Cara di Mineo, Salvi alla Commissione Antimafia: «Possibili infiltrazioni mafiose ma nessun collegamento col terrorismo» da: setteemezzo

ph.Il Sette e Mezzo

Dagli avvisi di garanzia per l’accusa di turbativa d’asta partiti dalla Procura di Catania alla collaborazione con la Procura di Caltagirone; dagli appalti oggetto di inchiesta alla delineazione di «una finalizzazione al consenso elettorale di molte delle attività», all’«ipotesi di infiltrazioni mafiose». E poi un accenno alla vicenda Catania Calcio e a quella relativa all’editore e direttore de La Sicilia Mario Ciancio e il suo tesoro in Svizzera. Sono i temi che il Procuratore della Repubblica del Tribunale di Catania Giovanni Salvi, che oggi 15 luglio, si è insediato alla Procura Generale di Roma, ha illustrato, lo scorso 7 luglio, in audizione alla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali.

Sono questi alcuni dei passaggi significativi di Salvi sulla faccenda del Cara di Mineo che lasciano trapelare come il lavoro delle Procure da Roma a Caltagirone, passando per Catania stia districando una matassa fatta di intrecci che, dalla politica al business del e sul sociale sino alla malavita,  si sono avvantaggiati e hanno corroborato un sistema che sino a qualche mese fa, prima che esplodesse l’inchiesta “Mafia capitale” sembrava impenetrabile:

«Le perquisizioni hanno portato a individuare parecchie circostanze d’interesse, insieme all’attività di indagine che è stata fatta in correlazione. Mi riferisco soprattutto a esami di persone informate sui fatti. La cosa forse più significativa è la collaborazione con la procura di Roma, che ci sta consentendo di rileggere il molto materiale che la Procura aveva accumulato negli anni alla luce del patrimonio che abbiamo oggi».

«Devo dire che a seguito delle perquisizioni e degli atti che stiamo compiendo anche questi aspetti si ricollegano con i primi, soprattutto nel delineare una finalizzazione al consenso elettorale di molte delle attività. Credo che questa sia la parte per noi più significativa rispetto alle acquisizioni romane».

«Abbiamo anche individuato contatti tra soggetti che possono fare riferimento a cosa nostra, sui quali lavoreremo. … Emergono, come in tutti i casi di questo genere, interessi a trarre profitto da un grande flusso di denaro pubblico che attira sempre un interesse delle organizzazioni criminali  … Credo che questo sia molto importante come discrimine. Quindi, per il momento procediamo anche nell’ipotesi di infiltrazioni mafiose, ma emerge l’infiltrazione più che il controllo di queste attività».

Nella parte successiva dell’incontro Giovanni Salvi rispondendo alle domande di alcuni membri della Commissione ha spiegato il rapporto di collaborazione con la Procura calatina di Giuseppe Verzera e la valutazione degli elementi in possesso per definire se sarà opportuno dividere delle competenze ma al momento – ha detto Salvi – «stiamo lavorando insieme», ha poi precisato che il lavoro si sta svolgendo «con molta cautela per evitare che persone generose facciano la fine dei mascalzoni che se ne sono approfittati», per «cercare di capire dove si è operato con generosità, magari facendo anche qualche forzatura per rispondere all’esigenza di ricoverare improvvisamente 4.000 persone che arrivavano dalla sera alla mattina da chi ha approfittato, facendo in maniera che convergessero verso Catania per poter alimentare il flusso del denaro che veniva al Cara di Mineo».

Dalla lunga audizione, estrapoliamo, a beneficio dei lettori, la parte relativa al Cara di Mineo. Sull’affaire Cara, infatti, nel momento in cui lascia la Procura etnea per quella romana, quello di Salvi non è stato un addio: dalla sede di Roma, titolare dell’inchiesta madre su Mafia Capitale il neo Procuratore capitolino avrà certamente modo di tornare sulla questione da un altra visuale, portando con sé il bagaglio preziosi di conoscenze acquisito a Catania. «Il lavoro che ha fatto la Procura sulla vicenda del CARA di Mineo è ancora in corso – ha dichiarato Salvi – ma credo che darà qualche frutto».

Ph. Coordinamento Consiglieri del Calatino

L’OTTICA SICILIANA SU MAFIA CAPITALE – Salvi insiste proprio sulla posizione privilegiata con cui l’ottica “siciliana” gli ha consentito di leggere le carte dell’inchiesta romana. «Molte cose, infatti, non erano state individuate in quanto il ROS e la Procura di Roma avevano un obiettivo diverso, che era quello delle vicende romane nelle quali il discorso del Cara si inseriva certamente ad incastro, ma un po’ dall’esterno». Un lavoro complesso di rilettura in chiave siciliana degli atti e delle intercettazioni della Procura romana che richiederà tempi lunghi. «I tempi di questo lavoro non sono brevi – chiarisce il Procuratore – perché stiamo procedendo alla rilettura del materiale che già conoscevamo, ma non nella sua integralità. Infatti, ci erano stati trasmessi le informative e gli atti fondamentali, ma una cosa è leggere il lavoro fatto con la finalizzazione dell’autorità che investigava con il suo filone, un’altra è rileggerlo con l’ottica che interessa a noi. Vengono, comunque, fuori cose interessanti. Dunque, non credo – ripeto – che i tempi siano brevi anche perché è stato acquisito parecchio materiale nel corso delle perquisizioni e si deve lavorare su questo».

Rispetto alla precedente audizione in Commissione del 15 gennaio scorso, in cui lo stesso Procuratore ammette di aver dato «delle indicazioni abbastanza generali, non voglio dire generiche», stavolta Salvi è più dettagliato. «Questo aspetto – chiarisce – non è più coperto nemmeno da un profilo di segretezza in quanto portato a conoscenza delle persone nei cui confronti si procede», con riferimento al provvedimento articolato di perquisizione e agli avvisi di garanzia nei confronti dei sei nomi eccellenti indagati per turbativa d’asta: assieme al faccendiere Luca Odevaine, il Sottosegretario all’Agricoltura Giuseppe Castiglione; Giovanni Ferrera direttore del Consorzio dei comuni “Calatino Terra d’Accoglienza”; Anna Alosi, presidente del Consorzio dei Comuni e Sindaco di Mineo; Paolo Ragusa presidente del Consorzio Sol. Calatino e Aurelio Sinatra Sindaco di Vizzini e presidente dell’assemblea dei sindaci del Consorzio “Calatino Terra d’Accoglienza”.

«Le perquisizioni – rivela Salvi – hanno portato a individuare parecchie circostanze d’interesse, insieme all’attività di indagine che è stata fatta in correlazione. Mi riferisco soprattutto a esami di persone informate sui fatti. La cosa forse più significativa è la collaborazione con la Procura di Roma, che ci sta consentendo di rileggere il molto materiale che la Procura aveva accumulato negli anni alla luce del patrimonio che abbiamo oggi».

Ph. Giusi Scollo

I BANDI “FOTOCOPIA” – Il ramo etneo dell’inchiesta si è incentrato sugli appalti. «Questo complesso di nuove investigazioni – spiega Salvi – ci consente di avere il quadro che credo conosciate perché vi abbiamo trasmesso, se non erro, il provvedimento di perquisizione che è ampiamente motivato, nel quale si dà atto della successione nel tempo dei diversi provvedimenti assunti per la gestione del Cara, che indicano la costruzione fotocopia dei bandi, in merito alle caratteristiche delle società che si dovevano occupare del bando. Ora, a questo quadro, stiamo aggiungendo gli elementi informativi ulteriori, individuando le responsabilità personali dei diversi soggetti».

Salvi chiarisce che, a questo proposito, vi sono “due profili completamente diversi che si vanno a intersecare”: «il primo è quello della gestione degli appalti che individuano Mineo come luogo dove costituire il CARA; il secondo riguarda la fase di gestione successiva, quella che determina una serie di altri appalti – effetti a catena – che non riguardano più Catania, ma Caltagirone perché concernono, appunto, la gestione concreta del Cara con il consorzio di comuni che era deputato a gestirlo».

«ATTIVITÀ FINALIZZATE AL CONSENSO ELETTORALE» – Un altro filone d’indagine, che ha ricevuto nuova luce a seguito delle perquisizioni e dell’attività investigativa, cerca di delineare una finalizzazione al consenso elettorale di molte delle attività legata al Cara menenino. «Credo – spiega Salvi – che questa sia la parte per noi più significativa rispetto alle acquisizioni romane. Quindi, i profili che valuteremo al termine di questo lavoro sui rapporti tra i bandi originari e la gestione concreta vanno entrambi in quella direzione».

Sull’eventualità che possa configurarsi la fattispecie del voto di scambio politico-mafioso, Salvi è più prudente, ma non la esclude. «Per ora – aggiunge -, la contestazione è quella della turbativa d’asta. Certamente, nel momento in cui consolideremo questo lavoro si porrà il problema del 416-ter e in relazione a come concretamente sarà disciplinato potremo vedere l’efficacia o meno delle modifiche che sono state introdotte. Al momento, non sono in grado di dirlo. Mi pare che non dovremmo avere problemi particolari nelle contestazioni».

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LE INFILTRAZIONI DI COSA NOSTRA – Alla domanda sulle possibili commistioni o collusioni con Cosa Nostra, Salvi, nella parte non secretata e resa pubblica, rivela: «Abbiamo anche individuato contatti tra soggetti che possono fare riferimento a Cosa Nostra, sui quali lavoreremo. Alcuni sono stati individuati solo molto di recente, ma mi sembra importante indicare – questa forse è la cosa per voi più rilevante – che da questo non emerge un condizionamento diretto di quelle attività da parte delle organizzazioni criminali siciliane, intendo in particolare cosa nostra catanese e del Calatino. Emergono, come in tutti i casi di questo genere, interessi a trarre profitto da un grande flusso di denaro pubblico che attira sempre un interesse delle organizzazioni criminali, ma non ancora, per noi, il fatto che queste attività siano controllate da organizzazioni criminali. Credo che questo sia molto importante come discrimine. Quindi, per il momento procediamo anche nell’ipotesi di infiltrazioni mafiose, ma emerge l’infiltrazione più che il controllo di queste attività».

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«BUONO IL RAPPORTO CON CALTAGIRONE» – Il presidente della Commissione Bindi chiede come si sta procedendo nel rapporto tra le tre Procure di Roma, Catania e Caltagirone. «Con Caltagirone – dichiara Salvi – abbiamo un buon rapporto di collaborazione, ma indubbiamente c’è una sorta di alternativa perché all’inizio Caltagirone ha iniziato a occuparsi in via praticamente esclusiva del problema CARA, visto che lì venivano commessi i reati ipotizzati. Noi – chiarisce – abbiamo legato la fase della gestione, attraverso l’articolo 61, comma 2, cioè i reati finalizzati l’uno a commettere, e all’articolo 81 del codice penale, al primo degli appalti che è stato deliberato a Catania, quindi abbiamo attratto questa parte degli appalti».

«Ora, però – ammette il Procuratore -, sta emergendo dalle indagini un collegamento anche con quella parte che, invece, era certamente di competenza di Caltagirone, per cui stiamo lavorando insieme. Alla fine di questo lavoro valuteremo quale parte rimane di competenza di Caltagirone e quale parte è attratta da noi. Spero che questo avvenga in buon accordo, ma al momento stiamo lavorando insieme».

Ph. Andrea Annaloro

«DISTINGUERE I GENEROSI DAI MASCALZONI» – Su un aspetto Salvi insiste: «Per distinguere i buoni dai cattivi, quindi il bianco dal nero, bisogna, però, comprendere che si è effettivamente determinata una gravissima situazione di emergenza. Infatti, da una presenza nel territorio del distretto di poche migliaia di migranti perché la maggior parte arrivavano ad Agrigento o in Calabria, improvvisamente Catania si è trovata a essere il centro del fenomeno migratorio. Nel 2013, quando complessivamente sono arrivati 42.000 migranti sul territorio nazionale, una parte considerevole di questi arrivò a Catania. Nel 2014, vi è stato il salto definitivo perché, su circa 170.000 migranti, 100.000 sono arrivati nel distretto di Catania. Quindi, quasi due terzi di tutti i migranti che sono arrivati in Italia via mare sono arrivati nel distretto di Catania.

Questo ha reso molto difficile la situazione perché si viveva nella continua emergenza. Questo, come spesso accade, è anche l’humus migliore perché proliferino coloro che campano sull’emergenza per fare illeciti. Come linea guida della Procura di Catania, cerchiamo di essere molto cauti nel valutare le posizioni per cercare di capire dove si è operato con generosità, magari facendo anche qualche forzatura per rispondere all’esigenza di ricoverare improvvisamente 4.000 persone che arrivavano dalla sera alla mattina – così avveniva – da chi ha approfittato, facendo in maniera che convergessero verso Catania per poter alimentare il flusso del denaro che veniva al Cara di Mineo».

«Vi è, per noi, – conclude – la necessità assoluta di lavorare con molta cautela per evitare che persone generose facciano la fine dei mascalzoni che se ne sono approfittati. Questo, per noi, è un impegno morale, prima ancora che della nostra capacità di lavorare, perché solo chi ci è stato in questi anni può capire che cosa accade quando arrivano improvvisamente nel porto, che non è attrezzato, 1.000 persone bisognose di assistenza, che non si vogliono fare fotoidentificare e che, invece, bisogna identificare e non si sa dove mandare, con centinaia di minori e così via».

Ph. Andrea Annaloro

MIGRANTI: LAVORO NERO MA NON TRAFFICO DI ESSERI UMANI – Dalle indagini non emerge uno specifico traffico di esseri umani. «Non credo – afferma Salvi – che al Cara di Mineo vi sia un traffico di esseri umani. Da questo punto di vista, abbiamo fatto molte indagini soprattutto per quello che riguarda i minori, con molte misure cautelari, ma che non hanno riguardato strettamente Mineo». Vi sono altre forme di illecito, «per esempio, vi è uno sfruttamento del lavoro nero che avviene in varie zone del ragusano dove ci sono le coltivazioni, ma anche della provincia di Catania».

«Recentemente – continua il Procuratore – abbiamo arrestato degli imprenditori per lo sfruttamento selvaggio di manodopera di immigranti. Abbiamo avuto vari episodi di pessimo trattamento di minori, in un caso abbiamo anche arrestato un educatore che abusava di alcuni di loro. Abbiamo il terribile fenomeno della scomparsa di minori, che non è però collegato a una tratta, ma, a mio parere, a una gestione di sfruttamento della migrazione. Ci sono, infatti, organizzazioni che aiutano i minori a raggiungere i familiari, i parenti o gli amici nei paesi del nord Europa».

Mancano «prove o elementi seri che indichino che queste persone siano state utilizzate per lo sfruttamento sessuale, lavorativo o di altro genere». «Certamente, però – aggiunge Salvi –, se un minore di 13,14 o 15 anni si allontana da un centro, noi non sappiamo che fine fa. Un unico caso in cui abbiamo trovato dei minori che erano tenuti sequestrati era legato al pagamento della seconda tratta del viaggio. Abbiamo arrestato le persone che li tenevano sequestrati, ma non mi è sembrato un fatto di sequestro per finalità diverse. È emerso che aspettavano il pagamento e li tenevano lì finché non arrivava».

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«Il CARA, UN LIMBO INACCETTABILE» – Salvi quindi affonda il bisturi nel nocciolo della questione. «Il Cara di Mineo – afferma con decisione – non è un luogo di detenzione. È un posto dove non si dovrebbe rimanere quattro anni. Questa è la verità. Di questo abbiamo parlato tante volte. Il vero problema è la durata eccessiva del procedimento delle Commissioni e delle nostre procedure. Anche l’autorità giudiziaria ha, infatti, delle responsabilità notevoli. Pensate che ora a Catania si riesce a fissare la prima udienza dei procedimenti per il riconoscimento dello status al 2016, ma stiamo parlando ancora del 2013 e dell’inizio del 2014, il che vuol dire che queste persone graveranno sulle casse dello Stato e su loro stessi, perché questi poveretti dovranno stare in questo limbo inaccettabile, perché non possono lavorare, studiare, avere una vita sociale, vagano nelle campagne cercando di fare qualcosa o l’elemosina per anni, mentre dovrebbero starci per poco tempo. Ecco, se non interveniamo su questo, i costi diretti e indiretti sono enormi».

«Mi rendo conto – aggiunge Salvi, quasi a mettere le mani avanti, perché ci si inoltra nella palude insensata delle lungaggini burocratiche- che sto parlando un po’ troppo. Comunque, la conclusione su quel punto è che sono necessari interventi che consentano di abbreviare questa parte, anche a normativa invariata. Considerate che Catania, per esempio, ha avuto improvvisamente 3.000 procedure pendenti di riconoscimento dello status in primo grado, quindi in tribunale. Queste vanno a gravare sulla I sezione civile che già era allo stremo. Per questo loro non possono fissare se non nel 2016. Non perché non vogliono, ma perché hanno i ruoli pieni. D’altra parte, ci saranno rinvii perché l’Avvocatura dello Stato dovrà dare il parere; bisognerà acquisire il parere di quegli altri, sapere se sono vere o meno le giustificazioni addotte. Insomma, passeranno mesi e anni e poi si andrà in appello. Questo ha un enorme costo diretto e indiretto».

Non è quello del Procuratore il solito cahier de doléances sulla lentezza delle Commissioni territoriali, spesso usato e abusato come comodo alibi per eludere altri problemi e responsabilità. L’affondo di Salvi è reciso e tagliente: «Questo è il vero problema del Cara, che poi consente lo sfruttamento da parte di chi ha interesse che duri. Infatti, ogni migrante costa 34 euro al giorno, se non ricordo male. Pertanto, pensate quali costi enormi questo determina».

ph. Romina Pace

IL CONTRASTO AL TRAFFICO DI MIGRANTI – Il lavoro della Procura della Repubblica etnea è stato quello del contrasto al traffico dei migranti, che è diverso dal traffico di esseri umani. Un terreno che abbisogna di maggior chiarezza sia dal punto di vista della definizione giuridica, sia da quello della delimitazione delle competenze e ambiti di intervento e da quello del coordinamento internazionale. «Abbiamo – chiarisce Salvi – avviato un lavoro molto importante. Infatti, legando la Convenzione di Palermo, e quindi la definizione di crimine transnazionale, con la Convenzione di Montego Bay, che riguarda l’esercizio di poteri in alto mare e le potestà di controllo da parte degli stati nazionali, con la Convenzione di Londra sul soccorso in alto mare e con la nostra normativa interna, per la prima volta in maniera riconosciuta come legittima dalla Cassazione, dopo una prima difficoltà di accettare questa nuova prospettazione, abbiamo molte decisioni favorevoli della Corte di cassazione che ci consentono di intervenire in alto mare. Siamo riusciti, dunque, a punire non solo gli scafisti, che a noi interessano poco, ma soprattutto i trafficanti con ottimi risultati».

Ma i problemi permangono e sono enormi. La Procura etnea, rivela Salvi, ha chiesto all’Egitto l’estradizione dei tre capi, non soggetti intermedi, di due diverse organizzazioni criminali, una delle quali è responsabile del volontario affondamento di un’imbarcazione con più di 200 persone a bordo, di cui sono sopravvissute solo undici persone. I migranti si erano rifiutati di salire sulle barche più piccole perché insicure, e i trafficanti hanno ordinato l’affondamento della nave su cui erano in attesa di essere sbarcate, determinando la morte di almeno 200 persone. Ma l’Egitto ha rifiutata l’estradizione, «affermando che il suo ordinamento non prevede il reato di traffico di migranti perché questi reati sono puniti con una pena contravvenzionale. Ecco, – è l’amara conclusione – penso che questo possa essere un terreno importante perché frustra quello che abbiamo fatto».

Infine un’anticipazione di una notizia che non è ancora nota, ma non più segreta: «abbiamo chiesto il giudizio immediato per il capitano e per il suo assistente per l’affondamento dell’imbarcazione che il 18 aprile ha provocato centinaia di morti, probabilmente più di 800. Non sapremo mai i dati esatti. Il recupero che si sta facendo ne indica già alcune centinaia. Ve ne sono circa 70 fuori, 90 li avevamo identificati nella prima ispezione; poi ci sono quelli all’interno della nave e tutti quelli che sono andati dispersi. Abbiamo chiesto il giudizio immediato e abbiamo chiuso anche qui in tempi molto brevi le indagini».

Ph. Giuliana Buzzone

«NESSUN COLLEGAMENTO COL TERRORISMO» – Sull’allarme terrorismo, Salvi getta acqua sul fuoco sulle facili generalizzazioni, pur invitando a stare in guardia: «fino a questo momento – chiarisce nettamente – non abbiamo prova del fatto che i barconi siano utilizzati per portare combattenti islamici. Non c’è nessun elemento in questo senso». A suo avviso, più realisticamente, i veri due elementi di rischio sono altri.
«Il primo – spiega – è che non vi siano combattenti, cioè terroristi che vengono fatti filtrare appositamente; tuttavia, tra le tante persone ve ne saranno molte che si sono radicalizzate in zone di conflitto e che, quindi, arrivate in Europa possono diventare oggetto di reclutamento anche attraverso internet. Questo è un pericolo significativo che comporta la necessità di identificare le persone che arrivano, come peraltro previsto dagli strumenti internazionali. Il secondo rischio molto serio è che la Libia utilizzi la rotta, ovvero che le organizzazioni terroristiche libiche fondate territorialmente, il cosiddetto «Stato islamico» possano utilizzare la rotta Libia-Italia sia come fonte di finanziamento, sia come strumento di pressione politica nei confronti dell’Europa. È, pertanto, molto importante che si riesca a intervenire, più che a distruggere i barconi, a stabilizzare la Libia e ad avere degli interlocutori affidabili».

Su questo fronte occorre lavorare per consentire meglio l’attività di prevenzione e indagine già sulle navi. «In passato, Triton [in realtà Mare Nostrum, ndr] ci aiutava molto perché consentiva la presenza a bordo delle navi delle nostre squadre di polizia, quindi iniziavamo le indagini sin da quando il migrante soccorso saliva sulla nave e si procedeva subito a selezionare i soggetti pericolosi o comunque di interesse, a cominciare a fare le interviste, a individuare come erano arrivati; se c’erano numeri di telefono utili, se si potevano avviare le intercettazioni telefoniche. Così si guadagnavano quei due, tre giorni che in un’indagine possono essere importanti».

«Proprio in questi giorni – conclude Salvi – stiamo lavorando come Procura di Catania per raggiungere un accordo. Abbiamo sollecitato Frontex e le nazioni che operano in questa nuova attività di frontiera ad accogliere questa metodologia. Domani abbiamo un incontro alla Direzione nazionale antimafia al quale parteciperà la Marina militare e nel quale affronteremo sia questo problema, cioè modalità standard di lavoro anche da parte delle altre Marine, non solo da parte della nostra che sta facendo un lavoro egregio, sia il tema della possibile repressione di eventuali fenomeni di attacchi terroristici nei confronti delle navi impegnate in operazioni di salvataggio, cosa che è prevedibile e che richiede, oltre alla reazione e alla risposta meramente militare, anche la necessaria interlocuzione con le procure della Repubblica. È un quadro molto complesso che spero domani possiamo cominciare a chiarire».

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Resoconto stenografico dell’audizione del Procuratore Giovanni Salvi.

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