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Sommario Anno XV Numero 1 – 2015 N72

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LEGGI TUTTO…

 

Mafia, corruzione, un sistema criminale integrato che si rafforza nel rapporto reciproco in nome degli affari e della gestione del potere. E’ questo l’inquietante scenario che si presenta dopo anni di inchieste ed indagini. In passato uomini coraggiosi, da Scaglione al prefetto dalla Chiesa, per citarne alcuni, con il loro lavoro avevano forse già intuito quello che successivamente Falcone ha chiamato “gioco grande”. Oggi, grazie all’impegno di altri magistrati, si inizia non solo a conoscere i nomi dei “collusi”, ma anche a capirne i ruoli, a scoprire patti e tornaconti, a comprendere la vera natura di questo rapporto.
Di tutto ciò parliamo in questo numero, “Se fosse Stato”, dove si analizzano pezzi di storie apparentemente slegate tra loro ma che in realtà hanno un denominatore comune.
E’ quanto viene descritto nelle interviste ai pm Giuseppe Lombardo e Nino Di Matteo.
Il processo trattativa Stato-mafia, le indagini ancora in corso, gli scandali di Mafia capitale, le inchieste sul fronte calabrese mettono in evidenza l’esistenza di un livello “altro”, fatto di figure “invisibili”, pronte a speculare sulla vita dei popoli per trarre il maggior profitto possibile. Nel mezzo poi ci sono tante verità mancate, dalle stragi alla morte di Attilio Manca. Eventi criminali figli di una convergenza di interessi tra poteri. A chi giova? Cosa c’è dietro? Sono alcune delle domande a cui si cerca di dare risposta nei vari approfondimenti.

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SE FOSSE STATO

editoriale
Gli invisibili, i veri capi della mafia
di Giorgio Bongiovanni

le inchieste: la metamorfosi mafiosa
Droga e appalti: nell’operazione Verbero gli affari di una Cosa nostra che non muore
di Aaron Pettinari

Roma, la vecchia faccia della nuova mafia
di Pietro Orsatti

Calogero Mannino, storia del “prequel” della “Trattativa”
di Aaron Pettinari

Massimo Ciancimino e l’attendibilità “parziale” ma “significativa”
di Aaron Pettinari

Ecoreati, a chi giova questa legge?
di Francesca Mondin e Miriam Cuccu

Attilio Manca: silenzi e omissioni che uccidono
di Luciano Mirone

i dossier: dietro le quinte
Corsi e ricorsi storici
di Giuseppe Lo Bianco

Di Matteo: “La lotta alla mafia non è una priorità neanche per la magistratura”
di Lorenzo Baldo

‘Ndrangheta, Cosa nostra e il sistema criminale integrato
di Giorgio Bongiovanni

Good morning America!
di Anna Petrozzi

Il “Doppio livello” e gli “ibridi connubi” evocati da Giovanni Falcone
di Stefania Limiti

Una storia che non vende
di Anna Vinci

Strage di Pizzolungo: prove di trattativa
di Michela Gargiulo

terzomillennio: uno sguardo sul mondo
Le ragioni della Russia e l’economia ucraina
di Giulietto Chiesa

scuola: imparo l’alternativa
Terre in rivolta: quando i sogni diventano realtà concrete
di Sara Donatelli

Se tre giorni cambiano la vita
di AMDuemila

Ai sognatori
di Miriam Cuccu

libri: leggo, so e penso
Collusi
di Nino Di Matteo e Salvo Palazzolo

Oro bianco
di Antonio Nicaso e Nicola Gratteri

Lettera a un figlio su Mani pulite
di Gherardo Colombo

Sola con te in un futuro aprile
di Margherita Asta e Michela Gargiulo

Cento passi ancora
di Salvo Vitale

Attacco all’Ucraina
di AA. VV.

Diario
di Letizia Battaglia

Complici
di Sandro Provvisionato e Stefania Limiti

Sulle ginocchia
di Franco La Torre

Prima Pagina Donne (6-12 luglio 2015) Merkel, Lagarde, protagoniste significative nelle scelte sulla Grecia e l’Europa, le donne nelle parole di Papa Francesco, in America Latina, la mamma del bimbo morto nell’ascensore della metro di Roma, Prospery dalla Libia a Palermo da: ndnoidonne

Prima Pagina Donne (6-12 luglio 2015)

Merkel, Lagarde, protagoniste significative nelle scelte sulla Grecia e l’Europa, le donne nelle parole di Papa Francesco, in America Latina, la mamma del bimbo morto nell’ascensore della metro di Roma, Prospery dalla Libia a Palermo

inserito da Paola Ortensi

Prima Pagina Donne 15 (6-12 luglio 2015)

Ogni settimana quando inizio a scrivere mi domando se sia importante fare il più ampio elenco possibile delle donne in evidenza o/e delle vicende che le hanno riguardate nella settimana presa in considerazione o se sarebbe più utile soffermarsi selezionando poche protagoniste più significative ed approfondendo il senso delle loro vicende. Il dubbio, su cui mi interesserebbe anche avere un opinione delle lettrici o magari lettori di questa rubrica, rimane, e nel frattempo, di volta in volta cerco di usare il buon senso sull’importanza, anche simbolica, delle notizie da riportare. In un filo diretto, allora, con la settimana passata e con “la stagione” che coinvolge il futuro politico della Grecia nell’Unione Europea ma più seriamente l’Unione Europea in prima persona s’impone sottolineare il ruolo ma ancor di più il comportamento della Cancelliera Angela Merkel. La donna che rappresenta oggi il paese più forte d’Europa e che nel silenzio degli ultimi giorni sembra mostrare, mai in modo così evidente, la difficoltà di esprimere la sua personale opinione che sembrerebbe protesa ad “aiutare” la Grecia e l’opinione che deve difendere rispetto al sentire e agli interessi del popolo tedesco la cui dura intransigenza è rappresentata in prima persona dal ministro tedesco delle finanze Schaeuble.

Un gioco delle parti che, non è difficile immaginare, come, in Germania, rimandi alla leadership politica nel paese rispetto alle elezioni che ci saranno. Sono ore decisive quelle che stanno scorrendo e non posso che augurarmi che la Cancelliera riesca a far prevalere la linea che vuole davvero tenere la Grecia nell’Unione e quindi l’Unione Europea come prospettiva riconfermata. L’indiscutibile segno politico dei comportamenti della Merkel trova un interessante confronto con l’altra donna significativa di questi giorni: Christine Lagarde direttore del Fondo Monetario Internazionale ovvero la finanza, le risorse economiche a servizio delle strategie politiche e degli interessi ed equilibri nello scacchiere internazionale dei paesi più forti con gli Stati Uniti in testa. Penso non sia azzardato dire che mai nella politica occidentale due donne sono state così determinanti e sono oggi alla prova, in quanto come è ovvio i ruoli sono determinati anche dalla personalità, capacità e professionalità di chi li interpreta. Mentre l’Unione Europea vive giorni difficili e decisivi per il futuro, catalizzando fortemente l’attenzione dei media e “ delle borse”; Papa Francesco visita ben tre paesi dell’America Latina: Equador, Bolivia e Paraguay. E in ogni discorso, di fronte a moltitudini di persone, pieno di verità e indicazioni pesanti che girano attorno ai problemi veri di quelle terre ma sempre generalizzabili a tutto il mondo, il Papa accenna, anzi, parla costantemente delle donne come grandi portatrici di valori di pace, equilibrio e speranza. Principi che il Papa sottolinea costantemente fino a riconoscere in Paraguay alle donne il merito del mantenimento della pace in quel paese dopo la fine della dittatura. Ed è ancora in Paraguay che riceve le figlie della donna alle cui dipendenze in Argentina lavorò appena diciassettenne da cui molto imparò, secondo quanto ha detto lui stesso, e che per la sua attività e credo politico divenne una delle desparecidos sotto la dittatura dei generali argentini.

Il costante richiamo del Papa alle donne, spesso affiancato e anche parametrato al ruolo di Maria nella chiesa, che di situazione in situazione, di argomento in argomento e di paese in paese viene da lui sempre più frequentemente ripreso, articolato e approfondito, sarebbe interessante e proficuo potesse essere considerato, raccolto e discusso da donne che in contesti laici della politica, sociali, culturali, del femminile hanno da tempo fatto motivo di impegno e promozione. Soffermarsi su protagoniste importanti o su di un femminile sottolineato a ben alto livello non ci allontana da episodi che qui in Italia sono avvenuti nel nostro paese e che hanno il diritto, mi viene da dire, di essere richiamati non solo per il fatto in sé ma per l’incredibile somma di emozioni e riflessioni che comportano.

A Roma, mamma Francesca perde il suo bimbo Marco di 4 anni nel vuoto dell’ascensore di una stazione della metropolitana. Una tragedia senza fine, che mette in mora la funzionalità dei servizi di una città, la capitale d’Italia, che ha indetto il lutto cittadino per il funerale del piccolo, e la generosità di chi ha tentato di risolvere il problema di un ascensore, che teneva prigionieri la mamma e Marco, divenuto arroventato e quasi senza aria; una persona che oggi si sente distrutta e colpevole, di una madre disperata che non accusa ma è insieme al papà di Marco ripiegata in un dolore senza speranza, di gente che vuole esprimere in ogni modo la propria vicinanza e di quell’ascensore in quella stazione della metro ha fatto con fiori e piccoli pupazzi il luogo, della pietà e della solidarietà.

Una solidarietà che dobbiamo raccontare anche rispetto ad una nuova vicenda legata allo sbarco dei disperati che in un esodo senza limiti arrivano in Sicilia. In un gommone da 10 posti 130 esseri umani hanno attraversato il mare dalla Libia all’Italia riuscendo a vederne morire dieci tra cui la mamma incinta di Prospery, una piccola di poco più di due anni che il suo papà è riuscito a salvare tenendola alta fra le sue braccia, perché non fosse travolta e schiacciata e passandola ai marinai della nave che li ha salvati, sentendosi disperato di non poter salvare anche sua moglie . Ancora una volta la vita salvata di una piccola creatura, diviene simbolo di vita e di speranza che in quello che appare un esodo biblico si faccia strada la luce di un futuro degno di essere vissuto. Una speranza che intanto speriamo possa divenire una realtà per Prospery e il suo papà.
Alla prossima settimana……….

| 11 Luglio 2015

I dannati del mare da:www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 09-07-15 – n. 552

Daniela Trollio * | nuovaunita.info

giugno 2015

Nel novembre 1989, al suono delle fanfare di tutto l’Occidente ‘democratico’, cadeva il “Muro” per antonomasia, quello di Berlino.  Sono passati 26 anni e, nel mondo, di muri ne sono stati eretti più di una ventina: muri di filo spinato, di cemento, di sabbia e pietra, contornati da fossati, elettrificati, guardati a vista da soldati che sparano…

I più conosciuti sono quelli tra Stati Uniti e Messico (dove le “schiene bagnate” centro-americane cercano di entrare nella terra promessa del dollaro), quello tra Israele e Cisgiordania, la barriera di Ceuta e Melilla in Marocco: Ma ve ne sono altri meno noti, come quello recente tra Bulgaria e Turchia eretto per fermare i profughi siriani, quello tra l’Oman e gli Emirati Arabi, quello tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, quello tra la Tailandia e la Malaysia e via dicendo.

Ogni anno migliaia di persone perdono la vita per oltrepassare questi muri.

Ma, secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR), il muro più mortale – fatto d’acqua e non di terra –  è il Mediterraneo, il mare nostrum.

Nel 2014, secondo l’Agenzia, nel mondo sono morti 4.272 migranti e ben 3.419 di questi in quel cimitero  d’acqua che è diventato il Mediterraneo. Fino a questo mese di maggio 2015 sono morti nelle nostre acque 1.750 migranti, 30 volte di più dello stesso periodo del 2014.

Da anni di discute, almeno in Europa, del problema dei migranti, e via via che la crisi economica si fa sempre più pesante, sembra che questo sia il nostro problema principale. Frontex, Eulex e sigle varie, proposte di militarizzazione del mare, bombardamento degli scafisti… vuote parole che vogliono nascondere due realtà fondamentali, che riguardano da vicino non solo le decine di migliaia di uomini, donne e bambini che cercano di sfuggirvi ma anche noi, qui nella ‘fortezza Europa’: la rapina imperialista e la guerra.

Prima ti saccheggio …..

Già, la rapina imperialista, cominciata ben prima delle guerre “umanitarie” che hanno sconvolto l’Africa.  Dopo gli anni ’60 e la caduta dei regimi coloniali, l’Africa è stata terreno di una nuova ri-colonizzazione fatta a colpi di accordi commerciali che avevano il fine di riguadagnare il terreno perduto  con meccanismi diversi da quelli dell’occupazione militare diretta (anche se poi sarebbero stati ripresi anche questi, vedi Iraq, Mali, Libia per citare gli ultimi esempi).

Tali accordi si basano su un principio ben chiaro: modulare le economia dei paesi africani secondo le necessità del capitale europeo e nordamericano. Questi accordi prevedono, in sostanza, la vendita delle materie prime ad un costo inferiore a quello di mercato e l’abolizione dei dazi di importazione. L’ultimo di questi accordi, firmato tra Unione Europea e 15 stati dell’Africa Occidentale e chiamato APE (la sigla in francese dell’Accordo di Associazione Economica) proibisce – ad esempio – l’imposizione dei dazi sugli 11.900 milioni di euro di prodotti importati dalla UE nel 2013 (la Francia, grazie alla sua eredità coloniale, è la testa di ponte dell’imperialismo europeo in questa zona). Ciò significa che l’agricoltura di sussistenza locale  di questi paesi si trova a competere – per così dire, meglio sarebbe ‘soccombere’ – con l’agricoltura industriale europea. Risultato: la rovina completa di decine di migliaia di piccoli agricoltori e delle loro famiglie.

Come diceva a proposito dell’America Latina il grande scrittore uruguayano Eduardo Galeano, anche l’Africa “ha la disgrazia di essere ricca” di materie prime e di grandi estensioni di terre.

Da  anni le multinazionali, sostenute dalle elites politiche locali, espellono gli abitanti per impadronirsene: basta il più vago sospetto della presenza di petrolio o di minerali necessari all’industria occidentale, o la possibilità di impiantare piantagioni per la produzione di bioetanolo ed ecco che decine di migliaia di persone vengono private, con le buone o più spesso con le cattive, delle loro case, delle loro terre e dei loro mezzi di sostentamento. Zimbabwe, Uganda, Namibia, Mozambico, Mali, Nigeria, Tanzania… sono solo alcuni degli esempi.

L’anno scorso l’Inghilterra ha destinato 600 milioni di sterline – denaro dei contribuenti inglesi – ad ‘aiuti allo sviluppo’, concretati in un accordo chiamato “Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e la Nutrizione“. In cambio degli aiuti economici e degli investimenti occidentali, i paesi africani coinvolti – in base a tale accordo – devono cambiare le loro attuali leggi in modo da  facilitare l’acquisizione delle terre, il controllo della fornitura di sementi e quello dei prodotti da esportazione. Le conseguenze sono chiare. Hanno sottoscritto questo accordo Etiopia, Ghana, Tanzania, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mozambico, Nigeria, Benin, Malawi e Senegal.

L’imperialismo nord-americano non si tiene indietro. Lo scorso marzo a Londra la Fondazione Bill & Melinda Gates (proprietaria – guarda caso – di mezzo milioni di azioni di Monsanto) e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo (la famigerata USAID) hanno organizzato una conferenza tra ‘donatori’ di aiuti e grandi società, in cui si è discussa la strategia per facilitare la vendita di sementi sotto patente in Africa.

Per generazioni gli agricoltori hanno interscambiato  tra loro le sementi, Ciò ha permesso di innovare, di mantenere la biodiversità, di adattare le sementi a condizioni climatiche diverse e di difendersi dalle malattie delle piante.  In questa riunione, invece, si è dibattuto come introdurre massicciamente le sementi ibride di Syngenta, Monsanto ecc., che renderanno i contadini africani assolutamente dipendenti dalle multinazionali proprietarie delle patenti e produttrici anche dei pesticidi e dei fertilizzanti necessari a queste colture, provocando quindi anche danni ambientali e problemi alla salute, oltre alla rovina dei piccoli coltivatori locali.

….poi ti bombardo..

Quando questi accordi non sono abbastanza celeri rispetto alle esigenze del capitale imperialista, resta sempre l’opzione militare. Il caso della Libia è esemplare.

Nel novembre 2010 si tenne nel paese il 3° Vertice Africa-UE. Muhammar Gheddafi accolse con gran pompa i dirigenti di 80 paesi africani ed europei, che pianificarono un ‘piano di azione’ per una collaborazione congiunta 2011-2013 in materia di creazione di posti di lavoro, investimenti, crescita economica, pace, stabilità, emigrazione e cambio climatico.

Ma la Libia – che era allora il paese con il più alto livello di vita di tutta l’Africa, è bene ricordarlo – era un boccone troppo ghiotto. Possedeva  una  riserva immensa del miglior petrolio leggero del mondo, con un potenziale produttivo stimato in più di 3 milioni di barili al giorno (che il governo pensava di nazionalizzare).Nel suo sottosuolo giace una immensa riserva idrica di acqua dolce stimata in 35.000 chilometri cubici che forma parte del Sistema Acquifero Nubiano di Arisca (NSAS), la maggiore riserva idrica fossile del mondo: negli anni ’80 si era dato il via ad un progetto su grande scala di approvvigionamento idrico, il Grande Fiume Artificiale di Libia che, una volta completato avrebbe coperto Libia, Egitto, Sudan e Ciad – regioni sempre minacciate dalla scarsità di acqua per le coltivazioni – e permesso di potenziare la sicurezza alimentare della zona. Il progetto avrebbe anche evitato a questi paesi di ricorrere ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale: qualcosa che si opponeva all’aspirazione al monopolio globale delle risorse idriche e alimentari da parte del capitale internazionale.

La Libia possedeva inoltre 200 mila milioni di dollari di riserve internazionali.

Come è andata a finire lo sappiamo tutti.

Uno stato in completo disfacimento, bande terroristiche (i famosi e celebrati ‘ribelli’) che si contendono militarmente il controllo delle sue riserve (qualcuno a Washington e a Bruxelles ha fatto male i conti…), migliaia e migliaia di lavoratori dei paesi vicini attratti dalle precedenti opportunità di lavoro e rimasti senza possibilità né di integrarsi né di ritornare ai loro – poverissimi – paesi di origine, un territorio aperto alla criminalità più brutale: ecco perché i barconi partono dalle coste libiche… grazie alla nostra guerra “umanitaria”.

… e se non basta ti annego.

Alcuni anni fa, con il cinismo ‘di classe’ che lo contraddistingue, il Fondo Monetario Internazionale calcolava che – per la struttura del capitalismo mondiale e le sue esigenze di produzione e riproduzione – più di un terzo della popolazione mondiale era ‘inutile’.

Può sembrare una boutade, ma non lo è. E’ l’idea vera che sta sotto al fiume di discorsi sui “diritti umani” con cui ci hanno innaffiato in questi ultimi anni, è il substrato ideologico nazista che ci sta avvelenando.

L’esercito di riserva europeo è più che sufficiente per le necessità del capitale, quindi i migranti – gli ultimi degli sfruttati e degli oppressi – sono solo braccia e bocche inutili e dannosi per il profitto. Per loro, i nuovi untermenschen, i diritti umani tanto sbandierati non valgono e così noi assistiamo – troppo, troppo silenziosi – alla carneficina che si ingoia migliaia di esseri, umani tanto quanto noi.  Certo non ci sporchiamo le mani di sangue, lasciamo che sia il mare a fare il lavoro sporco.

Ma .. attenzione!  questo discorso riguarda anche noi. In forma più sottile ogni giorno ci dicono che anche la maggioranza di noi lavoratori europei – in buona sostanza – stiamo diventando braccia e bocche inutili.

Per ora soffriamo e moriamo di miseria, di disoccupazione, di mala sanità, di super sfruttamento ma lo facciamo uno qua e uno là. La nostra miseria, la nostra morte non appare sui giornali, è un processo che corre sotto traccia. Intanto si prepara l’Esercito Europeo unico, nel caso dovessimo cominciare a prendere coscienza del nostro presente e del nostro futuro, a organizzarci, a ribellarci.

Quello che l’Africa soffre da anni è quello che noi cominciamo a soffrire: non a caso il progetto politico più importante che si sta discutendo nel massimo segreto a Bruxelles – il TTIP – è la proposizione  di quegli ‘accordi’ per lo sviluppo che hanno devastato altri continenti.

La faccia più bestiale del capitalismo è oggi rivolta ai migranti – a quei nostri fratelli proletari la cui disperazione, sofferenza e morte dovremmo sentir bruciare sulla nostra pelle – ma si sta, abbastanza velocemente rivolgendo verso di noi. Quando questa faccia si girerà completamente, nessuno potrà dire di non averlo saputo.

*) Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni

Dalla rivista “nuova unità”

Disuguaglianza: causa della crisi o conseguenza del capitalismo? da: www.resistenze.org – osservatorio – economia – 09-07-15 – n. 552

Critica Proletaria | criticaproletaria.it

06/07/2015

Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi, si sono alleati in una santa caccia spietata contro questo spettro.

Il dibattito sulla disuguaglianza si è recentemente infervorato, anche a causa dell’uscita del libro di Thomas Piketty[1], variamente accolto e commentato da economisti e sociologi marxisti e non. Diciamo subito che questo libro, come l’autore dichiara apertamente, non solo non ha nulla a che fare con l’opera di Marx, ma costituisce una critica al capitalismo diametralmente opposta a quella del grande maestro di Treviri, da cui anzi l’economista francese si “smarca” fin dall’introduzione[2].

Vi sono cose interessanti in questo testo.

Per esempio è interessante dal punto di vista metodologico l’uso non tanto di una misura “media” della disuguaglianza, come il diffusissimo indice di Gini[3], quanto piuttosto l’osservazione dell’andamento della proprietà detenuta dall’1% o addirittura dell’1‰, che evidenzia con maggiore precisione il peso degli strati superiori e la consistenza degli strati intermedi.

Inoltre è vera l’osservazione che, mentre le società del passato erano più dicotomizzate[4], quelle moderne, attraverso la creazione di una cospicua classe media, hanno creato un cuscinetto di protezione del potere capitalistico. Tale classe è evidente che oggi si sta sgretolando, per ragioni legate alla crisi e al costante afflusso di profitti dal basso verso l’alto, cosa che si manifesta col ritorno a profili di disuguaglianza nei patrimoni simili a quelli di un secolo fa. La novità che si scopre è che tali disuguaglianze ora sono presenti anche nelle fasce più elevate dei redditi e non solo dei patrimoni come era nei secoli passati[5].

Riassumiamo i tre punti salienti dell’opera di Piketty.

La diagnosi. La causa di tutti i mali viene additata nel fatto che ci sia un rendimento del capitale r superiore al tasso di crescita g; questo porta – sottratti i consumi dei capitalisti – a una accumulazione di capitali senza limiti. Questa è una costante di tutte le civiltà tecnologiche, alla quale si è fatto fronte con le crisi distruttive e le guerre. La crescita (demografica e/o economica) è limitata da fattori tecnologici e fisici, e anzi è strozzata proprio dall’accumulazione; d’altro lato non è un buon mezzo quello di aspettare che si arrivi a un rendimento del capitale tanto basso quanto la bassa crescita, perché ciò si avrebbe solo quando il capitale sarebbe così spaventosamente grande da rendere pochissimo.

Soluzioni inefficaci. L’inflazione non è mai stata un buono strumento di egualitarismo, anzi tende a redistribuire i patrimoni a favore dei grandi ed espropriando i piccoli. (Stessa cosa, aggiungiamo noi, in un mondo a tassi di rendimento garantiti (titoli di Stato) molto bassi o nulli[6].)

La Soluzione: l’imposta progressiva del reddito. Si ricorda che negli USA negli anni che vanno dai Quaranta ai Settanta esisteva una tassazione applicata allo scaglione massimo di oltre il 90% e una imposta di successione di oltre il 70%, tassazione che passò nel 1980 al 70% e al 28% nel 1988 e imposta che ora è al 35%. «… se si vuole riprendere davvero il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quella di scommettere fino in fondo sulla democrazia, soprattutto su scala europea»[7].

A parte il fatto che è deprimente che si liquidi tutta l’esperienza sovietica, l’unico Stato che si occupò davvero di ridurre la disuguaglianza tra i membri della società, con due parole di pura propaganda[8], vediamo che, al di là della pur meritoria messe di dati storici e contemporanei che viene presentata, la “soluzione” di Piketty è tutta interna, e dichiaratamente, al filone democratico-borghese.

Il “difetto” del sistema starebbe tutto nella “eccessiva” concentrazione, che comunque, entro certi limiti, è opportuna, in quanto il “mercato” non è in grado di “autoregolarsi” (almeno questa “pia illusione” gli economisti borghesi più accorti, dopo i disastri degli ultimi anni del capitalismo, non la avanzano più). La categoria di sfruttamento capitalistico non è neanche presa in considerazione, così come non la conoscevano i fondatori della economia politica “volgare”, già fatti a pezzi da Marx. Non mettendo in discussione i fondamenti del capitalismo, ossia il plusvalore, che cosa resta al nostro economista come “soluzione”? La più vecchia delle cure: ossia prendere il toro non per le corna, ossia dal lato della produzione, affrontando le vere cause della crisi capitalistica, cosa che metterebbe in discussione prima di tutto i rapporti di produzione capitalistici; ma per la coda, ossia dal lato della distribuzione, scambiando l’effetto (la disuguaglianza) per la causa dei mali e cercando la soluzione alla febbre anziché alla malattia.

Naturalmente in ciò si trascurano alcuni elementi “secondari”. Vediamo:

1) chi potrebbe mai imporre un livello di tassazione sui redditi e una patrimoniale così forte? Quale classe sociale si imporrebbe “sacrifici” (si fa per dire) da sola, se non in una situazione di estremo e immediato pericolo, quale quella che si presentò al capitalismo negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale? Marx ci ha insegnato che il capitalismo è innanzitutto “anarchico” nel senso che il risultato dell’azione collettiva è la sommatoria di azioni individuali volte al massimo profitto. Ma Marx e Lenin ci hanno anche insegnato che i governi borghesi sono il comitato d’affari della borghesia e quindi sono camere di compensazione dei loro interessi. Perché un’intera collettività di capitalisti a livello internazionale (infatti, a causa dell’interconnessione dei mercati di oggi, i livelli di tassazione devono essere più o meno uguali in tutti i paesi, come riconosce esplicitamente lo stesso Piketty) dovrebbe fare una cosa così? L’imperialismo non è in guerra al momento né calda né fredda, non deve affrontare velocemente tassi di ricapitalizzazione molto forti dovuti alle distruzioni belliche, né deve fronteggiare una minaccia costituita da un potente campo socialista che costituisce una attrazione per le classi subalterne. Anzi, oggi il problema è fare fruttare il più possibile una massa enorme, e soprattutto crescente, di capitali alla caccia famelica di una remunerazione che non si riesce più a trovare nella produzione ai tassi richiesti; e quindi si passa al saccheggio dei beni pubblici, alla riduzione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini e alla tassazione sempre più forte imposta alle classi subalterne, non solo al proletariato, ma anche ai piccoli e medi imprenditori, che ancora riescono con mezzi sempre più disumani a estorcere plusvalore. La tendenza internazionale è opposta a quella auspicata da Piketty, perché ciò che dà le linee strategiche alla politica, in ultima analisi, è l’economia, e la musica che suonano oggi le oligarchie internazionali è ben altra. Davvero pensiamo che le “idee giuste” che non camminano sulle gambe degli interessi delle classi sociali possano cambiare il corso della storia?

2) Ma ammesso, per eccesso di idealismo e per puro spirito speculativo, che si arrivasse ai livelli di tassazione auspicati da Piketty, fino a ridurre la capacità di accumulazione capitalistica al livello del tasso di sviluppo demografico-economico della società, ciò risolverebbe il problema della crisi capitalistica? A parte le difficoltà tecniche di tassare il capitale (sia i redditi, ma ancor di più i grandi patrimoni accumulati), ciò spingerebbe proprio i capitali maggiori ad aumentare la necessità di sovra-rendimento proprio per limitare l’erosione fiscale. I capitalisti meno aggressivi sarebbero spazzati via, perché al loro capitale non si riuscirebbe ad assicurare una remunerazione che già oggi viene ritenuta inadeguata. Invece resterebbero a galla gli squali più famelici, che farebbero fuori prima o poi quelli meno dinamici. Insomma una giungla ancora più competitiva di quella di oggi. Su chi ricadrebbero le condizioni di una così esasperata competizione capitalistica e inevitabilmente imperialistica? Sui lavoratori e su tutti i popoli che come al solito pagano sempre il conto, ma anche, e in misura ancora più accelerata di quanto non accada già oggi, le classi intermedie. D’altro lato, i lauti proventi di questa tassazione dove andrebbero? Verrebbero distribuiti a pioggia sulle classi subalterne, si aumenterebbe il welfare, si allargherebbero i diritti dei lavoratori? Ciò non è dato sapere come questi problemi rientrano nelle strategie dell’economista francese. Vediamo invece nella realtà del capitalismo monopolista, quello vero, come vengono usati i proventi della tassazione. Questi soldi vengono drenati per redistribuire sì capitali, ma tra i monopoli, le grandi multinazionali che si fanno le leggi a loro convenienza. Questi soldi vengono drenati per aumentare le spese di guerra, in vista dei prossimi conflitti inter-imperialistici. Quindi probabilmente, se mai il capitalismo monopolistico internazionale dovesse prendere in considerazione la ricetta Piketty, sarebbe solo per opprimere anche i medio-grandi capitali regionali e prepararsi a una guerra internazionale.

***

Recentemente anche l’OCSE nel suo rapporto ha affrontato il tema delle disuguaglianze[9]. Ma di cosa sono preoccupati i governanti del mondo? Come mai si preoccupano di questo fenomeno? È credibile che lo facciano per filantropia, per amore dei poveri?

Nel rapporto si legge[10] «La crescita della disuguaglianza dei redditi pertanto ha un impatto significativo sulla crescita economica, in gran parte poiché essa riduce la capacità dei segmenti più poveri – il 40% più povero della popolazione, per essere precisi – di investire nelle loro competenze e educazione». In breve: «l’incremento della disuguaglianza è un male per la crescita di lungo periodo»[11]. Gli osservatori dell’OCSE scoprono che «Rendere più ricchi i ricchi, mentre i redditi del 40% più povero restano bassi, potrebbe essere sensato da un punto di vista economico, dopo tutto qualcuno sta meglio e nessuno sta peggio. Tuttavia le politiche che portano a questo risultato possono non essere economicamente sensate se una maggiore disuguaglianza riduce la capacità del 40% inferiore di migliorare la propria posizione e quella dei propri figli in futuro»[12].

Quindi ce lo stanno dicendo senza girarci intorno: il problema della disuguaglianza è un problema anche per i ricchi che potrebbero trovarsi in un prossimo futuro con una base così impoverita da non essere più utile a estrarre da questa sufficiente profitto. Anche la proletarizzazione dei ceti medi, abbiamo già commentato noi, sarà un problema per le classi dominanti, perché verrà a mancare la base sociale sulla quale si è costruito il consenso che ha consentito alla borghesia monopolistica di esercitare la propria egemonia su tutta la società; i segni di tale sfaldamento culturale e sociale già si vedono soprattutto nelle società più provate, come quelle del sud Europa.

Il sistema capitalistico, come abbiamo ricordato, è fondamentalmente anarchico e il mercato tende inevitabilmente a far deragliare il treno. Gli studiosi del potere borghese devono escogitare le ricette da offrire perché la politica che conta (non il teatrino che ci fanno vedere in TV) ci metta riparo.

Ma non illudiamoci che ciò possa significare un’inversione di tendenza nelle politiche antipopolari.

Il rapporto continua, infatti, «Ma non perché la disuguaglianza è un male per la crescita, non significa che tutte le politiche che riducono la disuguaglianza siano un bene per la crescita»[13]. Le osservazioni sui disastri presenti e venturi sono a loro chiari, non si dica che sono ciechi difronte alla realtà[14], e ne hanno paura[15].

Si fa notare che, tutte quelle cose che nel passato il capitalismo aveva assicurato per i propri esclusivi interessi alla classe operaia, oggi si stanno pericolosamente assottigliando. In particolare:

  • una crescente disuguaglianza ha influenza sulla crescita economica perché impedisce, soprattutto alle classi inferiori di assicurare una adeguata istruzione ai propri figli; infatti nel passato il capitalismo ha cresciuto una forza lavoro istruita, che “rende” di più di una semianalfabeta
  • aumenta il numero di lavori “non standard”, ossia quei lavori che, anche se assicurano al singolo capitalista uno sfruttamento maggiore, inaridiscono la fonte dei produzione di plusvalore; al capitalismo nel suo complesso conviene avere dei limiti legali allo sfruttamento in modo da regolarne la corsa selvaggia ed evitarne il rapido deterioramento
  • riprendendo l’allarme suonato da Piketty, si fa notare che l’eccesso di concentrazione della ricchezza, ormai molto superiore a quella del reddito, come era nei secoli passati, può portare al collasso della società anche per la realizzazione di una crisi di debito
  • infatti il rapporto si concentra non tanto sulla povertà estrema, quanto sul deterioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dello strato medio-basso.

Le precedenti osservazioni, che solo un cieco potrebbe ormai negare, sono basate sul confronto tra vari paesi, ma scambiano però sistematicamente l’effetto per la causa[16]. Se è vero che in tutti i paesi più degradati vi è anche una concentrazione della ricchezza maggiore, non si arriva a capire che il degrado è l’effetto della concentrazione monopolistica, del posizionamento storico ed attuale nella piramide imperialista dei paesi. Per esempio, non è migliorando l’istruzione che si potranno diminuire le disuguaglianze, ma solo abbattendo il sistema capitalistico si potranno eliminare le cause delle disuguaglianza e di tutti i degradi che esso causa, tra cui la bassa o scarsa istruzione.

In sintesi, quindi, il capitalismo internazionale è preoccupato di avere stravinto momentaneamente la lotta di classe, del fatto che non c’è più una forte opposizione sindacale che ne limiti lo strapotere e che la libera concorrenza selvaggia possa tendere a inaridire la fonte del plusvalore. Per quanto l’esercito salariato di riserva mondiale sembri inesauribile, una classe operaia adeguata alle tecnologie odierne non si improvvisa. Prova di questo si ha nel fenomeno del re-shoring, ossia del ritorno ai paesi d’origine (USA e Germania, in primis) di produzioni che erano state trasferite in paesi emergenti, favorite dai bassi salari: l’abbattimento dei diritti dei lavoratori europei e americani ora rende di nuovo conveniente ritornare a produrre con classe operaia istruita e vicino ai mercati.

***

Anche altri centri di ricerca stanno sempre più prestando attenzione alla disuguaglianza e soprattutto al suo veloce incremento.

Nel Primo Rapporto della Fondazione David Hume[17] si rivela che negli USA dal 2009 al 2012, pur mantenendosi stabile l’indice di Gini, il reddito dei super-ricchi (l’1% della popolazione) è passato dal 16,68% al 17,54%, mentre il numero dei poveri ha superato i 40 milioni, un cifra mai registrata prima di allora. Nel rapporto si rileva come la forbice sociale si allarga, mentre il carico fiscale per salvare le grandi banche grava sempre più sulle classi medio-basse.

Nello stesso rapporto, nella parte dedicata all’Italia, si rileva che crescono non solo le distanze tra le fasce di reddito (le famiglie che si indebitano o consumano i risparmi sono passate da circa il 10% di fine anni 2000 rapidamente al 20% e oggi intorno al 30%), ma anche quelle regionali, con un marcato incremento della disuguaglianza, soprattutto nel sud, dove si concentra circa la metà dei nove milioni di “esclusi” (lavoratori in nero, disoccupati o scoraggiati).

A livello globale, se un indice sintetico di disuguaglianza tra i paesi fa segnare una riduzione, a causa dei forti incrementi di reddito di nazioni molto popolose come Cina e India, invece sono proprio questi che forniscono i più alti tassi di incremento di disuguaglianza al loro interno. E queste distanze sono destinate ad aumentare.

Un altro recente rapporto[18] prevede dal 2014 al 2019 gli incrementi più forti nella ricchezza finanziaria per Cina (+63%), India (+ 165%) e Russia (+74%). Quindi non è vero che la disuguaglianza sta diminuendo; possiamo dire invece che è un effetto statistico, ossia: aumentando le disuguaglianze interne a paesi molto popolosi, si va a ridurre la differenza con gli altri paesi capitalistici. Non è una gran bella notizia sapere che la quota dei milionari cinesi e indiani sta aumentando vertiginosamente.

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Anche la nuova Enciclica papale[19] sui temi dell’ambiente, in particolare nel Capitolo v. Inequità Planetaria, affronta il tema della disuguaglianza[20]. Ma anche qui l’accento posto su una categoria distributiva (i poveri) e non sociale (non pretenderemmo che si adoperasse la categoria dei proletari, ma almeno quella degli sfruttati, sì) fa perdere di vista la natura delle contraddizioni e quindi le cause e quindi la ricerca delle soluzioni[21]. Si mette sotto accusa il modello redistributivo[22] preoccupati delle conseguenze della sua manifesta insostenibilità. Inoltre, se si sottolinea che ci sono «responsabilità diversificate» tra i paesi sviluppati e non, la ricetta invocata di “esportare” in questi ultimi uno «sviluppo sostenibile» non fa i conti con che cosa sono state per decenni le azioni dei monopoli internazionali «apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile.»[23]
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Le conclusioni politiche che possiamo trarre da queste osservazioni emergono da tutto quello che abbiamo esposto prima:

La disuguaglianza non è la causa della crisi del capitalismo monopolistico, ma ne è uno degli effetti più appariscenti. Le soluzioni non possono trovarsi all’interno di questo sistema, ma vanno ricercate nel ribaltamento dei rapporti di produzione, realizzando una società, la società socialista-comunista, che abolisca la proprietà privata dei mezzi di produzione, origine di tutte le disuguaglianze: di reddito, ma anche sociali, di genere, di razza. Questo storicamente è già stato realizzato unicamente nei sistemi socialisti. Le ricette di tutte le correnti di pensiero non marxiste, anti-marxiste, peggio pseudo-marxiste, non fanno altro che offrire false soluzioni che distolgono il proletariato dalla sua missione storica.

Il capitalismo monopolistico internazionale è seriamente preoccupato degli effetti che la crescente disuguaglianza, di cui esso è inevitabile causa, possa avere sulla stabilità del sistema stesso. Tuttavia né le regole del mercato monopolistico, ma neanche gli aggiustamenti che la politica dei suoi governi può fare, danno una soluzione al problema. Quindi è presumibile che si assisterà a una accentuazione di questa tendenza con gli ovvi risultati in termini di crisi economica e conflitti sociali.

Compito dei comunisti è smascherare tutti gli inganni che la borghesia mette in campo, indicare chiaramente che questa è ancora e sempre più l’epoca delle rivoluzioni proletarie, unire la classe operaia e aggregare intorno a essa un fronte delle forze popolari che si oppongono nettamente ai monopoli e all’imperialismo.

Note:

[1] Thomas Piketty Il Capitale nel XXI secolo, Bompiani (d’ora in poi citato come TP)

[2] Le frasi che segnano la massima distanza sono:

«La contraddizione dinamica segnalata da Marx corrisponde dunque a una vera difficoltà, la cui sola soluzione logica è la crescita strutturale, l’unica a consentire di riequilibrare – in qualche misura – il processo di accumulazione del capitale. È la crescita permanente della produttività e della popolazione a favorire l’equilibrio dell’addizione permanente di ciascuna nuova unità di capitale, come dice la legge b = s / g [Il rapporto capitale/reddito b, uguale al tasso di risparmio s diviso per il tasso di crescita g, Nota nostra]. In caso contrario i capitalisti si scaveranno davvero la fossa da soli: o dilaniandosi tra di loro, in un disperato tentativo di lottare contro la caduta tendenziale del tasso di rendimento (per esempio facendosi la guerra per ottenere i migliori investimenti coloniali…); o riservando al lavoro un valore sempre più basso nella composizione del reddito nazionale, con il rischio di scatenare una rivoluzione proletaria e un esproprio generale.» (TP, pag. 350-1)

«Riassumendo. La crescita moderna, fondata sulla crescita della produttività e sulla diffusione delle conoscenze, ha consentito di evitare l’apocalisse descritta da Marx e di equilibrare il processo di accumulazione del capitale. Ma non ha modificato le strutture profonde del capitale stesso – o quantomeno non ne ha realmente ridotto l’importanza macroeconomica in rapporto al lavoro.» (TP pag.359)

«Tuttavia … sarebbe illusorio pensare che esistano, nella struttura della crescita moderna o nelle leggi dell’economia di mercato, forze di convergenza capaci di portare naturalmente a una riduzione delle diseguaglianze patrimoniali o a una stabilizzazione in qualche misura armonica» (TP pag. 580)

[3] Un coefficiente che misura la concentrazione, per esempio, della ricchezza, che però è più sensibile al reddito delle classi medie che a quello degli estremi.

[4] «… nelle società stagnanti i patrimoni ereditati dal passato assumono per loro natura un’importanza considerevole.» (TP pag. 357)

[5] I primi 25 grandi dirigenti dei fondi di investimento hanno guadagnato in media a testa 465 milioni di dollari solo quest’anno per un totale di 11,62 miliardi; quindi facendo “soffrire” per un anno 25 uomini (non dando cioè loro questi soldi) si potrebbero risanare i problemi della Grecia, di tutta la Grecia. Il più ricco, un solo singolo uomo, ha guadagnato 1,2 miliardi di dollari in un anno, pari a quello che viene tagliato alla scuola pubblica italiana. Ma la bravura non c’entra, non c’entra il merito. Tra questi 25 supermanager ci sono quelli che hanno fatto guadagnare “solo” tra il 3 e il 7% anziché il 13,68% dell’incremento medio del mercato azionario (Benchmark), ossia anche la famosa scimmietta ammaestrata avrebbe fatto meglio di loro.

[6] Quantitative Easing, il mondo a testa in giù o i profitti dei capitalisti sempre più su? http://www.criticaproletaria.it/?p=284

[7] TP Pag 922

[8] TP Pag 845

[9] http://www.oecd-ilibrary.org/employment/in-it-together-why-less-inequality-benefits-all_9789264235120-en.

Il titolo [Perché una minore disuguaglianza è a beneficio di tutti] è già esplicativo del particolare atteggiamento dei laboratori borghesi hanno sul tema.

[10] «Rising income inequality thus has a significant impact on economic growth, in large part because it reduces the capacity of the poorer segments – the poorest 40% of the population, to be precise – to invest in their skills and education.»

[11] «rising inequality is bad for long-term growth»

[12] «Making the rich richer, while incomes of the bottom 40% remain flat, could be seen as sensible from an economic perspective – after all, some are better off, and none are worse off. However, policies which lead to this outcome may not be even economically sensible if wider inequality reduces the capacity of the bottom 40% to improve their position and that of their children in the future.»

[13] «But just because inequality is bad for growth does not mean that all policies that reduce inequality are good for growth»

[14] «Inequality increased in good times, and it continued increasing in bad times»

[15] «Higher inequality drags down economic growth».

[16] «Rising income inequality thus has a significant impact on economic growth, in large part because it reduces the capacity of the poorer segments – the poorest 40% of the population, to be precise – to invest in their skills and education.» «Why increased non-standard work can lead to more inequality». «            In sum, people are more likely to be poor or in the struggling bottom 40% of society if they have non-standard work, especially if they live in a household with other nonstandard or non-employed workers» «In summary, wealth is much more concentrated than income, and there are reasons to believe that wealth inequalities are deepening over time. The capital income generated by wealth concentration is likely to deepen income inequality still further, with implications for deteriorating economic growth. At the same time, a high level of indebtedness and/or low asset holdings further affects the ability of the lower middle class to undertake investments in human capital or others, and reduces risk taking.» «targeting poverty alone is not the solution. The analysis in this report shows that it is not only the situation of the very poorest section of the population that inhibits growth but that of a much broader group of working and lower middle class people. Policy thus needs to be directed towards the bottom 40%. As the analysis in this report shows, some – though not all – policies to reduce income inequalities will not only increase fairness but will also sustain growth.»

[17] www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Notizie/2015/04/Hume.pdf

[18] BCG Global Wealth Market-Sizing Database, 2015.

[19] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20150524_enciclica-laudato-si.html

[20] «Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.» (ibidem, punto 49)

[21] Per una critica più ampia all’Enciclica si veda http://ilpartitocomunista.it/2015/06/23/lenciclica-del-papa-sulla-riconversione-ecologica-e-il-sogno-di-una-conciliazione-con-il-capitalismo/ e

[22] «Si pretende così di legittimare l’attuale modello distributivo, in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare … è certo che bisogna prestare attenzione allo squilibrio nella distribuzione della popolazione sul territorio, sia a livello nazionale sia a livello globale, perché l’aumento del consumo porterebbe a situazioni regionali complesse, per le combinazioni di problemi legati all’inquinamento ambientale, ai trasporti, allo smaltimento dei rifiuti, alla perdita di risorse, alla qualità della vita.» (ibidem, punto 50)

[23] «E’ necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile, e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile.» (ibidem, punto 52, sottolineatura nostra)

Alcune considerazioni sugli ultimi avvenimenti in Grecia da:www.resistenze.org – pensiero resistente – dibattito teorico – 14-07-15 – n. 552

Vincenzo De Robertis

14/07/2015

Diradatesi le nebbie nei cieli di Grecia, è possibile ora fare alcune considerazioni e tentare di trarre alcuni insegnamenti dalle vicende che si sono svolte in quel Paese.

E’ emersa con chiarezza cristallina la natura dell’Unione Europea.

E’ questa un’organizzazione interstatale che tutela gli interessi del capitale finanziario che opera sul continente a discapito dei popoli che vi ci abitano.

Tale è stata l’azione dei Capi di Governo europei che negli anni 2010-2011 hanno liberato le banche prevalentemente tedesche e francesi dal peso dei titoli di debito pubblico greco, che fino a quel momento avevano fruttato a quelle banche tassi d’interesse molto al di sopra della media, ma, poiché giudicati ormai difficilmente esigibili e quindi deprezzati rispetto al loro valore nominale, venivano acquistati dagli Stati europei e per tale via trasferiti a carico dei popoli.

Si sa le Banche non hanno in proprio mezzi coercitivi per esigere il pagamento di un debito, gli Stati, invece, si!

La ricetta economica somministrata dall’UE all’economia greca “malata” ha portato quel paese al ritmo recessivo più rapido che si sia mai visto in Europa in questi ultimi anni, con la conseguenza che in poco tempo la Grecia ha perso un quarto del proprio PIL. A nulla sono valse le proposte conciliatorie avanzate da Tsipras, prima del Referendum, tese ad ottenere condizioni più favorevoli per il pagamento di un debito dai più considerato ormai inesigibile.

Ma si sa che ai ‘cravattari’ non interessa tanto recuperare i soldi prestati, quanto piuttosto “tenere per le palle” i propri debitori, al fine di poter estorcere loro anche l’anima!

Così è avvenuto nel rapporto UE-Governo greco, per cui prima si è ricattato il popolo perché votasse SI al Referendum, poi, fallita questa pressione, quando Tsipras si è ripresentato al tavolo delle trattative con proposte ugualmente concilianti, sicuro che i risultati del Referendum avrebbero convinto i suoi interlocutori della bontà delle stesse, gli hanno fatto capire che se voleva restare alle dipendenze del capitale finanziario europeo doveva accettare condizioni più gravose di quelle iniziali.

Colpirne uno per educarne 19!, è stato opportunamente detto.

Il meccanismo politico che ha determinato questa imposizione non ha visto il Parlamento Europeo come protagonista, a dimostrazione di quanto in momenti decisivi contino gli organi elettivi nell’UE. E’ stata, piuttosto, la riunione dei Capi di Governo, preceduta da una riunione dei Ministri economico-finanziari, a decidere l’assoggettamento ulteriore della Grecia al capitale finanziario europeo. E questo la dice lunga sui meccanismi che presiedono l’immodificabilità della natura di classe dell’Unione Europea. I Governi, peraltro, sono scelti nella stragrande maggioranza dei Paesi europei con meccanismi elettorali maggioritari, per cui non è impresa impossibile per una lobby finanziaria impadronirsi e gestire un centro decisionale.

E’ enorme la distanza fra i desideri di molti di noi su di un’Europa più democratica, un’Europa dei popoli, un’ altra Europa e l’Europa reale, che decide ed opera nel modo che è sotto gli occhi di tutti!

A riguardo, peraltro, già Lenin  proprio cento anni fa, il 23/8/1915, quando fra i socialisti dell’epoca, nonostante la guerra mondiale in corso, si parlava di una unione degli stati europei, aveva chiarito nell’articolo “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa” come un’unione degli Stati europei di allora avrebbe avuto un inequivocabile significato imperialistico e avrebbe messo in secondo piano la possibilità di conquista del potere da parte del proletariato in un singolo Stato e la costruzione lì del socialismo:

“In regime capitalistico, gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la spartizione delle colonie. Ma in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il “reddito nazionale” di un paese capitalista se non secondo una determinata proporzione: “secondo il capitale” (e con un supplemento, affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’anarchia della produzione. Predicare una “giusta” divisione del reddito su tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-borghese, filisteismo. Non si può dividere se non “secondo la forza”. È la forza che cambia nel corso dello sviluppo economico.
[…]

Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa e per conservare tutti insieme le colonie accaparrate contro il Giappone e l’America, che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che, nell’ultimo cinquantennio, si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale comincia a putrefarsi per senilità.
[…]

Gli Stati Uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe ingenerare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri. ”

A distanza di cent’anni le parole di Lenin, fatte le dovute differenze, mantengono la loro attualità e validità.

Che cos’è, infatti, l’Unione Europea di oggi se non il processo attraverso cui il capitale finanziario tedesco sta cercando di assoggettare l’economia dell’intero Continente per  presentarsi sull’arena internazionale come nuova potenza economico-finanziaria ?

Quale credibilità può avere una strategia che, senza mettere in discussione l’appartenenza di uno Stato e di una nazione all’UE ed alla NATO, punti ad una trasformazione “pacifica”, dall’interno, dell’UE ?

Va detto, peraltro, che la Storia non ci presenta un processo che abbia portato alla formazione di nuove entità statali in maniera pacifica.

Nel continente americano, ad esempio, la formazione degli USA avvenne dopo la Guerra di secessione con la quale la borghesia finanziaria ed industriale del Nord-Est impose il proprio dominio, la propria egemonia, sulla borghesia agraria e schiavista del Sud.

Anche in Italia la formazione dello Stato Unitario avvenne attraverso un processo cruento, il Risorgimento, che portò all’assoggettamento dell’aristocrazia e della borghesia meridionale sotto la direzione e l’egemonia della aristocrazia terriera sabauda e della borghesia industriale settentrionale.

Non è detto che la forma dell’imposizione economico-finanziaria mantenga sempre la caratteristica dell’incontro “pacifico” a Bruxelles, fra Capi di Stato, nel corso del quale si impone ad uno Stato, ad un popolo, di accettare condizioni economiche e finanziarie capestro. Proviamo ad immaginare cosa poteva succedere se al posto di Tsipras, che già nel corso della campagna elettorale che lo aveva portato al Governo e pure dopo aveva sempre dichiarato di non voler condurre la Grecia fuori dall’UE e dalla NATO e di onorare il debito ad ogni costo, ci fosse stato qualche altro partito, che avesse sin dall’inizio dichiarato che la Grecia non poteva più pagare il debito, con buona pace dei suoi creditori-strozzini, e che si rendeva opportuno uscire dall’UE e dalla NATO. La reazione degli altri stati europei, di giornali, televisioni, ecc. sarebbe stata ugualmente ‘tollerante e discorsiva’ verso le istanze del popolo greco?

Ma gli avvenimenti greci degli ultimi mesi inducono a valutare anche il peso che nella battaglia politica assumono le consultazioni elettorali. Queste sono espressione della coscienza popolare. In questo risiede la loro importanza, ma anche il loro limite.

Infatti, la coscienza popolare viene normalmente formata dai mezzi di comunicazione di massa, che orientano il “comune sentire” in sintonia con gli interessi di coloro che possiedono tali mezzi comunicativi.

In Grecia, dove la gran parte dei mezzi di comunicazione è in mani private la propaganda per il SI al Referendum è stata massiccia ed accompagnata dalle minacce di catastrofe imminente se avesse prevalso il NO. Nonostante ciò il popolo greco, stremato da anni di politica di austerità, ha respinto il ricatto votando NO nella stragrande maggioranza, dimostrando di non cedere alle pressioni internazionali.

Fra parentesi va detto che le centinaia di migliaia di schede annullate, secondo l’indicazione del KKE, con il doppio NO, al memorandum europeo ed a quello del Governo, seppure non valide per il risultato numerico della consultazione, mantengono la loro valenza per il risultato politico del Referendum, incrementando così la quota di coloro che in Grecia hanno rifiutato l’imposizione europea.

Nonostante questa grande prova di dignità e di coraggio del popolo greco, non è stato difficile per Tsipras ed i suoi interlocutori europei ignorare completamente i risultati della consultazione. E questo perché un conto è dichiarare su di una scheda la propria contrarietà, un altro è organizzarsi ed operare perché la propria contrarietà produca i suoi frutti.

Una parte del popolo greco aveva votato Tsipras nelle elezioni politiche perché prometteva una soluzione di comodo: respingere l’austerità senza uscire dall’UE. Nel Referendum il NO al memorandum europeo era accompagnato dalla speranza e dalla fiducia di una parte dei greci in un ripensamento europeo. Tutto ciò si è in breve tempo dissolto come neve al sole.

In Italia dovremmo essere ben immuni da quella malattia senile che va sotto il nome di “cretinismo parlamentare”, che ti porta per esempio ad illuderti che, vinto un Referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, questo magicamente scompaia, oppure, ottenuto il plebiscito popolare sulla intangibilità dell’acqua come bene comune, questa non venga più privatizzata.

E tuttavia molti in Italia hanno gridato vittoria sui risultati greci, immaginando una svolta immediata nella politica di austerità seguita in Europa. Cosi come vi sono stati molti in Italia (anche fra i comunisti) che hanno gridato allo scandalo quando il Partito Comunista Greco, KKE,  ha votato in Parlamento contro l’indizione della consultazione referendaria, perché questa non contemplava l’espressione di voto popolare pure sulle proposte governative di Tsipras, mentre si sono messi subito a giustificare Tsipras quando questi, ignorando i risultati della consultazione popolare è ritornato al tavolo delle trattative, finendo lì per essere umiliato, così come è stato umiliato tutto il popolo greco.

NON SI POTEVA FARE DI PIU’, dicono oggi i giustificazionisti ad ogni costo.

Ma allora, che bisogno c’era di fare il Referendum ? Perché chiamare il popolo ad esprimersi su di un memorandum, quello europeo, quando se ne aveva uno peggiore in serbo?

Gli avvenimenti greci ci dovrebbero portare ad un’altra valutazione circa il valore e lo spessore politico di una certa “sinistra”, che in Grecia, come in Europa, tante speranze pure aveva suscitato  nell’elettorato popolare.

Si è rivelata fallimentare una scelta politica che cercava di mettere d’accordo “il diavolo e l’acqua santa”, l’UE e i bisogni del popolo greco, perché questa opzione non ha fatto i conti con la volontà del capitale finanziario europeo, in primo luogo tedesco, di imporre una linea di rigore, fatta di lacrime e sangue, che se dal punto di vista capitalistico non porterà certo la Grecia a risollevarsi, consentirà sicuramente al capitale finanziario tedesco e mondiale di comprarsi spezzoni consistenti dell’economia greca.

Inoltre, non voler assolutamente considerare la possibilità di dar corpo ad una politica economica fuori dall’euro, non ha consentito ai governanti greci di giocarsi nelle trattative neanche la carta dell’uscita dall’UE e dalla NATO come deterrente alle minacce tedesche; un deterrente che si sarebbe reso ancora più credibile se accompagnato da misure monetarie tese a parare il colpo della minacciata crisi di liquidità. Sono venute alla luce in questi giorni le ragioni delle dimissioni del ministro greco dell’economia, Varoufakis, che in previsione del ricatto di una crisi di liquidità delle Banche elleniche aveva predisposto un piano B, tendente a mettere in campo un mezzo circolante, alternativo all’euro.

E non era certo la rivendicazione di nazionalizzazione delle Banche e dei principali gangli dell’economia, proposta dal KKE, che notoriamente è partito settario e dogmatico!!!!!

Anche sulla natura e consistenza di questo tipo di sinistra dovremmo essere ammaestrati in Italia, dato che nel movimento comunista italiano i Tsipras ante litteram li abbiamo già conosciuti di recente e rispondono ai nomi di Bertinotti, Vendola, Giordano & C.

Ma in Italia siamo un po’ duri di comprendonio su questo versante. Forse perché la costruzione del fronte delle sinistre con Togliatti è stata dogmaticamente affermata come l’unica tattica possibile, anche quando i socialisti, abbandonato il Fronte Popolare, passavano a governare con la DC, contro i comunisti.

E per dare più spessore a questo dogma, è stata da tempo accreditata nella cultura comunista l’idea che la risoluzione adottata nel VII Congresso dell’Internazionale Comunista, di cui ricorre pure l’anniversario, fosse in antitesi totale con le determinazioni dei Congressi precedenti, ignorando la circostanza storica che l’avvento del nazismo aveva cambiato radicalmente in Germania ed in Europa lo scenario politico, costringendo i comunisti, che fino a quel momento avevano giustamente denunciato le misure fascistizzanti dei governi sostenuti dai socialdemocratici di destra e sinistra, a cambiare tattica, propugnando ora la costruzione dei Fronti Popolari antifascisti.

Per i nostalgici del togliattismo la tattica è un dogma intangibile. Consiglierei loro una rilettura di “Principi del leninismo” di G. Stalin, nella parte in cui parla di tattica e strategia, se non fossi certo di essermi già guadagnato un anatema per questa mia proposta.

Infine una considerazione deve essere fatta sui rapporti fra i Partiti Comunisti. Molti hanno colto l’occasione in questi frangenti per ergersi a professori di strategia politica sugl’altri, segnatamente sui comunisti greci.

E’ indubbio che divergenze attraversano e caratterizzano le varie posizioni di differenti partiti. Il giudizio sull’UE, il giudizio sulla socialdemocrazia e segnatamente su quella di sinistra, la possibilità o meno di un’alleanza permanente con altre forze politiche, sono solo alcuni dei temi su cui discutere.

Viviamo una condizione diversa da quella che vissero i comunisti negli anni 20-30. Avevano loro un’Internazionale Comunista ed un Partito, quello bolscevico russo, che aveva diretto una rivoluzione e stava costruendo il primo stati socialista. Il raggiungimento di un punto di vista comune e di una tattica comune era più semplice allora di quanto non lo sia oggi.

Dal 1956, data del XX Congresso del PCUS, ad oggi  la disgregazione dell’area dei Partiti Comunisti è sotto gli occhi di tutti ed in aree omogenee come l’Europa si stenta a trovare posizioni unificanti. Tali potrebbero essere, ad esempio, le battaglie comuni:
– per un salario minimo europeo, al fine di contrastare le de-localizzazioni delle aziende capitalistiche e la concorrenza fra i lavoratori dei vari paesi;
– contro i processi di fascistizzazione, che stanno avvenendo nei vari paesi europei, per la difesa delle libertà democratiche e del lavoro.

Ma mentre si cercano terreni comuni di lotta e si affronta il dibattito sulle questioni che dividono, non bisogna smarrire il principio che ogni Partito Comunista è “sovrano” nel proprio paese, perché le sue scelte politiche, giuste o sbagliate che le si voglia considerare, saranno pagate o riscosse da quel partito.

“Su la Festa”. La kermesse a Roma di “Sindacato altra cosa”, area di opposizione in Cgil Autore: redazione da: controlacrisi.org

Da giovedì 16 luglio a domenica 19 seconda festa nazionale dell’area “sindacatoaltracosa” – opposizione Cgil a Roma, parco Tiburtino III (via del Frantoio, metro B Santa Maria del Soccorso). Dibattiti, musica e cucina. Venerdì 17 I GANG, sabato 18 Daniele Sepe. Sabato e domenica ore 10.30 assemblea nazionale dei delegati/e quadri e militanti.

Questi i dibattiti più interessanti.

  • “Conflitto, democrazia, rappresentanza. Dove è finita la mobilitazione dell’autunno?” Sergio Bellavita, Carlo Guglielmi, Francesca Redavid, Serena Sorrentino. Coordina Dino Greco. Giovedì ore 19.
  • “Lavoratori come farfalle”, presentazione del libro di Giorgio Cremaschi. Con l’autore e Oreste Scalzone. Coordina Fabio Sebastiani. Venerdì ore 17.
  • “Scuola. Il bilancio delle lotte di primavera, le proposte per l’autunno”. E.Ghignoni, S.Montesano, M.Gargiulo, G.Masotti, L.Scacchi. Coordina A.Della Ragione. Venerdì ore 19.
  • Contro il modello FCA-Fiat. Costruiamo la lotta. Con i delegati e le delegate di Melfi (M.Destradis), Termoli (S.Fantauzzi), Mirafiori, Atessa (R.Ferrante), Pomigliano (M.Loffredo e M.Mignano). Coordina: S.Bellavita. Sabato ore 17.30
  • Ripartire da chi lotta! Con i delegati e le delegate di Az Fiber, Farmacap, Sistemi Informativi, Sda Sicobas Roma, Atac Roma USB, Melfi, ex Lucchini Piombino, Cub Alitalia. Coordina: S.Grisa. Sabato ore 19.00.
  • “Mafia Capitale si combatte con i diritti”. C.Di Berardino, G.De Angelis, G.Bucalossi, G.Stramaccioni, C.Vogani. Coordina: A.Morgia. Domenica 18.30.