Strage Rapido 904, “Non fu solo mafia, ma interessi convergenti” da: antimafia duemila

rapido-904-8Depositate le motivazioni della sentenza al processo contro Riina

di Aaron Pettinari – 22 giugno 2015
“Non può escludersi” che nella decisione, organizzazione ed esecuzione della strage del Rapido 904, oltre alla mafia “abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura”. A metterlo nero su bianco è la Corte d’assise di Firenze, che lo scorso aprile ha assolto Totò Riina dall’accusa di essere mandante dell’attentato che il 23 dicembre 1984 causò la morte di 17 persone ed il ferimento di altre 260. L’ordigno fu posto in una carrozza di seconda classe, la nona, tra l’undicesimo e il dodicesimo scompartimento.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate quest’oggi, i giudici spiegano il motivo per cui il Capo dei capi non è stato condannato in quanto nessuno dei pentiti ascoltati “ha avuto conoscenza che la strage fosse riconducibile a un suo mandato, istigazione o consenso di Riina”. Piuttosto, “fu una possibile convergenza di interessi”.
E poi aggiungono che la strage “indubbiamente giovava alla mafia, ma non ne recava la tipica impronta”. L’attentato colpì in maniera “feroce e del tutto indiscriminata inermi cittadini” seguendo una logica definita “squisitamente terroristica”.
A differenza di quanto sostenuto dalla Procura di Firenze, secondo la Corte “l’evoluzione storica pare smentire qualsiasi linea di continuità strategica” fra la strage del Rapido 904 e quelle mafiose del biennio 1992-1994, rivolte contro nemici di Cosa nostra, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, o contro i beni artistici, per dimostrare “la vulnerabilità” dello Stato e “costringerlo a scendere a patti”.
Non è bastato quindi il dato fornito dal dirigente della polizia scientifica Giulio Vadalà, che ha deposto durante il processo, in merito all’esplosivo utilizzato per l’attentato al Rapido . Questi aveva evidenziato come fosse “dello stesso tipo utilizzato nella strage di via D’Amelio” e che vi erano “analogie riguardo ai materiali (Semtex, composto da T4 e Pentrite, nitroglicerina e tritolo, ndr) con la strage di Capaci e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze”, nonché con i falliti attentati all’Addaura e allo stadio Olimpico di Roma.
Il consulente parlò anche delle analogie tra i materiali esplosivi scoperti e sequestrati in arsenali e depositi nella disponibilità di mafiosi legati a Cosa nostra: in particolare ha fatto riferimento ai sequestri del 1985 a Poggio San Lorenzo (Rieti) e in un appartamento a Roma – depositi entrambi nella disponibilità di Pippo Calò, già condannato per la strage del rapido 904 – e al sequestro dell’arsenale gestito da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato (Palermo). Dallo stesso Vadalà venne anche rilevato che il Semtex è un esplosivo di produzione cecoslovacca di cui era vietata l’importazione in Italia.
Oltre a Calò, ricordano i giudici in sentenza, per la strage sono già stati condannati i suoi “collaboratori” Guido Cercola e Francesco Di Agostino, e un artificiere tedesco, Friedrich Schaudinn. Per la “sola” detenzione di esplosivo, invece, sono stati condannati l’ex parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo e quattro camorristi: Giuseppe Missi, Giulio Pirozzi, Alfonso Galeota e Lucio Luongo. Secondo i giudici, proprio “i legami con esponenti della banda della Magliana”, vantati da Calò, ponevano il boss di Porta Nuova come tramite tra “il potere mafioso ed ambienti eversivi di destra”. Non solo. Tra gli anni ’70 e ’80 Calò godeva di un “certo grado di autonomia” all’interno di Cosa Nostra, e vantava una serie di “relazioni collaterali” con ambienti vicini alla camorra e all’estrema destra: questo – concludono i giudici – “avvalora il dubbio che non abbia avuto la necessità di avere impulso, autorizzazione o consenso di Riina”. Un dubbio, appunto. Anche senza la certezza, appare difficile pensare ad un’azione, in quegli anni, che abbia coinvolto Cosa nostra senza quantomeno l’avallo del boss corleonese. Sulle motivazioni della sentenza si è poi espressa anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’ Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili: “La sentenza della Corte di Assise di Firenze per il treno 904 , ci toglie un peso dallo stomaco. Ricondurre le stragi del 1993 ad una strategia eversiva di destra, contro il solito avanzare del rosso, ci avrebbe davvero trovati in disaccordo. La sentenza di Firenze del rapido 904 scrive che nulla hanno a che fare la strage di Natale degli anni ’80 con le stragi del 1993, 1994.
Aspettiamo la sentenza di Cassazione come sempre, ma far di ogni erba un fascio, è qualcosa che abbiamo sempre disapprovato, convinti come siamo che le stragi del 1993 sono state volute in una sorta di trattativa fra la mafia ‘Cosa nostra’ e quanti con Riina si erano collusi in gravissime ruberie frutto di grandi traffici”. “Una collusione – prosegue – fra mafia ‘Cosa nostra’ e concorrenti esterni alla mafia che ritroviamo nella strage di via dei Georgofili che dura ancora oggi. Prova provata ne è il non arresto di Matteo Messina Denaro, e la ritrosia da parte dei Governi di questi 20 anni a non fare fronte alle esigenze delle vittime, quasi a negare tutta la drammaticità di stragi come quella di via dei Georgofili”.

per il 7o anniversario della Resistenza documentario

La mia Palestina Autore: Federica Pitoni da: controlacrisi.org

muro palestina

Ho fatto un lungo viaggio, che desideravo da molto tempo. Ho vissuto in Palestina per un mese e ieri sono rientrata in Italia. Ho mille pensieri nella testa. La Palestina che ho trovato non è diversa da quel che mi aspettavo, ma certe cose viverle, oltre a saperle, te le fa sentire in modo diverso.

Guardo a me anche e a quanto posso essere cambiata. Dai primi giorni a Gerusalemme, con gli occhi del turista curioso e la macchina fotografica sempre a scattare, ai giorni successivi in cui ho vissuto da palestinese, con i palestinesi e la macchina fotografica si è riposata.
Come si vive la quotidianità dell’occupazione?
La prima volta che ho passato un checkpoint, guardando i soldati israeliani (tutti giovanissimi…), con i loro occhi pieni di odio, disprezzo, esaltazione, carichi di armi, mitra col colpo in canna a tracolla, che ti chiedono i documenti sprizzando fastidio da tutti i pori (eppure sei tu, giovane sionista, che stai usurpando…), che guardano anche te, italiana, straniera, con profondo disprezzo e rabbia, con odio, per il solo fatto che sei su un autobus palestinese, con i palestinesi e stai passando il loro checkpoint tornando dalla Cisgiordania, e guardando poi gli occhi dei palestinesi, stanchi, a volte impauriti mentre mostrano i loro documenti al militare di turno, artefice in quel momento del loro prossimo destino, quel militare che può decidere se farli passare o no e non ha bisogno di trovare un motivo per dire no, può decidere tutto. La prima volta che ho passato un checkpoint, dicevo, chiappe strette, timore e paura di venir respinti. Poi, dopo una manciata di giorni, passavo il checkpoint chiedendomi solo quanto avrei impiegato, abituata ormai a ogni forma di sopruso. L’abitudine ai piccoli orrori quotidiani.
I primi giorni se la sera sentivo degli spari mi preoccupavo. Poi pensavo: ci sono degli scontri. E lì finiva il pensiero.
La prima volta che ho visto il muro dell’occupazione, quel mostro gigantesco nei suoi otto metri di altezza e 730 km di lunghezza, quel mostro che divide, la prima volta ho provato dentro di me una rabbia incontrollabile. Poi, vivendo a due passi dal mostro, ci passavo davanti al mattino alzando il dito medio in segno di saluto all’occupante, ma anche questa era solo divenuta un’abitudine.
Ci si abitua anche, e sembra normale, al fatto che ci siano in giro camionette dell’esercito e soldati armati fino ai denti e persino civili (civili?), i coloni sionisti che rubano la terra palestinese con i loro insediamenti illegali, che girano per le città con un mitra a tracolla come se niente fosse e senza che nessuno dica niente.
Ci si abitua a Gerusalemme a vedere i palestinesi a volte interdetti dall’entrata nella moschea di Al Aqsa, giacché tutti gli accessi alla moschea sono perennemente presidiati dall’esercito di occupazione israeliano, e nel contempo gruppi di coloni sionisti accedono rumorosamente e senza rispetto nei cortili della moschea, a volte compiendo riti talmudici in spregio dei fedeli musulmani (immaginate se questo venisse fatto in una sinagoga!).
Ci si abitua all’idea che a Hebron, antichissima e bellissima città palestinese in Cisgiordania, dentro la città, nella città vecchia ci siano dei checkpoint, dei posti di blocco dell’occupazione, che ha cacciato gran parte della popolazione dal centro della città, rendendo il paesaggio della città vecchia un deserto solcato solo dai passi ingiuriosi delle tante truppe di occupazione e di pochi turisti che si addentrano nonostante tutto.
Ci si abitua all’idea che in terra palestinese ci siano palestinesi costretti a vivere in campi profughi perché le loro case non ci sono più o sono state requisite dall’occupazione sionista.
Ci si abitua all’idea che possono toglierti tutto.
Ecco questo è l’orrore dell’occupazione: abituarsi ad essa. Eppure accade. E con stupore è accaduto anche a me.
Quel che però non può accadere è accettarla. Si diviene resistenti in altro modo stando qui. Con molto meno clamore e molta più forza. Perché si sa una cosa, che è dentro ogni palestinese e in chiunque viva qui da palestinese: l’occupazione non vincerà mai. Fino a quando esisterà un palestinese, esisterà resistenza. Solo che si impara a resistere in modo diverso. In modo quotidiano. E già star qui, vivere qui, è la più grande forma di resistenza. Per loro e per noi che li supportiamo.
Provate a fare questa esperienza: vivere da palestinese, con i palestinesi, in Palestina. Vi cambierà dentro. E capirete dalla rabbia negli occhi degli occupanti sionisti quanto proprio questo, questa piccola cosa, li irriti.
Una delle tante cose che mi porterò sempre dentro sono gli occhi dei bambini beduini del villaggio di Khan al Ahmar. I loro occhi pieni di vita e dignità, nel contesto di maggior povertà che si possa immaginare, vessati da coloni ed esercito occupante, che distrugge i loro campi e il niente che hanno, in quel villaggio dove le donne beduine mi hanno offerto il miglior tè della mia vita, dolcissimo e aromatico. Questo è un ricordo che rimarrà in me fortissimo e il sapore aromatico di quel tè lo ricorderò per sempre

Perchè la Libia è la porta d’Europa Fonte: sbilanciamociAutore: Mattia Toaldo

In questi anni, un grande numero di migranti e profughi, tra le centinaia di migliaia che hanno attraversato il mediterraneo, hanno trovato la morte nel tentativo di raggiungere l’Europa.

A partire dagli inizi del 2015, son state registrate più di 1800 morti. A seguito di una delle più gravi tragedie marittime nella storia del mediterraneo, che ha visto morire più di 900 persone, il Consiglio d’Europa ha deciso di adottare un’ azione congiunta per affrontare l’emergenza legata ai flussi migratori tra la Libia e l’Europa.

La gran parte della discussione pubblica sviluppatasi nelle scorse settimane ha riguardato le possibili azioni da adottare nel mediterraneo e in Europa in materia di immigrazione. Il dibattito è stato influenzato dall’impatto politico che l’incremento costante nel flusso di migranti sta avendo sulla politica interna di molti stati membri.

Tuttavia, se la reale intenzione dei governi europei è quella di affrontare il tema dell’emigrazione che proviene dalla Libia, è alla Libia che essi debbono guardare. E ciò è ancor più necessario se si vuol tentare di comprendere per quale ragione quest’ultima è divenuta la porta per l’Europa e quali siano le cause alla base del significativo incremento nel flusso di coloro che, dalla fine del 2013, tentano di raggiungere il Vecchio Continente dall’Africa, passando per l’Italia e Malta. La costruzione di una risposta realistica a questa situazione dovrebbe tenere conto di cinque elementi.

1. La Libia non è solo un paese di transito ma anche una destinazione finale. Gheddafi ha incoraggiato l’immigrazione dall’Africa Sub-Sahariana verso la Libia per ragioni politiche (il suo pan-africanismo) e per la costante necessità di lavoratori poco qualificati, tipica delle economie basate prevalentemente sull’esportazione di idrocarburi. Nel 2013, tra gli 1.7 e gli 1.9 milioni di migranti vivevano nel paese. Diversamente dagli altri paesi nord africani, la Libia è stata e, per certi versi, è ancora, una destinazione di arrivo accettabile per coloro che, alla partenza, non hanno ancora deciso se intraprendere o meno la traversata finale nel mediterraneo e subordinano tale decisione alla situazione che troveranno una volta giunti in Libia. Le condizioni sul terreno in Libia, tuttavia, sono seriamente peggiorate a causa della montante guerra civile degli ultimi anni, con quest’ultima che costituisce una delle cause principali dell’impennata dei flussi migratori.

2. Le reti ed i traffici illegali hanno radici profonde in alcune comunità libiche. I traffici illegali e le reti di malaffare sono presenti in Libia da lungo tempo. Tali reti sono state parte del contratto sociale che ha vincolato Gheddafi e le comunità locali, particolarmente nella parte meridionale del paese e lungo la costa. Per avere assicurata la loro lealtà politica, soggetti e gruppi appartenenti a queste comunità sono stati autorizzati, per anni, a trafficare in merci ed in esseri umani. Per queste comunità, le attività illecite legate al commercio degli esseri umani rappresentano una parte rilevante dell’economia, attività a cui partecipano anche cittadini comuni al fianco di faccendieri provenienti dai paesi di origine dei migranti. Le attività illecite in Libia, piuttosto che essere caratterizzate da una struttura piramidale, si articolano sotto forma di una rete complessa di relazioni verticali ed orizzontali.

3. L’economia illegale legata ai fenomeni migratori è parte integrante della politica libica. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, alcuni gruppi criminali hanno colmato parte del vuoto lasciato dalla caduta del leader libico e sono stati integrati nelle milizie che, fino a quel momento, avevano combattuto il regime (o che si attribuivano il merito di averlo fatto). Questi gruppi paramilitari spesso controllano la politica locale e, a volte, anche quella nazionale oltre a combattersi vicendevolmente. Combattere questi gruppi sperando di non venire coinvolti nella guerra civile libica equivarrebbe, per gli Europei, a mantenere l’equilibrio su di un crinale sottilissimo.

4. Non debbono essere confusi trafficanti e terroristi islamici. Alcune delle milizie coinvolte in questi traffici sono di ispirazione islamica ma, ad oggi, non esiste una chiara evidenza circa il legame tra il nocciolo duro dello Stato Islamico e le bande di trafficanti libici. Al contrario, è ragionevole ritenere che i trafficanti vogliano mantenre gli islamisti a debita distanza, così da tener lontane anche le attenzione delle agenzie di sicurezza occidentali. Inoltre, un mal concepito intervento occidentale in Libia potrebbe essere usato dallo Stato Islamico per produrre un nuovo riallineamento tra i gruppi armati libici più favorevoli al loro progetto di polarizzazione.

5. I migranti rappresentano un obiettivo in Libia . Nonostante il collasso di molte strutture governative, i centri di detenzione ‘dedicati’ ai migranti restano in funzione. Gran parte di questi centri sono attualmente sotto il controllo delle milizie che li usano come prigioni per migranti e profughi con questi ultimi in grado di ottenere la libertà solo a fronte del pagamento di un riscatto – nel caso riescano a sopravvivere alle condizioni a cui sono sottoposti durate la loro detenzione. All’interno ed all’esterno di questi centri, i migranti ed i profughi sono oggetto di tutte le forme possibili di violenze e di abusi. Più di recente, migranti e profughi hanno subito anche l’attacco dello Stato Islamico: le decapitazioni degli egiziani copti nel mese di febbraio e degli etiopi in maggio rappresentano solo gli esempi più evidenti. E’ poco probabile che chi fugge da minacce di questo calibro possa essere scoraggiato dal rischio di morire nel mediterraneo.

Alcuni leader europei continuano a vedere, nella presenza delle missioni di salvataggio nel mediterraneo, un forte ‘elemento di traino’ dei flussi migratori negando il potente ‘elemento di spinta’ delle migrazioni dalla Libia rappresentato dai fattori descritti sin qui, assieme alla presenza di un ‘anello’ di guerre civili nell’area mediterranea (basti vedere l’elevato numero di profughi siriani tra i migranti che arrivano in Italia) oltre alle dimensioni catastrofiche della povertà che affligge larghe parti dell’Africa. L’attenzione esclusiva su tale presunto ‘elemento di traino’, rappresentato dalle missioni di soccorso, contiene un non detto immorale: l’idea che un incremento nel numero dei migranti morti nel mediterraneo possa funzionare da efficace deterrente scoraggiando le nuove partenze. Nonostante tutto questo però, il numero di coloro che continuano ad arrivare sulle coste di Lampedusa seguita a crescere e, in assenza di una seria missione di ricerca e salvataggio, le morti nel mediterraneo nei primi 5 mesi del 2015 sono state nove volte quelle registrate negli stessi mesi del 2014.

(traduzione di Dario Guarascio)

Welfare e reddito minimo garantito, il 24 giugno la “Carovana dei diritti” sotto il ministero del Lavoro Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Continua la mobilitazione della “Coalizione 27 febbraio” per l’equità previdenziale, la sostenibilità fiscale, il welfare universale. Dopo la mobilitazione dello scorso 24 aprile, e l’incontro con Boeri, la “Carovana dei diritti” non si ferma: mercoledì 24 giugno, sotto il ministero del Lavoro e del Welfare (via Veneto, 56) tornerà a far sentire la sua voce.“La scelta è in parte conseguenza del confronto serrato con il presidente dell’INPS Tito Boeri – si legge in una nota – molte delle rivendicazioni presentate il 24 aprile, infatti, chiamano direttamente in causa il governo e i suoi interventi normativi in materia di lavoro e di ammortizzatori sociali. Fondamentale dunque rivolgere direttamente al governo e al ministro Poletti le richieste elaborate dalle associazioni e dai movimenti di professionisti atipici e degli ordini, dei lavoratori parasubordinati e dei ricercatori non strutturati, degli studenti e degli iscritti alla Garanzia giovani che compongono la “Coalizione 27 febbraio”.

Con lo Speakers’ Corner del 24 giugno la “Carovana dei diritti” intende ribadire, con forza, la necessità:

• di ridurre (al 24%) l’aliquota della gestione separata dell’INPS e, chiaramente, di cancellare l’aumento previsto dalla riforma Fornero;
• di introdurre un reddito minimo garantito;
• di rivedere in senso solidaristico il sistema previdenziale contributivo;
• di estendere la DIS-COLL ai ricercatori non strutturati e ai dottorandi;
• di estendere la Naspi (Nuova assicurazione sociale per l’impiego) – con risorse provenienti dalla fiscalità generale – anche ai lavoratori autonomi;
• di sollecitare un monitoraggio effettivo, da parte del ministero del Lavoro, nei confronti delle casse previdenziali ordinistiche;
• di rivedere la riforma degli ordini professionali del settembre 2012.

Sono solo una parte delle rivendicazioni che porteremo al ministro Poletti. Suggerimenti e ulteriori rivendicazioni possono essere mandati a carovanadeidiritti@gmail.com , e al contatto Fb.

“Per l’equità previdenziale, la sostenibilità fiscale, il welfare universale è il momento di agire!”.
Coalizione 27 febbraio (ACTA, ADU – Associazione degli avvocati Difensori d’Ufficio, ANAI – Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Archivisti in Movimento, Assoarching, Associazione delle guide turistiche, Camere del Lavoro Autonomo e Precario – CLAP, Comitato per l’Equita Fiscale, Comitato Professioni Tecniche – Ingegneri e Architetti, F.N.P.I. – Federazione Nazionale Parafarmacie Italiane, Geomobilitati – Geometri, IVA sei Partita, Inarcassa Insostenibile, Intermittenti della Ricerca – Roma, MGA – Mobilitazione Generale degli Avvocati, Rete della Conoscenza, Sciopero Sociale – Roma, Stampa Romana.

Napoli, quel 21 giugno del 1975 quando i fascisti ammazzarono la compagna Iolanda Fonte: contropianoAutore: rete antifascista napoletana

“Il 17 giugno del 1975 faceva un gran caldo a Napoli. Faceva caldo anche se era sera ma l’aria non ne voleva sapere di rinfrescare. Era il giorno in cui si ultimava lo spoglio delle schede elettorali e per la prima volta a vinceva un sindaco del Partito Comunista. C’era grande euforia in città, la gente cominciava a scendere in strada per festeggiare. In poco tempo il centro storico si riempì di auto e il traffico si fece intenso. Tra quelle auto c’era anche una 500 guidata da una ragazza di vent’anni. Bellissima. Iolanda si chiamava, abitava a Porta Nolana, era la figlia del cuoco di Mimì alla ferrovia. Uscita per andare a telefonare al suo ragazzo, si ritrovò imbottigliata nel traffico a Via Foria. Non poteva sapere che, nascosto dietro le scalinate di Via Tenore, un gruppo di fascisti aveva deciso di dare una lezione a chi osasse festeggiare la vittoria del Pci. Al civico 169 c’era infatti (e purtroppo c’è ancora) la sezione “Berta” dei fascisti di Michele Florino, che in quelle elezioni venne eletto consigliere comunale e che in negli anni a venire siederà in senato per diverse legislature. Da quel portone uscirono i fascisti per lanciare una molotov nella 500 di Iolanda. La ragazza uscì dall’auto in fiamme gridando e implorando aiuto. Alcuni passanti la accompagnarono all’ospedale, agli incurabili. Di lì sarà trasferita al centro grandi ustioni a Roma. Urla. Urla di un dolore immenso perché ha ustioni di terzo grado su tutto il corpo. Eppure resta lucida e sveglia per tutti i quattro giorni di un’agonia straziante. Morirà il 21 giugno.
A preparare e a partecipare all’agguato furono in molti. Ma ad assumersi la responsabilità furono in tre: Umberto Fiore, Giuseppe Torsi e Bruno Torsi. Vennero condannati a delle pene irrisorie per un omicidio, al termine delle quali alcuni di loro diverranno terroristi dei Nar. Michele Florino, ovviamente, fu assolto. Lui, il capo della sezione, il primo fascista, era a casa a mangiare la pizza. D’altronde anche quando il pentito Giuliano lo accuserà, molti anni più tardi di essere il mandante di un triplice omicidio, verrà assolto. Non si condanna un senatore della repubblica per omicidio.
I funerali di Iolanda si svolsero il 24 giugno. Tremila persone le resero omaggio, sfilando silenziosi dietro la bara e poi dirigendosi in corteo verso Via Foria. Ad attenderli, uno spiegamento di forze dell’ordine enorme, disposto a difesa della sezione Berta. I fascisti, evidentemente per nulla pentiti di quanto fatto quattro giorni prima, esposero uno striscione recante la scritta “Solo dio può fermare la volontà fascista, gli uomini e le cose no”. E’ questa la provocazione di fronte al dolore della famiglia, dei compagni e di una città intera che si stringe attorno a Iolanda e alza la testa. Combatte il corteo contro la polizia, a lungo. La polizia carica brutalmente anche chi cerca solo di porre una corona di fiori nel luogo in cui Iolanda è stata uccisa.
Quest’anno dunque, non ricorrono soltanto i 70 anni della liberazione dal fascismo. Ricorrono anche i 40 anni dall’omicidio di Iolanda Palladino, uccisa a Via Foria dai fascisti della “Berta”, la sezione di Michele Florino. Quella sezione oggi è ancora lì, ed è sempre di Michele Florino. Oggi è la sede di Casapound un gruppuscolo di estrema destra, capeggiato da Emmanuela (neanche a dirlo) Florino…
Tale padre tale figlia, insomma. Oggi, casapound ha stretto un patto elettorale con la Lega Lombarda di Salvini. Per qualche poltrona i fascisiti della sezione Berta non ci hanno pensato due volte ad allearsi con chi da sempre ci chiama “terroni” e “colerosi”. Così come non ha avuto alcuna remora Emmanuela Florino ad attaccare pubblicamente la madre di Ciro Esposito, accusandola di lucrare sulla morte del figlio. Questa gente non ha nulla a che fare con Napoli e deve andarsene subito. Non li vogliamo più nelle nostre strade e nei nostri quartieri.
Hanno ucciso Iolanda e pensano di potersi ripresentare in giro offrendo qualche chilo di pasta qua e là. Quello che non sanno è che l’orgoglio non si lascia comprare dalla loro elemosina. L’orgoglio di una città che non può dimenticare una propria figlia così barbaramente uccisa. Sì perché mentre Florino si gode la sua pensione d’oro da senatore della repubblica, Iolanda è stata completamente dimenticata dalle istituzioni.
Spetta a noi ricordarla e fare in modo che la sua morte non sia stata vana.
Napoli, rialza la testa. Ricorda i tuoi figli, combatti il fascismo.”