Un socialismo possibile: La via cubana alla pianificazione centralizzatada: www.resistenze.org – popoli resistenti – cuba – 09-07-15 – n. 552

Mario D’Acunto *

data….

L’ attuale fase caratterizzata dalla crisi strutturale del Capitalismo che si è manifestata in modo massiccio a partire dalla crisi finanziaria del 2007-08 ha riportato all’attenzione del dibattito politico ed economico internazionale l’attualità delle analisi di Karl Marx, prontamente abbandonate all’indomani del crollo dell’URSS e del blocco di paesi che si riconoscevano nel cosidetto socialismo reale. Tuttavia Marx è stato recuperato da scuole di pensiero keynesiamo e neo-keynesiamo solo parzialmente, in genere solo in termini di critica delle dinamiche di produzione capitalistiche. Poco o nulla si è detto dell’attuazione delle idee di Marx in pratica, cioè nello strumento della Pianificazione Centralizzata.

In Italia, anche tra le fila dei comunisti e della sinistra di classe, a molti, sentire parlare oggi di Pianificazione Centralizzata, può  sembrare di essere proiettati indietro nel tempo allo scontro tra capitalismo e socialismo reale che ha caratterizzato la storia del Ventesimo secolo. Invece lo strumento della Pianificazione Centralizzata non solo è lo strumento fondamentale per un processo di fuoriscita da una società capitalista e quindi una transizione verso un a società socialista, ma è una pratica politica ed economia attuata e portata avanti a Cuba con una straodinaria partecipazione di massa e con un esempio che gran parte del continente Americano ha cominciato a perseguire, seppure con  risultati completamente insufficienti, a partire dal Venezuela di Chavez e, in parte, la Bolivia di Morales.

In questo articolo ripercorriamo brevemente i passaggi che hanno permesso a Cuba, immediatamente dopo la Rivoluzione del 1959, di mantenere vivo lo strumento della pianificazione centralizzata quale pratica economica e sociale di applicazione del socialismo.  Per pianificazione centralizzata si intende la pianificazione tipica di un paese socialista, vale a dire: (I) il predominio della proprietà collettiva dei mezzi di produzione fondamentali e del credito; (II) orientamente generale dell’economia verso la massimizzazione del benessere sociale della popolazione; a differenza della pianificazione decentrata che caratterizza ad esempio i paesi capitalisti in cui sono le strategie di massimizzazione del profitto delle multinazionali che impone ai paesi le politiche economiche e sociali generalmnte caratterizzate da tagli allo stato sociale e privatizzazioni delle imprese e dei servizi.

Il ruolo di Cuba e dei comunisti nella crisi mondiale rientra in un dibattito, che pertanto, trascende le modeste dimensioni dell’isola e della sua economia rispetto alla scala planetaria.

Alcuni cenni alla storia della pianificazione cubana

Al momento della Rivoluzione, nel 1959, la scena economica e sociale di Cuba era caratterizzata dalla completa dipendenza dall’imperialismo nordamericano che controllava il 25% dei terreni agricoli, con una massiccia disoccupazione e sottoccupazione superiore a qualsiasi altro paese centro e sudamericano. Le merci accessibili ad una fetta esigua della popolazione erano per lo più importate, per ogni dollaro di produzione lorda si importavano tra i 25 e i 28 centesini (1).

La pianificazione economica realizzata a Cuba negli anni successivi alla Rivoluzione è stata avviata in un contesto economico caratterizzato dalla monocoltura della canna da zucchero (che rappresentava un quarto del PIL cubano e i quattro quinti delle esportazioni) e sull’allevamento del bestiame. Le principali misure attuate da Fidel Castro ed Ernesto Che Guervara riguardavano principalmente la nazionalizzazione di molte imprese, la riforma agraria e la partecipazione dei lavoratori ai profitti almeno nella misura del 30%, investimenti in infrastrutture minime come la costruzione di case, la creazione di un sistema sanitario pubblico e di un sistema scolastico. Si cercò anche di recuperare le ricchezze trafugate dal corrotto governo Batista.

Negli anni in cui Che Guevara fu Ministro dell’Economia, si ebbero due diverse concezioni di pianificazione che si identificavano nei sostenitori del sistema di calcolo economico (in particolare utilizzato in URSS e basato sulla autogestione finanziaria dell’unità di produzione) e i sostenitori di un sistema preventivo di finanziamento (tra cui Che Guevara che immagina un sistema molto più pratico per Cuba che partiva da zero nell’applicazione dei metodi di pianificazione) (2). In particolare quest’ultimo sistema fu adottato da Che Guevara per il rilancio dell’industria creando un unico fondo per tutto il sistema industriale del paese.

E’ da notare come, differentemente dal sistema sovietico, il modello cubano si caratterizzasse già dall’inizio, come un modello che metteva al centro della economia socialista non solo l’aspetto di crescita economica, ma di crescita umana, e quindi la grande attenzione al sistema scolastico (oggi Cuba pur avendo solo il 2% della popolazione del Centro- Sud-America, ha l’11% dei ricercatori) e al sistema sanitario (è internazionalmente noto che il sistema universalistico sanitario cubano ha standard tra i migliori del mondo),

Il primo piano economico adottato a Cuba, dal 1961 al 1965, ebbe come principale obiettivo quello di trasformare l’economia cubana da una economia essenzialmente agricola a una economia industrializzata e indipendente; per capire come mai si arriva a questo ambizioso obiettivo occorre citare alcuni fondamentali avvenimenti. Il 3 gennaio 1961, gli USA troncano ogni relazione diplomatica con Cuba e nel successivo mese di marzo pubblicano una lunga lista di articoli e di medicinali che non potevano essere inviati a Cuba, e il 3 febbraio 1962, gli USA stabiliscono il blocco totale dei rapporti. Questa chiusura degli USA, spinge sempre più Cuba verso un rafforzamneto dei rapporti con l’URSS e il campo socialista dell’Est Europa. All’elaborazione del primo piano economico (il 1962 è definito l’anno della Pianificazione), che prevedeva tra l’altro l’aumento delle entrate annuali del paese dell’8%, e l’accrescimento del livello di consumo della popolazione di circa il 30%, contribuiscono anche diversi economisti stranieri, come il polacco Michael Kalecki, il cileno Jacques Chonchol, il messicano F. Noyola e il francese Charles Betelheim.

Il secondo modello di piano economico che va dal 1965 al 1970, si basa sull’obiettivo di arrivare a una produzione di 10 milioni di tonnellate di zucchero e di sviluppare l’allevamento di bestiame e la produzione di alimenti con la necessità di realizzare un surplus economico di circa 400 milioni di dollari tramite la vendita di zucchero all’URSS. Questo obiettivo non viene raggiunto e così il piano che va dal 1971 al 1975 deve cercare di rettificare ai mancati obiettivi del piano precedente, che portano come conseguenza un deficit commerciale e un certo tasso inflazionistico, ma anche divisioni sociali. In questo periodo Cuba entra nel COMECON e cerca di rafforzare il sistema scolastico come perno per ridurre le divisoni sociali, e viene previsto, per la prima volta in forma istituzionale, la partecipazione dei lavoratori alla fase di discussione e controllo del piano nelle varie unità produttive a partire dall’anno 1975.

Il periodo che va dal 1976 al 1990 è caratterizzato da una maggiore industrializzazione dell’industria di base, siderurgia, metallurgia, meccanica, industria chimico-petrolifera della gomma, del vetro, dei minerali, metalli e dei materiali da costruzione. Nei primi anni ’80, la produzione di zucchero (e la relativa capacità di macinatura) aumenta del 12% stabilizzandosi intorno agli 8 milioni di tonnellate. E’ interessante notare che in questo periodo il ciclo di trattamento dello zucchero elimina il consumo di petrolio, e tutte le centrali elettriche si basano su un sistema molto efficiente di generazione dell’energia elettrica  basata su impianti a vapore. In questo lungo periodo si segnalano diversi significativi successi tra cui la crescita dell’industria leggera del 108%; la vendita al dettaglio del 20%, il commercio estero cresce del 65%, con la costante condizione che le importazioni superano le esportazioni, mediamente del 70% al 60%. La pesca incrementa con un tasso di crescita annua del 5% circa, raggiungendo quasi un milione di tonnellate di pesce. Cominica ad affermarsi una qualche forma di turismo.

Con la caduta del muro di Berlino e il crollo dell’URSS e del campo socialista europeo, la situazione cambia drasticamente, inizia il periodo special. Per capire cosa succede nel biennio 90-91, basti pensare che il PIL si riduce del 30% su base annua, e questa riduzione perdura fino al 1994, quando si manifestano i primi segnali di ripresa. Per tutti gli anni ’80, oltre l’85% degli scambi commerciali di Cuba sono rivolti verso l’URSS e il campo dei paesi socialisti, di questi scambi, il 10% sono materie prime e alimentari, il 32% macchinari e il 34% combustibili. Solo per dare un’idea, le importazioni di combustibile dall’URSS passano dalle 13 milioni di tonnellate del 1989, a 1.3 milioni di tonnellate del 1992, esattamente un decimo.

Nella fase difficile del periodo special, Cuba riesce ad evitare un crollo politico e sociale, grazie ad una politica di razionamento delle risorse cercando di garantire una alimentazione minima a tutta la popolazione. Malgrado i grandi sforzi in questa direzione, si calcola che circa 50mila cubani abbiano subito danni gravi per malnutrizione. Per cercare di garantire una autosufficenza alimentare, si cambiano colture e si dedicano i terreni, che prima erano impiegati per la produzione di zucchero, alla coltura di cereali e all’allevamento per la produzione di carne e di latte. Si introducono molte riforme con l’obiettivo di trasformare l’economia introducendo alcuni meccansimi di mercato, per consentire decentramenti nella gestione di alcune imprese e aperture al capitale straniero per gli investimenti soprattutto nel settore turistico (si pensi che solo nel 1994 si istituisce per la prima volta un ministero del turismo). Il monopolio statale sul commercio viene abolito e si incentiva lo sviluppo di un sistema cooperativistico per favorire l’iniziativa privata soprattutto in agricoltura.

Nel 1995 viene promulgata la legge che riguarda gli investimenti stranieri, lo scopo è di attrarre investimenti stranieri mantendo però un controllo maggioritario delle imprese. Gli investimenti stranieri possono riguardare tutti i settori economici con l’esclusione di tre settori considerati strategici: sanità, educazione e difesa. Sempre nel 1995, si avviano delle microimprese legate al turismo, essenzialmente case e ristoranti. Nel 1996 si registrano diversi risultati importanti quali una crescita del 8% dell’industria manifatturiera, nell’industria dello zucchero, 33%, in quella siderurgica, 33% e del nichel 25% nelle costruzioni, 21%. Tuttavia il peso del turismo nella crescita economica  è molto alto e questo comporta diversi problemi negli equilibri salariali tra i diversi settori legati al turismo che guadagnano decisamente molto più di tutti gli altri lavoratori e lo sviluppo di un’economia sommersa.

Le sfide attuali

La storia recente, a partire dal 2000, è caratterizzata da un processo di perfezionamento della pianificazione, e condizione necessaria è l’accelerazione dei ritmi di crescita e di efficienza. Per fare questo occorre trovare una giusta combinazione tra la pianificazione centralizzata e la indispensabile partecipazione popolare (contrariamente a quanto ci ha insegnato l’esperienza sovietica, le due cose non sono in contraddizione). La pianficazione dell’economia nazionale passa sia attraverso la pianificazione per rami e settori produttivi, sia con la creazione di comuni aree di scambio extra-nazionali come prevede l’ALBA (3). Nella situazione attuale Cuba può vantare scambi commerciali con oltre 170 paesi di cui 14 sono davvero rilevanti, Venezuela, Messico, Brasile e Bolivia, principalmente, ma anche Spagna, Italia, Germania, Russia, Cina, Vietman e Giappone.

Cuba è nelle condizioni di costruire un suo cammino nella pianificazione socialista tenendo conto del quadro macroeconomico e formulando una sua proposta a partire dalle condizioni nazionali, secondo la lezione di Gramsci, sempre di grande attualità nell’isola caraibica. La Rivoluzione cubana affronta oggi uno dei suoi momenti più complessi, dove la necessità di applicare delle trasformazioni sul piano economico sono condivise da chi elabora i piani economici e da estesi settori della società. Un aspetto cruciale di questi cambiamenti riguardano la domanda: fino a che punto si può rinnovare il modello di gestione economico senza oltrepassare la soglia dei principi o colpire l’essenza di un sistema difeso per quasi 60 anni. Sicuramente l’utilizzo delle leve economiche e dei meccanismi di mercato dovranno aumentare, così come aumenteranno gli stimoli materiali e salariali, abbandonando relazioni troppo assistenzialistiche ed egualitarie. Raul Castro nell’ultimo congresso ha detto che  “il socialismo è parità di diritti e di opportunità per tutti i cittadini, ma non è egualitarismo”.

Tra il popolo cubano non ci sono assolutamente fasce di miseria, ma ci sono ovviamente necessità diversificate, e chi ha CUC (soprattutto i settori produttivi più prossimi ai flussi turistici) può permettersi di comprare alcuni prodotti, non quelli di prima necessità che sono assolutamente garantiti a tutta la popolazione, ma prodotti di lusso o comunque di seconda necessità, con più facilità. Anche nella transizione socialista è sempre la materialità delle condizioni in cui si vive che determina il livello di coscienza, quindi nonostante il grande lavoro del sindacato, del Partito, del Governo, delle istituzioni, il mantenimento forte dell’educazione di base e dell’educazione superiore e culturale, con la doppia circolazione di moneta si sono costituite sacche e ceti privilegiati, e tutto ciò ha provocato alcune condizioni socio-economiche interne negative per Cuba.

Inoltre l’abbandono delle campagne e dell’agricoltura, in particolare quelle con non ottimali macchinari e tecnologie, e con salari non ai livelli di altri settori produttivi, la durezza e la inadeguatezza, a causa dell’impossibilità dovuta al blocco, ad effettuare gli adeguati investimenti per migliorare ottimizzando le condizioni della distribuzione, del commercio, hanno contribuito ad uno spostamento forte verso i settori dei servizi e verso il turismo. Visto che la coscienza sociale, la coscienza di classe, non si determina per imposizione, per decreto, ma sono i processi stessi che formano nel lungo periodo la coscienza, si sta fortemente agendo culturalmente e con una corretta informazione partecipata per agire, migliorandoli sempre con una maggiore consapevolezza socialista, sui fattori soggettivi tra i lavoratori e anche nei quadri intermedi del Partito per cambiare la mentalità, per superare le forme di resistenza passiva, e alcune forme di propria disorganizzazione della vita lavorativa e sociale collettiva.

Del resto, anche per i motivi contraddittori socio-economici precedentemente esposti, si sono verificate diseguaglianze sociali con alcuni che si sono arricchiti anche indebitamente (si pensi al mercato nero dei prodotti agricoli, a piccoli traffici illegali, alle mille forme per acquisire individualmente e illecitamente valuta, si tratta in ogni caso di perdite di entrate per lo Stato che non passando chiaramente per l’economia formale, e quindi per le casse dello Stato, non possono trasformarsi in investimenti sociali, in miglioramenti sociali a carattere universale).

Ciò si accompagna allo storico drammatico problema del blocco la cui soluzione non è certo in mano ai cubani, ma sempre imposto dai governi statunitensi, e le recenti aperture di Obama sono ancora tutte da valutare nella loro reale portata. Il blocco economico statunitense, la crisi internazionale, la scelta forzata di realizzare valuta attraverso il turismo, è chiaro che tutto ciò provoca difficoltà e nodi nella transizione al socialismo, delle contraddizioni nel processo rivoluzionario, poiché come tutti i processi è naturale che anche quello cubano viva le proprie contraddizioni muovendosi sul cammino sempre del loro superamento a volte difficoltoso, e che spesso appaiono quasi irrisolvibili in una dimensione in cui non esiste, come ai tempi dell’URSS e del Comecon, un blocco internazionale socialista di riferimento.

Malgrado queste sfide enormi e le soluzioni a volte contraddittorie, le scelte politiche economiche e sociali cubane sono attualmente di esempio per tutto il continente Centro e Sud-Americano, e la valenza delle trasformazioni che avvengono a Cuba, vanno ben oltre le dimensioni dell’isola caraibica.

Bibliografia

1) L. Vasapollo, Il Tocororo e l’Uragano, Zambon editore, 2011.

2) L. Vasapollo, A. Jam, E. Echevarria, Che Guevara economista, Jacabook, 2007.

3) http://www.nuestra-america.it/index.php/it/rete-difesa-umanita/item/419-il-socialismo-è-in-cammino-con-l’alba-dei-popoli-dalle-ande-al-mediterraneo

* Mario D’Acunto, Centro Iniziativa Politica-Culturale Comunista “Antonio Gramsci” di Pisa

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: