Catania: spettacolo di burattini ” il Partigiano Lampo!

partigiani lampo locandina

Vi invitiamo   il 25 luglio alle ore 18,30 a vedere lo spettacolo di burattini “Il Partigiano Lampo”, presso la sede del GAPA in via Cordai 47. Questo spettacolo sta girando fra le regioni Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Toscana a partire dal 25 aprile del 2015. Racconta storie vere di partigiani nella zona della Lunigiana durante il periodo della resistenza

 

 

 

Le lotte del luglio 1960 come movimento di massa popolare antifascista da:www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 08-07-15 – n. 551

Renzo Del Carria | Proletari senza rivoluzione, Vol. V, pag 11-23

Come sempre avviene ai contemporanei, nessuno di coloro che vivevano negli anni 1960-1962 ebbe la percezione che un periodo storico si stava chiudendo ed un altro se ne apriva nella storia dei proletari italiani. Dopo il 1957 con quello che la borghesia chiamò allora «il miracolo economico», l’industria italiana era entrata in competizione con le restanti industrie mondiali più avanzate. Gli effetti di tali trasformazioni, limitate e disarmonizzate da strozzature e dislivelli territoriali e sociali, condizioneranno tutta la storia successiva e faranno dell’Italia la cenerentola delle nazioni a capitalismo avanzato.

Con l’economia si modifica anche il quadro sociale attraverso la massiccia e quasi biblica migrazione del Sud verso il Nord d’Italia ed il Centro Europa e dalle campagne del Centro-Nord, dell’Appennino e del Veneto verso i poli industriali, italiani ed europei. Su tutto questo torneremo per illustrarne tutte le implicazioni. Quello che ci interessa ora è vedere come a livello politico tali cambiamenti vadano affermandosi in mezzo ad una classe dirigente borghese che niente ha predisposto e preveduto e con dirigenti dei partiti della sinistra storica e dei sindacati che niente comprendono di tali avvenimenti e fatti nuovi.

Intorno agli anni 1960-1962 vi è un grosso sommovimento politico e cioè la lotta contro i fascisti e il primo ministro Tambroni del luglio 1960. Ma vi sono anche due piccoli avvenimenti, che allora passarono del tutto inosservati: la sommossa di Livorno dell’aprile 1960 contro i «parà» e l’attacco contro la sede dell’UIL di Piazza Statuto a Torino nel luglio 1962. La lotta del luglio ’60 contro la svolta reazionaria di Tambroni mobilita milioni di italiani, impedisce un ritorno della Democrazia Cristiana alle sue vocazioni apertamente reazionarie, fa cadere il governo di centro-destra e blocca nuovamente la strada ad un rigurgito fascista.

Gli altri due episodi invece sono episodi locali e localizzati, minimizzati e sottaciuti dalla stampa di destra e di sinistra, senza organizzazione e senza direzione: più sommosse che rivolte. Eppure il grosso episodio del luglio 1960 è l’ultimo di un periodo storico che si andava chiudendo: l’ultimo grande episodio di lotta resistenziale e antifascista, da parte del blocco storico popolare di cui il PCI post-liberazione aveva incarnato gli ideali. Gli altri due episodi, piccoli, e, come allora sembrarono, insignificanti, hanno nel loro seno il germe della futura storia dei proletari italiani.

Nell’episodio di Livorno è prefigurata la lotta dei proletari contro l’esercito di mestiere (verso il quale farà la sua scelta prevalente il capitalismo nei decenni successivi), esercito di mestiere che il capitalismo maturo (sotto forma di polizia di mestiere ed esercito di volontari), in mancanza di un movimento di massa reazionario come era stato il fascismo, prenderà a sostegno e forza guida dello Stato forte ogni volta che non avrà altri mezzi per bloccare l’avanzata delle masse popolari.

L’episodio di Piazza Statuto a Torino è il primo spontaneo episodio di ribellione di un nuovo tipo di proletariato delle grandi fabbriche che si era formato in quegli anni: un proletariato giovane, di recente immigrazione, non sindacalizzato, senza alcuna preparazione tecnica, se non l’adattamento psico-fisico per il lavoro alle catene nell’industria moderna, pieno di una carica di classe, di odio e di risentimento verso il tipo di lavoro alienante, specie per chi proveniva dalle campagne o dal Meridione.

Vedere da vicino e narrare la storia di queste due sommosse segna un anticipo di quella che sarà la storia dei proletari italiani nei decenni successivi. Vedere come i dirigenti politici di sinistra non compresero questi episodi, e come poco furono compresi anche dopo, dimostra come ancora una volta vi fosse una spaccatura tra i dirigenti «operai» e le masse italiane e cioè come i dirigenti «operai» fossero, in ultima, dei borghesi.

Narrare la lotta del luglio 1960 contro Tambroni e i fascisti è ancora fare la storia della resistenza come rivoluzione interrotta, come pura e semplice lotta antifascista, come difesa e affermazione dei valori della democrazia borghese post-resistenziale. Cioè è un tipo di battaglia come la lotta elettorale del 1953 contro la legge truffa e lo strapotere della DC, in difesa delle libertà in regime democratico-parlamentare borghese o come il referendum del 1946 per ottenere la repubblica.

In tutte queste lotte i proletari italiani si sono schierati giustamente e correttamente con la borghesia illuminata e radicale italiana e hanno reso possibile e determinante, con il loro peso, la vittoria contro la parte più retriva e codina del capitalismo italiano, sempre sostenuto, guarda caso, dalla DC e dalla Chiesa. Tali lotte completano la rivoluzione borghese italiana e danno al nostro capitalismo il volto di capitalismo maturo.

I due piccolissimi episodi dell’aprile 1960 a Livorno e del luglio 1962 a Torino invece sono i primi episodi di lotta solo ed esclusivamente proletaria, sono l’inizio della storia dei proletari italiani contemporanei che lottano, soli, per i loro obiettivi e non più per quelli degli altri. E quindi, proprio perché inizio, sono episodi isolati, slegati, spontanei. Ma è da questi modesti episodi che prende inizio la storia dei proletari italiani dei nostri giorni.

Come nascono le grandi lotte del luglio 1960? Il pretesto, la scintilla, è data dalla convocazione del Congresso nazionale del MSI che doveva essere tenuto a Genova il 2-3 e 4 luglio 1960. Quanto la cosa fosse provocatoria lo dimostra la scelta di Genova, città medaglia d’oro della guerra di liberazione, città che era insorta unanime nel luglio 1948, all’epoca dell’attentato a Togliatti rimanendo in mano del popolo armato per due giorni.

D’altra parte il MSI aveva preannunciato la presenza al Congresso del criminale di guerra Basile che, uccisore e torturatore di partigiani, avrebbe dovuto tornare nella città che aveva sofferto per le sue gesta efferate. Questo congresso del MSI si poteva tenere dopo quindici anni dalla conclusione vittoriosa della guerra partigiana solo perché nel 1960 a Roma siedeva un governo democristiano presieduto da Tambroni, che era appoggiato per la prima volta dai voti dell’estrema destra (1). La repubblica «fondata sul lavoro» era nei suoi organi costitutivi antifascista di nome, ma non di fatto. Tra il 1948 ed il 1950 la polizia sotto il Ministro degli Interni Scelba aveva represso moti operai e contadini. Bilancio di poco più di due anni: 62 morti, 3.126 feriti, 92.169 arrestati, tutti tra i proletari anti-fascisti.

Nel 1960, quando sale al potere il governo Tambroni di centro-destra con l’appoggio esterno dei missini, la Pubblica Sicurezza comprende 75.000 uomini, di cui 45.000 inquadrati militarmente nella Celere e nella Mobile; mentre i Carabinieri e la Guardia di Finanza ammontano a 180.000 persone.

Pier Giuseppe Murgia fornisce i seguenti dati, per più versi illuminanti, dei prefetti e dei questori nel 1960. I prefetti di 1.a classe sono 64: tutti, meno due, sono stati funzionari del Ministero degli Interni del governo fascista. I vice prefetti sono 241: tutti hanno fatto la loro carriera nella burocrazia del regime fascista. Gli ispettori generali di PS sono dieci, di cui sette hanno prestato la loro opera sotto il regime fascista. I questori sono 135 di cui 120 sono entrati nella polizia sotto il fascismo.

Tutto questo, a distanza di sedici anni dalla caduta del fascismo, dimostra come i partiti operai non erano riusciti per nulla a rinnovare la burocrazia del capitalismo, rimasta intatta rispetto al periodo fascista. Infatti la guerra di liberazione era rimasta una rivoluzione interrotta per non aver saputo «distruggere» lo Stato borghese, che si era ricostituito sotto l’egida degli americani, degli alti burocrati e dei grossi industriali.

Quando si ventila l’idea che il Congresso nazionale del MSI venga convocato a Genova, Tambroni nomina Lutri questore di quella città. Lutri, durante il fascismo, era stato capo della squadra politica di Torino ed era noto per avere arrestato durante la Resistenza numerosi esponenti partigiani di «Giustizia e libertà»

Genova d’altra parte costituisce una delle sacche di vecchia industrializzazione ed ha il porto in crisi a seguito della errata crescita industriale italiana degli ultimi anni. E non perché, come amano dire gli economisti del sistema, la crescita tra le varie zone fosse stata ineguale, ma perché il capitalismo, anche quello più tecnicamente moderno, ed anzi proprio questo, ha bisogno, nello sviluppare nuove zone di industrializzazione, di creare nuove zone di sacche in crisi.

Appena conosciuta la volontà di convocare il Congresso missino, a metà giugno, i partiti antifascisti (PCI, PSI, PRI, PR, PSDI) iniziano la campagna contro la convocazione, affiggendo in tutta Genova un manifesto a caratteri cubitali dove si legge «MSI – FASCISMO – NAZISMO» «NAZISMO – CAMERE A GAS».

Questo manifesto va indicato come esempio positivo e modello di agitazione tra le masse. E’ di poche parole (in genere i manifesti dei partiti contengono lunghi discorsi che ben difficilmente un passante si ferma a leggere, interrompendo le sue normali occupazioni, e quindi rimangono parole d’ordine inefficaci ), parole che tutti capiscono perché si riferiscono a esperienze dirette che tutti avevano vissuto. Il manifesto lancia cioè parole d’ordine che trovano diretta ed immediata rispondenza nelle masse.

Il 19 giugno il MSI tenta l’anteprima, inaugurando una sua sede a Chiavari. La risposta delle masse è immediata: migliaia di lavoratori bloccano la strada dove dovrebbe aprirsi la sede, nella quale rimangono rinchiusi cinque fascisti, ed impediscono agli altri di potervi affluire.

Il 24 giugno a Genova un comizio, convocato dalla CGIL, viene vietato dalla Questura.

Il 25 giugno vi è uno sciopero generale dei portuali genovesi che sfilano dal porto fino al Sacrario dei Partigiani in Via XX Settembre, mentre una delegazione si reca in Prefettura a protestare contro la convocazione del Congresso. Contemporaneamente centinaia di professori ed assistenti della Università di Medicina, Scienze e Fisica sospendono gli esami e si recano in corteo alla Casa dello Studente, già sede delle camere di tortura delle SS.

Altro comizio e relativo corteo con un migliaio di partecipanti viene organizzato dalle sezioni giovanili dei vari partiti antifascisti. Quando il corteo giunge all’altezza di Via XX Settembre, la Celere lo carica con camionette, manganelli e fumogeni. La reazione è immediata: lanci di pietre partono dal Ponte Monumentale. Scontri tra la forza pubblica e i giovani si susseguono davanti alla Chiesa di S. Stefano, in Corso Andrea Podestà, inVia Carcassi e in tutte le strade che si diramano da Via XX Settembre. I caroselli si infittiscono e si protraggono per qualche ora. Alle ore 20 l’epicentro degli scontri si sposta verso Piazza Corvetto, a Largo Lanfranco e davanti alla Prefettura.

Il 26 giugno si riuniscono tutti gli appartenenti ai Comitati di Liberazione Nazionale della Liguria e decidono le varie forme di protesta e di resistenza per impedire la convocazione del congresso missino.

Poi, il primo grande comizio: nell’enorme Piazza della Vittoria parla Pertini davanti a 30.000 lavoratori.

Il MSI non disarma, anzi arriva alla provocazione aperta annunciando che Carlo Emanuele Basile sarà a Genova «un’altra volta», per presiedere il congresso fascista. Basile era stato capo della Provincia di Genova durante la Repubblica di Salò ed era uno dei più odiati torturatori di partigiani.

Si giunge così al 30 giugno, con lo sciopero generale proclamato a Genova, che sarà la prova di forza delle masse popolari contro il governo. Al mattino migliaia di donne portano tonnellate di fiori al Sacrario dei Caduti. Alle ore 15 tutto il proletariato di Genova scende nelle strade. Si forma un corteo, lungo chilometri, di 100.000 lavoratori che dai vicoli del porto e dalla cinta dei quartieri industriali, da Sampierdarena, da Voltri, da Conegliano, da Bolzaneto, da Sestri Ponente, invade il centro sfila in Via Garibaldi, Via XXV Aprile, Piazza De Ferrari.

In piazza un sindacalista della Camera del Lavoro invita la folla a disperdersi. Nessuno gli ubbidisce; anzi i lavoratori risalgono indietro Via XX Settembre e in Piazza De Ferrari circondano cinque camionette della polizia.

La Celere attacca la folla prima con un getto di acqua colorata a mezzo di autobotti, poi con lacrimogeni e caroselli. Diecine di migliaia di persone rispondono con pietre, bottiglie, tavole e sedie dei bar, sedie delle case, assi di legno dei cantieri edili, in scontri che si frazionano per tutto il centro.

Colpi d’arma da fuoco partono dai celerini e un giovane rimane ferito. Epicentro degli scontri sono Piazza De Ferrari, Via Petrarca, Piazza Matteotti, Piazza Dante, sottoporta Soprana, Via Ravecca e Via Fieschi. In Piazza De Ferrari una camionetta, che non riesce a fendere la folla, viene bloccata e bruciata; un ufficiale della polizia viene gettato nella vasca della piazza e molti celerini sono malmenati e disarmati. Intanto altre tre camionette vengono incendiate in Via Petrarca, in Piazza Dante e avanti il Credito Italiano. Dai tetti alcuni poliziotti sparano, mentre un elicottero della polizia coordina e dirige l’azione. Nella stessa piazza Dante sorge una barricata formata da varie auto in sosta. Più di cento agenti rimangono feriti o contusi e feriti anche una sessantina di dimostranti. Cinquanta i lavoratori arrestati.

Alle ore 20 la battaglia di strada continua con immutata intensità: si adoperano vasi da fiori, paletti e colonnine segnaletiche divelte. La demoralizzazione si impadronisce degli agenti, tantoché la questura convoca presso di sé i dirigenti dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ai quali si appella per riportare la calma.

Costoro girano con megafoni tra i manifestanti invitandoli a cessare gli scontri. La folla non ubbidisce subito perché ha la percezione di un tradimento e di un tranello, ma poi vede che la Celere si ritira e allora si allinea agli ordini dell’ANPI.

Così il 30 giugno i lavoratori genovesi rimangono padroni delle strade, mentre carabinieri e Celere sono obbligati a ripiegare a presidio degli uffici pubblici. E’ a questo punto, nel quale la piazza è in mano al popolo che, ancora una volta, i dirigenti «popolari» fanno da pompieri e a fatica ottengono che i dimostranti tornino a casa.

La testimonianza di un borghese di sinistra, Scalfari, ne fornisce la conferma: «Soltanto l’opera di persuasione dei capi delle associazioni partigiane, che avevano promosso la manifestazione, era alla fine riuscita a calmare temporaneamente gli animi e a ottenere che la gente tornasse a casa».

La lotta è solo rimandata: per il 2 luglio viene proclamato lo sciopero generale in concomitanza con l’inizio del Congresso missino. Ma il governo non vuole cedere. Il giorno prima Portoria è bloccata da un triplo sbarramento di filo spinato; in Piazza De Ferrari cavalli di frisia impediscono l’accesso ai cantieri edili; carabinieri, agenti e guardie di finanza presidiano gli edifici pubblici; il teatro Margherita (ove doveva avere luogo il congresso) è presidiato dalla polizia insieme a tutte le strade laterali, banche e stazioni ferroviarie; tre compagnie autocarrate bloccano la cintura intermedia della città. Rinforzi di carabinieri affluiscono da tutte le città del Piemonte e numerosi battaglioni di celerini sono chiamati da varie città d’Italia.

In totale affluiscono a Genova 7.000 tra poliziotti e carabinieri «con l’ordine di sparare sui manifestanti». Alla Camera il Presidente del consiglio Tambroni conferma che il congresso si farà.

Ma tutta Genova nella notte tra l’1 e il 2 luglio (2) scende ancora una volta nella lotta di strada in un clima pre-insurrezionale: venti trattori agricoli, alla testa di una colonna proveniente da Portoria, avanzano per abbattere gli sbarramenti di filo spinato con cui la polizia aveva isolato Piazza De Ferrari e via XX Settembre. Nei quartieri del porto, nella notte di vigilia si erano confezionate centinaia di bombe molotov; nella cinta industriale intorno alla città si erano ricostituite le vecchie formazioni partigiane armate pronte a scendere in città; nei quartieri del porto, di Via Madre di Dio, di Porta S.Andrea si erano costruite barriccate alte due metri di pietre e legname. Si calcola che 500.000 lavoratori fossero mobilitati e pronti a scendere al centro il 2 luglio.

E’ a questo punto, all’alba del giorno 2 che il governo comprende di aver perso la partita e, per evitare rotture gravi, revoca alle ore 6 del mattino al MSI, il permesso di tenere il Congresso (3), mentre ottiene dai partiti di «sinistra» e dai sindacati la garanzia del mantenimento dell’ordine!

Nelle lotte di quei giorni vennero arrestati 98 lavoratori genovesi: di questi 23 saranno ancora detenuti il 19 agosto 1960, quando verrà celebrato il processo che irrorerà molti anni di reclusione.

Negli stessi giorni ed in quelli seguenti, centinaia di località in tutta la penisola scendono in lotta di strada contro il governo Tambroni. In alcune città (Reggio Emilia, Palermo, Catania, Licata, Roma, Torino, Milano, Modena ecc.) la polizia spara sulla folla uccidendo 12 lavoratori (un tredicesimo lavoratore, ferito, morirà nei giorni successivi) e ferendone 134. Vediamo brevemente la cronaca.

La prima città a scendere in lotta all’inizio di luglio è Palermo con uno sciopero generale a cui partecipano 20.000 operai. Le saracinesche dei negozi del centro sono chiuse. Alcuni autobus, guidati da crumiri, vengono immobilizzati e messi fuori uso. Gli operai occupano per tutta la mattina i punti nevralgici del centro: Piazza Politeama, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Massimo, i Quattro canti. Ci sono violenti scontri con la polizia che spara in aria. Un maresciallo, che aveva estratto la pistola, viene disarmato e percosso dai lavoratori. Cortei operai bloccano l’Arcivescovado e la Prefettura.

Il 5 luglio è la volta dello sciopero generale a Licata (Sicilia). La cittadina è preda della crisi agricola per la distruzione delle culture per il maltempo, della crisi industriale per la chiusura della Montecatini, unica fabbrica della zona, e della crisi del porto, pressoché inattivo. Inoltre era stato soppresso lo scalo ferroviario e negli ultimi mesi avevano emigrato oltre mille abitanti. Lo sciopero è generale: chiusi i negozi, gli uffici, le banche e gli esercizi pubblici. Tambroni fa affluire a Licata un’intera brigata di carabinieri oltre a vari reparti della polizia dalle città vicine.

La manifestazione di strada raccoglie tutti i lavoratori della città e si protrae per tutta la giornata. I treni in transito sono bloccati alla stazione da seimila persone sdraiare sui binari. Molte barricate sorgono sulle strade statali che attraversano la cittadina.

Iniziano così gli scontri tra polizia e manifestanti. La polizia si serve dei calci dei moschetti, degli elmetti impugnati per i sottogola e di candelotti fumogeni. La folla si difende con i sassi. Presto tutta la cittadina è centro di scontri. Verso le ore 20 la polizia stende un cordone intorno al centro e spara a zero sui lavoratori, causando un morto, cinque feriti gravi e molti feriti leggeri. La folla non scappa e gli scontri proseguono per tutta la notte, mentre viene smantellato dai proletari il ponte di ferro sul fiume che collega la città alla strada statale e un’auto della polizia è data alle fiamme.

Il 6 luglio a Porta S. Paolo a Rama (nel luogo ove era avvenuta diciassette anni avanti la prima resistenza contro i tedeschi), viene indetto un comizio: in un primo tempo autorizzato dalla polizia, viene revocato con intendimenti provocatori, poco prima dell’inizio, quando ormai è impossibile avvisare la folla che sta affluendo nel luogo del raduno. Un gruppo di manifestanti, che dal Viale Aventino si dirige verso la Porta, viene caricato dalla polizia a cavallo. La folla reagisce. La polizia lancia lacrimogeni e violenti getti con gli idranti. I lavoratori improvvisano barricate in Viale Aventino e Piazza Albania e con i sassi respingono la polizia, mentre gli scontri si allargano alle vie adiacenti. Dalle finestre la popolazione getta sugli agenti bottiglie e vasi di fiori. La polizia penetra nelle case e ai poliziotti si affiancano squadre di fascisti. La lotta si protrae sino a notte inoltrata.

Ma il fatto più luttuoso avviene a Reggio Emilia il 7 luglio. Viene indetto un comizio in una sala; ma prima che inizi la manifestazione la sala è straripante di intervenuti. Fuori, sulla piazza, stazionano circa 20.000 persone che non hanno potuto trovare posto nel luogo chiuso.

I dirigenti sindacali chiedono alla polizia di poter installare all’aperto gli altoparlanti per riportare in piazza le parole dello oratore; ma la richiesta viene respinta. La massa è silenziosa. Alcuni motociclisti attraversano la piazza con dei cartelli: «Via il governo Tambroni» e «Abbasso i fascisti». Dalle diecine di migliaia di persone presenti si leva un applauso imponente, e poi un canto partigiano. La polizia inizia a caricare con le camionette. Un esponente sindacale grida al microfono: «Cittadini lo sciopero è riuscito in tutta la provincia. Né cerchiamo, né vogliamo disordini». Ma le sue parole sono sommerse dagli scoppi dei lacrimogeni sparati dalla polizia e dai carabinieri sulla folla.

Gli agenti, malgrado anche l’uso degli idranti, sono respinti da una nutrita sassaiola. Un grosso camion di carabinieri viene incendiato dai dimostranti, mentre giovani operai si battono con coraggio avanzando tra le jeep che fanno i caroselli. A questo punto l’eccidio: la polizia spara a zero sui dimostranti, prendendo la mira. Ne uccide cinque e ne ferisce diciannove, tutti con colpi di arma da fuoco. La sparatoria non è un atto inconsulto, ma il frutto di un preciso ordine. Dalle registrazioni fatte all’epoca sul posto della manifestazione si ode una voce: «Sparate nel mezzo», mentre la folla risponde al grido «Assassini. Vigliacchi». Ciò nonostante la lotta impari tra sassi e moschetti continua ancora per due ore.

L’emozione per l’eccidio è grandissima in tutto il paese: viene proclamato uno sciopero generale nazionale per l’8 luglio dalle ore 14 alle ore 24. Grandiose manifestazioni di protesta e di lotta avvengono a Genova, Milano, Torino, Firenze, Livorno, Pisa, Pistoia, Ancona e in tutta l’Umbria, mentre a Napoli sfila un corteo di 15.000 manifestanti.

Togliatti, di fronte al fatto, dichiara: «Dopo le drammatiche giornate, dopo il pogrom poliziesco, contro gli antifascisti romani e i membri del Parlamento, dopo il conflitto ed il morto di Licata, ecco ora a Reggio Emilia una strage: cinque morti e diecine di feriti ad opera delle forze di polizia scatenate contro un popolo pacifico […] . Sentiamo che è necessario sia abbandonata la strada dei conflitti, degli eccidi, degli scontri a ripetizione. Sentiamo necersaria una distensione».

L’8 luglio sciopera anche la Sicilia e in prima linea Enna, Messina, Caltanissetta, Agrigento e Palermo. La manifestazione è imponente soprattutto in quest’ultima città, dove da tutti i rioni popolari una fiumana di popolo si riversa verso il centro, bloccando mezzi pubblici e facendo abbassare le saracinesche ai negozi. Improvvisamente, a mezzogiorno, gruppi di celere caricano con violenza in via Amari. La folla si difende con sassi e paletti di legno. Altri scontri violentissimi avvengono in Via Ruggero Settimo e in tutta la zona tra Piazza Politeama e Piazza Verdi.

Si erigono barricate con casse, bidoni, tralicci metallici e grosse pietre. Si tenta l’assalto al palazzo del Comune. Poi carabinieri e agenti avanzano in ordine sparso ripulendo le strade e sparando sui manifestanti: riusciranno a riprendere il controllo del centro solo al calar della sera. Si contano tra i popolani tre morti (due sul momento e uno che decederà il giorno successivo) e trentasei feriti da proiettili sparati dalla forza pubblica, mentre i fermati sono 317. Tra la polizia 72 sono i feriti da sassi e bastoni. Quattrocentoventi i lavoratori arrestati.

Lo stesso 8 luglio vi è lo sciopero generale anche a Catania. Nel pomeriggio avviene il solito attacco di carabinieri e poliziotti al corteo dei dimostranti. Questi reagiscono e si accende una furibonda lotta di strada nella zona tra Piazza Università e Piazza Stericoro tra il fumo dei candelotti e il volare delle pietre.

In corso Sicilia si alzano delle barricate con materiale da costruzione. A questo punto la polizia spara con pistole e fucili causando un morto e sei feriti tra i lavoratori. Ciò nonostante gli scontri proseguono sino a tarda notte soprattutto in Piazza Duomo, ove è assembrata una folla enorme, e nelle strade adiacenti. Alle ore 23 si ha un altro ferito grave, l’ultimo della giornata, a seguito di nuovi scontri.

La resistenza popolare di quella settimana non sarà stata inutile perché qualche giorno dopo il governo Tambroni, appoggiato dai fascisti, cadrà, e gli succederà un governo monocolore democristiano diretto da Fanfani con l’appoggio esterno socialista (per la prima volta nella storia del dopoguerra). La lotta e il sacrificio cruento delle masse popolari bloccano così il tentativo reazionario di ridare cittadinanza al fascismo.

Peraltro l’episodio del luglio 1960 rimane nel quadro del sistema della repubblica borghese «antifascista» sorta dalla guerra di liberazione, anche come difesa e presidio di quella repubblica, insidiata nuovamente da reazionari e fascisti. Non è e non vuole essere niente di più di una battaglia difensiva, perché al popolo non vengano nuovamente strappate certe parziali libertà ottenute nella guerra civile contro tedeschi e fascisti. Nelle masse popolari invece c’è una identificazione, da sempre, tra fascisti, padroni, polizia e governo; e l’odio di classe si esprime nella mobilitazione popolare che tocca in dieci giorni centinaia di località grandi e piccole della penisola. Il risultato richiesto e voluto dalla sinistra storica si sostanzia viceversa in uno spostamento del governo borghese, nel senso che da allora la borghesia comprende l’utilità e la praticabilità di un governo di centrosinistra e la necessità di abbandonare vocazioni apertamente reazionarie in alleanza con i fascisti.

[…]

Note:

1) Un tentativo, ai primi mesi del 1960, fatto da un’ala della DC di formare un governo con l’appoggio esterno dei socialisti era fallito per l’espresso veto posto dal Vaticano.

2) Il giorno prima era apparso un altro efficace manifesto in tutte le strade di Genova: «Genovesi ricordate Dachau, Gusen, Oswiecin; ricordate Mathausen, Belsen, Auschwitz; ricordate il IV braccio di Marassi, la casa dello studente; ricordate Gravasco, la Benedicta, Portofino». I primi erano campi di sterminio nazista, gli altri luoghi di tortura e gli ultimi località di eccidi di popolazione da parte di tedeschi e fascisti.

3) La Prefettura aveva diramato alle ore 22 un comunicato secondo cui, stante l’ubicazione del Teatro Margherita e la difficoltà di garantire la sicurezza dei congressisti, metteva a disposizione del MSI il Teatro Ambra di Nervi. L’esecutivo del MSI naturalmente non aveva accettato per ragioni «morali, politiche, organizzative», anche perché i primi delegati missini vengono respinti alla stazione da gruppi di lavoratori che l’hanno occupata.

Il presidente della Sicilia si fa pagare lo sbiancamento anale dal Servizio Sanitario Nazionaleda: mafia capitale

Il presidente della Sicilia si fa pagare lo sbiancamento anale dal Servizio Sanitario Nazionale.

La Sicilia dello sbiancamento:Pubblichiamo l’articolo comparso oggi su Il Fatto Quotidiano a firma di Pietrangelo Buttafoco, che affronta il caso Tutino da un altro punto di vista.

Più che Gomorra, Sodoma. In merito alle recenti vicende siciliane, l’arresto di Matteo Tutino, il medico personale di Rosario Crocetta, c’è un dettaglio rimasto appeso: lo sbiancamento anale. Tutino, mago del body jet, il trattamento estetico che a Palermo – secondo la Procura – veniva messo in conto al Servizio Sanitario pubblico, con questa rifinitura destinata alla clientela vip aggiorna l’immaginario dei retrogradi, apre le finestre della mente e scava profonde prigioni al pregiudizio. Un dettaglio utile questo – e lo è – non certo per le indagini dei Nas ma per l’evoluzione dei costumi. Trattasi di un intervento a colpi di bisturi e suture per ingentilire l’orifizio d’evacuazione – al punto di farne un fodero di candida porcellana – e pare sia molto richiesto dai pazienti più scavallati a conferma di ciò che nei frastornati anni ’80 suonava ancora come profezia: “Il culo diventerà la fica del 2000!”.

Va da sé che è Buttanissima Sicilia. Io non sapevo ci fosse questa elaborata pratica estetico-chirurgica (allegramente rubricata, a esclusivo privilegio di pochi, nei rimborsi del servizio sanitario nazionale), e se il primo accostamento mentale rimanda ai riti descritti da Goethe nel Faust – e non solo il bacio sul buchino sporco del Demonio nel sabba, ma ai turgori di Mefistofele mentre guata voglioso i sederini degli angioletti – l’esito simbolico non può che confermare Palermo nella modernità perché, e sia detto una volta per tutte, la Sicilia è un passo avanti anche rispetto alla Costituzione Americana dove i matrimoni omosessuali ormai sono più che garantiti.

Dopo Gomorra dunque, è l’epoca di Sodoma. E non è più questione di diritti, di amori uguali tutti fatti di uno stesso sì, ma di piacere, di squisito diletto in zona “ovale”. Così si legge nella trascrizione delle intercettazioni – “ovale” – laddove poi per “brasiliana” non s’intende più la depilazione pubica tanto in voga tra le signore degli anni ’90 bensì di modellamento del gluteo, portato ad altezza di scaldabagno. Ed è il gluteo maschietto, il protagonista, giusta sostituzione del fondoschiena femminile, quello che ai tempi del gallismo siciliano che fu, ai giovanotti ingravidabalconi – ammirando le ragazze a spasso – faceva dire: “Io per delle natiche così dare un miliardo!”. A fargli eco, un altro amico: “Uno? Due di miliardi!”.

Tutta un’altalena di cifre in merito al popò – nel formato chitarra, quello delle donne – fermata dalla spietata considerazione delle signorinelle sempre spiritose: “Le natiche ci sono, sono i miliardi a mancare!”. Ecco, è il famoso mutamento di costume, e sebbene Crocetta sia stato un disastro alla prova del Governo, quanto a civilizzazione – anche grazie al suo medico personale – non gli si potrà negare un primato: avere consegnato coppole e lupare al sollazzo epicureo. E per fortuna a Sodoma, più che a Gomorra.

All’indomani della sua vittoria elettorale, il 29 ottobre 2012, Crocetta convoca la conferenza stampa per le ore 12,00 a Marina di Tusa, presso l’Atelier sul mare. E’, questo, il bellissimo albergo di Antonio Presti, un sincero combattente sul fronte della lotta alla mafia che – dopo un’ora, dopo due e quindi tre – si muove a pietà verso il bivacco stanco dei giornalisti, va sotto al balcone della stanza del presidente e gli urla: “Bottana, scendi!”. Ovviamente è detto per scherzare, naturalmente è fatto per giocare e Crocetta, infatti, sbuca dalle persiane, sorride e, cespuglioso di sonno e sogni – i colleghi tutti non potranno che confermare questa scena, rimasta nei loro taccuini – avvia la raggiante rivoluzione. Va da sé, tutta di Buttanissima Sicilia.

“Università, altro che merito. E’ tutto truccato Vi racconto come funziona nei nostri atenei” da: l’espresso

Fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Un dottore di ricerca spiega nel dettaglio come si muove il mondo accademico tra raccomandazioni e correnti di potere. E qualcuno non vuole che il libro in cui riporta tutti gli scandali venga pubblicato

di Maurizio Di Fazio
Università, altro che merito. E' tutto truccato 
Vi racconto come funziona nei nostri atenei

Non è un Paese per giovani docenti universitari. E’ quanto ha scoperto sulla sua pelle da Matteo Fini, classe 1978, appena riemerso da quasi dieci anni di esperienza accademica come dottore di ricerca in statistica nel Dipartimento di scienze economiche dell’Università degli studi di Milano.

“Tante illusioni svanite via via nel nulla”. Alla Statale si occupava di metodi quantitativi per l’economia e la finanza. “In pratica facevo tutto: lezioni, ricerca, davo gli esami, mettevo i voti – ci dice Fini – Ero un piccolo professore fatto e finito, senza titolo. E questa è una roba normalissima”.

La sua è la storia di un giovane italiano che non ce la può fare nonostante tutto. “Non si sopravvive al sistema universitario italiano” aggiunge. E ne esce, e pensa di raccontarlo. Di dissacrarlo. Ne fa la sostanza del suo libro: la vita accademica vista dall’interno, nei suoi gangli ordinari. Episodi quotidiani che non danno scandalo abbastanza se presi singolarmente.

Comincia a scriverlo, e ne posta qualche estratto su Facebook. Un giorno riceve una diffida legale, girata anche all’editore con cui aveva già fatto un libro (“Non è un paese per bamboccioni”), che gli intima di non pubblicare e di eliminare tutti i post “allusivi” dal social: tra questi, una citazione di Lino Banfi/Oronzo Canà. “I post non li ho affatto tolti, e tra l’altro erano generici e astratti – racconta Matteo Fini –. Questa è censura preventiva”. Il libro è pronto, anzi c’è tutta una piccola community sul web che ne attende l’uscita; ma non si sa più quando, né con chi vedrà la luce.

Abbiamo incontrato l’autore per saperne di più di questo suo pamphlet arrabbiato, rimandato a settembre per “condotta”.

L’inizio del percorso da ricercatore universitario è comune a tutti. “È il professore stesso che ti precetta, quando tu magari nemmeno ci pensavi alla carriera universitaria. Ti dice: “ti va di fare il dottorato?”. E tu rispondi ok, e cominci. E pensi che sei davvero bravo. Un eletto. A quel punto però vieni risucchiato e la strada si fa cieca”. Al “meccanismo” ci si abitua subito. Prendere o lasciare. I più, prendono, compreso Matteo Fini.

“Ho capito subito che c’erano delle regole bislacche, ma le ho accettate: sai benissimo che lì dentro funziona così, è un sistema che non puoi cambiare, immutabile, e sai anche che la tua carriera è totalmente indipendente da quello che dici o che fai: conta solamente che qualcuno voglia spingerti avanti”.

Anche Matteo ha il suo protettore. “Fin dal primo giorno, mi ha detto: Tu fa’ quel che ti dico, seguimi, e alla tua carriera ci penso io”. Va avanti così per anni. Ma le cose non sono eterne. “All’improvviso la sua attenzione si è completamente spostata altrove. Dal chiamarmi quattro volte al giorno, l’ultimo anno è scomparso. Fino al gran finale: il dipartimento bandisce il concorso per il posto a cui lavoravo da otto stagioni,“che avrei dovuto vincere io”. Lui nemmeno me lo comunica. Io ne vengo a conoscenza e partecipo lo stesso, pur sapendo che, senza appoggi, non avrei mai vinto. In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato”.

In questo volume intra–universitario che non c’è, ma c’è, Fini spiega gli ingranaggi universitari più comuni. Talmente elementari che nessuno aveva mai pensato di racocntarli. Sfogliamolo virtualmente.

Concorsi, primo esempio. Il blu e il nero. “Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo. A me una volta è capitato che a metà prova si siano accorti che alcuni stavano scrivendo in blu e altri in nero. A quel punto ci hanno consegnato delle penne uguali per tutti, e siamo ripartiti daccapo. A fine prova mi sono accorto che c’erano degli stranieri che avevano scritto nella loro lingua natìa… Ma con la penna uguale alla nostra, eh!”.

Concorsi, secondo esempio. Gli ultimi saranno i primi. “M’iscrissi al bando e mi presentai al test d’ammissione che era composto esclusivamente da un colloquio orale in cui si ripercorreva la carriera dei candidati. Era un concorso per titoli. I candidati erano tre: io, una ragazza del sud di trentun’anni neolaureata e una ragazza del nord che stava discutendo la tesi. I posti erano sei, le borse di studio in palio due. Indovinate in graduatoria in che posizione mi piazzai? Esatto, terzo. E ultimo.

In un concorso esclusivamente per titoli, cioè non vi erano delle prove d’esame che avrebbero potuto mostrare la preparazione di un candidato piuttosto che l’altro, contava solo il curriculum vitae; in un concorso per titoli tra due neolaureate, o quasi, e io che una laurea, come loro, ce l’avevo e che possedevo anche un titolo di dottore di ricerca, pubblicazioni scientifiche, manuali didattici e un’esperienza di oltre cinque anni in accademia tra lezioni, lauree, seminari e convegni, ecco in gara con loro due mi classifico terzo, dietro di loro…”.

Concorsi, terzo esempio. La salita è in discesa. “Qualche anno fa sono andato a fare un concorso per un contratto di un anno fuori sede. Fuori sede lo dico perché ogni ricercatore, o simile, è come affiliato al dipartimento di provenienza, ogni volta che prova a partecipare a un concorso in un altro ateneo è come se andasse in guerra. Con lo scudo e la fionda contro i fucili e i cacciabombardieri. Il posto era per un assegno di ricerca in Economia e gestione delle imprese. Ci presentiamo in tre. Il vincitore, il fantoccio e io. C’è sempre un fantoccio. Quello che deve fare presenza, ma perdere. Per non dare l’idea che il concorso sia ad personam. Purtroppo per loro però, inavvertitamente, mi ero iscritto pure io. E risultavo tremendamente più titolato degli altri due, vincitore compreso.

Questo capitava non perché io fossi particolarmente genio, ma perché, essendo ormai da anni attorcigliato nel meccanismo universitario senza sbocchi in attesa del posto mio, mi ritrovavo a partecipare a concorsi per retrocedere. Scendi di categoria, e sembri un fenomeno. Così succede che devono trovare un modo per fermarmi. E non potendo dire che non ho i titoli o che il mio curriculum mal si relazioni col loro progetto di ricerca. sapete cosa s’inventano? Provano con la psicologia. Anzi la psicologia inversa, il metagame. “Tu sei un ricercatore affermato, ormai hai anni di esperienza, il nostro progetto dal punto di vista quantitativo non presenta una sfida entusiasmante, saranno sì e no due calcoletti, per cui non credo che questo sia il posto adatto a te… E così ho perso un’altra volta”.

Concorsi, per concludere. Così fan tutti.“E così risulta penalizzato anche chi vince perché è più bravo e perché se lo merita. Chi vincerebbe un concorso anche in una molto ipotetica gara alla pari. Senza padrini. Pensate a quanto possa essere frustrante, anche per loro, sapere che nonostante gli anni di studi, i sacrifici, nonostante siano pronti, in realtà si sono ritrovati vincitori perché qualcuno ha deciso così. Per delle logiche che continuano a esulare dalla loro preparazione e ricerca. Tutti penseranno che tu, come tutti, il posto non te lo sei guadagnato. Puoi urlarlo forte quanto vuoi, ma nessuno ti crederà. Tutti ti vedranno come l’abusivo, il solito infame”.

Assegnazione dei fondi. Specchietti per le allodole. “Quando vengono assegnati i fondi di ricerca, i professori e i dipartimenti si associano e mettono su un progetto alimentato dal blasone dei docenti unitisi (professori che magari fino al giorno prima neanche si salutavano). Dentro questi bandi vengono infilati anche dei ragazzi giovani, con la promessa che verranno messi poi a lavorare. Il bando viene vinto, arrivano i fondi, ma del progetto che ha portato ad accaparrarseli nessuno dice più niente. Viene accantonato, e i quattrini sono dilapidati nelle maniere più arbitrarie (pubblicazioni, acquisto di pc all’ultima moda ecc.). Che fine fanno i ragazzi coinvolti? Bene che vada si spartiscono le briciole”.

Libri universitari. Self–publishing.Molti docenti scrivono libri che poi adottano a lezione, naturalmente, e molto spesso gli editori glieli fanno pagare fino all’ultimo centesimo, della serie “Ti pubblico, ma tu devi comprarne 5 mila copie”. Ma mica li acquistano con portafogli personali, i suddetti saggi; no, ordinari e associati amano invece attingere liberamente dai fondi di dipartimento, che pure magari erano destinati a qualche ricerca seria e pluripremiata”.

Cultore della materia. Il purgatorio dei tuttologi. “Più in basso ancora di assegnisti e dottorandi, c’è la figura del “Cultore della materia”: per permetterti di affiancare un Prof. in università se non hai titoli tuoi, questo ti fa “cultore”, e tu così guadagni il diritto di aiutarlo in aula con gli esami o addirittura di fare lezione. La cosa divertente è che la decisione del docente è insindacabile. E così se un domani il tuo supervisor decide che tu debba essere un cultore in Fisica applicata o Letteratura greca medievale, e lo fa soltanto perché gli servi… il giorno dopo tu sarai legittimato ad andare in Aula a parlarne. Anche se non ne sai un fico secco”.

Didattica. Il fanalino di coda. “Viene vista come un fastidio. Un intralcio. È che da noi diventi docente solo dopo aver fatto il ricercatore. Ma il ricercatore dovrebbe fare ricerca, e il docente insegnare. Ci vorrebbe una separazione delle carriere. Un ottimo ricercatore può essere un pessimo docente, e viceversa”.

Seminari e riviste. Tutto fa brodo. “Spesso i dipartimenti organizzano seminari (sempre coi soldi dei fondi) il cui unico scopo è quello di presentare i propri lavori, perché così quel lavoro finirà dritto ne “gli atti del convegno”, che è una pubblicazione, e che quindi va a curriculum, fa massa, valore, prestigio, carriera, altri soldi. C’è una lunga teoria di riviste che esistono solo per pubblicare gli atti di questi convegni: periodici clandestini, che pubblicano indiscriminatamente. Ci sono poi dipartimenti che le riviste se le creano da sé. È un circuito drogato, che lievita, ma su impasti veramente fragili. Basti vedere i curriculum dei docenti italiani: le pubblicazioni sulle riviste internazionali, quando ci sono, sono messe in bella mostra, mentre quelle sulle riviste nazionali vengono liquidate sotto la dicitura “altre pubblicazioni”… Come se ce se ne vergognasse”.

Il vero obiettivo tedesco è l’eliminazione di Syriza da: il manifesto

Germania e Ue. La posta in gioco dietro il fuoco tedesco

Ancora una volta era sem­brato che l’accordo tra Ue e Gre­cia si potesse fare, rag­giun­gendo così l’obbiettivo di chiu­dere la bat­ta­glia ini­ziata con la vit­to­ria di Syriza nel gen­naio 2015, nono­stante l’obbiettivo vero delle auto­rità euro­pee sia sem­pre stato l’estromissione di Syriza dal governo. In que­sti mesi, infatti, quasi mai la posta in gioco dello scon­tro ha coin­ciso con le misure discusse. Bensì, da parte euro­pea, otte­nere l’adesione alla filo­so­fia del Memo­ran­dum. Ma que­sta sot­to­mis­sione al Memo­ran­dum che l’Eurogruppo voleva non c’è mai stata.

Le «Isti­tu­zioni», via via sem­pre più irri­tate dalla tat­tica nego­ziale di Tsi­pras, prima attac­ca­rono vio­len­te­mente Varou­fa­kis per espel­lerlo dalla trat­ta­tiva, e poi lan­cia­rono l’ultimatum al governo greco dopo la riu­nione «segreta» dei quat­tro (Com­mis­sione, Bce, Fmi e Eurogruppo).

A que­sta richie­sta fu rispo­sto no, con durezza, e le trat­ta­tive rico­min­cia­rono. Ma nono­stante le dif­fe­renze nelle misure da adot­tare si ridu­ces­sero, appa­riva chiara la volontà dell’Eurogruppo di accet­tare solo una resa com­pleta della Grecia.

E creb­bero le mano­vre euro­pee in Gre­cia per arri­vare a una sosti­tu­zione del governo di Syriza con uno di unità nazio­nale. A que­sto Tsi­pras rispose col refe­ren­dum, con­si­de­rato dagli euro­pei una mossa tal­mente ostile da dichia­rare, sia prima che subito dopo, che il refe­ren­dum ren­deva impos­si­bile la ria­per­tura delle trattative.

Tutti sap­piamo che la trat­ta­tiva si è ria­perta solo per l’esito quasi ple­bi­sci­ta­rio del refe­ren­dum, e per l’intervento pesante degli Stati Uniti. Dopo il refe­ren­dum e l’evidenza dei cal­coli poli­tici sba­gliati, gli Usa hanno ricor­dato bru­sca­mente agli euro­pei che i vin­coli geo­stra­te­gici non pote­vano essere un optio­nal subor­di­nato agli obbiet­tivi poli­tici intra-europei.

Rispetto a que­sto punto va valu­tata accu­ra­ta­mente la posta in gioco in que­sto momento. Che non può che essere che la soprav­vi­venza del governo di Syriza come obbiet­tivo asso­lu­ta­mente prio­ri­ta­rio. Evi­den­te­mente nel lato euro­peo sta pren­dendo di nuovo piede la posi­zione esat­ta­mente oppo­sta: che sia asso­lu­ta­mente prio­ri­ta­rio invece libe­rarsi di que­sto governo; e, in subor­dine, se que­sto non fosse pos­si­bile, libe­rarsi della Gre­cia nell’euro, pre­ci­pi­tan­dola in un caos che comun­que sia di monito a chiun­que volesse seguire quella via.

Solo così si spiega, infatti, la ria­per­tura vio­lenta dei gio­chi che sem­bra­vano taci­tati dall’intervento ame­ri­cano. Evi­den­te­mente pesano due moti­va­zioni entrambe vitali per la diri­genza tede­sca. La prima che que­sta rot­tura «poli­tica» della disci­plina dell’austerità era comun­que inac­cet­ta­bile per il con­ta­gio che avrebbe potuto pro­vo­care, indi­pen­den­te­mente dal con­te­nuto delle misure con­te­nute negli accordi. Ma c’è un secondo lato, fin qui in ombra, che sta venendo in luce. Ed è la stessa sta­bi­lità poli­tica tedesca.

È evi­dente, infatti, che Schäu­ble sta gio­cando pesan­te­mente sulla asso­luta osti­lità dell’opinione pub­blica tede­sca nei con­fronti di un qual­siasi accordo con la Gre­cia, che smuove strati pro­fondi di disprezzo verso il Sud d’Europa. L’incertezza della Mer­kel nel dare corso alle richie­ste ame­ri­cane di tener conto degli aspetti geo­stra­te­gici che l’esito nega­tivo dell’accordo impli­che­rebbe, pare quindi dovuto al timore che que­sta opi­nione pub­blica, da lei stessa aiz­zata fino al paros­si­smo, possa rea­gire vio­len­te­mente, desta­bi­liz­zando tutto il qua­dro poli­tico tedesco.

Non sarebbe più allora il peri­colo di for­ma­zioni popu­li­ste a pre­oc­cu­parla, ma che forse la stessa Csu bava­rese di Schäu­ble possa scen­dere sul piede di guerra.

Equi­li­bri tede­schi con­tro equi­li­bri euro­pei e geo­stra­te­gici mon­diali. Que­sta è la par­tita tre­menda che si sta gio­cando. Syriza deve morire, è l’urlo della destra tede­sca, e europea.

Che chia­ri­sce anche ai più tardi qual è la posta in gioco. Non certo le per­cen­tuali dell’accordo. Ma il potere in Europa. Che, per la prima volta, da Maa­stri­cht in poi, è stato messo in discus­sione dalla for­ma­zione poli­tica di un pic­colo paese di grande corag­gio. Chapeau.