Siap Palermo: “Sdegno per notizia frasi razziste da esponente della polizia. Si indaghi” da : antimafia duemila

siap-polizia-stato-logo20 giugno 2015

Leggiamo inorriditi, con tutto lo sdegno e lo sgomento possibile, dalla stampa che un appartenente alla Polizia di Stato avrebbe scritto su un notissimo social network, pensieri a sfondo violento e razzista.
Il nostro cuore di VERI servitori dello Stato, a servizio di tutti gli indifesi, si rifiuta di credere che persone che indossano una divisa possano arrivare anche solo a pensare simili nefandezze.
A nome dei nostri iscritti, colleghi che ogni giorno a servizio degli altri, senza distinzione di razza, sesso o religione, rischiano la vita, chiediamo al Signor Capo della Polizia una urgentissima e meticolosa indagine in merito.
Qualora i fatti fossero accertati e qualora ne scaturisse un processo, il SIAP di Palermo non esiterà un solo istante a costituirsi parte civile per il gravissimo danno di immagine a cui viene esposto chi invece con abnegazione e dedizione rischia la vita per gli altri.

Luigi Lombardo
SIAP PALERMO

Pubblico impiego, in arrivo un’altra sentenza della Consulta, quella sul blocco dei contratti. Renzi va allo scontro Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Il 23 giugno è prevista l’udienza della Consulta sul blocco degli stipendi nella Pubblica amministrazione. Martedì la Corte ha in calendario due ricorsi ma con lo stesso oggetto: l’incostituzionalità del blocco. Dalla Corte costituzionale ci si aspetta almeno un monito all’indirizzo del Governo. Escluso quindi che i giudici possano scrivere nero su bianco un risarcimento come nel caso delle pensioni. Anche perché si tratterebbe di quasi un punto di Pil. E visto come è andata la volta scorsa nessuno è in grado di sostenere un nuovo scontro tra poteri dello Stato. Ed infatti, i sindacati più che fare pressioni sui giudici pensano a come uscire da una situazione di stallo. Si fanno varie ipotesi, tra cui l’adozione come parametro-base del Pil al posto dell’inflazione, attualmente poco remunerativa. Pressioni nella direzione di un adeguamento delle buste-paga del pubblico impiego arrivano anche dal Parlamento.

Le commissioni parlamentari già nel 2013 avvisarono il Governo che proseguire sulla strada del blocco della contrattazione determinava una violazione della Costituzione. E ancora oggi i deputati rilanciano la necessità di invertire rotta: nel parere alla riforma della P.A. la commissione Lavoro fa una lunga premessa dove invita a compiere “un ulteriore sforzo per creare le condizioni, anche sul piano finanziario, necessarie a un progressivo superamento del blocco della contrattazione”. Lo stesso presidente della commissione, Cesare Damiano (Pd), sottolinea come “la riapertura di un confronto con i sindacati per il rinnovo dei contratti può rappresentare l’occasione per un indispensabile dialogo sociale”. Nel ddl Madia infatti i parlamentari spingono, attraverso un emendamento dem, a ridare centralità alla contrattazione collettiva.La Flp-Cisl, intanto, torna a criticare le stime contenute nella memoria dell’Avvocatura dello Stato, secondo cui l’onere della contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, “non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi”, con “effetto strutturale di circa 13 miliardi” annui dal 2016). Per la Flp invece nel complesso “il costo dello sblocco non supera i 10-12 miliardi”.

Anche Cgil, Cisl e Uil hanno presentato reclami ma ancora non sono arrivati davanti alla Consulta. Per la categoria del pubblico impiego del sindacato di Corso d’Italia se il Governo “vuole superare i continui ricorsi” non può che rinnovare subito i contratti. E avverte: “Non ci accontenteremo di cifre irrisorie”.
Rosanna Dettori, segretaria della Fp-Cgil, fa sapere come i sindacati del pubblico impiego si stiano già muovendo: “Noi siamo già pronti. L’1, il 2 e il 3 luglio faremo le assemblee delle rsu, a Milano, Roma e Bari, coinvolgendo 3 mila eletti. Così da mettere a punto una piattaforma”. Uno degli argomenti principali sul tavolo è, ribadisce Dettori, “la modalità per decidere le quantità economiche su cui basare il rinnovo. Si tratta di scegliere il meccanismo, visto che ad oggi non c’è un modello prestabilito, nessuno dei precedenti accordi è infatti più in piedi, né‚ quello sull’inflazione né‚ quello sull’Ipca. Occorre trovare la formula e noi non siamo chiusi a nessun ragionamento”.

Secondo la Cisl la sentenza imprimerà quanto meno “un’accelerazione” all’aggiornamento dei contratti. Tuttavia la definizione di un modello attraverso cui adeguare gli stipendi non è certo una questione secondaria, implica infatti un nuovo accordo (i precedenti sono scaduti) non solo relativo all”algoritmo’ con cui calcolare gli aumenti ma anche alla durata del contratto (triennale, quadriennale) ed altri aspetti rilevanti. Restano poi da chiudere alcuni dossier rimasti aperti durante il lungo periodo di paralisi, tra cui la riduzione dei comparti contrattuali.

L’esecutivo sembra intenzionato a fare la guerra sulle buste paga del pubblico impiego. La vicenda tra Campidoglio e Mef è, da questo punto di vista, molto emblematica. Per i tecnici del Ministero il Comune di Roma tra il 2008 e il 2011 avrebbe illecitamente speso 360 milioni di euro per pagare il cosiddetto salario accessori ai suoi dipendenti, ma il Campidoglio non ci sta e replica al Mef che non gli deve un bel niente: “non è titolato ad esigere quei soldi”. Al già provato sindaco Ignazio Marino, nel momento peggiore del suo mandato, non resta che cercare un’alleanza con i suoi 23 mila dipendenti e i sindacati i quali già promettono “guerra anche durante il Giubileo”. “Va bene il rigore ma non deve pagare chi guadagna 1200 euro al mese”, dice Marino battagliero. Il Mef replica col sottosegretario Zanetti sottolineando che “il salario accessorio non poteva essere dato a pioggia, ma doveva essere agganciato alla produttivit… del dipendente”.
Sulla questione salario accessorio indaga anche la Corte dei Conti che ha aperto un fascicolo circa un mese fa. Il lavoro dei magistrati contabili prenderebbe in esame il periodo che va dal 2009 al 2013, in sostanza quello indicato nei rilievi del Mef.

Jobs Act: l’Italia non è un paese per giovani Fonte: sbilanciamociAutore: Natalia Paci

Nel 2014, quando si è insediato il Governo Renzi, l’Italia ha conosciuto il picco storico di disoccupazione giovanile: quasi uno su due. Il fatto che finalmente ci fosse un Premier relativamente giovane (almeno rispetto ai precedenti) faceva ben sperare. Ecco che arriva il Jobs act, la riforma del lavoro che, secondo i demagogici annunci, avrebbe ridotto le distanze tra outsiders e insiders , cioè tra giovani intrappolati in contratti precari e “vecchi privilegiati”, “ipertutelati” dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Al di là del mistificatorio modo di presentare il problema, il progetto sembrava quello di eliminare lo shopping contrattuale del lavoro temporaneo introdotto con la Riforma Biagi del 2003, puntando sulle assunzioni a tempo indeterminato con un nuovo (ed unico) contratto a tutele crescenti, privo però della tutela ex art. 18 per un primo periodo.

E’ stato così? Sono state mantenute le promesse, soddisfatte le aspettative? Ora che sono in via di emanazione e discussione anche gli ultimi decreti attuativi della delega, possiamo provare a rispondere alla domanda. Con il primo atto del Jobs Act (Decreto Poletti n. 34/2014), in contraddizione con quanto annunciato, si liberalizza ulteriormente, al di là di ogni aspettativa, il contratto a termine, rendendolo totalmente acausale e prorogabile fino a 5 volte nei 36 mesi (così incentivando inopinatamente i contratti a termine addirittura di breve durata). Poi si inizia a discutere sul contratto a tutele crescenti che nella legge delega di Natale perde l’aggettivo “unico”, facendo capire che i contratti precari non sarebbero scomparsi del tutto. Infine, quando a marzo di quest’anno entra in vigore il contratto a tutele crescenti (d.lgs. 23/2015) si scopre che di fatto non ci sono neanche le tutele crescenti, in quanto la nuova disciplina non contempla più (e non solo per un primo periodo) l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori per i neoassunti. In tal modo Renzi è riuscito addirittura ad aumentare, invece che diminuire, le distanze tra le generazioni, visto che anche qualora riuscissero ad essere assunti a tempo indeterminato, i giovani di oggi, non avranno mai la stessa tutela contro il licenziamento illegittimo dei loro colleghi assunti prima del Jobs act, ma solo una tutela minore e collegata all’anzianità di servizio. Saranno quindi certamente i giovani i primi ad essere licenziati in caso di crisi aziendali: in quanto saranno soprattutto giovani i lavoratori con il contratto a tutele crescenti e saranno giovani i lavoratori con minore anzianità di servizio (e quindi più “facilmente” licenziabili). In altri termini, per i giovani persino il contratto a tempo indeterminato non è più un contratto stabile.

A fronte di questa drastica riduzione di tutela, ci si aspettava, almeno, che con il decreto sulle tipologie contrattuali (emanato in via definitiva lo scorso 11 giugno) si procedesse, se non all’eliminazione, ad una sostanziale riduzione delle forme di lavoro precario. Invece no, neanche questa promessa è stata mantenuta. Il nuovo decreto, infatti, non riduce affatto ma, anzi, amplia l’utilizzo del lavoro subordinato temporaneo. Per quanto riguarda il contratto a termine, rimane confermata la liberalizzazione del Decreto Poletti. Anche il lavoro in somministrazione diventa acausale e persino lo staff leasing di cui si prevede un’estensione del campo di applicazione. Resta incentivato l’appredistato, per il quale i giovani lavorano sottopagati fino a due livelli, senza nessuna credibile garanzia di venire adeguatamente formati. Si conferma anche il lavoro per definizione intermittente, cioè il contratto a chiamata ( job on call ), secondo il quale i diritti del lavoratore si “attivano” solo in caso di chiamata. Viene addirittura esteso l’utilizzo del lavoro “usa e getta”, quello con i voucher . La riforma infine non tocca (e quindi lascia intatte) quelle forme di lavoro gratuito che coinvolgono i giovani, di cui negli anni si è ampiamente abusato, legittimando quello che Luigi Mariucci ha definito “il calvario dei tirocini e degli stage ”. Per quanto riguarda il lavoro “falso autonomo”, che coinvolge soprattutto i giovani laureati e iper-formati, il decreto prevede l’abrogazione del lavoro a progetto e dell’associazione in partecipazione con apporto di lavoro. Tuttavia, questa previsione rischia di determinare solo un ritorno alle vecchie co.co.co. senza impedire l’utilizzo fraudolento delle stesse: anzi, l’obbligo del progetto e la presunzione assoluta di lavoro subordinato in assenza dello stesso era una garanzia per i collaboratori che ora, invece, dovranno dare in giudizio la ben più difficile prova della “etero-organizzazione”. Infine, quid iuris nei casi di nuove collaborazioni non fraudolente? Con l’aborgazione della disciplina sul lavoro a progetto, perdono anche quella tutela minimale ivi prevista? Il decreto rischia quindi di costutire solo un ritorno al passato e comunque di introdurre più dubbi che tutele.

Non ci sono dubbi, invece, sul fatto che la novella prevede un nuovo premio (dopo quello in materia di contratto a tutele crescenti, vedi Paci N., “ Tutele crescenti, ma solo per i padroni ”, 20/03/2015) ai datori di lavoro scorretti, che hanno illegittimamente utilizzato come dipendenti lavoratori con partita iva o co.co.pro.: per tali datori, infatti, il decreto concede l’allettante opportunità di azzerare ogni passato illecito contributivo, assicurativo e fiscale in caso di assunzione di quei lavoratori con contratto a tutele crescenti. Una norma eticamente discutibile, in linea con le italiche politiche del condono, efficaci soprattutto a far sentire degli stupidi tutti coloro che, invece, hanno onestamente rispettatto le leggi. Infine, se con il Jobs act i lavori a termine non sono diminuiti ma potenziati ed il lavoro a tempo indeterminato, per i giovani neoassunti, non può più dirsi stabile, non ci si aspetti che tutto ciò sia stato almeno compensato, nel decreto sugli ammortizzatori sociali (d.lgs. 22/2015) ampliando la tutela in caso di disoccupazione. Purtroppo, anche qui si penalizzano i giovani in quanto la Naspi è calcolata, sia nell’ammontare che nella durata, sulla base dei contributi versati e l’Asdi è calcolata sulla base della Naspi (oltre ad essere sottoposta ad ulteriori limitazioni tra cui la situazione economica di bisogno e la presenza di risorse sufficienti!). Solo in un aspetto il decreto tratta i giovani assunti nello stesso modo dei vecchi assunti: entrambi, grazie al nuovo decreto sulle tipologie contrattuali che modifica anche la disciplina delle mansioni, potranno essere legittimamente demansionati per non meglio specificate ed insindacabili “ri-strutturazioni o ri-organizzazioni aziendali”. Allora possiamo concludere che la risposta alle domande iniziali è: no, non è stato così, non sono state mantenute le promesse, né soddisfatte le aspettative. Ancora oggi, dopo questa ennesima riforma del lavoro, l’Italia non è un paese per giovani. Speriamo almeno che nessuno si permetta più di chiamarli bamboccioni.