Presentazione del libro “Collusi” di Nino Di Matteo – 10 Luglio da: antimafia duemila

20150710-pres-collusiIl 10 luglio 2015 alle 18.30, nella Libreria Iocisto a Piazzetta Fuga a Napoli, verrà presentato il libro Collusi – Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia di Salvo Palazzolo, Nino Di Matteo edizioni BUR-RIZZOLI.

Da oltre vent’anni Nino Di Matteo è in prima linea nella lotta a Cosa nostra. Titolare di un’inchiesta che fa paura a tanti – quella sulla trattativa Stato-mafia, che si sviluppa nel solco del lavoro di Chinnici, Falcone e Borsellino – è lui il magistrato più a rischio del nostro Paese. Le indagini che ha diretto e continua a dirigere, ritenute scomode persino da alcuni uomini delle istituzioni, lo hanno reso il bersaglio numero uno dei boss più influenti: Totò Riina e Matteo Messina Denaro. Le parole del pm, raccolte dal giornalista Salvo Palazzolo, offrono una testimonianza diretta e autorevole sulle strade più efficaci per contrastare lo strapotere dei clan. E lanciano un grido d’allarme: Cosa nostra non è sconfitta, ha solo cambiato faccia. È passata dal tritolo alle frequentazioni nei salotti buoni, facendosi più insidiosa che mai; anche se le bombe tacciono, il dialogo continua: tra politica, lobby, imprenditoria e logge massoniche si moltiplicano i luoghi franchi in cui lo Stato è assente. Con una semplicità unica, Di Matteo condivide con il lettore la propria profonda comprensione del fenomeno mafioso di oggi. Così, tra denunce e proposte, questo libro permette di gettare uno sguardo ai meccanismi con cui Cosa nostra si è insinuata nelle logiche economiche, sociali e politiche del nostro Paese. Un’opera che si rivolge a tutti, perché è dalle azioni di ciascuno che deve partire il contrasto alla criminalità. Per non arrenderci a un futuro in cui mafia e sistema-Paese siano una cosa sola.

Partecipano:
Nino Di Matteo
Luigi de Magistris

modera:
Federica Flocco

Tratto da: associazionedema.it

Genchi: “De Michele mi accusa? Mossa per delegittimarmi” da: antimafia duemila

genchi-falcone-borsellino-c-giorgio-barbagallodi Miriam Cuccu – 10 luglio 2015

Capaci bis, l’ex perito tecnico smentisce di aver minacciato il poliziotto
Il poliziotto Giuseppe De Michele punta il dito contro Gioacchino Genchi, che gli avrebbe intimato di “dimenticare” quanto visto il giorno prima allo svincolo di Capaci (due misteriosi furgoni e operai con tute bianche). Una mossa, sostiene Genchi al processo bis per la strage di Falcone, per “delegittimarmi completamente” e “smentire la mia attendibilità”. Dopo aver sentito lo stesso De Michele, la sorella Rita e Roberto Di Legami (che ascoltò la versione del poliziotto, cambiata più volte) è la volta dell’ex consulente del gruppo Falcone e Borsellino, che respinge una dopo l’altra tutte le accuse.

Genchi racconta di aver preso servizio all’undicesimo reparto della mobile di Palermo solo dal 5 maggio ’93 (anche se il trasferimento risale all’ottobre dell’anno precedente, ma in quei mesi si concentrò sulle investigazioni di Capaci). Solo in quell’occasione conobbe De Michele, “un giovane molto ossequioso, mi accorsi che aveva dei problemi alle gambe, dei tremolii”. De Michele, al contrario, ribadisce di conoscere Genchi addirittura dal ’91, e di averlo accompagnato più volte in procura con la propria auto: “E’ falso – ribatte il tecnico – non avevo bisogno di andare in procura prima del ’93. Basta prendere i fogli di uscita degli automezzi e sentire i miei due autisti. E poi dal ’91 al giugno ’92 ero sempre in giro per la Sicilia oppure a Roma”. “Non era presente a se stesso – continua l’ex perito parlando del poliziotto – capii che era poco idoneo sia per servizi di ordine pubblico che per compiti d’ufficio e quindi veniva messo di vigilanza in caserma, un poliziotto si lamentò che quando era in caserma teneva il colpo in canna, aveva questa fobia e quando mi accompagnava portava il mitra”. De Michele, prosegue Genchi, “nel ’93 mi accompagnava tante volte, in caserma ancora non avevo uno studio e mi avvalevo della sua collaborazione, mi aiutava quando prendevo le scatole dei cellulari e li caricavamo nella macchina della polizia, mi aiutava a scaricarli in una stanzetta che mi ero preso al reparto mobile. Nel giro di poco tempo ricevetti molti incarichi dalla Procura di Palermo (nello specifico il sequestro di cellulari ed altri apparecchi di comunicazione, ndr) spesso De Michele mi aspettava una o due ore perchè io non avevo una macchina e usavo quella di servizio, dovevo trasportare reperti e fascicoli. Ma al di là di tutto era un ragazzo bravo ed educato, che per quel poco che sapeva fare veniva rispettato da tutti e che non era mai stato richiamato. Un giorno mi disse ‘facciamo una cena, i miei genitori ci terrebbero che venisse’. Ci vado ma finisce lì, e io rivedo De Michele solo dopo il mio trasferimento nel ’95, quando sono andato a vivere a Palermo”.
All’indomani della strage del dottor Falcone, racconta ancora Genchi, sul computer del giudice al ministero, “hanno lasciato una traccia in un file che mi colpì particolarmente, con come data di modifica il 23 giugno, di un documento nel quale Falcone aveva raccolto degli appunti per difendersi da una serie di attacchi del Csm”. Qualcuno aprì il computer, aprì quel file, lo modificò per poi salvarlo: “Per la conoscenza che avevo delle denunce nei confronti del dottor Falcone secondo me quel file era incompleto, mancavano diversi passi, anche se non avevo avuto modo di vederlo prima”.
“Le opinioni me le tengo per me, e ne ho parecchie – commenta poi Genchi tornando sull’accusa ricevuta da De Michele – la mia deduzione è che non può che essere stato indotto da qualcuno perchè non aveva nessuna ragione sul piano personale, nessun motivo attuale o remoto per cui De Michele potesse inventarsi cose di sana pianta”. Tutto questo, spiega in aula, “in perfetta coincidenza temporale con una ricerca forsennata, da parte del Ministero dell’interno, di qualunque cosa potesse riguardare il mio passato” e con una “campagna di delegittimazione nei miei confronti, nel 2009. Un tentativo subdolo e ad alti livelli”.

Foto © Giorgio Barbagallo

Mafia: Manfredi Borsellino, il 19 luglio non ci saremoda: antimafia duemila

borsellino-manfredi-c-castolo-giannini-2‘Sono stato educato da mio padre al rifiuto delle passerelle’

10 luglio 2015
Roma. “Il 19 luglio? Non ci sarò. Mi sono messo di turno al lavoro, a cercare di fare qualcosa di concreto, non ho tempo per commemorazioni senza senso. Per me, appassionato di calcio, i memorial sono quelli sui campi, non ne esistono altri”. Così, in un colloquio con La Stampa, parla Manfredi Borsellino, figlio del giudice Paolo ucciso ventitré anni fa in via D’Amelio, oggi commissario di polizia a Cefalù. Alla commemorazione della strage “noi figli non ci saremo. Fiammetta da sei anni – racconta Manfredi – passa questo periodo a Pantelleria. Il 19 luglio fa celebrare una messa in memoria di papà in una chiesetta di contrada Khamma, sull’isola, dove entrano a malapena dieci persone. Lucia quest’anno sarà lì con lei. E io sarò in servizio, il 17, il 18 e il 19. Sono stato educato da mio padre all’etica del lavoro, alla concretezza, al rifiuto delle passerelle. Tre anni fa, pochi giorni prima dell’anniversario, abbiamo fatto un blitz contro la criminalità delle Madonie, il migliore modo di commemorarlo”. “Mia sorella ha parlato di antimafia di facciata – aggiunge – e io quelle parole me le sono appese in ufficio, tanto le condivido, tanto mi sembrano arrivare dritte dalla voce di mio padre. Lei è la più figlia di Paolo Borsellino, è quella che ha nel sangue i suoi geni migliori”. “Io penso che le parole di mia sorella dovrebbero aprire un dibattito – sottolinea -, ma non tocca a me farlo. Quel che posso dire è che tutti noi fratelli, anche Fiammetta che appare più defilata ma segue tutto con grande attenzione, la pensiamo esattamente come Lucia”.

ANSA

Foto © Castolo Giannini