Matteo Renzi in difficoltà, il grande comunicatore perde smalto e pezzi da: l’espresso

Il premier interviene alle Camere ma non ritrova la verve di un tempo. Con le trincee in Europa, le barricate per la scuola, l’assedio sui territori, Civati e Fassina che salutano il partito qualcosa si è rotto. E le paure dei renziani prendono forma

di Marco Damilano

24 giugno 2015

Matteo Renzi in difficoltà, il grande comunicatore perde smalto e pezzi

C’era una qualche curiosità alla vigilia: che Renzi sarebbe stato quello chiamato a parlare per la prima volta davanti alle Camere dopo la sconfitta delle elezioni amministrative? Renzi Uno il Rottamatore o Renzi Due l’Istituzionale, secondo le stesse auto-definizioni del premier? La domanda circola già alle nove del mattino a Palazzo Madama, quando l’inquilino di Palazzo Chigi si prepara a intervenire per esporre la linea del governo italiano al Consiglio europeo dei prossimi giorni. Occasione solenne: un anno fa Renzi si era presentato fresco di trionfo alle urne, era il signor Quaranta per cento, aveva segnato il cambio di linea, via i cento giorni e il cronoprogramma dei primi tre mesi di governo, l’annuncio dei mille giorni e dell’Italia da cambiare passo dopo passo.

In aula ci sono Giorgio Napolitano e Mario Monti. Ai banchi del governo Maria Elena Boschi saluta tutti, Angelino Alfano arriva in ritardo e fa alzare la ministra Stefania Giannini dal posto accanto al premier. Paolo Gentiloni ingobbito. Renzi comincia, al solito, premendo sull’acceleratore, parla a braccio con un occhio sugli appunti con i post-it gialli, rossi e verdi: la Grecia sta messa peggio di noi italiani, per la prima volta l’Italia non è sul banco degli imputati o tra gli studenti che devono fare i compiti (cosa che gli costerà una velenosa correzione di Monti: “la procedura di infrazione fu chiusa nel 2013”, durante il governo tecnico), le riforme strutturali sono il nostro fondo salva-Stati, la nostra vera clausola di salvaguardia…

Giulio Tremonti lo ascolta in piedi, come tormentato da un rovello. La senatrice grillina Paola Taverna va su e giù per i banchi, inquieta, L’ex Forza Italia Manuela Repetti è già traslocata nel gruppo misto, dalle parti del Pd. Il Senato è già lo specchio di una situazione politica mutata. Sabbie mobili che avanzano. Effetti speciali che non incantano più. E quando arriva a parlare dell’immigrazione Renzi mostra tutte le sue difficoltà a fronteggiare sul piano comunicativo l’ondata della Lega di Matteo Salvini: “Non mi spaventano i toni demagogici”, avverte, “una classe dirigente deve saper trovare le parole giuste per trasmettere al Paese la giusta via tra la paura e il cedimento strutturale al buonismo”. Renzi ne pronuncia una, rivolto a sinistra: rimpatrio. Ma la giusta via il grande comunicatore di Palazzo Chigi non la trova neppure oggi. Spariscono dalle dichiarazioni della vigilia le quote obbligatorie di accoglienza dei profughi nei vari paesi europei, la necessità di rivedere il trattato di Dublino che obbliga i richiedenti asilo a restare nel paese di prima accoglienza (“non c’è oggi il consenso in Europa per cambiarlo e non ci sarà domani”, ammette Renzi), anche la guerra agli scafisti sparisce dall’agenda.

Nel pomeriggio alla Camera, se possibile, il dibattito è ancora più grigio. Dai banchi della maggioranza e del Pd arrivano quattro flebili applausi in mezz’ora. Renzi prova ad accelerare. Contro l’Europa e la sua inconcludenza, il premier si dice euro-deluso: “Il quartetto dei presidenti della Ue non brilla per ambizione. Sta facendo manutenzione dell’esistente. Non vola alto”. La premessa, forse, per rovesciare il tavolo in caso di conflitto con gli altri governi. E contro i talk show, i sondaggi, “le forme banali di un tweet”, i media che diffondono la paura dell’immigrazione, i muri che si rialzano mentre nell’89 i muri erano caduti… E intanto nuovi, invisibili muri si alzano in Parlamento: tra la maggioranza e le opposizioni, Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Lega, all’interno del Pd, perché tra un discorso di Renzi e l’altro, all’ora di pranzo, anche Stefano Fassina ha annunciato l’addio. E le paure dei renziani prendono forma dentro e fuori l’aula di Montecitorio.

Fuori, in Transatlantico, il testo più citato tra i deputati del Pd è l’articolo del professor Roberto D’Alimonte di ieri sul “Sole 24 Ore” in cui il politologo ipotizza di rivedere la legge elettorale Italicum appena approvata, nel punto che vieta la possibilità per i partiti di fare alleanze tra il primo e il secondo turno: “Improvvisamente molti si sono accorti che il Movimento 5 Stelle potrebbe andare al ballottaggio e addirittura vincere”. Dentro l’aula in quel momento sta parlando il deputato di M5S Alessandro Di Battista. Un discorso ben scritto e ben interpretato, il possibile candidato sindaco per il dopo-Marino infila il suo miglior intervento della legislatura e definisce il Movimento “alternativa di governo”. E per la prima volta non suona come un artificio retorico.

Alla fine di una giornata cominciata alle nove del mattino a Palazzo Madama e terminata nel pomeriggio nell’aula di Montecitorio l’immagine del premier in partenza per il Consiglio europeo rispecchia le difficoltà di questo momento. In trincea in Europa, sul fronte immigrazione. Sulle barricate al Senato dove le votazioni sulla buona scuola fotografano una maggioranza che regge ma fa catenaccio. Con un Pd che perde i pezzi, ieri Civati, oggi Fassina, domani chissà. E assediato sui territori, dalla Campania di Vincenzo De Luca alla Roma di Ignazio Marino. Così, alla fine di una giornata trascorsa nel limaccioso terreno di gioco dei “signori del Parlamento”, come li chiama il premier, la domanda iniziale resta senza risposta. Oggi non c’è Renzi Uno e neppure Renzi Due, forse un Renzi Tre. Evasivo. Nebuloso. Sospeso. Disperso in un cloud.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: