Quando la politica non ascolta gli economisti Fonte: sbilanciamociAutore: Dario Guarascio

Uno dei pochissimi lasciti positivi – forse l’unico – dell’attuale crisi riguarda la riscoperta da parte degli economisti – o, perlomeno, di una buona parte di questi – della politica industriale quale motore essenziale dello sviluppo economico. Quel che non sembra emergere in questo contesto, tuttavia, è la consonanza tra le analisi, sempre più autorevoli, ed i richiami, sempre più accorati, da parte della professione economica e le risposte dei politici, in particolar modo di quelli europei. Sembrerebbe delinearsi, al contrario, una situazione paradossale in cui ricette economiche fallaci e drammaticamente sconfessate dalla storia recente – identificabili nell’agenda neoliberale fatta di Stato minimo, assoluta libertà di movimento dei capitali e austerità fiscale – sono strenuamente difese dal decisore politico nello stesso momento in cui vengono abbandonate dalla gran parte di coloro che, per mestiere, studiano il funzionamento dei sistemi economici.

Una recente pubblicazione internazionale ( Intereconomics – Review of European Economic Policy Vol. 50 n° 3 disponibile sul sito: http://www.intereconomics.eu/) ha raccolto i contributi di alcuni tra i maggiori esperti in materia di innovazione, sviluppo economico e politica industriale (Al forum sulla politica industriale hanno partecipato M. Cimoli, G. Dosi, M. Landesmann, M. Mazzucato, T. Page, M. Pianta, J. Stiglitz e R. Walz ). L’obiettivo dichiarato è quello di identificare le ragioni, delineandone al contempo presupposti, contenuti e modalità, di un piano di politica industriale capace di tirar fuori l’Europa dalla crisi. E di invertire il pericoloso processo di divergenza e polarizzazione in corso tra il ‘core’ tedesco ed il resto dell’Unione. Una polarizzazione che, come spieghiamo assieme a Valeria Cirillo nello stesso numero di Intereconomics , va assumendo, sempre più, i contorni di una minaccia capitale alla sopravvivenza del progetto di integrazione europea.

Mariana Mazzucato si assume il compito di sfatare alcuni miti chiave della teoria mainstream in materia di innovazione tecnologica e dialettica Stato-mercato. Miti, sulla base dei quali, viene oggi giustificato l’accantonamento della politica industriale tra i vecchi arnesi di un intervento pubblico il cui tempo si vorrebbe definitivamente tramontato. Il contributo della Mazzucato mette nero su bianco come non vi sarebbe stata nessuna delle innovazioni radicali che hanno modificato, nel recente passato, il nostro modo di produrre, consumare, comunicare, etc. senza un ruolo attivo e determinante dell’operatore pubblico. Incardinando il suo ragionamento su delle solide fondamenta teoriche – le quali hanno il merito di riconoscere alcuni cruciali dati di realtà circa la dinamica dell’innovazione tecnologica, colpevolmente trascurati dall’intero corpo teorico mainstream – la Mazzucato spiega come la natura intrinsecamente incerta, cumulativa, irreversibile ed eterogenea dell’innovazione tecnologica ponga quest’ultima fuori portata per la limitata razionalit à dell’agente economico privato. In particolare, ciò accade quando l’agente opera subordinatamente a vincoli finanziari che lo costringono ad una visione di ‘breve periodo’ e ad una valutazione ‘probabilistica’ dei risultati delle sue azioni, in questo caso specifico dei suoi investimenti innovativi.

Dunque, la condizione standard dell’agente economico privato, sia esso un imprenditore in procinto di decidere per un investimento innovativo o un banchiere che deve scegliere se finanziare o meno un progetto che gli viene sottoposto, non sembrerebbe favorire l’introduzione di cambiamenti tecnologici radicali. Al contrario, l’attività di agenzie governative dedicate – la cui presenza negli USA, in Cina, in Brasile e altrove e ampiamente documentata nell’articolo – si è rivelata fondamentale (da qui il titolo del volume della stessa autrice, ‘Lo Stato Innovatore’, tradotto in italiano da Laterza nel 2013), per produrre, sobbarcandosene il carico di incertezza nei risultati attesi, tali innovazioni. Uno Stato austero, in cui l’unico compito dell’operatore pubblico è quello di sorvegliare sul rispetto di parametri fiscali e monetari, non parrebbe quindi essere in sintonia con la diffusione e la crescita dell’innovazione tecnologica. Chissà se a Bruxelles c’è qualcuno che ha contezza di tutto ciò.

Il ruolo determinate dello Stato quale protagonista e ‘timoniere’ dello sviluppo economico e tecnologico è messo bene in evidenza anche da Cimoli, Dosi e Stiglitz . Guardando all’esperienza di paesi industrializzatisi nella seconda metà del Novecento, gli autori sottolineano come la protezione pubblica delle industrie e la cautela nell’adesione ad accordi di libero scambio con economie già sviluppate abbiano rappresentato, per alcuni di questi paesi, due aspetti chiave nella determinazione di un sano processo di avanzamento tecnologico e produttivo. In questo senso, l’eterogeneità osservabile nelle attuali condizioni economiche e produttive di molti paesi in via di sviluppo sembra essere, in gran parte, figlia della diversa capacità dei rispettivi paesi di selezionare, proteggere e curare le proprie industrie nazionali. In particolar modo nelle fasi iniziali del processo di industrializzazione. Intervento pubblico, stimolo diretto e protezione di settori ed industrie strategiche – la politica industriale – e sviluppo economico. Concetti che, con buona pace dell’agenda economica mainstream, non possono camminare disgiunti.

Michael Landesmann e Mario Pianta ci consegnano, invece, una cassetta degli attrezzi. Cassetta che, se fossimo in presenza di entità politiche adeguate, potrebbe rivelarsi vitale per la riparazione di una ‘macchina europea’ la cui prossima destinazione rischia di essere lo sfasciacarrozze. Il primo dei due contributi è una preziosa disamina delle fondamenta teoriche e delle diverse articolazioni possibili per la politica industriale. Il secondo, entra nel merito dell’attuale situazione europea disegnando i contorni di un piano di politica industriale che, in termini realistici, potrebbe invertire l’attuale rotta dell’Europa. Una rotta che, se invertita, potrebbe condurre l’Europa su di un sentiero di crescita nuovo i cui riferimenti imprescindibili siano innovazione, eguaglianza e sostenibilità ambientale. Ma che, se non invertita, sembra ineluttabilmente portarci verso quei ‘territori inesplorati’ a cui Draghi ha fatto, con evidente preoccupazione, qualche giorno fa riferimento.

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