Dalle rivendicazioni della Falange Armata al 41 bis da: antimafia duemila

aula-bunker-ucciardone1di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 25 giugno 2015

Una sigla oscura nel corso della storia d’Italia ha rivendicato ogni singolo atto criminale della strategia stragista, quella della Falange Armata.
La prima volta che la sigla fa la sua apparizione è il 27 ottobre del 1990, quando viene rivendicato l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario del penitenziario milanese di Opera. Poi la Falange inizia a seguire quella scia di sangue lasciata dalla banda della Uno Bianca (rivendicazione della strage di via Pilastro in cui vennero trucidati tre carabinieri), per poi comparire in Sicilia nel dicembre 1991 quando, alla vigilia della sentenza del maxi processo contro la mafia, il gotha di Cosa nostra, e non solo, si ritrova ad Enna. E’ in queste riunioni che Riina dichiara apertamente guerra allo Stato. Tra i pentiti che riferiscono di queste riunioni vi è Maurizio Avola che racconta: “Per quanto riguarda gli obiettivi da colpire si trattava di azioni di tipo terroristico anche tradizionalmente estranee al modo di operare e alle finalità di Cosa Nostra. Queste azioni secondo una prassi che erano già in atto da tempo dovevano essere rivendicate con la sigla Falange Armata”. Lo stesso ha detto il collaboratore di giustizia Filippo Malvagna: “Nella riunione di Enna in cui si decise la strategia delle stragi Falcone e Borsellino si disse di rivendicare tutti gli attentati con la sigla Falange Armata”. Assassinio Lima, omicidio di Giuliano Guazzelli, strage di Capaci, non c’è delitto di Cosa nostra che non viene rivendicato dai Falangisti.
Ma a nome della falange sono anche una serie di telefonate effettuate in piena trattativa in cui vengono fatti nomi di primo piano con tanto di critiche, minacce e prese di posizione. Il 9 settembre ’92 uno dei telefonisti della Falange Armata chiama l’Ansa di Torino per criticare Mancino. Il 26 giugno, la Falange aveva chiamato l’agenzia Ansa per minacciare di morte il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, prima che fosse sostituito proprio da Mancino. La sigla oscura della Falange poi rifà capolino nel 1993 quando è in corso d’opera un altro piano della trattativa, indicato dai pm, ovvero il dialogo per l’ammorbidimento del carcere duro. Il primo aprile, il solito anonimo chiama l’Ansa di Roma per minacciare il presidente della Repubblica Scalfaro e Mancino. E’ lo stesso periodo in cui l’allora Capo dello Stato era stato minacciato anche da alcuni familiari di boss detenuti, con una lettera anonima.
Secondo l’accusa proprio dopo quelle minacce Scalfaro avrebbe deciso di allentare la pressione nelle carceri sostituendo il direttore del Dap. Così, Nicolò Amato fu rimosso e arrivò Adalberto Capriotti. E il 14 giugno la Falange Armata, in una telefonata manifestò soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato proclamando la sostituzione come “una vittoria della Falange”. A questa telefonata seguirono altre di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (19 giugno), a Captiotti ed al suo vice Di Maggio (16 settembre).
Chi c’era dietro quella sigla oscura che tanto si adoperava negli anni delle stragi?
Secondo l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, ex segretario generale del Cesis tra il maggio 1991 e l’aprile 1993, l’ufficio di coordinamento dei servizi segreti, dietro la sigla “Falange Armata” ci sarebbero uomini di Stato. Nella denuncia presentata nel 1993, poi archiviata dal pm Ionta, Fulci faceva il nome di quindici ufficiali e sottufficiali della VII divisione del Sismi (quella di Gladio per intenderci) che facevano capo, in parte, al nucleo «K», inserito nella Sezione addestramento speciale (Sas), dislocato al di fuori della VII divisione, presso il Centro di intercettazione e trigonometria di Cerveteri.
La VII divisione del Sismi celava anche altro, come gli Ossi (Operatori Speciali Servizio Italiano), che un documento riservato del Sismi definisce come “ personale specificatamente addestrato per svolgere in territorio ostile e in qualsiasi ambiente, attività di carattere tecnico e operativo connesse con la condotta della guerra non ortodossa”.
Si tratterebbe di 007 super addestrati con competenze particolari nell’ambito delle comunicazioni e degli esplosivi. Proprio per parlare delle attività svolte per l’identificazione degli autori e delle rivendicazioni della Falange Armata, Francesco Paolo FULCI, oggi sarà sentito al processo trattativa Stato-mafia.
Verrà anche recuperata l’audizione, saltata alla scorsa udienza, di Salvatore Tito Di Maggio, fratello dell’ex vice Capo del Dap Francesco.
Nel luglio 2012 tito Di Maggio si presentò alla Procura di Palermo portando con se documenti in difesa dell’ex giudice, deceduto nell’ottobre 1996. A suo dire questi non avrebbe avuto un ruolo nell’alleggerimento del 41 bis (il carcere duro per i mafiosi, ndr) ed anzi fu “esautorato in quella decisione”. Al processo Mori-Obinu, parlò degli sfoghi del fratello che si sarebbe lamentato di essere stato tenuto fuori dalle vicende del 41 bis e di non avere condiviso la decisione di revocare oltre 300 provvedimenti di carcere duro per i boss decisi a fine ’93.
Inoltre secondo Tito Di Maggio tra Franco (così lo chiamava, ndr) e Adalberto Capriotti, allora capo del Dap, “ci furono incomprensioni e diversità di vedute”. Contrasti che non ci sarebbero stati invece l’ex ministro della Giustizia Conso, come invece aveva riferito ai pm proprio Capriotti. Così oggi Tito Di Maggio dovrà riferire quanto apprese dal fratello sugli incarichi informalmente assegnatigli “per trovare una soluzione politica a tangentopoli” nonché a quello, immediatamente successivo, formalizzato con la nomina a vice direttore del dipartimento di amministrazione penitenziaria. Inoltre il teste sarà ascoltato anche in merito ai rapporti tra Francesco Di Maggio, il ministro Conso ed il Presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro.

E’ possibile seguirlo in diretta audio streaming qui!

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