Come Piketty sopprime la contraddizione da: www. resistenze.org

R.C.

20/07/2015

Già si è scritto sul libro di Piketty dall’altisonante titolo “Il capitale del 21° secolo”. Tuttavia la sua diffusione e il risalto che la sua uscita ha suscitato giustificano qualche considerazione aggiuntiva che smascheri l’obiettivo anticomunista dell’operazione conseguente a detta uscita.

L’apparato concettuale dell’intera pubblicazione si basa su una formula pomposamente chiamata “seconda legge del capitale” per cui tra il tasso di risparmio  del reddito nazionale s e il tasso di crescita dell’economia g sussiste la relazione β = s/g ove con β =K/Y si indica il rapporto tra capitale e reddito, detto anche nella letteratura rapporto del capitale. (1) (2) (3) Poiche, d’altra parte, vale quella che altrettanto pomposamente viene definita “prima legge del capitale” ossia α=r∙β ove α = quota dei redditi da capitale rapportata al reddito annuo ed r tasso di profitto, (4) si ha che α=r∙s/g da cui si nota che aumentando il divario tra r e g (con r > g) aumenta il coefficiente α e quindi la quota dei redditi da capitale.

Per esempio se r = 4%, g = 2%, s = 10%
α = 4∙10/2 = 20%

mentre se         r’= 5 %, g’ = 1%, s’=12%
avremo            α’ = 5∙12/1 = 60%

Ne consegue, attraverso le serie storiche e i dati disponibili (l’autore ne fornisce in abbondanza),  che l’epoca attuale (diciamo il tempo dall’ultimo decennio del secolo XX fino ad oggi), ricalcando il  XIX secolo fino al 1914, vede la concentrazione della ricchezza nelle mani del 10% e soprattutto dell’ 1% della società a discapito di una quantità crescente di individui che possiede sempre di meno o non possiede nulla. L’autore fissa infatti all’ 1% – 1,5% la crescita annua tendenziale del reddito per le società a capitalismo maturo con una tendenza verso 6 del rapporto capitale reddito, più o meno come nel 1800. Nel XX secolo, invece, gli sconvolgimenti di due conflitti mondiali e della crisi del ’29 avrebbero bruciato (in termini di valore, ma anche in distruzioni fisiche) enormi quantità di capitale, potendo dare origine nei paesi capitalistici sviluppati, nella seconda parte del secolo, ad un ciclo capitalistico trentennale con altissimi ritmi di crescita ed un rapporto capitale reddito limitato.

Questo arricchimento del decile e del centile superiore della popolazione a discapito della grande massa, dal momento che l’autore non parla mai della questione del potere detenuto nelle società capitalistiche, cioè della questione di classe e dei rapporti di forza in seno alla classe borghese dominante, comporterebbe un generico “rischio di democrazia” non meglio definito, contro cui porre rimedio.

Come? Attraverso la leva fiscale, mediante un’imposta progressiva sui capitali più elevati. Egli non si rende conto del carattere utopistico della sua proposta che incontrerebbe, a suo dire, solo ostacoli tecnici, come la mancanza di una mappatura internazionale dei capitali e della ritrosia alla collaborazione fiscale di determinati paesi (i paradisi fiscali). Mentre in realtà l’attuabilità o meno di una simile proposta non può prescindere dal suo carattere di classe, essendo un non senso che la borghesia imperialista, che oggi detiene il potere all’interno della più parte di alcuni raggruppamenti imperialistici, decida di tassare se stessa.

Di passaggio facciamo notare che per l’autore tale imposta sarebbe un toccasana anche per le finanze pubbliche, il cui debito ostacola, a suo dire, una serena definizione di “nuovi standard internazionali” dello stato sociale.

Questo, in breve sintesi, il contenuto del libro, in cui il lettore viene accompagnato da una gran quantità di dati e di grafici, ma dal contenuto unilaterale, per nulla dialettico. Sulla base di quale legge le società capitalistiche mature si assesterebbero su crescite dell’1% – 1,5% ? Sulla base di una constatazione storica, ci viene suggerito. A parte che un ricorso storico di per se non è una legge, un parallelismo con il secolo XIX, come fa l’autore, mi pare improponibile. E’ vero che tale secolo proponeva indici di crescita globalmente paragonabili con quelli attuali: ma si dimentica che più della metà della popolazione era impiegata in agricoltura, ossia in un settore statico, che si sarebbe movimentato solo verso la fine del ‘900 attraverso la meccanizzazione agricola. Come crescita di una società industriale l’indice di tale crescita nell’800 va per lo meno raddoppiato; ma va anche detto che la tendenza attuale ne è la metà, e che quindi un indice, seppur empirico, di capitalismo maturo non esiste. Se proprio si vuole parlare di tendenza, semmai questa è verso la stagnazione – che potrebbe però trasformarsi anche in recessione.

La questione, che l’autore evita accuratamente, poggia sull’analisi interna del ciclo capitalistico, ossia sul divenire dei rapporti di valore che stabiliscono la valorizzazione del capitale. Che cosa impedisce oggi lo sviluppo della produzione nelle società “capitalistiche avanzate”? Non certo la penuria dei mezzi di produzione che possono trasformarsi in capitale produttivo e tantomeno una penuria di proletari. D’altra parte il capitale sta delocalizzando dalle metropoli alle periferie, dove il costo del lavoro ed altri oneri sono più bassi, andando ad ingrossare, anche in tempo di crisi, il proletariato mondiale.

Senza girarci ulteriormente attorno la questione è quella della caduta del saggio di profitto. Perché il capitale, che pure avrebbe rendimenti del 5% – 6%, non investe in economia reale? Perché il saggio di profitto non è sufficientemente remunerativo. Detto meglio: il capitale investe in economia reale in quei posti dove il processo di valorizzazione consente rendimenti più elevati. Le crisi finanziarie come quella del 2008 (ma molti dicono che ce ne saranno delle altre), che l’autore non indaga, hanno poi delle ricadute nell’economia reale – e quindi sulla crescita – per effetto della restrizione del credito, dei licenziamenti di massa e della contrazione dei mercati, la qual cosa non è neutra rispetto ai citati processi di valorizzazione dei capitali. Data questa situazione il capitale finanziario preferisce accumularsi nella speculazione (sui titoli e sui derivati di borsa, sul settore immobiliare, sui “future”, sul debito pubblico degli stati) alimentando un capitale fittizio che moltiplica per decine di volte il reddito internazionale dell’intero pianeta. Un capitale che, le crisi finanziarie insegnano, è dotato di grande volatilità.

Ne consegue che gran parte del capitale che moltiplica per 5 o 6 volte il reddito nazionale dei paesi capitalistici avanzati, che si componga o meno – come dice l’autore – per metà di capitale immobiliare, ha esso stesso un carattere fittizio accentuato. Esso si fonda, come insegna Marx, sul fatto che somme di denaro esigibili definiscono un capitale di partenza, che materialmente o non esiste, o se esiste, come nel caso di una fabbrica o di un immobile, ne rappresenta un valore reale molto più piccolo, sulla base di un tasso d’interesse.

Esso potrebbe essere distrutto da una crisi finanziaria (ne abbiamo visto un caso notevole nel 2007) con conseguenze imprevedibili sull’economia reale alla quale fa saltare il credito, anche senza distruggere un solo mezzo di produzione – semplicemente distruggendo le condizioni per cui esso possa essere impiegato come capitale – o un solo immobile.

Di conseguenza tutto l’apparato teorico di derivazione keynesiana di Piketty trova il tempo che trova, o meglio si può applicare a categorie economiche che oggi riflettono solo con luce sbiadita la reale esistenza del capitale delle società imperialiste.

L’imperialismo, come fusione del capitale industriale col capitale bancario e con il dominio di quest’ultimo, con le sue politiche ed i suoi contrasti, è un’altra categoria che Piketty ignora. Il mondo che egli immagina è un mondo lineare, non diviso in zone d’influenza che rivaleggiano per accaparrarsi il profitto mondiale (quindi conflitti  per le materie prime e per i mercati di sbocco di merci e capitali).

Tantomeno l’Unione Europea è vista come raggruppamento imperialistico attorno all’asse franco-germanico. Sulla costruzione europea e la sua politica vi è una grave carenza analitica. Se il problema del debito di alcuni stati membri è di così facile soluzione, che basta adottare una o due imposte progressive sul capitale “una tantum”, perché allora esiste una troika che manda in giro letterine che prescrivono il taglio dello stato sociale, la “riforma” del mercato del lavoro, la “riforma” delle pensioni? E che accuratamente evita di prescrivere l’aumento delle tasse per i ricchi, semmai perorando una loro diminuzione?

La realtà è che le costruzioni di capitale fittizio di cui si nutre la struttura imperialista hanno dei rapporti intensi di derivazione – che qui non indaghiamo – con il capitale reale. Ciascun blocco imperialista ne è cosciente e rivaleggia con gli altri blocchi per creare le condizioni per la riproduzione del capitale reale, di cui il capitale fittizio si nutre. Come? Andando a colpire quello che gli economisti, anche di “sinistra”, nelle loro simulazione considerano sempre di meno fino a trascurarlo: il lavoro, il mondo del lavoro, la sua componente umana. Nessun blocco si basa su costruzioni fittizie che prescindono dal mondo reale. Nessun blocco ha idee migliori per l’immediato di quelle di comprimere il proprio proletariato ed i popoli soggiogati.

Ed è qui che Piketty completa la propria omissione. Già omette di trattare la questione del potere, dei gruppi dirigenti delle unioni imperialistiche. Egli completa l’omissione nascondendo il conflitto di classe che contrappone il proletariato alla borghesia, sia a livello locale che a livello globale. Egli omette di dire che il capitale è in crisi e che le crisi – malgrado si tenti di scaricarle  sui proletari – portano alla fine del capitale (mentre per lui il concetto di crisi è assente e per il divenire del capitale non è previsto alcun tramonto). Tantomeno Piketty considera che la crisi del capitale (che non vede) non è la fine della storia. Egli nemmeno immagina che la storia continua con un processo in cui gli sconvolgimenti non cesseranno se non con la presa diretta dei mezzi di produzione da parte del proletariato in nome dell’intera società. Così che essi, anziché essere catene per uno sviluppo ulteriore, gestiti secondo un piano, diventeranno gli elementi materiali per i libero ed illimitato sviluppo dell’umanità.

Note:

1) Ammettendo che il capitale K e il reddito Y crescano in proporzione dovrà essere Y/K = ΔY/ΔK, da cui ΔY =  (Y/K)∙ΔK Supponendo ora che l’aumento di capitale ΔK sia pari all’intero reddito risparmiato dalla società pari ad S avremo:

g = ΔY/Y = ΔK/K = (Y/K) ∙ (S/Y) = (1/β)∙s

2) Per una trattazione rigorosa e completa dell’apparato concettuale di Piketty si veda: “Quel capitale pericoloso: tutte le formule di Piketty” di Giorgio Gattei in www.economiaepolititica.itlavoro-e-dirittiuniversità-e-ricercaquel-capitale-pericoloso

3) Per la derivazione keynesiana dell’apparato concettuale di Piketty vedi anche l’11° del corso di economia politica presso codesto sito al paragrafo: teorie keynesiane del ciclo, pag 12. Ivi il coefficiente β è indicato con la lettera “b”.

4) α = profitti/reddito = (r∙K)/Y = r∙K/Y = r∙β

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