivazioni della sentenza “sfidava le trame dei boss ecco perché fu ammazzato”
Fu la mafia ad uccidere a colpi di fucile Mauro Rostagno, il 26 settembre 1988, a pochi passi dalla comunità Saman in contrada Lenzi. Da quando lo scorso 15 maggio 2014 sono stati condannati all’ergastolo il killer Vito Mazzara ed il boss trapanese Vincenzo Virga è stato fissato questo punto fermo. Oggi, leggendo le tremila pagine di motivazioni della sentenza scritta dal Presidente della Corte d’Assise Angelo Pellino e dal giudice a latere Samuele Corso, depositate nei giorni scorsi, si comprendono le ragioni del delitto.

“L’omicidio di Mauro Rostagno – scrivono i giudici – volto a stroncare una voce libera e indipendente, che denunziava il malaffare, ed esortava i cittadini trapanese a liberarsi della tirannia del potere mafioso, era un monito per chiunque volesse seguirne l’esempio o raccoglierne l’appello, soprattutto in un area come quella del trapanese dove un ammaestramento del genere poteva impressionare molti”.
A ventisette anni di distanza dalla morte del giornalista-sociologo-attivista di Lotta Continua viene fatta chiarezza sulle modalità dell’omicidio e viene ricostruito il movente che ha portato la mafia ad agire in prima persona.
A confermare il movente e le responsabilità del capomafia Vincenzo Virga e al suo sicario prediletto Vito Mazzara, incastrato anche da una impronta genetica ritrovata su un fucile, sono diversi pentiti.
“Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia – si legge nelle motivazioni della sentenza – dopo una doverosa scrematura di quelli meno affidabili, convergono su una duplice indicazione: l’omicidio fu deciso dai vertici di Cosa Nostra trapanese o comunque con il loro assenso e dopo che fu vanamente esperito il tentativo di indurre il giornalista a più miti consigli con pressioni e minacce per interposta persona”.
E poi ancora: “Bisognava mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”.
Proprio il contesto trapanese di quegli anni viene ricostruito dal Presidente della Corte d’Assise: “La torsione nelle finalità istituzionali degli apparati di intelligence che si consuma proprio in quegli anni e che ha a Trapani, con la costituzione dell’ultimo Cas nella storia di Gladio, un suo epicentro, crea un terreno propizio all’instaurazione di sordidi legami tra alcuni esponenti dei Servizi e ambienti della criminalità organizzata locale”.
“Ne scaturisce – continua Pellino – una rete di relazioni pericolose, fatte di intese e scambi di favori reciproci e protezioni. Un’organizzazione criminale che detiene un controllo capillare del territorio può essere fonte della merce più preziosa per un apparato di intelligence, le informazioni; ma può servire anche per operazioni coperte, ovvero per offrire copertura a traffici indicibili da tenere al riparo da sguardi indiscreti. Traffici che coinvolgono pezzi di apparati militari e di sicurezza dello Stato, all’insaputa dei vertici militari e istituzionali o dei responsabili politici”.
Rostagno, che già era “socialmente impegnato” nell’attività di recupero di persone tossicodipendenti all’interno della comunità Saman, creata con Ciccio Cardella, dava fastidio per le sue molteplici inchieste e quell’opera di “sensibilizzazione della coscienza civile sul temi della corruzione, della lotta alla mafia e al traffico di droga. Andava quindi messa in conto non solo un moto di reazione e dell’opinione pubblica, ma soprattutto un possibile inasprimento dell’azione repressiva dello Stato”.
Davano fastidio quegli editoriali su Rtc così come il suo lavoro d’inchiesta “sommerso”, come rivelato da alcuni suoi appunti, sulla massoneria deviata ed il “Circolo Scontrino”. Ed è proprio questo uno degli aspetti gravi che fa presagire come la morte di Rostagno fosse “comoda” anche per altri poteri.
Per i giudici proprio quel lavoro d’inchiesta del sociologo torinese “attesta la profondità e l’acutezza del suo sforzo di approfondimento e di studio del fenomeno mafioso come concrezione violenta di un sistema di potere di cui egli indagava, con metodo scientifico e da sociologo qual era le radici strutturali, ma senza trascurare l’immersione nell’attualità e nella concretezza del fenomeno criminale. E con questa profondità visiva che gli veniva dal possesso degli strumenti e delle attitudini di studioso egli stava approfondendo una sua personale ricerca dei retroscena dei più eclatanti delitti che avevano insanguinato la provincia trapanese negli ultimi anni, nella convinzione che vi fosse un filo che li legava gli uni agli altri, rimontando indietro fino alla strage di via Carini, all’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, intravedendo nell’omicidio Lipari un delitto di rilevanza strategica, rivelatore di una competizione in atto con una nuova mafia che contendeva con crescente successo alla vecchia guardia l’egemonia”. Tra i lavori svolti da Rostagno, vengono evidenziate nelle tremila pagine le “autonome inchieste giornalistiche che miravano a varcare la soglia di autentici santuari del potere locale come era all’epoca la rete di circuiti massonici che faceva capo al Centro studi Antonio Scontrino a Trapani”. “Su questo versante – continua la motivazione della sentenza – Rostagno poteva essere una minaccia, dopo che aveva scoperto gli strani traffici che avvenivano a ridosso della pista di un vecchio aeroporto militare ufficialmente in disuso alle porte di Trapani”.

Molteplici interessi e 007
Parlando di quei “sordidi legami tra alcuni esponenti dei Servizi e ambienti della criminalità organizzata locale” i giudici affrontano una questione chiave: “Se Cosa Nostra sapeva che i servizi segreti, certamente annidati anche all’interno degli apparati che, in ipotesi, avrebbero dovuto attuare la paventata risposta repressiva dello Stato, da tempo attenzionavano Rostagno non come personalità da proteggere, ma come target, cioè come obbiettivo ostile da sorvegliare… Se davvero tutto ciò era a conoscenza dei capi mafia locali – e non era difficile saperlo, considerato il sistema di vasi comunicanti che permetteva la circolazione di informazioni nei diversi ambienti collegati da quel sistema – allora non occorre immaginare chissà quali indicibili accordi collusivi per concludere che i vertici dell’organizzazione mafiosa ben potevano presumere di poter contare, se non su un’attiva complicità, quanto meno su una proficua acquiescenza degli apparati repressivi e di sicurezza dello Stato, ove si fossero determinati a mettere in atto il proposito di sopprimere Rostagno”. Il Presidente Pellino si spinge anche oltre: “Tale acquiescenza, unita all’interesse dei servizi a non bruciare rapporti di collaborazione e di scambio già avviati, poteva anche lasciar prevedere interventi utili ad addomesticare le indagini, evitando che si andasse a fondo sulla pista mafiosa. Naturalmente una simile ricostruzione, in mancanza di elementi certi in ordina all’effettiva instaurazione di proficui rapporti di collaborazione tra Cosa Nostra e alcuni settori degli apparati di sicurezza, sarebbe solo ipotetica e congetturale. Se non fosse per il fatto che, come vedremo, i depistaggi vi furono davvero. E se per qualcuno può concedersi che sia stato involontario e inconsapevole, per altri aspetti e momenti appare assai più difficile negarne la volontarietà, o dubitarne”.

I depistaggi
Proprio i depistaggi condotti sul caso vengono affrontati con accuratezza. Viene messo in evidenza come, quando ancora il corpo di Rostagno era riverso sul volante della sua Fiat Duna, scattarono subito “colpevoli ritardi e inspiegabili omissioni” da parte di chi doveva indagare.
Secondo la corte vi è stata “la soppressione o dispersione di reperti, la manipolazione delle prove e reiterai atti di oggettivo depistaggio”. E’ cosa nota che dalla sede di Rtc scomparve la videocassetta su cui Rostagno aveva scritto “Non toccare”. Lì, probabilmente, c’era il suo ultimo scoop, la registrazione con le riprese del presunto traffico d’armi nei pressi della pista d’atterraggio di Kinisia.
Un elemento di prova scomparso così come non si ritrovano le lettere che Rostagno si scambiava con il fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio, il memoriale sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, o la partizione del proiettile calibro 38 estratto dal corpo del sociologo durante l’autopsia.
Tra i documenti svaniti nel nulla c’è anche una relazione degli 007 del centro Scorpione, una delle 5 basi della VII divisione del Sismi, da cui dipendeva “Gladio”, che riguardava il centro Saman.
I giudici sottolineano anche “l’inconsistenza delle piste alternative” che avevano cercato di classificare l’omicidio Rostagno come una “questione di corna” o come un delitto maturato all’interno della Saman coinvolgendo elementi della sua stessa famiglia, viene resa giustizia mettendo nero su bianco che la pista mafiosa, seguita inizialmente dalla polizia e subito abbandonata dai carabinieri che la sostituirono nelle indagini, era invece quella giusta. “L’indagine sul movente dell’omicidio che ha impegnato larga parte dell’istruzione dibattimentale – scrive Pellino – ha consentito di misurare tutta l’inconsistenza delle piste alternative a quella mafiosa, che pure sono state esplorate, senza preconcetti. Di contro, a partire proprio da una ricognizione dei contenuti salienti del lavoro giornalistico della vittima, di talune sue inchieste in particolare, ma del suo stesso modo di concepire e soprattutto di praticare il giornalismo e l’informazione come terreno di elezione di una ritrovata passione per l’impegno civile, è emerso come Cosa Nostra avesse più di un motivo, e uno più valido dell’altro, dal suo punto di vista, per volere la morte di Rostagno. E il bisogno di mettere a tacere per sempre quella voce che come un tarlo insidiava e minava la sicurezza degli affari (illeciti) e le trame collusive delle cosche mafiose”.
“Il suo sforzo – continuano i giudici – di ridisegnare la mappa degli organigrammi del potere mafioso e di individuare le figure emergenti che potevano avere preso il posto degli esponenti della vecchia guardia di Cosa Nostra, decimati da arresti ma ancora di più dai colpi messi a segno dalle cosche antagoniste che nuovo slancio traevano dalla loro capacità di inserirsi nella gestione del narcotraffico o in altre redditizie attività”.
Nonostante la giustizia resa ai familiari di Rostagno a 27 anni di distanza, per ora con un giudizio di primo grado, resta tanta amarezza che cresce se si considera che la corte ha anche trasmesso alla procura antimafia di Palermo le deposizioni di dieci testimoni, tra cui i due sottoufficiali che fecero le prime indagini (il carabiniere Cannas e il finanziere Voza, ndr) che avrebbero detto il falso in sede processuale.

Foto © A3/Contrasto

Lettera a Conrad Schmidt a Berlino [484] da: www.resistenze.org – materiali resistenti in linea – iper-classici – 27-07-15 – n. 554

Federico Engels

Trascrizione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
in occasione del 120° anniversario della scomparsa di Engels (Londra, 05/08/1895)

Londra, 27/10/1890

Caro Schmidt,

approfitto della prima ora libera per scriverle. Credo che farebbe benissimo ad accettare il posto a Zurigo [485]. Dal punto di vista economico potrà sempre imparare qualcosa, specie se non perde di vista il fatto che Zurigo è pur sempre un mercato monetario e speculativo di terz’ordine, e che perciò le impressioni che si fanno sentire lì sono indebolite, ovvero deliberatamente falsificate, attraverso un duplice o triplice rispecchiamento. Ma conoscerà direttamente il meccanismo, e dovrà necessariamente seguire direttamente i listini di borsa di New York, Parigi, Vienna, Berlino, e allora Le si aprirà certamente il mercato mondiale – nel suo riflesso di mercato monetario e dei titoli.

Con i riflessi economici, politici e di altro tipo succede esattamente come con quelli dell’occhio umano, passano per una lente convergente e si mostrano perciò nel cervello rovesciati. Manca però il sistema nervoso, grazie al quale a chi se li rappresenta essi risultano di nuovo messi sui piedi. Chi è nel mercato monetario vede il movimento dell’industria e del mercato mondiale solo nel suo rispecchiamento rovesciato del mercato monetario e dei titoli, e l’effetto diventa per lui la causa. Questo lo notai già a Manchester negli anni ’40: per l’andamento dell’industria e per i suoi periodici maxima e minima i listini di borsa di Londra erano assolutamente inutilizzabili, perché i signori volevano spiegare tutto con crisi del mercato monetario, che invece non erano per lo più esse stesse che sintomi.

Allora si trattava di dimostrare che l’insorgere di crisi nell’industria era dovuto a una temporanea sovrapproduzione, e la cosa aveva perciò per giunta un lato tendenzioso che favoriva la distorsione. Questo punto ora è venuto a cadere – per noi almeno una volta per sempre – e inoltre è certo un dato di fatto che il mercato monetario può anche avere le sue proprie crisi, in cui veri e propri inconvenienti  nell’industria possono avere un ruolo solo subordinato o non averne affatto, e qui ci sono ancora alcune cose da accertare e da studiare anche in particolare dal punto di vista storico per gli ultimi vent’anni.

Dove c’è divisione del lavoro sul piano sociale anche i lavori parziali si rendono autonomi l’uno dall’altro. La produzione è quella che in ultima istanza decide. Ma in quanto il commercio con i suoi prodotti si rende autonomo dalla produzione vera e propria, esso segue un suo proprio movimento, che nel complesso è certo dominato da quello della produzione, ma che nei particolari e nel quadro di questa generale dipendenza segue però a sua volta leggi proprie, che sono nella natura di questo nuovo fattore, il quale ha sue proprie fasi ed a sua volta si ripercuote sul movimento della produzione.

La scoperta ilill’America fu dovuta alla fame dell’oro, che in precedenza aveva già spinto i portoghesi verso l’Africa (cfr. «La produzione di metalli preziosi», di Soetbeer), perché l’industria, che nei secoli XIV e XV si eraestesa in modo cosi massiccio ed il commercio ad essa legato richiedevano più mezzi di scambio, che la Germania – tra il 1450 e il 1550 la grande terra dell’argento – non poteva fornire. La conquista delle Indie da parte di portoghesi, olandesi, inglesi dal 1500 al 1800 aveva come scopo l’importazione dalle Indie, ad esportare là nessuno ci pensava. Eppure, che ripercussione colossale ebbero sull’industria queste scoperte e conquiste dovute a meri interessi commerciali – solo le esigenze dell”esportazione verso quei paesi crearono e svilupparono la grande industria.

Lo stesso è per il mercato monetario. In quanto il commercio di valuta si separa da quello di merci, esso ha – a certe condizioni, poste dalla produzione e dal commercio di merci e in questi limiti – un suo proprio sviluppo, leggi particolari, determinate dalla sua propria natura, e fasi a sé. Se si aggiunge poi anche il fatto che il commercio di valuta in quest’ulteriore sviluppo si allarga a commercio di titoli, e questi non sono solo titoli di Stato, ma ad essi si aggiungono altresì azioni della produzione e dei trasporti, e che il commercio di valuta acquista perciò un diretto potere su una parte della produzione che nel complesso lo domina, la reazione del commercio di valuta sulla produzione si fa ancor più forte e complicata.

Gli speculatori di borsa sono proprietari di ferrovie, miniere, fonderie, ecc. Questi mezzi di produzione acquistano un duplice aspetto: il loro esercizio deve seguire ora gli interessi della produzione immediata, ora invece le esigenze degli azionisti, in quanto costoro sono speculatori di borsa. L’esempio più convincente di ciò: le ferrovie nordamericane, il cui esercizio dipende totalmente dalle momentanee operazioni di borsa – del tutto estranee alla particolare ferrovia e ad i suoi interessi qua (1) mezzo di trasporto – dei vari Jay Gould, Vanderbilt, ecc. E persino qui in Inghilterra abbiamo visto decennali battaglie tra le varie società ferroviarie per le zone di confine tra due di loro – battaglie in cui è andata dilapidata un’enorme quantità di denaro non nell’interesse della produzione e del trasporto, ma unicamente per una rivalità che aveva per lo più lo scopo di render possibili operazioni di borsa agli speculatori in possesso delle azioni.

Con questi pochi accenni della mia concezione del rapporto della produzione con il commercio di merci e di questi due con il commercio di valuta ho già risposto in sostanza anche alle sue domande sul materialismo storico in generale. La cosa si capisce nel modo migliore dal punto di vista della divisione del lavoro.

La società crea determinate funzioni comuni, di cui non può fare a meno. Le persone nominate a questo scopo formano un nuovo ramo della divisione del lavoro all’interno della società. Ottengono a questo modo particolari interessi anche nei confronti dei loro mandatari, si rendono autonomi da essi – ed ecco lo Stato. E ora le cose procedono analogamente a quanto avviene col commercio di merci e più tardi col commercio di valuta: la nuova potenza deve certo nel complesso seguire il movimento della produzione, ma a sua volta reagisce sulle condizioni e sull’andamento di essa in virtù della relativa autonomia che le è propria, che cioè le è stata a suo tempo trasmessa e che si è gradualmente sviluppata. È un’azione reciproca di due forze impari, del movimento economico da una parte, e della nuova potenza politica dall’altra, che tende alla maggiore autonomia possibile, e poiché a suo tempo fu messa all’opera, è dotata anche di un suo proprio movimento; il movimento economico riesce nel complesso ad imporsi, ma deve subire anche una ripercussione da parte del movimento politico, che essa stessa ha messo all’opera e ha dotato di una relativa autonomia: da una parte è il movimento del potere statale, dall’altra quello dell’opposizione, creata contemporaneamente ad esso.

Come nel mercato monetario si rispecchia nel complesso, e con le riserve sopra accennate, il movimento del mercato industriale, e naturalmente rovesciato, cosi nella lotta tra governo ed opposizione si rispecchia la lotta tra le classi che già in precedenza esistono e si combattono, ma parimenti rovesciata, non più direttamente ma indirettamente, non come lotta di classe ma come lotta per dei princìpi politici, e rovesciata a tal punto che ci è voluto un millennio per venirne di nuovo a capo.

La ripercussione del potere statale sullo sviluppo economico può essere di tre diverse specie: può procedere nella stessa direzione, e allora le cose vanno più rapidamente, può muoversi nel verso contrario, e al giorno d’oggi presso un grande popolo essa è alla lunga spacciata, oppure può bloccare determinate direzioni dello sviluppo economico ed imporne altre – questo caso si riduce in ultima analisi ad uno dei due precedenti. È chiaro però che nel secondo e nel terzo caso il potere politico può fare gravi danni allo sviluppo economico e provocare un massiccio spreco di forze e di materiale.

C’è poi anche il caso della conquista e della brutale distruzione di risorse economiche, per cui un tempo tutto uno sviluppo economico locale e nazionale poteva anche eventualmente andare a picco. Questo caso ha oggi per lo più gli effetti opposti, almeno per i grandi popoli: a lungo andare lo sconfitto dal punto di vista economico, politico e morale ottiene a volte più del vincitore.

Analogamente vanno le cose con il diritto: in quanto si fa necessaria la nuova divisione del lavoro, che crea i giuristi di mestiere, è aperto ancora un ambito nuovo, autonomo, che, pur dipendente in generale dalla produzione e dal commercio, possiede anche una particolare capacità di reazione rispetto a questi ambiti. In uno Stato moderno il diritto non deve solo corrispondere alla situazione economica generale, essere la sua espressione, bensì anche essere un’espressione in sé coerente, che non faccia a pugni con se stessa per le sue contraddizioni.

E per perseguire questo scopo fallisce sempre più il fedele rispecchiamento dei rapporti economici. E questo tanto più, quanto più di rado si dà il caso che un codice sia l’espressione rozza, non mitigata né alterata del dominio di una classe: ciò sarebbe anzi già di per sé contrario al «concetto di diritto». Il puro, conseguente concetto di diritto della borghesia ivoluzionaria del 1792-96 è già nel Code Napoléon [401] per più versi alterato, ed in quanto si incarna in esso deve subire quotidianamente ogni sorta di attenuazioni ad opera della crescente potenza del proletariato. Il che non impedisce al Code Napoléon di essere il codice che si trova alla base di tutte le successive codificazioni in tutte le parti del mondo.

Cosi il corso dell’«evoluzione giuridica» consiste per lo più solo nel fatto che dapprima si cerca di eliminare le contraddizioni che scaturiscono dall’immediata trasposizione dei rapporti economici in principi giuridici, e di mettere in piedi un sistema giuridico armonico, e poi l’influenza e la coazione dell’ulteriore sviluppo economico infrangono sempre a loro volta questo sistema, e lo coinvolgono in nuove contraddizioni (parlo qui per il momento solo del diritto civile).

Il rispecchiamento dei rapporti economici come principi giuridici è di necessità parimenti capovolto: avviene sempre senza che coloro che agiscono ne siano coscienti, il giurista immagina di operare con principi aprioristici, mentre questi non sono altro che riflessi economici – e cosi tutto è capovolto.

Che poi questo rovesciamento, il quale fin quando resta ignoto costituisce quel che chiamiamo visione ideologica, si ripercuota a sua volta sulla base economica e possa entro certi limiti modificarla mi pare evidente. Il fondamento del diritto ereditario, presupposto lo stesso grado di sviluppo della famiglia, è economico. Ciò nonostante sarà difficile dimostrare che ad esempio l’assoluta libertà di testamento in Inghilterra, la sua forte limitazione in Francia, hanno fin nei minimi particolari cause esclusivamente economiche. Entrambi si ripercuotono invece in modo notevolissimo sull’economia, influenzando la divisione del patrimonio.

Per quel che concerne poi gli ambiti ideologici maggiormente campati in aria, religione, filosofia, ecc., questi hanno a che fare con un patrimonio che risale alla preistoria e che il periodo storico ha trovato e si è accollato – quella che oggi chiameremmo stupidità. Il fattore economico è alla base di queste varie idee sbagliate sulla natura, sulla stessa condizione umana, su spiriti, forze magiche ecc. per lo più solo in modo negativo; il basso sviluppo economico del periodo preistorico ha come complemento, ma talvolta come condizione e persino causa, le idee sbagliate sulla natura. E anche se l’esigenza economica era ed è sempre più divenuta il principale impulso per la progressiva conoscenza della natura, sarebbe da pedanti voler cercare cause economiche per tutte queste stupidità primitive.

La storia delle scienze è la storia della graduale eliminazione di questa stupidità, ovvero della sua sostituzione con stupidità nuove, ma sempre meno assurde. Coloro che provvedono a ciò appartengono a loro volta a determinate sfere della divisione del lavoro, e presumono di trattare un ambito indipendente. Ed in quanto essi formano all’interno della divisione sociale del lavoro un gruppo autonomo, le loro produzioni, compresi i loro errori, hanno un influsso che si ripercuote sull’intero sviluppo sociale, persino su quello economico.

Con tutto ciò sono però a loro volta essi stessi sotto l’influsso dominante dello sviluppo economico. In filosofia ad esempio è molto facile dimostrarlo per il periodo borghese. Hobbes fu il primo materialista moderno (nel senso del XVIII secolo), ma assolutista nel momento in cui la monarchia assoluta fioriva in tutta Europa, e in Inghilterra iniziava a lottare contro il popolo. Locke in religione come in politica fu figlio del compromesso di classe del 1688 [486]. I deisti inglesi [487] ed i loro più coerenti successori, i materialisti francesi, erano gli autentici filosofi della borghesia – i francesi addirittura della rivoluzione borghese. Nella filosofia tedesca da Kant a Hegel penetra il piccolo borghese tedesco – ora in positivo, ora in negativo.

Ma come determinato ambito della divisione del lavoro la filosofia di ogni epoca presuppone un determinato materiale concettuale, che le è stato tramandato dai suoi predecessori e da cui essa prende le mosse. E accade perciò che paesi economicamente arretrati possano avere tuttavia in filosofia una parte di primo piano: la Francia del XVIII secolo nei confronti dell’Inghilterra, sulla cui filosofia i francesi si basavano, più tardi la Germania nei confronti di entrambe. Ma anche in Francia come in Germania la filosofia, come la generale fioritura letteraria di quell’epoca, era altresì risultato di uno slancio economico.

È sicura ai miei occhi la supremazia finale dello sviluppo economico anche su questi ambiti, ma essa si esercita all’interno delle condizioni prescritte dal singolo ambito stesso: in filosofia ad esempio tramite gli influssi economici (che a loro volta agiscono per lo più solo nel loro travestimento politico, ecc.) che si esercitano sul materiale filosofico disponibile, tramandato dai predecessori. Qui l’economia non crea nulla a novo, determina però il modo in cui il materiale concettuale trovato pronto viene modificato e perfezionato, e anche ciò per lo più in modo indiretto, essendo i riflessi politici, giuridici, morali quelli che esercitano sulla filosofia la maggiore influenza diretta.

Sulla religione ho detto l’essenziale nell’ultima sezione su Feuerbach (2).

Se perciò Barth ritiene che noi neghiamo ogni e qualsiasi ripercussione dei riflessi politici ecc. del movimento economico su questo movimento stesso, combatte semplicemente contro dei mulini a vento. Non ha che da guardarsi il «18 brumaio» di Marx, in cui si tratta quasi solo della peculiare funzione che hanno le lotte e gli eventi politici, ovviamente nel quadro della loro generale dipendenza da condizioni economiche. O «Il capitale», ad esempio il capitolo sulla giornata lavorativa, in cui la legislazione, che pure è un fatto politico, influisce in modo cosi decisivo. O il capitolo sulla storia della borghesia (24° capitolo). O ancora, perché combattiamo per la dittatura politica del proletariato, se il potere politico è economicamente impotente? La violenza (cioè il potere statale) è anche una potenza economica!

Ma per criticare il libro [488] ora non ho tempo. Prima deve uscire il III libro, e del resto credo che potrebbe benissimo occuparsene ad esempio Bernstein.

Quel che manca a questi signori, è la dialettica. Vedono sempre solo da una parte la causa, dall’altra l’effetto. Che ciò è una vuota astrazione, che nel mondo reale tali metafisiche opposizioni polari si danno solo nei momenti di crisi, mentre tutto il gran corso dello sviluppo avviene nella forma dell’azione reciproca – anche se di forze assai impari, di cui il movimento economico è di gran lunga la più forte, la più originaria, la più decisiva – che qui niente è assoluto e tutto è relativo, questo neanche lo vedono, per loro Hegel non è mai esistito.

Per quel che concerne la baruffa nel partito, i signori dell’opposizione mi ci hanno trascinato con la forza, e non mi restava altra scelta. Il modo in cui mi ha trattato il signor Ernst è assolutamente inqualificabile, a meno che io non lo debba definire uno scolaretto [421]. Che costui sia malato e debba scrivere per vivere mi dispiace. Ma chi ha una fantasia tanto sviluppata che non può leggere una riga senza capire il contrario di ciò che c’è scritto, può applicare la sua fantasia ad ambiti diversi da quello non fantastico del socialismo. Deve scrivere romanzi, drammi, critiche d’arte e cose simili, cosi danneggerà solo la formazione dei borghesi e in questo modo sarà utile a noi. Può darsi anche che maturi tanto da esser capace di combinare qualcosa nel nostro campo. Una cosa però devo dire: un tale guazzabuglio di immaturità e di stupidità assoluta come quello che tira fuori quest’opposizione non mi era capitato mai e in nessun luogo. E questi giovani imberbi, che non vedono altro che la loro smisurata presunzione, pretendono di imporre la tattica al partito! Da una sola corrispondenza di Bebel sull’«Arbei-ter-Zeitung» di Vienna ho imparato più che da tutto il guazzabuglio di costoro. E pensano di valere di più di quella mente lucida, che afferra in modo cosi meravigliosamente esatto la situazione e la tratteggia cosi chiaramente in due parole! Sono tutti bellettristi falliti, e già il bellettrista riuscito è una brutta bestia.

Se la «Volks-Tribiine» andasse a picco mi dispiacerebbe. Con Lei come redattore si è dimostrato che un settimanale del genere, dal contenuto più teoretico che attuale, potrebbe combinare qualcosa – e so bene io che razza di collaboratori si ritrova! Ma certo accanto alla «Neue Zeit», da quando questa è settimanale, appare dubbio che possa tirare avanti. Sarà ad ogni modo contento di poter abbandonare i dolori e le gioie della redazione, e trovare del tempo per qualcos’altro che non lavori meramente giornalistici. E inoltre a Berlino i prossimi tempi saranno dominati ancora da ogni sorta di risonanze dell’ultima baruffa, e per uno che ci sta nel bel mezzo non ne verrà fuori nulla.

La pubblicazione del passo della mia lettera non ha fatto alcun danno [489], però cose del genere è meglio che non succedano. Nelle lettere si scrive a memoria e in fretta, senza consultare i testi, ecc., e può sempre sfuggire un’espressione a cui poi uno di quelli che da noi sul Reno chiamavano Korinthenscheisser(3) potrebbe attaccarsi e tirarne fuori dio sa quale stupidaggine.

Grazie molte dei Suoi auguri anticipati per il mio 70° compleanno, a cui manca ancora un mese. Finora mi sento ancora benissimo, devo solo badare ancora agli occhi, e non posso scrivere alla luce del gas. Speriamo che continui cosi.

Ora però devo chiudere.

Con affettuosi saluti

Suo F. Engels

Note:

1) come
2) «Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca»
3) caca uva passa

* * *

484)  Un ampio estratto di questa lettera fu pubblicato nel supplemento della «Leipziger Volkszeitung» del 26 ottobre 1895.

485) II 20 ottobre 1890, Conrad Schmidt aveva informato Engels di aver ricevuto l’offerta di assumere la redazione del servizio sulla borsa nella «Ziiricher Post». Per un breve periodo accettò l’offerta, non si occupò tuttavia della borsa bensì delle informazioni politiche dall’estero. Il 18 giugno 1891, Schmidt scrisse a Engels di aver lasciato l’impiego alla «Zuricher Post».

486) Allusione al compromesso tra aristocrazia terriera e borghesia finanziaria al tempo della «rivoluzione gloriosa» in Inghilterra.

487) Deisti: esponenti di quella dottrina filosofica e religiosa (deismo) che, pur accettando l’esistenza di un dio creatore del mondo, ne negava ogni effetto
sul progressivo sviluppo del mondo. In lotta contro le concezioni chiesastiche dominanti all’epoca del feudalesimo, il deismo costituì una tendenza progressista. I deisti criticavano tra l’altro le idee religiose medievali e i dogmi chiesastici, e denunciavano il parassitismo del clero.

488) Paul Barth, «Die Geschichtsphilosophie Hegel’s und der Hegelianer bis auf Marx uhd Hartmann. Ein kritischer Versuch», Leipzig, 1890.

489) Conrad Schmidt aveva pubblicato nella «Berliner Volks-Tribiine» del 27 settembre 1890 una parte della lettera speditagli da Engels il 5 agosto 1890.

Le simulazioni ideologiche di papa Francesco I da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – laicismo – 13-11-14 – n. 520

Maciek Wisniewski | lahaine.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centrodi Cultura e Documentazione Popolare
08/11/2014

In un mondo dove la critica scarseggia, chiunque critichi appena appena il capitalismo, anche se è un conservatore, può apparire come un messia di sinistra.

Scommetto che neanche gli spin-doctors, i propagandisti del Vaticano si immaginavano che il re-branding avesse tanto successo. In poco tempo Jorge Mario Bergoglio, il conservatore vicino ai settori più reazionari della Chiesa argentina durante la dittatura, che metteva i bastoni fra le ruote al progressismo kirchnerista [Kirchnerismo, ndt], è diventato un leader mondiale di sinistra.

Ma il vento è in poppa. Qualunque conservatore sensibile – come Bergoglio – appare un progressita a confronto degli ultra conservatori e trogloditi che dominano la Chiesa post-woityliana.
In un mondo in cui il fulcro della politica si muove (molto) verso destra, chiunque dica qualcosa sulla povertà e l’ingiustizia è già marxista e/o comunista (lo stesso accade sul tema della disuguaglianza e il suo contrasto: sembra una rivendicazione rivoluzionaria che nella sostanza è molto conservatrice). In un mondo dove la critica è rara, chiunque attacchi appena appena il capitalismo può apparire come un messia di sinistra.
Il trucco dell’operazione Francesco, sta in gran parte nel fatto che il lavoro era già compiuto. Certo Bergoglio ce ne ha messo del suo: ha dispiegato e maneggiato (quasi) alla perfezione, tutto l’arsenale di gesti e messaggi – deliberatamente – ambigui; ha sedotto e flirtato con ambienti progressisti all’interno e all’esterno della Chiesa.

Ma a guardare bene, dietro il bagliore delle sue simulazioni ideologiche, si vedono, come un’ombra, il suo passato e il suo presente conservatore e allo stesso modo i principi reazionari alla base del suo papato: a) disciplina, b) egemonia, c) cooptazione e d) neutralizzazione. Qui alcuni dei momenti e argomenti più sintomatici:

1 – Francesco respinge le accuse della destra americana di essere un marxista dopo la lieve critica al capitalismo mossa in Evangelli Gaudium (sono gli stessi ambienti che dicono che il dibattito sulle disuguaglianze è comunista, mentre in realtà è… procapitalista): “L’ideologia marxista è sbagliata, ma ho conosciuto molti marxisti che erano buone persone e non mi offendo” (Pagina 12,16/12/13). A no? Dovrebbero offendersi i marxisti, invece. Ma la cosa più problematica di questa strizzata d’occhio alla sinistra, al di là del parere che il marxismo è sbagliato (per inciso: non sarà una retrocessione rispetto a Giovanni Paolo II, che in Laborem execens diceva che il marxismo è pericoloso, ma contiene un briciolo di verità?), è la leggerezza con la quale Bergoglio gioca (oggi) con questo termine.

 

E ieri? Era vicino ai gerarchi che temevano che se fosse fallita la dittatura sarebbe venuto il marxismo (sic). Castigava i curas villeros [preti che vivono nelle villas miserias, le baraccopoli di Buenos Aires, ndt] che lo mettevano in pratica. Tacciò i padri Yorio e Jalics di essere di sinistra, consegnandoli ai militari (dicano quello che vogliono oggi gli estetisti della sua biografia). Di sicuro non si offesero, Yorio e Jalics, ma quasi persero la vita. Horacio Verbitsky ci dice che oggi queste sono questioni teoriche discutibili, come il dibattito sul marxismo o sulla teologia della liberazione che Bergoglio ha ravvivato, ma durante la dittatura era questione di vita o di morte (Pagina 12,16/3/14).

2 – Il tema della riabilitazione da parte di Francesco della teologia della liberazione merita un’analisi a sé; qui, solo due punti:
– Un motivo fondamentale del successo delle sue simulazioni è l’esistenza di chi crede oggi che egli fu sempre influenzato dalla teologia della liberazione e che dissimulava solo; d’altra parte, se per influenza si intende feroce opposizione (vedi la sua causa con Pedro Arrupe), sì, é stato molto influenzato.
– Secondo la più recente analisi storica di Michael Löwy, Francesco si situava agli antipodi di questa corrente, (Le Monde, 30/03/2013); gli ultimi mesi del suo papato, lo confermano: contrariamente alla teologia della liberazione, Bergoglio non opta per l’emancipazione dei poveri, bensì per la loro tutela; ignora i precetti più radicali della teologia della liberazione, cooptandoli e neutralizzandone il potenziale sovversivo.

3 – Il papa risponde alle accuse di essere un papa comunista e/o di parlare come Lenin (sic!) : “Io dico solo che i comunisti ci hanno rubato la bandiera della povertà” (La Jornada 30/06/2014)
È qualcosa che direbbe un compagno in armi o un rivale politico di sinistra che lotta per l’egemonia tra i poveri? Non sarà questo il midollo del bonapartismo neofrancescano?

4 – Il Papa durante l’incontro coi movimenti popolari (Vaticano, 27-29/10/14) parafrasando Hélder Cámara (arcivescovo e teologo cattolico brasiliano): “Se chiedo di aiutare i poveri, dicono che sono comunista” (Telesur, 28/10/14). Anche Löwy ricordava questo passaggio (“Se dò pane ad un povero, mi dicono che sono un santo; quando chiedo perché la gente è povera, mi chiamano comunista”) ma per sottolineare che Bergoglio aiuta e non fa domande scomode. Nell’analisi di Francesco non c’è una classe oppressa e una classe che opprime, (cosa che identifica la teologia della liberazione); per lui, questo non importa: bisogna solo lavorare insieme per il bene di tutti.

In questo senso è eccessivo l’entusiasmo di Ignacio Ramonet [Direttore di Le Monde diplomatique, ndt) che dopo l’incontro (a cui ha assistito Evo Morales come leader e coltivatore di coca) applaudiva il gran valore del papa e il suo nuovo ruolo storico come portabandiera delle lotte dei poveri del mondo (Rebelión, 30/10/14). E in più se ricordiamo l’analisi di Rubén Dri, ex sacerdote terzomondista: “Per Bergoglio il vero rivale sono i governi progressisti. Ma egli sa che non può scontrarsi frontalmente contro di loro. Deve agire in maniera intelligente, dal basso, tra i movimenti popolari” (Krytyka Polityczna, 01/02/2014). Così, quell’incontro coi movimenti sociali si profila piuttosto come la più grande, fino ad ora, simulazione di Francesco I.

 

La sua urgenza è cooptare, non cooperare, neutralizzare, non dare impulso; disciplinare e mettere i movimenti e i governi progressisti nel suo ovile. Questi non devono ignorare i cambiamenti nel Vaticano, ma neanche salire sulla papamobile. Né lasciare a Bergoglio la bandiera tanto anelata della povertà (e se qualcuno è confuso che ricordi la storia di Bergoglio).
Quando esplose la crisi, Reinhard Marx, vescovo di … Tréveris, approfittando del suo cognome pubblicò un libro vagamente aperto alle riforme, titolato, ovviamente, Das Kapital (2008) – Piketty a quanto pare non fu il primo. E’ stato un successo mediatico. Non a caso, continuando nella simulazione, il papa lo volle nel suo gruppo di cardinali e consiglieri di economia. Confondere Francesco con la sinistra è come confondere Reinhard con Karl Marx.

Il taglio alla salute passa con la fiducia Fonte: Il ManifestoAutore: Antonio Sciotto

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Enne­sima riforma ini­qua, enne­sima fidu­cia. Anche in que­sta occa­sione, come era stato ad esem­pio con il Jobs Act (ma è già la qua­ran­ta­due­sima volta per il governo Renzi) il pre­mier e il Pd hanno impo­sto al Par­la­mento una acce­le­ra­zione e un aut aut : con 163 voti a favore, 111 con­trari e nes­sun aste­nuto il Senato ha appro­vato ieri la fidu­cia al Dl enti locali e ai suoi 2,3 miliardi di tagli alla sanità nel 2015 (il testo passa adesso alla Camera e dovrà essere appro­vato entro il 18 ago­sto). La mini­stra della Salute Bea­trice Loren­zin ha un bel dire che si tratta di «risparmi e non di tagli», ma decur­tare una cifra simile a un sistema già parec­chio mar­to­riato negli ultimi anni signi­fica di certo ridurre il diritto uni­ver­sale alle prestazioni.

Il taglio è pari esat­ta­mente a 2,352 miliardi di euro per il 2015 (e cifre ana­lo­ghe sono già pre­vi­ste per il 2016 e 2017) ed è stato inse­rito nel Dl enti locali gra­zie a un maxie­men­da­mento pre­sen­tato dal governo. Nel maxie­men­da­mento si dispone inol­tre che «con decreto del mini­stero della Salute da adot­tare entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di con­ver­sione del pre­sente decreto, pre­via intesa» in sede di Con­fe­renza Stato-Regioni, sono indi­vi­duale le con­di­zioni di ero­ga­bi­lità e le indi­ca­zioni di appro­pria­tezza pre­scrit­tiva delle pre­sta­zioni di assi­stenza spe­cia­li­stica ambulatoriale».

In parole povere, sarà un ulte­riore decreto, emesso dal mini­stero della Salute, a sta­bi­lire quali pre­sta­zioni siano con­si­de­rate «appro­priate» e quindi pre­scri­vi­bili a seconda della pato­lo­gia da cui è affetto il paziente, e quali no: dive­nendo que­ste ultime a paga­mento. Il maxie­men­da­mento, viene sot­to­li­neato infatti da fonti par­la­men­tari, non entra nello spe­ci­fica defi­ni­zione dei nuovi cri­teri per l’appropriatezza delle pre­sta­zioni, disci­pli­nando solo che «le pre­sta­zione ero­gate al di fuori delle con­di­zioni di ero­ga­bi­lità pre­vi­ste dal decreto mini­ste­riale» citato (quello che verrà pro­dotto dalla mini­stra Loren­zin) «sono a totale carico dell’assistito».

E poi c’è il capi­tolo san­zioni, quelle che i medici dovranno subire se pre­scri­ve­ranno ricette non appro­priate: «In caso di com­por­ta­mento pre­scrit­tivo non con­forme alle con­di­zioni e alle indi­ca­zioni» che saranno disci­pli­nate dal decreto stesso «l’ente richiede al medico pre­scrit­tore le ragioni della man­cata osser­vanza delle pre­dette con­di­zioni e indi­ca­zioni» — recita il testo del maxie­men­da­mento — e, «in caso di man­cata rispo­sta o di giu­sti­fi­ca­zioni insuf­fi­cienti, l’ente adotta i prov­ve­di­menti di com­pe­tenza, appli­cando al medico pre­scrit­tore dipen­dente del ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­nale (Ssn) una ridu­zione del trat­ta­mento eco­no­mico acces­so­rio, nel rispetto delle pro­ce­dure pre­vi­ste dal con­tratto col­let­tivo nazio­nale e dalla legi­sla­zione vigente».

Il medico potrà dun­que evi­tare le san­zioni se saprà moti­vare la pre­scri­zione: Bea­trice Loren­zin ha spie­gato che l’eccesso cau­te­la­tivo di ricette (quelle pre­scritte per evi­tare even­tuali denunce) costa al sistema sani­ta­rio nazio­nale «13 miliardi l’anno», e pro­prio per ten­dere una mano ai dot­tori la mini­stra ha annun­ciato «riforme ad hoc, volte ad atte­nuare l’effetto delle denunce».

Sem­pre in chiave di “ridu­zione degli spre­chi”, il maxie­men­da­mento pre­vede che l’Aifa (l’agenzia del far­maco) con­cluda «le pro­ce­dure di rine­go­zia­zione con le aziende far­ma­ceu­ti­che volte alla ridu­zione del prezzo di rim­borso dei medi­ci­nali a carico del Ssn sepa­rando i medi­ci­nali a bre­vetto sca­duto da quelli ancora sog­getti a tutela bre­vet­tuale» ovvero tra far­maci bran­ded e far­maci gene­rici equivalenti.

Ma nel Dl enti locali ci sono anche altre novità, a parte i tagli alla sanità: innan­zi­tutto per il pros­simo Giu­bi­leo. I pel­le­grini potranno sti­pu­lare una polizza assi­cu­ra­tiva spe­ciale, del valore di 50 euro, che garan­tirà loro l’accesso all’assistenza sani­ta­ria pub­blica. Ancora, è stata auto­riz­zata l’assunzione di 1.050 poli­ziotti, 1.050 cara­bi­nieri, 400 finan­zieri e 250 vigili del fuoco.

Anaao Asso­med, asso­cia­zione dei medici diri­genti, annun­cia una mobi­li­ta­zione in autunno: «Ancora una volta la sanità pub­blica verrà assunta a ban­co­mat del governo, anche se dal 2010 al 2014 ha già dato 31 miliardi di euro e nel Dl enti locali si pre­ve­dono tagli per ulte­riori 7 miliardi fino al 2017».

E non si atte­nua la pre­oc­cu­pa­zione delle Regioni, nono­stante il governo abbia spie­gato che i tagli ver­ranno sta­bi­liti insieme in Con­fe­renza Stato-Regioni, visto che — parola della mini­stra Loren­zin — non si tratta di altro che di una esten­sione del già con­cor­dato «Patto per la Salute».