Lettera aperta del M5S all’Ars a Crocetta: “Presidente, in nome dei siciliani, se ne vada.”

Presidente, se ne vada. Confezioni la prima azione degna del suo mandato e, domani, a sala d’Ercole, la consegni alla storia. Se pensa di venirci a sgranare il Rosario dei sui finti successi, non si presenti. Non ci propini la solita difesa d’ufficio del suo indifendibile operato. La peggiore rovina non sta negli errori che si commettono, ma nelle scuse con cui si tenta di nasconderli.

Se ne vada, presidente. Glielo chiediamo a nome di tutti i siciliani che l’hanno votata sognando il governo del cambiamento ed ora, disillusi e disperati, anelano solo al cambiamento del governo. Glielo chiediamo non per l’intercettazione incriminata e misteriosa, ma per quello che è accaduto dopo e, soprattutto, per quello che non è successo prima. Per le sue azioni e le sue mille omissioni. Per i suoi falsi annunci e i suoi veri fallimenti. Per il Muos, per Pace del Mela, per le discariche e i rifiuti, per la Formazione ed i precari, per i forestali, per Gela, Milazzo e Priolo, per le trivelle, per le partecipate, immortali ed immorali, per i mutui che ci ha regalato e per i contenziosi con lo Stato che ha generosamente cancellato.

Presidente, se ne vada. Per le Province, per l’esercito dei dirigenti che non ha appiedato, per la sanità, dove c’è tutto da sanare, tra insopportabili pressioni e vergognose raccomandazioni. Per l’autostrada, che a quasi quattro mesi dal crollo ha visto solo passerelle, ma nemmeno l’ombra di una ruspa. Per la scorciatoia di Caltavuturo che avete snobbato, dileggiato, perfino osteggiato, pronosticandogli nessun futuro e che invece, a tempo record, (ci dispiace per Lei), tra qualche giorno sarà inaugurata.

Se ne vada, Robespierre rivelatosi Re Mida al contrario, che ha distrutto tutto quello che ha toccato e compromesso quello cui si è avvicinato. Non tocchi più nulla, se non il foglio cui affidare le sue dimissioni. In questa Sicilia, dove è più facile che crolli un ponte che un governo, faccia il suo primo atto rivoluzionario, tolga le tende.

Se ne vada, presidente, ma lo faccia coi suoi piedi. Non permetta che siano i farisei del Pd a cacciarla dal Tempio. Non gli permetta di sventolargli il cartellino rosso sotto il naso solo per raccattare qua e là le ultime briciole di credibilità. Per loro, presidente, e per Lei, il tempo è comunque scaduto. Se ne faccia una ragione, nel futuro della nostra isola ci sono, sì, nuvoloni, ma anche 5 stelle. Tirare a campare, mentre c’è chi a campare non ci riesce proprio, è ingiusto e non serve a nulla. Se non ad affossare ulteriormente la Sicilia. Presidente, in nome dei siciliani, se ne vada.

La critica marxista-leninista delle religioni e i compiti del partito comunista da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – laicismo – 17-07-15 – n. 553

Eros Barone | criticaproletaria.it

10/07/2015

Tra l’ultimo ventennio del secolo scorso e il primo quindicennio di questo secolo diversi fenomeni e avvenimenti (la progressiva secolarizzazione della società nei paesi capitalistici avanzati, la rivoluzione khomeinista in Iran, l’insorgere del movimento controrivoluzionario di Solidarnosc in Polonia, la teologia della liberazione in America Latina, il “risveglio dell’Islàm” in chiave fondamentalista nel mondo arabo e più in generale musulmano, la diffusione di movimenti e sètte ispirati dal fondamentalismo religioso nel mondo cattolico, ebraico, induista e protestante, le guerre di aggressione scatenate dall’imperialismo in Iraq, l’attentato delle Due Torri, l’invasione dell’Afghanistan, per giungere sino ai recenti attentati in Francia) hanno posto in primo piano il problema dell’analisi della funzione sociale, politica e ideologica delle religioni nella lotta di classe e nella ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali. Per i militanti comunisti e per la conseguente pratica sociale e politica in cui essi sono impegnati porre e risolvere correttamente tale problema ha assunto i caratteri di un’esigenza primaria per conoscere la realtà in cui si agisce, dirigere l’azione del partito di classe e orientare le masse. Occorre pertanto interrogare congiuntamente, alla luce del materialismo dialettico, la storia e la teoria, partendo dalla lezione dei classici del socialismo scientifico (Marx, Engels, Lenin) e integrandola con la riflessione sulle esperienze concrete della lotta di classe per ricavare da questa ottica bifocale i giusti insegnamenti e fissare gli opportuni indirizzi pratici. Occorre inoltre chiarire il significato del termine ‘religione’, precisando, in primo luogo, che esso è duplice, poiché indica sia un sistema di consolazione individuale nel cosmo (è questo un aspetto saliente dell’alienazione religiosa, che rispecchia il rapporto tra uomo e natura e che nella sociologia borghese ha ricevuto una particolare attenzione da parte di Max Weber[i]) sia un legame di coesione sociale nella comunità (aspetto che rispecchia il rapporto tra uomo e società e che è stato al centro, sempre in àmbito sociologico, della ricerca di Émile Durkheim[ii]), e, in secondo luogo, che, in quanto oggetto di analisi dal punto di vista storico e politico, la religione che qui interessa è quella istituzionale, comprendente tre elementi indissociabili, costituiti da una teologia, da una liturgia e da una gerarchia.

Occorre poi distinguere con chiarezza, nell’àmbito della problematica inerente al rapporto tra religione e lotta di classe, tre diverse questioni, che a loro volta implicano ulteriori ramificazioni, e cioè, in primo luogo, il giudizio sul carattere oscurantistico della religione (di qualsiasi religione); in secondo luogo, la questione del rapporto tra Stato e religione sia nel periodo storico della lotta per abbattere lo Stato borghese sia nel periodo della costruzione del socialismo; in terzo luogo, la questione dell’atteggiamento del partito comunista verso la religione, laddove l’analisi dialettica individua anche in questo àmbito più ristretto l’esigenza di distinguere, all’interno delle attuali società multietniche e multiculturali, fra più religioni, individuando, ai fini della strategia, il loro comun denominatore, ma anche, ai fini della tattica, le loro differenze.

Nel primo quindicennio del Novecento, quindi durante il periodo della Seconda Internazionale, Lenin, quale capo della frazione bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, affronta per la prima volta e con ampiezza il problema religioso. In particolare, la necessità di delineare nell’aprile del 1909 la posizione dei deputati bolscevichi in occasione di un dibattito alla Duma di Stato spinge Lenin ad approfondire e formulare in termini generali la questione. Lenin, nell’articolo scritto per la rivista «Proletari», pubblicato nel mese di maggio di quell’anno, così delinea «l’atteggiamento del partito operaio verso la religione»[iii]. Egli parte dall’assioma del giovane Marx, secondo cui «la religione è l’oppio del popolo», e lo definisce «la pietra angolare della concezione marxista», aggiungendo, a scanso di equivoci che «tutte le religioni e le Chiese moderne, tutte le organizzazioni religiose d’ogni tipo sono sempre considerate dal marxismo quali organi della reazione borghese, quali mezzi di difesa dello sfruttamento e dell’abbrutimento della classe operaia». Nella netta affermazione di Lenin si avverte chiaramente l’eco del giudizio espresso da Marx ed Engels in un articolo della «Gazzetta Renana» pubblicato nel 1847, allorché, riferendosi ai «princìpi sociali del cristianesimo», osservavano che tali princìpi «hanno giustificato l’antica schiavitù, esaltato la servitù del Medioevo, ed acconsentono pure, in caso di bisogno, a propugnare la oppressione del proletariato, se anche con una cera un po’ piagnucolosa». I due cofondatori del socialismo scientifico sottolineavano poi, in un crescendo stroncatorio, che «i princìpi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest’ultima hanno solo il pio desiderio che la prima possa essere caritatevole […] pongono in cielo la compensazione di tutte le infamie… e giustificano perciò la continuazione di queste infamie sulla terra […] i princìpi sociali del cristianesimo predicano la viltà, il disprezzo di sé stessi, l’abiezione, l’asservimento, la sottomissione, in breve tutte le qualità della canaglia; e il proletariato che non vuol essere trattato come una canaglia, considera il suo coraggio, la coscienza di sé stesso e il sentimento della sua indipendenza come più necessari del pane». Lapidaria e degna di essere affiancata, per il suo valore paradigmatico, alla definizione della religione come “oppio del popolo” era, infine, la conclusione in cui culminava la requisitoria contro la mistificante dottrina sociale del cristianesimo, svolta dagli autori del Manifesto del partito comunista: «I princìpi sociali del cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario»[iv].

È vero, d’altra parte, che il giudizio di Lenin si colloca in un’epoca in cui esisteva un vero e proprio connubio tra le classi al potere e le gerarchie religiose delle varie chiese, organicamente integrate, come in Russia, nel blocco politico, economico e sociale della proprietà terriera, cementato, in virtù dell’assetto cesaropapista del cristianesimo orientale, dalla secolare identificazione fra la Chiesa e lo Stato. Tuttavia, anche su questo terreno, Lenin rifugge dal facile schematismo e, ammaestrato dalla lezione di Friedrich Engels, che aveva dedicato alla nascita e allo sviluppo del cristianesimo antico e dei movimenti religiosi protocomunisti una specifica attenzione, se da un lato definisce il carattere preminente di alienazione, che è proprio delle ideologie religiose, dall’altro riconosce anche la dialettica, ìnsita nel fenomeno religioso, per cui esso, a livello delle grandi masse, si configura, sì, come “espressione della miseria”, ma anche come “protesta contro la miseria”[v]. Grazie al riconoscimento del nesso dialettico tra alienazione e contraddizione, Lenin, seguendo le orme di Engels, è così in grado di individuare tanto la contraddittorietà dell’alienazione religiosa, quale si esprime storicamente in quei periodi e in quei movimenti religiosi in cui prevalgono la protesta, la spinta alla ribellione e la volontà di liberazione, quanto la schiacciante predominanza del carattere oppiaceo delle ideologie religiose in altri periodi e in altre manifestazioni in cui storicamente prevalgono l’accettazione passiva della miseria e dell’oppressione, nonché l’utilizzazione di questa passività da parte delle classi dominanti.

È quindi chiara la ragione, storicamente concreta, per cui Lenin dal giudizio sulla religione non deduce la necessità di inserire nel programma della socialdemocrazia quella esplicita professione di ateismo che, dopo la rivoluzione, sarà richiesta agli iscritti dal partito comunista russo (bolscevico) e codificata nel suo statuto. In effetti, esiste un’essenziale differenza tra la critica della religione condotta dall’illuminismo e da questo trasmigrata nell’anticlericalismo ottocentesco di matrice positivistica, per cui la religione è il prodotto mentale e psicologico di un imbroglio perpetrato dal “callidum genus sacerdotum” (l’astuta casta dei sacerdoti), sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio la credulità, le paure e l’ingenuità del popolo semplice e incolto (utilizzazione della religione, peraltro, sempre possibile e spesso comprovata), e la critica della religione condotta dal marxismo, per cui la religione si configura come un fenomeno sociale che deve essere superato estirpandone le radici ed eliminandone le cause, connesse inestricabilmente ai rapporti di produzione esistenti nelle società divise in classi antagoniste. Riprendendo la lezione contenuta nella sesta tesi marxiana su Feuerbach[vi], Lenin afferma che «lottare contro la religione» significa «spiegare materialisticamente l’origine della fede e della religione nelle masse». Al primo posto occorre dunque collocare la lotta per estirpare le radici ed eliminare le cause storico-sociali della religione, lotta che richiede una elevata coscienza di classe, dalla quale soltanto può sgorgare, in questo come in altri campi ove è in gioco la conquista dell’egemonia politica e ideologica sulle larghe masse, l’azione rivoluzionaria della classe operaia. Questa impostazione, che è poi l’unica corretta, permette in tal modo di sbarazzare il campo da tutte le formulazioni eclettiche e compromissorie, quando non apertamente capitolazioniste, con cui nel nostro paese il moderno revisionismo, da Togliatti a Berlinguer, ha cercato, prima di abbandonarla definitivamente, di annacquare, deformare e mistificare la posizione marxista di Lenin.

Dal canto suo, il grande pensatore e rivoluzionario russo così scrive nell’articolo da cui abbiamo preso le mosse: «La propaganda atea della socialdemocrazia [propaganda che è dunque parte integrante della funzione educatrice del partito comunista – Nota nostra] deve essere subordinata al suo compito fondamentale, ossia allo sviluppo della lotta di classe delle masse sfruttate contro gli sfruttatori». In altri termini, Lenin, distinguendosi così dagli anarchici come dagli anticlericali borghesi di impronta illuministica, fa del grado di maturazione delle masse, delle forme di sviluppo della lotta di classe, degli obiettivi che essa concretamente si pone, il criterio-guida dell’indirizzo pratico che occorre perseguire e realizzare, e concepisce quindi la propaganda atea come una subordinata della lotta di classe, che i comunisti debbono escludere dal loro intervento politico allorché essa agisce come fattore di divisione e non di unificazione delle masse dando spazio al prete e alla reazione, «i quali non desiderano nulla di meglio, che di poter sostituire la divisione degli operai in base alla loro partecipazione allo sciopero con una divisione in base alla fede in dio». Non meraviglia pertanto che chi, come Lenin, ha affermato a chiare lettere che “l’analisi concreta della situazione concreta è l’anima viva, l’essenza del marxismo”, asserisca altrettanto nitidamente che, proprio perché deve essere un materialista dialettico, il marxista deve svolgere la sua propaganda contro la religione non in modo astratto e predicatorio, «ma in concreto, sul piano della lotta di classe», evitando sia l’anarchismo sia l’opportunismo, sia l’estremismo della “frase scarlatta” (direbbe Gramsci) sia la rinuncia ai princìpi per non “spaventare” le masse: «Il marxista – sottolinea Lenin, invitando ad essere tattici rispetto all’analisi – deve sapere tener conto di tutta la situazione concreta» (laddove è da notare la pregnanza logico-storica dei due termini chiave che compaiono in questa raccomandazione: “tutta” e “concreta”).

D’altra parte, come si è chiarito all’inizio del presente articolo, la questione del rapporto tra Stato e religione (non va confusa con, ma) va tenuta distinta dalla questione dell’atteggiamento del partito comunista verso la religione. Il proletariato deve infatti affermare il principio secondo cui, rispetto allo Stato, la religione è un “affare privato” del singolo cittadino, il che significa affermare la separazione tra Stato e Chiesa, la libertà di coscienza, la libertà e l’eguaglianza di diritti per tutte le fedi religiose, così come per i convincimenti atei. In questo senso, il programma del partito comunista nella fase che precede la conquista del potere si situa lungo la linea della tradizione democratica e del conseguente indirizzo separatistico nel rapporto tra Stato e Chiesa, che fa pernio sulla rivendicazione dello Stato laico. Laddove tale indirizzo è diverso sia rispetto a quello concordistico, in cui, come accade nel nostro paese, la Chiesa cattolica detiene sostanzialmente il monopolio della religione, sia rispetto a quello cavourriano post-unitario della “libera Chiesa in libero Stato”, sia rispetto a quello statunitense, riassumibile nella formula “libere Chiese in libero Stato”, sia rispetto a quello cesaropapista affermatosi in Russia e, più in generale, nel cristianesimo orientale. È invece una posizione squisitamente opportunista affermare che la religione sia un “affare privato” nei confronti del partito, anche se proprio nel testo leniniano che abbiamo posto al centro di questo articolo si afferma che, a condizione che ne accetti il programma, un prete può essere membro del partito. In realtà, non vi è alcuna contraddizione tra le due tesi, poiché nessuna di esse va intesa come una verità assoluta, che sussiste indipendentemente dalle specifiche condizioni storiche e dalla specifica composizione di classe in cui il partito del proletariato si trova ad operare. La risposta di Lenin, che nulla concede all’eclettismo deteriore, è ancora una volta materialistica e dialettica: «Si pone spesso, per esempio, la questione se un prete possa esser membro del partito socialdemocratico, e di solito a tale questione si risponde, senza alcuna riserva, affermativamente, richiamandosi all’esperienza dei partiti socialdemocratici europei. Ma questa esperienza è nata non solo dall’applicazione del marxismo al movimento operaio, ma anche da particolari condizioni storiche dell’Occidente, che non esistono in Russia… per cui una risposta incondizionatamente affermativa in questo caso è inesatta»[vii]

Dal canto suo, Engels non aveva mancato di criticare l’opportunismo dei socialdemocratici tedeschi, che dichiaravano la religione “affare privato” proprio nell’epoca del ‘Kulturkampf’ bismarckiano, ossia nell’epoca in cui l’anticlericalismo borghese cercava di distogliere le masse operaie dai loro effettivi interessi di classe, trascinandole sul terreno della lotta contro la religione[viii]. In Russia, invece, quando Lenin scriveva l’articolo sull’atteggiamento del partito comunista verso la religione,   la situazione era diversa a causa della funzione politica e culturale particolarmente retriva e del peso preponderante che esercitava nella società e nell’economia la Chiesa ortodossa. Qui l’egemonia della classe operaia nella rivoluzione democratica doveva esprimersi anche a livello ideale, oltre che a livello economico e politico, e tradursi in una lotta vigorosa contro ogni residuo medievale e perciò anche contro la “vecchia religione ufficiale”. Laddove Lenin, ribadendo ciò che aveva già esposto nel Che fare?,[ix] sottolinea energicamente la natura ideologica del partito di classe e la sua concezione del mondo alternativa tanto alla cultura borghese quanto alla cultura di derivazione feudale. È implicita, in tutta la elaborazione di Lenin concernente il problema del rapporto tra la religione e la lotta di classe, una precisa distinzione tra Stato e partito, che va salvaguardata nella fase che precede la conquista del potere, così come nella fase che segue alla conquista del potere, quando, fra i compiti che il partito deve assolvere, vi è anche quello che va sotto il nome di rivoluzione culturale e ideologica. Così, lo Stato doveva affermare, insieme con la libertà di coscienza, il suo carattere laico e aconfessionale, distinguendosi perciò, nella fase della rivoluzione democratica in cui Lenin operava, dalla Chiesa ortodossa, allora Chiesa ufficiale di Stato, e da ogni altra religione. Al contrario, il compito permanente che è proprio del partito comunista era allora, ed è ancor oggi, quello di garantire l’autonomia politica e ideale della classe operaia, affermando una concezione del mondo alternativa a quella borghese, cioè il materialismo dialettico e storico, e dunque una posizione precisa verso la religione, elevando la coscienza filosofica e morale dei suoi iscritti e agendo con le armi della critica, del ragionamento e della convinzione per educare a tale concezione anche quei militanti che, pur professando una fede religiosa, hanno riconosciuto nel partito comunista, nel suo programma e nella sua battaglia lo strumento della loro emancipazione.

Eros Barone

Note:

[i] M. Weber, Sociologia della religione, a cura di Pietro Rossi, 4 voll., Edizioni di Comunità, Milano 2002.

[ii] E. Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa, Meltemi, Roma 1905.

[iii] Cfr. V. I. Lenin, Opere complete, vol. XV, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 381-391.

[iv] Cfr. la sezione dedicata alla Critica marxista della religione in I. Fetscher, Il marxismo – Storia documentaria – Filosofia Ideologia, Feltrinelli, Milano 1969, pp. 35-36. L’antologia curata dal Fetscher è particolarmente utile, grazie al suo impianto storico e sistematico, per un primo orientamento sull’intero arco delle questioni teoriche inerenti alle fonti di Marx, ai testi del medesimo e alla tradizione marxista che ne è scaturita. L’antologia comprende infatti, oltre al volume qui citato, altri due volumi, dedicati a Economia, sociologia e Politica.

[v] Vale la pena di riportare con una certa larghezza dalla sezione or ora citata per documentare la straordinaria pregnanza di queste enunciazioni rispetto al processo di elaborazione del materialismo storico, che vedeva Marx ed Engels seriamente impegnati, nel corso degli anni quaranta del XIX secolo, a “fare i conti con la [loro] anteriore coscienza filosofica” e quindi con i debiti contratti verso Hegel e verso la sinistra hegeliana, in particolare verso Feuerbach. I due fondatori del materialismo storico pervengono a questa “resa dei conti”, muovendo da due assunti chiave: a) che “il presupposto di ogni critica è la critica della religione”; b) che l’ateismo è la condizione di ogni autentico processo di liberazione umana. Alla luce di tali assunti si comprende il carattere fondativo che assume la critica marx-engelsiana della religione e la collocazione inaugurale ad essa giustamente attribuita nell’antologia curata dal Fetscher: «Il fondamento della critica irreligiosa è che è l’uomo a far la religione, e non la religione a fare l’uomo. La religione, in altre parole, è l’autocoscienza e la consapevolezza di sé dell’uomo che o non si è ancora conquistato o è già tornato a perdersi. Ma l’uomo non è una essenza astratta, che stia rannicchiata fuori del mondo. L’uomo è il mondo dell’uomo, lo Stato, la società. […] La miseria religiosa è in un senso l’espressione della miseria reale, e in altro senso la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di situazioni in cui lo spirito è assente. Essa è l’oppio del popolo. Togliere la religione, che è la felicità illusoria del popolo, significa avanzare l’esigenza della felicità reale di esso. L’esigenza di togliere le illusioni sulla propria situazione implica togliere una situazione che ha bisogno di illusioni. […] La critica ha strappato i petali dei fiori immaginari che coprivano la catena, e non perché l’uomo continui a portare una catena, e questa volta senza fantasia e senza consolazione, ma perché egli possa strappare la catena e cogliere fiori viventi». E proseguendo nella disamina stringente del meccanismo sociale che produce l’alienazione e in particolare l'”autoalienazione religiosa”, ecco che cosa scrive Marx nelle fondamentali Tesi su Feuerbach (1845): «Feuerbach risolve l’essenza religiosa nell’essenza umana. Ma l’essenza umana non è qualche cosa di astratto che risieda nel singolo individuo. Essa, nella sua realtà, è l’insieme dei rapporti sociali. […] Feuerbach non vede quindi che anche il “sentimento religioso” è un prodotto sociale e che l’astratto individuo che egli analizza appartiene ad una determinata forma sociale» (Fetscher, op. cit., pp. 33-34; ma cfr. anche, per l’apporto di Engels, le pp. 36-44). La definizione marxiana della religione come “oppio dei popoli” si attaglia soprattutto all’Occidente, mentre il ruolo che svolge attualmente l’ideologia religiosa nel fondamentalismo islamico (si pensi ad organizzazioni utili all’imperialismo e alla reazione, come l’Isis e Al-Qaeda) può essere paragonato, parafrasando Marx, a quello di sostanze psicotrope eccitanti come la cocaina. Quindi il fondamentalismo islamico come “cocaina dei popoli arabi”. D’altronde, proprio Marx ci insegna che «l’esigenza di togliere le illusioni sulla propria situazione implica togliere una situazione che ha bisogno di illusioni», cioè sradicare l’arretratezza, il feudalesimo, il sottosviluppo e la dipendenza dalle multinazionali, come si è tentato di fare in Afghanistan, in Libia, in Iraq, in Siria e in altri paesi del Medio Oriente per opera di forze rivoluzionarie e modernizzatici, prima che la ‘santa alleanza’ tra l’imperialismo e la reazione neomedievale travolgesse i regimi progressisti che avevano avviato radicali trasformazioni di “una situazione che ha bisogno di illusioni”.

[vi] Cfr. Tesi su Feuerbach in K. Marx – F. Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1969, pp. 185-190.

[vii] Cfr. nota 3.

[viii] Un ‘falso scopo’ analogo a quello attuato con il ‘Kulturkampf’ da una parte della borghesia tedesca per deviare la lotta di classe del proletariato dai suoi specifici obiettivi fu, nel periodo kruscioviano, la campagna ateistica promossa (non solo dal partito comunista ma anche) dallo Stato sovietico, la cui funzione era soprattutto quella di celare la natura controrivoluzionaria ed opportunistica della ‘destalinizzazione’.

[ix] Tra le diverse formulazioni con cui Lenin esprime ed articola il carattere alternativo dell’ideologia socialista rispetto all’ideologia borghese, può bastare per il suo rigore dirimente e per la sua icastica secchezza la seguente argomentazione: «Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento [come è noto, questa è la premessa maggiore del sillogismo da cui Lenin ricava la conclusione che “la coscienza socialista è un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno” – Nota nostra], la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una “terza” ideologia, e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese». Nello svolgere la sua argomentazione Lenin suppone che il lettore del Che fare? avanzi questa domanda: «Ma perché il movimento spontaneo…conduce al predominio dell’ideologia borghese?». Alla quale domanda il grande rivoluzionario e pensatore russo così risponde: «Per la semplice ragione che, per le sue origini, l’ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione».

Come Piketty sopprime la contraddizione da: www. resistenze.org

R.C.

20/07/2015

Già si è scritto sul libro di Piketty dall’altisonante titolo “Il capitale del 21° secolo”. Tuttavia la sua diffusione e il risalto che la sua uscita ha suscitato giustificano qualche considerazione aggiuntiva che smascheri l’obiettivo anticomunista dell’operazione conseguente a detta uscita.

L’apparato concettuale dell’intera pubblicazione si basa su una formula pomposamente chiamata “seconda legge del capitale” per cui tra il tasso di risparmio  del reddito nazionale s e il tasso di crescita dell’economia g sussiste la relazione β = s/g ove con β =K/Y si indica il rapporto tra capitale e reddito, detto anche nella letteratura rapporto del capitale. (1) (2) (3) Poiche, d’altra parte, vale quella che altrettanto pomposamente viene definita “prima legge del capitale” ossia α=r∙β ove α = quota dei redditi da capitale rapportata al reddito annuo ed r tasso di profitto, (4) si ha che α=r∙s/g da cui si nota che aumentando il divario tra r e g (con r > g) aumenta il coefficiente α e quindi la quota dei redditi da capitale.

Per esempio se r = 4%, g = 2%, s = 10%
α = 4∙10/2 = 20%

mentre se         r’= 5 %, g’ = 1%, s’=12%
avremo            α’ = 5∙12/1 = 60%

Ne consegue, attraverso le serie storiche e i dati disponibili (l’autore ne fornisce in abbondanza),  che l’epoca attuale (diciamo il tempo dall’ultimo decennio del secolo XX fino ad oggi), ricalcando il  XIX secolo fino al 1914, vede la concentrazione della ricchezza nelle mani del 10% e soprattutto dell’ 1% della società a discapito di una quantità crescente di individui che possiede sempre di meno o non possiede nulla. L’autore fissa infatti all’ 1% – 1,5% la crescita annua tendenziale del reddito per le società a capitalismo maturo con una tendenza verso 6 del rapporto capitale reddito, più o meno come nel 1800. Nel XX secolo, invece, gli sconvolgimenti di due conflitti mondiali e della crisi del ’29 avrebbero bruciato (in termini di valore, ma anche in distruzioni fisiche) enormi quantità di capitale, potendo dare origine nei paesi capitalistici sviluppati, nella seconda parte del secolo, ad un ciclo capitalistico trentennale con altissimi ritmi di crescita ed un rapporto capitale reddito limitato.

Questo arricchimento del decile e del centile superiore della popolazione a discapito della grande massa, dal momento che l’autore non parla mai della questione del potere detenuto nelle società capitalistiche, cioè della questione di classe e dei rapporti di forza in seno alla classe borghese dominante, comporterebbe un generico “rischio di democrazia” non meglio definito, contro cui porre rimedio.

Come? Attraverso la leva fiscale, mediante un’imposta progressiva sui capitali più elevati. Egli non si rende conto del carattere utopistico della sua proposta che incontrerebbe, a suo dire, solo ostacoli tecnici, come la mancanza di una mappatura internazionale dei capitali e della ritrosia alla collaborazione fiscale di determinati paesi (i paradisi fiscali). Mentre in realtà l’attuabilità o meno di una simile proposta non può prescindere dal suo carattere di classe, essendo un non senso che la borghesia imperialista, che oggi detiene il potere all’interno della più parte di alcuni raggruppamenti imperialistici, decida di tassare se stessa.

Di passaggio facciamo notare che per l’autore tale imposta sarebbe un toccasana anche per le finanze pubbliche, il cui debito ostacola, a suo dire, una serena definizione di “nuovi standard internazionali” dello stato sociale.

Questo, in breve sintesi, il contenuto del libro, in cui il lettore viene accompagnato da una gran quantità di dati e di grafici, ma dal contenuto unilaterale, per nulla dialettico. Sulla base di quale legge le società capitalistiche mature si assesterebbero su crescite dell’1% – 1,5% ? Sulla base di una constatazione storica, ci viene suggerito. A parte che un ricorso storico di per se non è una legge, un parallelismo con il secolo XIX, come fa l’autore, mi pare improponibile. E’ vero che tale secolo proponeva indici di crescita globalmente paragonabili con quelli attuali: ma si dimentica che più della metà della popolazione era impiegata in agricoltura, ossia in un settore statico, che si sarebbe movimentato solo verso la fine del ‘900 attraverso la meccanizzazione agricola. Come crescita di una società industriale l’indice di tale crescita nell’800 va per lo meno raddoppiato; ma va anche detto che la tendenza attuale ne è la metà, e che quindi un indice, seppur empirico, di capitalismo maturo non esiste. Se proprio si vuole parlare di tendenza, semmai questa è verso la stagnazione – che potrebbe però trasformarsi anche in recessione.

La questione, che l’autore evita accuratamente, poggia sull’analisi interna del ciclo capitalistico, ossia sul divenire dei rapporti di valore che stabiliscono la valorizzazione del capitale. Che cosa impedisce oggi lo sviluppo della produzione nelle società “capitalistiche avanzate”? Non certo la penuria dei mezzi di produzione che possono trasformarsi in capitale produttivo e tantomeno una penuria di proletari. D’altra parte il capitale sta delocalizzando dalle metropoli alle periferie, dove il costo del lavoro ed altri oneri sono più bassi, andando ad ingrossare, anche in tempo di crisi, il proletariato mondiale.

Senza girarci ulteriormente attorno la questione è quella della caduta del saggio di profitto. Perché il capitale, che pure avrebbe rendimenti del 5% – 6%, non investe in economia reale? Perché il saggio di profitto non è sufficientemente remunerativo. Detto meglio: il capitale investe in economia reale in quei posti dove il processo di valorizzazione consente rendimenti più elevati. Le crisi finanziarie come quella del 2008 (ma molti dicono che ce ne saranno delle altre), che l’autore non indaga, hanno poi delle ricadute nell’economia reale – e quindi sulla crescita – per effetto della restrizione del credito, dei licenziamenti di massa e della contrazione dei mercati, la qual cosa non è neutra rispetto ai citati processi di valorizzazione dei capitali. Data questa situazione il capitale finanziario preferisce accumularsi nella speculazione (sui titoli e sui derivati di borsa, sul settore immobiliare, sui “future”, sul debito pubblico degli stati) alimentando un capitale fittizio che moltiplica per decine di volte il reddito internazionale dell’intero pianeta. Un capitale che, le crisi finanziarie insegnano, è dotato di grande volatilità.

Ne consegue che gran parte del capitale che moltiplica per 5 o 6 volte il reddito nazionale dei paesi capitalistici avanzati, che si componga o meno – come dice l’autore – per metà di capitale immobiliare, ha esso stesso un carattere fittizio accentuato. Esso si fonda, come insegna Marx, sul fatto che somme di denaro esigibili definiscono un capitale di partenza, che materialmente o non esiste, o se esiste, come nel caso di una fabbrica o di un immobile, ne rappresenta un valore reale molto più piccolo, sulla base di un tasso d’interesse.

Esso potrebbe essere distrutto da una crisi finanziaria (ne abbiamo visto un caso notevole nel 2007) con conseguenze imprevedibili sull’economia reale alla quale fa saltare il credito, anche senza distruggere un solo mezzo di produzione – semplicemente distruggendo le condizioni per cui esso possa essere impiegato come capitale – o un solo immobile.

Di conseguenza tutto l’apparato teorico di derivazione keynesiana di Piketty trova il tempo che trova, o meglio si può applicare a categorie economiche che oggi riflettono solo con luce sbiadita la reale esistenza del capitale delle società imperialiste.

L’imperialismo, come fusione del capitale industriale col capitale bancario e con il dominio di quest’ultimo, con le sue politiche ed i suoi contrasti, è un’altra categoria che Piketty ignora. Il mondo che egli immagina è un mondo lineare, non diviso in zone d’influenza che rivaleggiano per accaparrarsi il profitto mondiale (quindi conflitti  per le materie prime e per i mercati di sbocco di merci e capitali).

Tantomeno l’Unione Europea è vista come raggruppamento imperialistico attorno all’asse franco-germanico. Sulla costruzione europea e la sua politica vi è una grave carenza analitica. Se il problema del debito di alcuni stati membri è di così facile soluzione, che basta adottare una o due imposte progressive sul capitale “una tantum”, perché allora esiste una troika che manda in giro letterine che prescrivono il taglio dello stato sociale, la “riforma” del mercato del lavoro, la “riforma” delle pensioni? E che accuratamente evita di prescrivere l’aumento delle tasse per i ricchi, semmai perorando una loro diminuzione?

La realtà è che le costruzioni di capitale fittizio di cui si nutre la struttura imperialista hanno dei rapporti intensi di derivazione – che qui non indaghiamo – con il capitale reale. Ciascun blocco imperialista ne è cosciente e rivaleggia con gli altri blocchi per creare le condizioni per la riproduzione del capitale reale, di cui il capitale fittizio si nutre. Come? Andando a colpire quello che gli economisti, anche di “sinistra”, nelle loro simulazione considerano sempre di meno fino a trascurarlo: il lavoro, il mondo del lavoro, la sua componente umana. Nessun blocco si basa su costruzioni fittizie che prescindono dal mondo reale. Nessun blocco ha idee migliori per l’immediato di quelle di comprimere il proprio proletariato ed i popoli soggiogati.

Ed è qui che Piketty completa la propria omissione. Già omette di trattare la questione del potere, dei gruppi dirigenti delle unioni imperialistiche. Egli completa l’omissione nascondendo il conflitto di classe che contrappone il proletariato alla borghesia, sia a livello locale che a livello globale. Egli omette di dire che il capitale è in crisi e che le crisi – malgrado si tenti di scaricarle  sui proletari – portano alla fine del capitale (mentre per lui il concetto di crisi è assente e per il divenire del capitale non è previsto alcun tramonto). Tantomeno Piketty considera che la crisi del capitale (che non vede) non è la fine della storia. Egli nemmeno immagina che la storia continua con un processo in cui gli sconvolgimenti non cesseranno se non con la presa diretta dei mezzi di produzione da parte del proletariato in nome dell’intera società. Così che essi, anziché essere catene per uno sviluppo ulteriore, gestiti secondo un piano, diventeranno gli elementi materiali per i libero ed illimitato sviluppo dell’umanità.

Note:

1) Ammettendo che il capitale K e il reddito Y crescano in proporzione dovrà essere Y/K = ΔY/ΔK, da cui ΔY =  (Y/K)∙ΔK Supponendo ora che l’aumento di capitale ΔK sia pari all’intero reddito risparmiato dalla società pari ad S avremo:

g = ΔY/Y = ΔK/K = (Y/K) ∙ (S/Y) = (1/β)∙s

2) Per una trattazione rigorosa e completa dell’apparato concettuale di Piketty si veda: “Quel capitale pericoloso: tutte le formule di Piketty” di Giorgio Gattei in www.economiaepolititica.itlavoro-e-dirittiuniversità-e-ricercaquel-capitale-pericoloso

3) Per la derivazione keynesiana dell’apparato concettuale di Piketty vedi anche l’11° del corso di economia politica presso codesto sito al paragrafo: teorie keynesiane del ciclo, pag 12. Ivi il coefficiente β è indicato con la lettera “b”.

4) α = profitti/reddito = (r∙K)/Y = r∙K/Y = r∙β

Dichiarazione congiunta di solidarietà col KKE-Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Firmatari in calce | kke.gr

17/07/2015

Cari compagni,

Noi, Partiti Comunisti e Operai stiamo seguendo gli sviluppi in Grecia, l’offensiva dell’Unione europea, del capitale e dei suoi rappresentanti politici contro i diritti dei lavoratori.

Noi, Partiti Comunisti e Operai abbiamo sostenuto le lotte dei lavoratori greci e abbiamo espresso la nostra solidarietà internazionalista e il sostegno alla lotta del KKE.

Per molti anni i governi di ND e del PASOK in collaborazione con UE-BCE-FMI hanno implementato protocolli e dure leggi antipopolari con gravi conseguenze per la classe operaia e gli strati popolari.

Oggi il terzo memorandum anti-popolare che è stato firmato con la Troika dal governo SYRIZA-ANEL, sostenuto da ND e PASOK, mantiene le misure antipopolari dei governi precedenti e impone nuovi oneri sui lavoratori greci, tassazioni insopportabili, l’abolizione dei diritti di sicurezza sociale e del lavoro, le riduzioni dei salari e delle pensioni, privatizzazioni, ecc., peggiorando ulteriormente la situazione delle famiglie della strati popolari.

Questi sviluppi consentono di trarre alcune conclusioni utili al fine di rafforzare la lotta del popolo, come ad esempio:

– Il capitalismo non può essere umanizzato. Esso genera crisi, disoccupazione e povertà. In realtà, è stato dimostrato che ogni tipo di gestione del sistema acuisce i problemi del popolo e aumenta i profitti del grande capitale.

– L’UE è un un’organizzazione reazionaria e imperialista. “Democrazia”, ​​”Solidarietà” e giustizia sociale non possono esistere all’interno del suo quadro.

Noi, Partiti Comunisti e Operai che firmiamo questo messaggio, apprezziamo la posizione decisa, coerente del KKE al fianco della classe operaia, del popolo greco per l’abolizione del memorandum, contro l’accordo anti-popolare firmato dal governo SYRIZA-ANEL (e gli altri partiti politici borghesi) con la Troika (UE-BCE-FMI).

I nostri partiti salutano la lotta dei comunisti in Grecia per i diritti dei lavoratori, il rovesciamento della barbarie capitalista, per il socialismo.

Partiti firmatari:

1. CP of Albania
2. CP of Australia
3. Party of Labour of Austria
4. Algerian Party for Democracy and Socialism (PADS),
5. CP of Bangladesh
6. CP of the Workers of Belarus
7. Brazilian CP
8. CP of Britain
9. CP of Bulgaria
10. Party of the Bulgarian Communists
11. Union of Communists in Bulgaria
12. CP of Canada
13. CP in Denmark
14. UCP of Georgia
15. Workers’ Party of Hungary
16. Workers’ Party of Ireland
17. Socialist Movement of Kazakhstan
18. CP of Luxembourg
19. CP of Macedonia (FYROM)
20. CP of Malta
21. CP of Mexico
22. Popular Socialist Party of Mexico
23. NCP of the Netherlands
24. CP of Pakistan
25. Palestinian CP
26. Phillipinese CP [PKP-1930]
27. CP of Poland
28. Russian CWP
29. CP of Soviet Union
30. NCP of Yugoslavia
31. CP of Slovakia
32. South African CP
33. CP of the Peoples of Spain
34. Galizan Movement for Socialism
35. Syrian CP
36. CP (Turkey)
37. Union of Communists of Ukraine
38. Party of Communists USA
39. Freedom Road Socialist Organization (USA)
40. CP of Venezuela

La dichiarazione è aperta per ulteriori firme di altri partiti

Morte dei migranti nelle campagne, Flai-Cgil: “Gli imprenditori del settore fanno finta di niente” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Imprenditori sordi alle nostre denunce. La Flai Cgil fa sentire la sua voce dopo la morte del migrante sudanese, probabilmente per infarto, ieri nelle campagne leccesi. “È da maggio che come sindacati – si legge in una nota – sollecitiamo Anicav e Aiipa, le rappresentanze degli industriali della trasformazione del pomodoro e del conserviero, ad attivarsi congiuntamente con il sindacato per predisporre tutti gli interventi necessari atti ad evitare l’utilizzo della manodopera irregolare e lo sfruttamento di migliaia di lavoratori in tutte le aree del Sud Italia. Ma nulla si muove”.La Cgil ricorda che comunque è stato firmato un anno fa un protocollo dove si diceva a chiare lettere che nella fase di coltivazione e raccolta del pomodoro fresco si riscontravano fenomeni di caporalato e utilizzo illegale di manodopera, nonché pratiche di dumping contrattuale con importanti ricadute nella competizione tra operatori. Allora, le parti assunsero la decisione di attivare in prossimità della campagna del pomodoro, tavoli tecnici presso le Prefetture dei bacini di riferimento del pomodoro, al fine di intensificare i controlli e stroncare il caporalato”.
Ma da allora nulla è cambiato, avverte il sindacato dei lavoratori agroalimentari Cgil: “Le aziende industriali della trasformazione: La Doria spa, Princes Industrie alimentari, Franzese spa, Giaguaro spa, La Rosina, Pancrazio spa, Conserve Italia, Mutti e ecc. sono consapevoli di quanto sta avvenendo nei luoghi della raccolta del pomodoro? La campagna del pomodoro 2015 ancora da avviarsi completamente sarà la campagna dello sfruttamento, dei rapporti irregolari, dello schiavismo, di truppe di caporali che mortificano il lavoro e piegano i diritti umani alle loro convenienze e più complessivamente alle convenienze di imprenditori agricoli senza scrupoli”.

“Denunciamo con forza l’indifferenza delle associazioni imprenditoriali – sottolinea il sindacato nella nota- le quali dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze commerciali che derivano da questa insensibilità. Il problema si risolve in maniera semplice: non accettate pomodoro raccolto con lo sfruttamento dei lavoratori, negate il mercato alle imprese agricole irregolari”. “Le organizzazioni dei produttori Agriverde, OP Mediterraneo, Apo Foggia, Assofruit, che fanno per debellare il fenomeno? Nulla, tacciono, prendono ingenti finanziamenti dell’Europa, dallo Stato e dalle Regioni. Forse è arrivato il momento di affermare un principio: prendi i finanziamenti che competono se attui norme rigorose sul conferimento dei prodotti agricoli e del pomodoro da parte dei soci se gli stessi dimostrano che la raccolta l’hanno effettuata con manodopera regolare e con tariffe salariali contrattuali”, sottolinea ancora la Cgil. “La campagna 2015 del pomodoro è già iniziata con un morto nei campi a Nardò in provincia di Lecce. La Flai Cgil, tutte le sue strutture, non arretreranno di un centimetro: attiveremo tutte le istituzioni, tutti gli enti preposti alla sicurezza e al rispetto della dignità umana, affinché venga debellato il fenomeno dello sfruttamento e dello schiavismo della manodopera nella raccolta del pomodoro e nei processi di trasformazione industriale”, conclude la Flai.