I fratelli pentiti e la vendetta (mancata) dei Mazzei Giuseppe Scollo scuote la malavita di Linerida: livesiciliacatania

Domenica 21 Giugno 2015 – 05:44 di

Le rivelazioni dell’ex reggente dei Santapaola, diventato a gennaio collaboratore di giustizia, hanno blindato l’inchiesta Enigma, che martedì ha fatto scattare le manette ai polsi dei picciotti di Nuccio Mazzei.

catania omicidio, giuseppe scollo, mafia, omicidio michelangelo loria, santapaola, Cronaca

CATANIA – Lineri è un terreno fertile per i clan mafiosi. La frazione misterbianchese, al confine di Catania, è stata al centro in questi giorni della retata Enigma che ha polverizzato la squadra di Nuccio Mazzei. Questa porzione di terra catanese sarebbe stata una roccaforte di estorsioni e traffico di droga per i Carcagnusi. Un’indagine quella della Squadra Mobile di perfetto fiuto investigativo e di grande conoscenza dei codici e dei sistemi di adattamento della criminalità organizzata alle dinamiche dell’economia.

A blindare le accuse nei confronti di molti degli oltre 35 indagati sono le parole di Giuseppe Scollo, ex reggente di Lineri della famiglia Santapaola Ercolano e diventato il 19 gennaio scorso collaboratore di giustizia. Le sue rivelazioni sono già entrate nel fascicolo dell’inchiesta del Pm Rocco Liguori, pronto tra qualche settimana a formulare le richieste di rinvio a giudizio nei confronti del capomafia Nuccio Mazzei, dei picciotti di Lineri e dei presunti imprenditori collusi.

Pippo Scollo, dunque, inchioda i Carcagnusi. Quasi una beffa: perchè i Mazzei avrebbero voluto vederlo morto. Anzi avrebbero voluto vedere in una bara lui e il fratello Antonio, anche lui soldato del Gruppo di Lineri – San Giorgio, per regolare i conti in merito all’omicidio di Michelangelo Domenico Loria ucciso la sera del 28 febbraio 2007. Antonio Scollo decide di entrare nel programma di collaborazione anche perchè ad un certo punto si sente braccato dai Carcagnusi pronti a vendicare la morte di Loria, appena 18enne, e il ferimento del fratello Francesco. Ma i “Santapaola non mi proteggevano”- disse ai magistrati quando iniziò a collaborare nel 2011. Per quei fatti di sangue è stato condannato a 22 anni e 6 mesi di carcere.

Antonio non si è fatto scrupoli e ha accusato il fratello per quell’omicidio che nulla però aveva a che vedere con gli affari di mafia. Giuseppe Scollo ha ucciso Michelangelo Loria e ha colpito alla testa il fratello 23enne. La sparatoria è avvenuta in strada a Librino: doveva essere un’azione punitiva per il furto della Bmw di Mario Villa, amico dei fratelli Scollo, ma finì tragicamente nel sangue. Era stato organizzato un incontro “chiarificatore”, ma Francesco Loria decise che invece delle parole servivano le pallottole: Antonio Scollo e Mario Villa sono stati feriti ai piedi. A quel punto i due fratelli Scollo reagirono. I Loria sono figli dell’ergastolano Gaetano, elemento di spicco della cosca Mazzei. Per questo in un primo momento gli inquirenti pensarono a un regolamento di conti tra clan: ma invece si trattava di un affare personale, tanto che i Santapaola lasciarono i due fratelli scoperti alla vendetta dei Carcagnusi. A salvargli la vita, forse, la galera: ma il “tradimento” della famiglia ha acceso la miccia in Antonino Scollo a “tradire” l’organizzazione mafiosa. E pochi mesi fa lo ha seguito in questa scelta il fratello Giuseppe.

Pippo Scollo ha inflitto un nuovo colpo mortale ai Carcagnusi. Questa volta senza pallottole, ma fornendo agli inquirenti importanti elementi di riscontro alle risultanze investigative di Enigma. Gli affari della malavita di Lineri erano affar suo: Giuseppe Scollo, infatti, controllava la zona per conto dei Santapaola. I Mazzei sembra avessero ricevuto una sorta di placet da parte di Cosa nostra a operare nella frazione. Liguori – in conferenza stampa – l’ha definita “una joint-venture con i Santapaola”. E l’intermediario sarebbe stato Alfio Cavallaro (arrestato nel blitz), non affiliato, ma ritenuto vicino agli ambienti della famiglia di “Nitto”.

“Ero il reggente di Lineri”. Giuseppe Scollo interrogato nel corso di un processo si è presentato così. “Ho deciso di collaborarare con la giustizia per tagliare tutti i contatti del passato e soprattutto aiutare la mia famiglia”. Le rivelazioni dell’ex santapaoliano stanno portando colpi di scena in diversi processi. Ha infuocato gli animi dei difensori di Orazio Finocchiaro, accusato di aver pianificato di uccidere un pm, rivelando di aver assistito in carcere allo sfogo di Franco “Iattaredda” Finocchiaro mentre manifestava “la sua contrarietà nei confronti del progetto di attentato al magistrato Pacifico”. “Ma che si sente Toto Reina…” avrebbe detto rabbiosamente – a detta del pentito – il boss dei Cappello nei confronti del nipote Orazio. E Giuseppe Scollo è entrato anche nella lista dei testi dell’accusa nel processo di appello a carico dell’ex governatore Raffaele Lombardo.

Migranti, l’Eu ha speso 13 miliardi per fermarli Ma gli scafisti ne hanno incassati anche di più da: l’espresso

La lotta per contenere l’immigrazione nel vecchio Continente e per i rimpatri forzati ha dei costi enormi e spesso difficili da scoprire. Perché ogni paese parla la sua lingua e la trasparenza è poca. Ma il business della tratta resta molto allettante per i trafficanti. La seconda parte del progetto Migrants Files

di Andrea Nelson Mauro e Jacopo Ottaviani

16 giugno 2015

Migranti, l'Eu ha speso 13 miliardi per fermarli 
Ma gli scafisti ne hanno incassati anche di più
Il totale dei costi pagati a scafisti e intermediari nel tentativo di raggiungere l’Europa

Si chiamano sniffers e sono prototipi di un progetto di ricerca europeo finanziato con 3,5 milioni di euro: nasi artificiali che hanno letteralmente lo scopo di annusare i veicoli che transitano alle frontiere per vedere se al loro interno sono nascosti dei migranti. Questo è solo uno dei progetti europei finanziati per il contrasto all’immigrazione clandestina. Una cifra quasi irrisoria però rispetto al totale dei fondi stanziati dall’Unione Europea dal 2000 ad oggi per cercare di contrastare il fenomeno.

Navi, droni, muri, barriere di protezione, software, controlli alle frontiere e il grande flusso dei rimpatri sono costati ai contribuenti una cifra che sfiora i 13 miliardi di euro (costi che non comprendono i fondi per l’accoglienza vera e propria).

Ma se da un lato il business delle frontiere arricchisce le aziende europee, dall’altro si stima che scafisti, trasportatori e altri intermediari abbiano raccolto dai migranti in transito dal 2000 al 2014 qualcosa come 15,7 miliardi di euro, in un variegato tariffario che cambia notevolmente di rotta in rotta.

Sono questi i nuovi risultati del progetto The Migrants Files sviluppato da un team di quindici giornalisti europei, che ha realizzato una stima dei costi minimi incrociando varie fonti di dati. Numeri che si inseriscono in un panorama allarmante: circa 30 mila migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa dal 2000 a oggi e un totale di 1,2 milioni di migranti che hanno varcato le frontiere via terra e via mare in maniera non regolare (oltre 200 mila dall’1 gennaio 2014 a giugno 2015).

Più di 11 miliardi per il rimpatrio dei migranti: ma non c’è trasparenza
L’espulsione dei migranti irregolari è costata agli Stati Membri almeno 11,3 miliardi: è quanto emerge incrociando i dati Eurostat e European Migration Network. Si tratta di una stima al ribasso rispetto ai costi reali e difficile da calcolare in quanto solo il Belgio tra i 28 Stati membri tiene una traccia complessiva dei costi di rimpatrio.

Gli altri Stati – Italia compresa – non rendono pubbliche e facilmente consultabili le tabelle di riepilogo. Sul sito del Ministero dell’Interno sono presenti le voci di budget relative alla gestione dei centri di identificazione e degli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), come emerso nel maggio 2015 , ma cosa accade realmente con i rimpatri? Quanti sono? E quanto costano? I flussi sono enormi, secondo il dossier di Frontex (l’agenzia europea che monitora le frontiere): oltre 441 mila migranti irregolari sono stati identificati in Europa solo nel 2014. Di questi circa 252 mila sono stati formalmente espulsi (12% in più del 2013), dei quali oltre 161 mila risulterebbero realmente rimpatriati. Minore è il numero dei respingimenti, che supera di poco di 114 mila.

E sebbene la direzione verso cui il vecchio continente sembra tendere in tema di immigrazione sia quella di un approccio europeo, manca un dato che fornisca una visione d’insieme, dei suoi costi e quindi dell’efficacia delle misure implementate. Una mancanza di trasparenza diffusa tra gli Stati Membri e in Italia già segnalata dai rapporti di Lunaria, un’associazione che svolge ricerca su temi legati alle migrazioni. «La ricognizione delle risorse pubbliche nazionali e comunitarie che supportano le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare non è agevole», si legge nel rapporto Costi disumani , «la frammentazione delle fonti di finanziamento e la scarsa trasparenza dei documenti ufficiali disponibili rendono complessa l’identificazione di tutte le voci di spesa rilevanti in questo ambito».

vedi anche:

Monitorare ingressi, espatri e costi: la Babele degli Stati membri
A livello europeo ognuno parla la sua lingua, in tutti i sensi, in termini di metodologia e raccolta dati sul fenomeno. È la denuncia di Leanne Weber, autrice del paper scientifico ” Decifrando le pratiche di espulsione nel Global North ” che analizza le complessità a livello locale, nazionale e sovrannazionale delle politiche di espulsione. «I vari paesi europei differiscono sia sulle leggi sull’espulsione sia sulle metodologie di raccolta di dati statistici perché questo aspetto del controllo delle frontiere è ancora prerogativa del singolo stato e non è regolato a livello europeo», commenta la ricercatrice. E tale reticenza nel raccogliere dati uniformi mina la credibilità delle istituzioni europee. «A differenza degli Stati Uniti, dove la raccolta dati statistici è stata al centro del dibattito, in Europa semplicemente nessun organismo sembra essere interessato ad avere l’informazione standardizzata tra i paesi membri», spiega Weber.

Più di 15,7 miliardi di euro spesi dai migranti per arrivare in Europa
L’enorme e sempre crescente quantità di profughi in cerca di un posto in barca per arrivare in Sicilia ha contribuito ad abbassare le tariffe degli scafisti, come testimoniato anche dall’ inchiesta “Glauco” della primavera 2015 , ma il giro d’affari del contrabbando di migranti è da capogiro: il costo stimato è di 15,7 miliardi di euro dal 2000 a oggi ( consulta le tabelle dei dati e la metodologia ) con il paradosso dei migranti dall’area sub-sahariana che sembrerebbero dover sopportare costi minori rispetto a chi proviene da Sud-est (Egitto, Siria).

http://derstandard.at/interaktiv/2015-06-migrantfiles-costs/#it

Dagli sniffers ai droni, progetti per 1,6 miliardi per dare la “caccia” ai migranti. Il ruolo di Finmeccanica e il patto di amicizia Italia-Libia
Finmeccanica è con Airbus, Thales e altre aziende tra gli assegnatari di 1,6 miliardi di euro per progetti di ricerca presenti nel sesto e settimo programma quadro dell’Unione europea. Queste aziende hanno lavorato sostanzialmente per fornire strumentazioni utili a controlli di frontiera e servizi di sorveglianza tra i più disparati. Ci sono i droni per monitorare le coste, i dispositivi per scannerizzare le impronte digitali, binocoli a infrarossi per uso notturno, barche speciali, sistemi di sorveglianza speciale via satellite, sniffers per annusare i veicoli alle frontiere (camion, grandi auto) e scoprire se al loro interno si nascondono i migranti: in totale risultano finanziati 5 progetti per sviluppare sniffers per un totale di 16 milioni di euro. Ci sono poi i muri di Ceuta e Melilla per sigillare parte della frontiera sud della Spagna e quelli al confine turco di Grecia e Bulgaria: il tutto per un costo di quasi 80 milioni di euro. Tutto un insieme di strumenti speciali e servizi o progetti di sorveglianza per rendere loro più difficile il passaggio.

Al di là dei progetti europei, Finmeccanica e GEM Elettronica avrebbero poi ricevuto incarico dal governo italiano per sviluppare un sistema di controllo delle frontiere libiche per 300 milioni di euro, nell’ambito del Patto di Amicizia Italia-Libia, siglato da Berlusconi e Gheddafi (che prevedeva fondi dall’Italia alla Libia per 200 milioni di euro l’anno per 25 anni). Morto Gheddafi, il trattato avrebbe dovuto perdere efficacia, ma poi era stato riattivato durante il governo Monti (dicembre 2011) . È al momento nuovamente sospeso e l’ambasciatore del governo libico di Tobruck ne chiedeva la riattivazione in un’intervista .

Crediti
Questo articolo è a cura di Andrea Nelson Mauro (Dataninja.it) e Jacopo Ottaviani ed è parte del progetto di data journalism ” The Migrants Files ” a cui hanno partecipato quindici tra giornalisti, ricercatori e programmatori europei. L’hashtag ufficiale del progetto è #MigrantsFiles . Il progetto è stato in parte finanziato da JournalismFund.eu