COMUNICATO STAMPA licenziamento Gioacchino Lunetto

COMUNICATO STAMPA
licenziamento Gioacchino Lunetto

Ancora una volta l’ANPI di Catania deve intervenire a denunciare atteggiamenti fascisti e razzisti, questa volta denunciamo l’atteggiamento del dirigente della Polfer di Catania Gioacchino Lunetto.
Le sue frasi razziste e fasciste sul suo profilo fb sono incompatibili col suo ruolo di appartenete alla polizia di stato. Riteniamo che questi atteggiamenti sono un grave danno all’immagine delle forze dell’ordine, che a Genova durante le manifestazioni del G8 si sono macchiate di atti indegni di un paese democratico con l’uso della tortura, non possono loro stesse tollerare questi atteggiamenti.
Visto che la Digos di Catania ha trasmesso alla Procura gli atti sulle dichiarazioni pubblicate dall’ispettore Lunetto, e il questore ha disposto l’avvio di opportune valutazioni per l’adozione di provvedimenti disciplinari.
Chiediamo alla Magistratura di Catania, visto che gli atteggiamenti del Lunetto sono contrari alla Costituzione della Repubblica Italiana e alle sue leggi di allontanarlo in modo definitivo dal servizio.

Catania 20/6/2015

Santina Sconza Presidente Provinciale ANPI Catania

«Bruciateli vivi» e «buttateli a mare» Gli strali razzisti d’un ispettore Polfer da: il corriere della sera

È un dirigente della Polizia ferroviaria di Catania con un passato da consigliere comunale. Inneggia al fascismo e scrive sul fb: «Mi manca Hitler». Il questore Cardona ha «disposto l’avvio, con rapidità e rigore, di opportune valutazioni per provvedimenti»

di Nat. Fe.

shadow

Il razzismo corre sul filo dei social network . E non solo tra gente comune. Questa volta gli strali di odio arrivano da Gioacchino Lunetto, dirigente della Polfer di Catania con un passato consigliere comunale (ad Aci Sant’Antonio).
Il profilo fb di Lunetto è diventato un pulpito di minacce e insulti contro i profughi. Frasi orribili che si commentano da sole: «Migranti? Buttateli a mare». Oppure: «Bruciarli vivi e rimpatriarli» fino a «Mi manca Hitler».
Fanno eccezione solo i siriani: «Arrivano da una guerra» scrive.

Gravi offese a Kyenge e Boldrini

Si rifà, però, con l’ex ministro Kyenge e il presidente della Camera Laura Boldrini. «Dite loro che i loro amici, ospiti non invitati a casa nostra, sono dei selvaggi, bestie da sopprimere quantomeno per la mancanza di rispetto nei confronti degli italiani».
Il sito Meridionews racconta nei dettagli la vicenda (il profilo di Lunetto è stato oscurato, le frasi risalgono a circa 9 mesi fa) e ricostruisce anche alcune condivisioni del dirigente come una foto della pagina «I giovani fascisti» con questo testo: «Dovrei odiare Mussolini? Io non odio chi ha dato tanto onore alla patria». Il reato di apologia del fascismo viene reiterato in altre foto che inneggiano al la dittatura del Ventennio. E ancora: «Diamogli fuoco insieme agli Italioti che li indottrinano ed aizzano».

La Digos trasmette gli atti alla Procura

Infine è intervenuta la Digos di Catania che ha trasmesso alla Procura gli atti sulle dichiarazioni pubblicate dall’ispettore Lunetto. Il questore Marcello Cardona ha «disposto l’avvio, con rapidità e rigore, di opportune valutazioni per l’adozione di provvedimenti disciplinari».

Le reazioni politiche. «Agghiacciante»

«Che un funzionario della Polizia di Stato si esprima in questo modo vergognoso è inammissibile – ha dichiarato il deputato di Sel Erasmo Palazzotto – sono inaccettabili i toni, gli argomenti, le minacce, le offese razziste e gli insulti alle Istituzioni del nostro Paese. Le sue farneticazioni sono incompatibili con il giuramento prestato alla Repubblica italiana e alla Costituzione. Ci aspettiamo che il Capo della Polizia e il ministro dell’interno chiariscano e ci dicano quali atti abbiano intrapreso. In caso contrario, pronti a portare la vicenda in Parlamento nelle prossime ore». «Informerò il Governo con un’interrogazione parlamentare al Ministero dell’Interno» annuncia subito il parlamentare catanese del Pd Giuseppe Berretta. «I post di Lunetta sono agghiaccianti». «L’ispettore della Polfer di Catania Gioacchino Lunetto non può restare al suo posto un solo giorno di più» afferma a sua volta la presidente del Gruppo Misto-SEL Loredana De Petris che esprime «massima solidarietà» alla presidente Boldrini e all’ex ministra Kyenge, «colpite da offese ignobili e razziste».

Gli ultimi appunti di Mauro De Mauro sul caso Mattei da: antimafia duemila

de-mauro-mattei-scandi Ernesto Oliva – 20 giugno 2015

Pubblicate nel 1972 nel saggio “Delitto al potere” del giornalista Riccardo De Sanctis, nove cartelle dattiloscritte del cronista de “l’Ora” raccontano frammenti di due casi giudiziari rimasti senza verità

“In questo luogo la sera del 16 settembre 1970 vili mani mafiose strapparono all’affetto dei suoi familiari il giornalista Mauro De Mauro.

A ricordo della sua tenacia e del suo coraggio i cronisti e la municipalità posero.
Palermo, 20 dicembre 2014″

Sono dovuti passare ben 44 anni perché  alla lista palermitana delle lapidi dei morti per mafia si aggiungesse, cinque mesi fa, quella che ricorda la scomparsa del cronista del quotidiano “l’Ora”.

Il testo appare stringato e laconico; rafforza quasi la rassegnazione per l’impossibilità di accertare la verità sul movente e sui responsabili dell’uccisione di Mauro De Mauro.
In questo come in tanti altri misteri siciliani,  decenni di indagini giudiziarie alimentate dalle indicazioni di molti “pentiti” di mafia giacciono ora negli archivi, a testimonianza del fallimento della Giustizia.
L’ultimo processo che avrebbe dovuto indicare le responsabilità del rapimento del cronista de “l’Ora” si è concluso in appello a Palermo il 27 gennaio del 2014, con l’assoluzione dell’unico imputato: quel Salvatore Riina che durante le ambigue confidenze rese nel carcere di Opera al detenuto pugliese Alberto Lorusso ha indicato nel boss Stefano Bontade il mandante dell’uccisione di De Mauro.

Quello stesso processo ha indicato invece il probabile movente della scomparsa del giornalista, oggetto in quasi mezzo secolo di varie supposizioni e opposte tesi investigative. Rapimento e soppressione di Mauro De Mauro sarebbero stati cioè legati alla scoperta di fatti inediti relativi all’incidente aereo – causato da un attentato – in cui la sera del 27 ottobre 1962 perse la vita il presidente dell’ENI Enrico Mattei.
Proprio la “l’ipotesi Mattei” è stata quella più battuta per spiegare il caso De Mauro; ma è anche la più complessa ed a rischio di depistaggi, per il peso degli interessi internazionali che l’avrebbero determinata.
Per anni, l’incidente del Morane Saulnier decollato da Catania e caduto nelle campagne pavesi di Bascapè venne archiviato come la conseguenza di un guasto meccanico o della stanchezza del pilota, Irnerio Bertuzzi.
Dubbi e polemiche – alimentate dalla ritrattazione di un testimone che nelle ore successive all’incidente aveva detto di avere visto un’esplosione in cielo – furono rilanciati otto anni dopo da un libro intitolato “L’assassinio di Enrico Mattei”.
Gli autori – Fulvio Bellini e Alessandro Previdi ( il primo, un ex comunista che dopo l’espulsione dal partito si dedicò ad un’attività pubblicista di dossier riservati del PCI ) – sostennero la tesi secondo cui Mattei venne ucciso dalla CIA o dai francesi dell’OAS nel totale silenzio della dirigenza dell’ENI, della magistratura e del governo italiano.
La pubblicazione del libro spinse allora il regista Francesco Rosi a realizzare un film sul caso Mattei, contando sulla collaborazione degli stessi Bellini e Previdi.
Dopo avere ricevuto da loro una trentina di cartelle, Rosi decise allora di approfondire le ultime ore di vita trascorse in Sicilia dal presidente dell’ENI.

Primi accertamenti sui rottami del Morane Saulnier
con la sigla I SNAP che stava riportando Enrico Mattei
da Catania a Milano.
L’aereo precipitò la sera del 27 ottobre 1962
nelle campagne pavesi di Bascapè

Tramite l’amico Vittorio Nisticò – direttore de “l’Ora” – il regista prese contatti con Mauro De Mauro: il cronista accettò l’incarico, accettando un compenso di mezzo milione di lire ed una partecipazione alla sceneggiatura del film.
Quel lavoro non fu mai consegnato, e la scomparsa di De Mauro – come la morte di Mattei – divenne un altro “caso” giudiziario insoluto.
I documenti riproposti nel post da ReportageSicilia sono poco conosciuti; vennero pubblicati nel 1972 dal giornalista napoletano Riccardo De Sanctis nell’eccellente saggio-inchiesta “Delitto al potere. L”incidente’ di Mattei, il rapimento di De Mauro, l’assassinio di Scaglione” ( la Nuova Sinistra, Samonà & Savelli ).
Nel libro, De Sanctis ha ricostruito il sotterraneo gioco di interessi italiani e internazionali che nel periodo della morte di Mattei condizionò le strategie del mercato petrolifero ed energetico.
Grazie alla collaborazione del collega Furio Morroni, De Sanctis rese noti due tesserini giornalistici di Mauro De Mauro rilasciati da “Il Mattino di Sicilia” e dal “Tempo di Sicilia”, datati 1947 e 1949 e cointestati ad uno dei suoi molti pseudonimi ( Italo C.Fuks ).
Il “Delitto al potere” – oltre ad un’immagine dei rottami del MoraneSaulnier vennero pubblicate anche due rare immagini del pilota, Irnerio Bertuzzi, e del giornalista americano William Mc Hale.

Il riminese Irnerio Bertuzzi,
pilota dell’Aeronautica Militare Italiana dal 1937 al 1945.
Nel 1949 diventò comandante pilota per l’Alitalia;
nel 1957 lasciò la compagnia e fu assunto dalla SNAM,
dove venne presto nominato comandante della flotta aerea
di AGIP mineraria.
Prima dello schianto a Bascapè,
aveva accumulato oltre 11.000 ore di volo.
Era considerato il pilota di fiducia di Enrico Mattei 

Ancora più interessante fu la pubblicazione di nove cartelle con l’intestazione “l’Ora” e con molti appunti dattiloscritti di Mauro De Mauro.
Si tratta di notazioni, frasi virgolettate, e tracce di colloqui che lo stesso cronista memorizzò durante le ricerche sull’attività e gli incontri di Enrico Mattei in Sicilia, nelle ore che precedettero l’incidente di Bascapè.
Gli appunti testimoniano il clima di entusiasmo che accolse la visita del presidente dell’ENI a Gagliano Castelferrato, la mattina del 27 ottobre 1962, dodici ore prima dell'”incidente” in Lombardia.
In “Delitto al potere”, Riccardo De Sanctis ipotizza che la scomparsa di De Mauro sarebbe stata legata ad alcune informazioni relative all’improvviso cambiamento di orario nella partenza di Mattei ( cinque ore di anticipo ) da Catania verso Milano; circostanza che sarebbe arrivata alle orecchie di chi ebbe l’incarico di piazzare l’ordigno esplosivo all’interno del Morane Saulnier, sulla pista di Fontanarossa.

William Mac Hale, capo della redazione romana
delle riviste “Time” e “Life”.
Il giornalista stava seguendo Enrico Mattei
per un reportage dedicato al presidente dell’ENI

Le motivazioni di quella partenza anticipata – l’inaugurazione da parte di Mattei della raffineria pavese di Sannazzaro, alla presenza del ministro delle Finanze Tremelloni – erano state fissate in un nastro registrato con incisi i discorsi ufficiali pronunciati quel giorno nella piazza di Gagliano.
Scrive De Sanctis:

“Ascoltando il nastro, De Mauro scopre con suo grande stupore che la giustificazione che venne data allora è differente, se non apertamente contrastante da quella che qualcuno gli da oggi.
Fu il sindaco di Gagliano, l’ingegner Cuva che spiegò ai cittadini: ma sul quaderno di De Mauro le due pagine che contengono il discorso del sindaco sono state strappate.
Potrebbero essere state levate dallo stesso giornalista che aveva compreso la loro importanza, oppure potrebbero essere state strappate dopo la sua scomparsa da chi aveva interesse che sparissero.
Nella risposta che il giornalista si sente dare alla sua domanda riguardante il cambiamento di programma ci sono delle informazioni profondamente diverse da quelle raccolte nel 1962, e che sono testimoniate nel nastro magnetico.
Qualcuno dei personaggi noti o ignoti che avvicina cade in una gravissima contraddizione.
De Mauro intuisce di avere in mano una ‘cosa grossissima’. E’ l’inizio di una prova del tranello in cui fu fatto cadere Mattei.
Ma al sospetto è necessario aggiungere delle conferma, ma De Mauro viene fatto sparire”  

In quelle cartelle, i caratteri della macchina da scrivere hanno battuto i nomi di molti protagonisti e gregari siciliani al centro del caso della scomparsa del giornalista: Guarrasi, D’Angelo, Fasino, Colajanni, CarolloAlessi
Naturalmente, il contenuto di questi appunti non chiarisce il mistero dell’attentato costato la vita a Enrico Mattei, a Bertuzzi e a Mac Hale.
E’ certo però che le pagine di De Mauro testimoniano oggi l’attenzione del suo lavoro giornalistico: l’impegno investigativo di un cronista il cui destino – durante la sua indagine sull'”incidente” di Bascapè – è stato probabilmente fagocitato da un’inconfessabile trama di interessi politico-industriali, italiani e internazionali.

“La storia di quegli appunti che pubblichiamo integralmente è interessante.
Furono rinvenuti nel cassetto di De Mauro in redazione – scrisse De Sanctis e consegnati alla polizia e ai carabinieri in una versione dattiloscritta che è quella che pubblichiamo.
Al magistrato vennero consegnati solo dopo la costituzione a parte civile del giornale ‘l’Ora’.
Del loro ritrovamento Elda De Mauro dice di esserne venuta a conoscenza soltanto quando li cercò un giornalista di ‘Epoca’ ( Pietro Zullino, ndr ).
Non ci risulta che le persone che sono menzionate negli appunti siano state interrogate specificatamente sul contenuto degli stessi…”

“Appunti senza indicazione iniziale. Si suppone riguardino il colloquio con l’avvocato Vito Guarrasi col quale parlò del carattere di Mattei”
“Colpo di stato continuato”, uomini anche mediocri ma di rottura, “la guerra è un anacronismo”, S.Elena sì, guerra no, idem Mattei, piglio soldatesco, entrare da Mattei senza fare anticamera, batteva questa moneta
Usò tutte le intermediazioni, mi pento ( onoro? ) di essere stato strumentalizzato da lui ( Carollo Cadetto )
Prete Mattei
Cefis-Girotti-Fornara-Guarrasi-Stammati-Ing ACP (?)
Rino Bignami
’58 riduzione royaltiers dal 12,5 al 4%
Lavoro fatto per intero fino a caduta Milazzo
Confermato da Fasino con cui era—


(segue 2)
Innamorato ( nauseato?) del suo disegno guardò a tutti trattò con tutti
Non mettere in discussione il seguito (definito?)
CEFIS
D’Angelo non può partecipare a inaugurare ANIC gela se lei è consigliere d’amministrazione
“noi abbiamo molto riguardo per le autorità siciliane. Ma i consulenti ce li scegliamo come ci pare e dove ci pare”
Notabile Dc nato a Calascibetta
Trattativa con Mattei “inventa i pantaloni Lebole”
I 40 miliardi SOFIS nell’accordo D’Angelo fallito
SOFIS all’ANIC Gela
Liquidato da Guarrasi su ( con )stabilimento a Gagliano a garabzia particolare
10 miliardi concesso ( ? ) in interessi
( ultimi e specchietti (?) )
Soggiorno obbligato a Gagliano per i tecnici di Troina


appunti senza intestazione probabilmente riferentesi al colloquio con l’on.Colajanni
Mattei verso Sicilia
Grandi difficoltà per gagliano
Mi disse che avrebbe superato qualunque difficoltà pur di mantenere impegno con Gagliano
– a proposito difficoltà politica generale, internazionale, mi ricordò discorso che avevano fatto una notte dopo inaugurazione stabilimento Gela.
Dietro forse Cefis
Seri collaboratori dietro
Richiamò battaglia che conduceva con convinzione per l’Italia. Io dovevo andare via “No”
Domani vieni via con me con Jet
questo suo sfogo con vecchio partigiano, suo amico
A Gagliano passeggiata mentre ci festeggiavano, fra la folla
festeggiante, delirante.
Nel ricordo della II passeggiata abbiamo ricordato Gela –
( Pompeo, Stagno, Mattei, Aldisio, Alessi )
Mattei veniva da Enna
Cominciò a parlare possibilità sviluppo, scambio
————-
-Nicosia
-Il bracciante Costanzo di centuripe gli fece l’ultima fotografia nel momento in cui partì l’elicottero. Vide che stavo salutando Mattei e scattò.
Onofrio Costanzo pres.te ass.Famiglie numerose ENNA


(segue Colajanni)
C’era Gagliano scatenato
Il giorno sabato quando arrivò a Gagliano
Da Gagliano pranzo a Nicosia
– tante accoglienze
– in municipio
“, ti ricordi i discorsi di allora, di Gela… (nel contesto delle difficoltà che doveva superare per portare avanti il suo disegno politico)

++++++

Nella manifestazione non era possibile avvicinare qualcuno
Mattei veniva salutato come un trionfatore, avevano fiducia nella sua parola. – Lui quasi arrossiva.
Arrivai a Nicosia con ritardo
Ci siamo di nuovo rivisti a Gagliano e ci salutammo

Michele Russo

Fogli di appunti numerati con indicazione dell’intervistato Russo
sabato 27 ottobre 1962
Agitazione dei gaglianesi
Incontri con Mattei alla Presidenza della Regione
Delegazione Comune Gagliano
In una di queste riunioni stabilì corrente di simpatia con Mattei
Gagliano chiedeva industria
Lo Giudicie
( Sindaco Cuva (avvocato) sta a Catania )
Nella escalation di richieste chiese che il personale AGIP
risiedesse a Gagliano – petulante
gli si opponeva che il centro oli era a Troina
Mattei per la prima volta
si alzò incazzato e voleva abbandonare la seduta
Russo – Presidente, perché non prende on.Lo giudice invece di ingegneri?
Ore 10 elicottero Enna, campo sportivo
Sindaco, Russo, Pompeo, Mattei, D’Angelo, Mc Hale,
Comune, stanza del Sindaco
Ripartì in elicottero con D’Angelo e Mc Hale
Russo e altri in auto

Discorso Mattei a Gagliano
Caldo
Verso le 14.30 ci ritrovammo tutti a Nicosia per un …pranzo in albergo-ristorante
un paio di stanzette. Mi pareva un ingiustizia questo Mattei che faceva così grandi cose sottoposto a…. mi pareva una soverchieria (?)
Antipasti scatolette
Salami…
durò per2ore, sempre parlano del più e del meno
Vedevo Mattei politico, imprenditore pubblico
Quando ci alzammo per uscir fuori ebbi scrupolo a salutarlo. Tutti lo attorniavano. Chi lo spingeva, chi lo urtava. rimasi perplesso, in disparte, se allonta, armi.
Poi gli toccai la spalla da dietro
“Presidente, io la saluto”
Si volta (ma angustiato, annoiato) mi vede, forse ricorda battuta
sorride, un sorriso vivo, cordiale, luminoso
         era la sua chiave
Di lì elicottero a CT.
A CT D’Angelo lo salutò
         Pranzo
Mattei, D’Angelo, Mc Hale, Russo, Pompeo, Lo Giudice, sindaco di Nicosia, (Motta?), sindaco di Gagliano Cuva, Sammarco Tavolo a L, una trentina di persone
                                Enzo Circasso
                                Mancuso
Niente signore

Foglio di appunti numerato 8
D’Angelo era venuto a un rapporto di amicizia con
Mattei – aveva fatto estromettere Guarrasi dal
Consiglio dell’ANIC di Gela: aveva avuto la sua vittima
altro foglio di appunti senza numerazione
Direttore ANIC Gela del 1962 ing.Semmola (S.Dona)
Ingegner Rino Bignami – Gela capo settore AGIP mineraria
Pilota elicottero AGIP mineraria Pier Paolo Manone
                                            (Vaiont?)
Due telefonate ad aeroporto Fontanarossa per allontanare il pilota dal reattore
Commissario di PS ufficio politico Savoja
Onofrio Costanzo, Presidente ass.Famiglie Numerose
di Enna – scattò l’ultima foto di Mattei.

(Altri fogli di appunti forse seguito conversazioni con l’on.Colajanni ) – N.B. I fogli non sono numerati.
Per strada l’on. Del Giudici gli ha presentato tre trivellisti di Pesaro.
“Vedete? Ci ritroviamo qui in Sicilia.”
Affacciato al balcone
Banda: Piave / Fratelli d’Italia / Campane a storno
               mortaretti / folla scandiva il nome
(lacrime agli occhi)
dialogo tra Mattei, D’Angelo, Sindaco Del Giudice e folla in piazza.
Foto in elicottero
fra D’Angelo e MC Hale
“Stanno arrivando tempi migliori”
D’Angelo e gente salendo (saluto?) nel…. elicottero AGIP minerario
“Vado a chiudere il mulo.Oggi non vado a lavorare”
++++
Stradine tappeto di coriandoli
balconi e finestre: bandiera di carta
++++
Sapevano che Mattei doveva arrivare sabato alle 15
All’ultimo momento si seppe che sarebbe venuto alle 10
Atterrò con l’elicottero accanto alla gabbia del pozzo n.9.
Si formò il corteo. Per strada c’era tutta la gente di Gagliano.

Mattei e D’Angelo a tratti scomparivano avvolti da una nuvola di
coriandoli.
Barbato
William Mc Hale dell’ufficio romano di “Time” e “Life”
“Barbato, accoglienze come queste non ne avemmo nemmeno quando 
liberammo l’Italia”.
Ha alzato gli occhi – ha visto lassù in alto, nella roccia del
Castello alta più di 100 metri la scritta
“Viva l’ingegnere Mattei”
Ha chiesto a …. (?) “Chi è stato?”
– ” Tre ragazzi, De Francisci, Grezzo, Torre” –
Annotò i nomi su busta (?)

AGGIORNAMENTO
Il 4 giugno del 2015 la I sezione Penale della Cassazione ha confermato l’assoluzione di Salvatore Riina rigettando il ricorso della Procura di Palermo

Tratto da:
reportagesicilia.blogspot.it

«Quota siciliana o ci fanno un c… così» Cara Mineo, la “pista rossa” di Odevaine da: la sicila

di Mario Barresi

CATANIA. «Bisogna lasciare una quota siciliana sul territorio perché sennò lì ci fanno un culo così… ». Così parlò Luca Odevaine. Sì, perché nell’Isola c’è «il blocco forte, che è Sisifo». Una potente coop rossa, socia (ma anche “nemica”) dei ciellini della Cascina nell’appalto per il Cara di Mineo. Ma ci sono anche altre pressioni, talvolta contrapposte. Del Pd, che, dapprima sostenitore, poi «faceva blocco su Sisifo».

 

Il faccendiere della “Terra di Mezzo” ha pure un appuntamento con una non meglio identificata deputata regionale del Pd che gli fa trovare un uomo del gruppo concorrente, Connecting People. Incontro preceduto dalla telefonata di moral suasion da parte di un non meglio identificato «segretario della Cgil». Parole in libertà, nell’intimità della sua “tana”. Magari millanterie, che – attraverso verifiche in corso su tabulati telefonici e spostamenti dell’uomo più intercettato e videoripreso d’Italia – dovranno essere separate da eventuali fatti veri. Ma c’è una pista, nella giungla di Mafia Capitale, che sull’asse Roma–Mineo non passa dagli uomini dell’Ncd, partito più esposto soprattutto dopo la conferma dell’inchiesta a carico del sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato assieme a Odevaine e altri quattro per turbativa d’asta negli appalti per la gestione dei servizi all’interno del centro.

 

C’è anche un fil rouge che porta altrove. «Sisifo, il blocco forte» Pioviggina, a Roma, il 3 febbraio del 2014. È da poco passata l’una del pomeriggio. Nella stanza di Odevaine, all’interno della fondazione “Integrazione”, oltre alle microspie, c’è Salvatore Buzzi, ras delle cooperative romane, in carcere per associazione mafiosa e corruzione. In silenzio, ad ascoltare i due sodali, c’è Mario Schina, consigliere della coop “Il Percorso”, responsabile per il Decoro urbano di Walter Veltroni dal 2005 al 2007, anello di congiunzione fra Buzzi e Odevaine. Quest’ultimo, nell’incontro raccontato nelle 610 pagine d’informativa del Ros dei carabinieri, «rappresentava quali fossero le dinamiche politico–imprenditoriali connesse alla gestione del Centro di Accoglienza di Mineo». Luca Odevaine: «… (incomprensibile)… Cascina un passaggio lo posso fa’ io perché… i siciliani… allora lì c’è Cascina… (inc)… ». Mario Schina: «… (inc)… cucina… ». LO: «… e un pezzettino che c’ha bonus di mediazione… no di… la parte lega… comunque… è un pezzettino di questa roba qui… o mediazione con parte legale… però diciamo che comunque l’appalto loro… (inc.)… col Comune… poi c’è… Sisifo… che è appunto… soprattutto il blocco… forte che è Sisifo e… (inc)… e poi… (inc.)… di piccole cooperative locali che si sono messe insieme che però… le piccole cooperative locali, in realtà, come interlocuzione adesso… attraverso di me… fanno più… fanno più blocco con la Cascina che con Sisifo… ».

 

Odevaine si accredita dunque con Buzzi come l’uomo giusto per poter scalfire lo strapotere della Cascina (una delle cooperative aggiudicatarie degli appalti del Cara di Mineo) attraverso Sisifo. «Nell’ambito del raggruppamento temporaneo di imprese, Sisifo – scrive il Ros – rappresenta l’anima di tutte le realtà imprenditoriali locali che prendono parte all’aggiudicazione della gara». Il consorzio siciliano, aderente a LegaCoop, era stato il capofila nei precedenti appalti vinti per la gestione dei servizi all’interno del centro; ma nell’appalto del 2014 fa un passo indietro alla vigilia della mega–gara da 97 milioni: resta nel raggruppamento vincente, ma con una quota minoritaria. Nessuno dei vertici di Sisifo (i quali nell’informativa vengono citati per alcuni precedenti penali, comunque estranei alla vicenda) è indagato per gli appalti del Cara di Mineo. Il pressing di Pd e Cgil Odevaine continua il suo colloquio con Buzzi.

 

Gli propone di approfittare dei contrasti fra Sisifo e Cascina e di “allearsi” con quest’ultima, tirandosi dietro le altre coop locali. Buzzi sembra allettato dall’idea e propone di andare da «Goffredo» (Bettini, ex uomo forte di Veltroni e attuale eurodeputato del Pd, estraneo all’indagine di Mafia Capitale) Luca Odevaine: «… Per cui quelle le possiamo sfilare… e sono quelle che poi hanno un interesse sul territorio per le assunzioni, le cose… I sindaci stanno per cui, hai capito? Alla fine… Il blocco Sisifo… invece anche Cascina non è che c’ha un buon rapporto perché… comunque… (incomprensibile)… so’ concorrenti tra di loro per cui… ». Salvatore Buzzi: « (sovrapponendosi al proprio interlocutore)… (inc.)… quanno ce ricapita… ». LO: «… Se… con Pizzarotti si riesce a… spezzare diciamo così l’Ati, Cascina non ha nessun problema a… sfilare a sfilarsi… da Sisifo… nessun problema… però… è chiaro che in prima battuta bisogna… no? ». SB: «Dobbiamo andarci a fare… (inc.)… Goffredo, ci andiamo insieme… ». LO: «Anche perché politicamente lì è successo pure un po’ di casino perché prima… il Pd… e… faceva blocco… su… anche su Sisifo… e quindi di conseguenza con tutto il gruppo, adesso invece… è successo che loro un giorno m… m’ha chiamato il segretario della Cgil… quindi… Stefania… ». SB: «Uhm». LO: «… e m’ha fatto…… inc… sono andato da… questa Presidente di commissione regionale del Pd… che era quella che all’inizio appunto aveva… inc… la vicenda per… per Sisifo… e mi… e mi sono ritrovato questo di Connecting People… Capito? M’hanno portato questo di Connecting che diceva: “A me… a noi ce dovete fa entrà… o ci fate entrare nell’Ati… ”. dopodiché… so che si… (inc.)… con Sisifo e non sono riusciti a chiudere… (inc.)…, oppure vi famo un culo così o sennò dobbiamo vincere noi… (inc.)… così e dopodiché dopo un poco io ho mandato a fanculo… (inc.)… ma che cazzo… (inc.)… siete impazziti… perché loro so proprio così… minacciano… e pochi giorni dopo è scoppiato tutto il casino a Lampedusa… la rivolta lì… (inc.)… ». SB: «Scusa cerchiamo di infilasse noi co Pizzarotti e Cascina e ci infiliamo… perché non ci possiamo infilare? ». LO: «Sì… bisogna lasciare una quota siciliana per… sul territorio chiaramente perché sennò lì… ci fanno un culo così… però Sisifo potrebbe pure… ». SB: (sovrapponendosi al proprio interlocutore) «… (inc.)… ». LO: «La Cascina sarebbe contenta… ». SB: «Famo na cosa… noi andiamo a cercà a Goffredo per Gianni Letta… e tu… (inc.)… ». LO: «Io se voi mi dite: guarda… c’è… c’è una disponibilità io poi… (inc.)… ».

 

Il “modello Mineo” Non è dato sapere chi è il segretario della Cgil che avrebbe chiamato Odevaine per parlargli del Cara di Mineo. Al di là della veridicità del racconto sul tentativo di “mediazione” sollecitato dall’esponente del Pd, Connecting People alla fine non entra nell’Ati vincente. E anzi è una delle aziende associate, la Cot Ristorazione, a promuovere il primo ricorso all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici. Ma in un’altra intercettazione (stavolta telefonica, del 16 settembre 2013), a colloquio con Sandro Del Fattore, coordinatore nazionale del Dipartimento Politiche sociali della Cgil, Odevaine rivendica il “modello Sicilia” per la «prospettazione – scrive il Ros nell’informativa – delle opportunità, per il comune di San Giuliano di Puglia e quelli limitrofi, sul modello dell’indotto determinato dal più noto centro di accoglienza catanese di Mineo, di gestire la fase relativa alle assunzioni di personale da impiegare nel futuro centro, prospettata nell’ottica del “coinvolgimento del territorio e quindi poi anche a livello occupazionale” come dallo stesso Odevaine ricordato “come io ho fatto a Mineo il 95% delle persone assunte a Mineo vengono dai comuni del… del… del territorio”». E se lo dice lui…

 

La “Lady X” rossa Altro particolare. All’epoca dell’intercettazione, così come nei mesi precedenti e in quelli successivi, non risulta alcuna deputata regionale del Pd presidente di commissione all’Ars. Chi ha telefonato all’“uomo nero” di Mafia Capitale? È davvero avvenuto l’incontro con l’esponente del Pd? Magari a Palazzo dei Normanni? E soprattutto: chi è questa persona? Questo “capitolo” dell’informativa del Ros s’interrompe a pagina 359. Segue un “omissis” fino a pagina 488. In questi 129 fogli, già sul tavolo della Procura di Catania assieme ad altri allegati «molto interessanti», potrebbero esserci alcune risposte agli interrogativi di cui sopra.

twitter: @MarioBarresi

Un tesoro di 17 milioni di euro sequestrato in Svizzera all’editore Mario Ciancio Sanfilippo da: setteemezzo

mario-ciancio

Titoli e azioni in Svizzera che stavano per essere convertiti e portati in Italia e contanti a Catania per un valore complessivo di 17 milioni di euro, questa è la somma confiscata a Mario Ciancio Sanfilippo editore del giornale La Sicilia. Il sequestro è stato disposto giorno 16 giugno dal Tribunale di Prevenzione di Catania  in seguito alla richiesta presentata dalla Procura Distrettuale della Repubblica, la quale nel lungo lavoro di indagine a carico di Ciancio oltre ha raccogliere e valutare le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia ricostruendo i rapporti tra l’editore e la mafia ha anche lavorato su un filone di indagini patrimoniali che hanno portato all’individuazione dei depositi svizzeri, come si legge dal comunicato della Procura «alcuni dei quali schermati tramite delle fiduciarie di paesi appartenenti ai cosiddetti paradisi fiscali». L’urgenza dell’operazione si è imposta nel momento in cui gli inquirenti hanno appreso che Ciancio aveva dato «ordine di monetizzare i propri titoli detenuti in Svizzera e di trasferire il ricavato in istituti di credito italiani».

Nel comunicato della procura si fa riferimento in conclusione anche alle indagini  che portano alla ricostruzione dei legami tra Cosa Nostra e l’editore e dei traffici e delle speculazioni in cui è emersa l’infiltrazione mafiosa catanese « sin dall’epoca in cui l’economia catanese era sostanzialmente imperniata sulle attività delle imprese dei cosiddetti cavalieri del lavoro, tra i quali Graci e Costanzo». I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa li aveva chiamati Pippo Fava, il primo e in maniera isolata a denunciarne gli affari illeciti assieme al Generale Dalla Chiesa che avrebbe pagato lo scotto delle sua attività, le sue dichiarazioni su «le quattro maggiori imprese edili catanesi » che erano riuscite ad accaparrarsi il mercato edile palermitano, non lasciarono certo indifferenti i protagonisti. Disse durante una intervista a Giorgio Bocca «Lei crede che potrebbero farlo se dietro non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?». Un mese circa dopo fu ucciso. Lo stesso capitò al giornalista catanese due anni dopo.

Sulla confisca a Mario Ciancio è intervenuto con un commento deputato e vice presidente della Commissione parlamentare Antimafia Claudio Fava « Se sequestrano 17 milioni di euro a Mario Ciancio, cioè al più potente, riverito e temuto editore del sud Italia; se quei soldi (e molti altri ancora, risulta dalle carte) venivano conservati su fondi svizzeri gestiti da fiduciarie di copertura; se la Procura distrettuale di Catania (a cui va il nostro riconoscimento per il lavoro paziente e rigoroso che ha fatto, dopo molti anni di colpevole inerzia di quell’ufficio) ha deciso di esercitare l’azione penale nei confronti di Ciancio “per avere lo stesso, da numerosi anni, apportato un contributo causale a cosa nostra catanese”: insomma, se tutto questo è vero (e chi ha il coraggio di dubitarne?) dovremo riscrivere la storia di Catania e probabilmente dell’intera Sicilia » questo il duro commento alla notizia di stamane del sequestro di titoli e azioni, all’editore e imprenditore, per un valore di circa 12 milioni di euro tenuti in in dei depositi bancari Svizzera, oltre alla somma in contanti di circa 5 milioni di euro presso la filiale di un istituto di credito etneo.

Senza fare sconti  Fava si rivolge agli apparati compiacenti che dalle attività di Mario Ciancio hanno tratto profitto nel corso degli anni «alle due generazioni di parlamentari della Repubblica (di maggioranza e d’opposizione) muti, sempre stolidamente, ostinatamente muti» e  scrive «La storia dei silenzi di certa stampa, delle fulgide carriere politiche accompagnate da quella stampa, delle speculazioni edilizie che hanno saccheggiato il territorio. La storia dei troppi consigli comunali compiacenti, dei sindaci corrotti o reticenti. La storia delle impunità criminali e dei poteri paralleli che laggiù hanno governato i destini di uomini e cose, denari e miserie. Per vent’anni il racconto onesto, sereno, mai reticente di tutto ciò è stata virtù di pochi, pochissimi. Adesso, con le carte giudiziarie in mano, forse taluni ritroveranno il coraggio di dire e di chiedere. Troppo comodo verrebbe da scrivere…» lasciando in sospeso il messaggio.

Processo trattativa, parla Riina: “Bagarella un galantuomo” da: antimafia duemila

riina-bagarella-bndi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 19 giugno 2015

“Mio cognato è un galantuomo e nel 1993 non ha fatto arrestare né a me né ad altri. Grado poteva risparmiarsi di lanciare questa pietra così”. E’ così che il Capo dei capi ha voluto rendere dichiarazioni spontanee al processo trattativa Stato-mafia. Un modo per andare in soccorso del cognato, Leoluca Bagarella che al mattino aveva lanciato un appello affinché parlasse dell’arresto che sarebbe avvenuto nel 1963. Alla scorsa udienza Bagarella era stato accusato dal pentito Gaetano Grado di essere uno “sbirro” ed aver dato indicazioni per arrestare Riina ed il fratello, Calogero Bagarella. Nel suo breve flusso di coscienza Riina, oggi detenuto a Parma, ha però fatto confusione e nella sua dichiarazione in videocollegamento anziché riferirsi al 1963 ha parlato del 1993.
Immediatamente Bagarella ha ripreso la parola facendo presente che suo cognato “ha fatto confusione tra il 1993 e l’episodio del 1993”. A quel punto c’è stato l’intervento del presidente Montalto che ha ripreso Bagarella: “Lei non può dire quel che suo cognato avrebbe o non avrebbe voluto dire. Quelle sono dichiarazioni spontanee”.
E Bagarella ha continuato: “Grado farebbe bene a farsi i fatti suoi e, al posto di raccontare queste invenzioni a distanza di 50 anni, dovrebbe invece dire cosa fece con Contorno quando fece fece arrestare 162 persone, procedimento poi confluito nel maxi processo. Sempre Grado ha detto che io nel 1963 avrei fatto arrestare Toto’ Riina, che allora non era ancora mio cognato e mio fratello. Faccio presente che Riina fu arrestato a fine novembre 1963 e io a giugno del 1964. Mentre mio fratello non è mai stato arrestato -ha concluso – era ed è tuttora latitante”. E’ fatto noto che Calogero Bagarella venne ucciso il 10 dicembre 1969 durante un conflitto a fuoco con il boss Michele Cavataio, che passerà alla storia come strage di viale Lazio. Il cadavere fu portato via da Totò Riina, Bernardo Provenzano e dal resto del commando omicida e per anni Calogero Bagarella comparve nella lista dei grandi latitanti, sino alle dichiarazioni del pentito Antonino Calderone, che ricostruì la dinamica della strage di viale Lazio. Inoltre, nel dicembre 1990, i carabinieri di Corleone sotto il comando del capitano Angelo Jannone intercettarono uno sfogo della madre che parlava della sua morte. Nonostante questi elementi oggi Bagarella ha ribadito che il fratello è tutt’oggi ancora latitante. Un fatto quest’ultimo che non va letto come una considerazione di un folle ma frutto di una precisa idea del capomafia. Di fatto ancora oggi i corleonesi non ammettono di aver compiuto quel blitz in viale Lazio e per questo la morte di Calogero Bagarella, per Riina ed i suoi sodali, non vi è mai stata.

Cristella dà un nome all’uomo sul motorino
Durante il controesame di Nicola Cristella, l’avvocato Basilio Milio, legale di Mori e Subranni, ha insistito particolarmente su alcune contraddizioni di quest’ultimo che si sono sviluppate nel corso degli anni, in particolare sull’identificazione dell’uomo che si recava con il motorino alle cene con Mori, Bonaventura, Di Maggio e Ganzer. “Ho sempre saputo che l’uomo sul motorino non era Mori – ha ribadito in aula il teste – Ma ho sempre detto che Mori era a quelle cene”. Alla domanda del presidente Montalto sul perché non avrebbe parlato di Mori spontaneamente a Firenze (nel 2003, ndr), l’ex caposcorta di Francesco Di Maggio ha aggiunto: “Per una questione di riservatezza dell’impegno”.
Durante il controesame è poi emerso che l’uomo sul motorino sarebbe stato il generale Morini. E a quel punto il presidente Montalto ha approfondito il tema in un botta e risposta con il teste. “Perché fino ad ora non ha detto che credo sia lui quello del motorino?”; “Parlando anche con altri colleghi gli altri lo conoscevano…Io non mi ricordavo che si chiamava Morini”; “Se ne è ricordato adesso che le ha fatto la domanda l’avv. Milio?”; “Sì”.
Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 25 giugno, ore 9:30, quando saranno sentiti Salvatore Tito Di Maggio e l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci.

Trattativa, Cristella: “Di Maggio disse ‘non possono chiedere ad un figlio di un carabiniere di scendere a patti con la mafia’”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 19 giugno 2015
“Eravamo con Di Maggio nella sua abitazione, lui si sfogò duramente in mia presenza e disse quella frase: ‘non possono chiedere ad un figlio di un carabiniere di scendere a patti con la mafia o comunque con dei delinquenti’. A dirlo in aula oggi al processo trattativa Stato-mafia è Nicola Cristella, ex caposcorta dell’allora vice capo del Dap. “Il riferimento – ha specificato il teste – era al 41bis… non ricordo altro. Quando è avvenuto? Nel periodo in cui prendo servizio effettivo con Di Maggio”. Durante l’audizione Cristella, sollecitato dai pm, non ha chiarito per quale motivo in Commissione antimafia, parlando dei commensali che si incontravano con molta più frequenza con Di Maggio, ha detto “forse su questo punto è meglio se stessi zitto…”. “Se ho detto che si sono incontrato più volte lo confermo – ha ribadito oggi in aula – e quando dice meglio se stessi zitto è perché non è che a tutti fa piacere di venire 7 volte a Palermo”.
Il teste ha anche ricordato di alcuni incontri, in una scuola di polizia dietro la stazione Termini con un altro soggetto ma “non so chi fosse questo personaggio. Non so se fosse un politico o no, non ricordo”.
Rispondendo ad una contestazione su un verbale a Firenze nel 2003 il teste ha confermato che Di Maggio, in riferimento alle proroghe del 41bis, disse che avessero a che vedere con queste bombe.
Cristella ha anche ricordato che negli ambienti del Dap si diceva che “fu Scalfaro a volere Di Maggio al Dipartimento. Si parlava di questo, per 12 anni c’è stato il dottor Amato e poi arriva Capriotti e Di Maggio… da parte nostra ci si chiedeva come mai questi cambiamenti”.

Processo trattativa, teste Cristella: “Di Maggio mi parlava di una certa pressione sul 41 bis”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 19 giugno 2015

Nel corso del periodo vissuto come caposcorta di Di Maggio, Cristella avrebbe assistito a diversi sfoghi da parte dell’ex vice Capo del Dap.
Alla domanda specifica se questi avesse ricevuto da terzi domande sul 41bis il sostituto Commissario ha risposto: “Che lui abbia ricevuto telefonate sul 41bis non lo so, so che in un certo periodo Di Maggio comincia a innervosirsi per questioni di ufficio che lo facevano sbraitare. Un certo periodo si lamentava mentre lo accompagnavo in casa, mi offriva un bicchiere di vino, su una questione credo morale… sembrava che comunque qualche telefonata non la gradiva tanto… si parlava di una certa pressione ricevuta per l’applicazione al 41bis di alcuni personaggi. A lui scappò: non si può chiedere a un figlio di un maresciallo dei carabinieri di passare dall’altro lato… di avere delle pressioni…”
A quel punto Tartaglia ha insistito: “Ha mai sentito direttamente di richieste fatte a Di Maggio su questo tema del 41bis?” E Cristella ha risposto in maniera evasiva: “Di telefonate ascoltate possono dire che non era nel mio ruolo ascoltare… ma di discorsi.. di lamentarsi ne posso parlare… dire che io abbia ascoltato una telefonata non era corretto nel mio ruolo…”. Quindi ad una nuova domanda di approfondimento ha aggiunto: “Le ho percepite, ma non ascoltando… si innervosiva e si capiva. Si lamentava della pressione di un politico siciliano”. E alla domanda su chi fosse questo politico Cristella è certo: “Lui fece questo nome e cioè Calogero Mannino. In qualche conversazione… è un dato di fatto”. Quindi il teste ha ricordato che l’oggetto della discussione “era una pressione affinché si ritardasse l’applicazione del 41bis ad alcuni esponenti di mafia”.

Mentre in passato ai pm aveva parlato di una serie di telefonate sul tema con gli altri commensali, interessati “su certi eventi” oggi in aula Cristella è stato meno certo e rispondendo ad una richiesta di maggior specificazione del presidente Montalto ha aggiunto: “Io parlo di tutta una serie di circostanze su questi episodi. Credo che siano un po’ rallentate con alcuni commensali. Erano interessati agli eventi… c’erano state le stragi… gli eventi erano collegati al 41bis… non so se si parlassero di stragi…credo che lui si confidasse con questi amici suoi…”

Processo trattativa, Cristella: “Alle cene, in motorino, arrivava anche un altro. Era dei Servizi, e non era Mori”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 19 giugno 2015

“Alle cene tra Di Maggio, Ganzer e Mori c’era anche un altro commensale che veniva in motorino. Era uno dei Servizi segreti, credo di quelli civili”. Rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia il sostituto commissario Nicola Cristella sta ripercorrendo il periodo vissuto come caposcorta di Francesco Di Maggio. Parlando di alcune cene romane il teste ha ribadito la presenza di un uomo dei servizi che arrivava in motorino. A differenza di quanto detto al processo Mori Cristella ha detto con sicurezza che questi non era il prefetto Mori “che vedevo arrivare a piedi”, ma un altro soggetto ma di non sapere il nome. “Non l’ho mai saputo – ha aggiunto – poteva avere sopra i 60 anni, parcheggiava il motorino e si univa ai commensali. Noi arrivavamo con la macchina di servizio e Bonaventura era già sul posto. Altri arrivavano sempre a piedi”.

Processo trattativa, ex caposcorta Cristella: “Cene tra Di Maggio, Mori, Ganzer e Bonaventura”
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 19 giugno 2015

“C’erano delle cene a Roma, zona Trastevere, tra il vice capo del Dap Francesco Di Maggio, Mori, Ganzer e Bonaventura”. A raccontarlo in aula è il sostituto commissario Nicola Cristella, nel 1993 caposcorta di Di Maggio. “Con lui – ha ricordato – iniziai a lavorare nell’estate del 1993, durante la pausa del secondo maxi processo di Brindisi contro la Sacra Corona Unita, poi tornai al dipartimento per un brevissimo periodo e quando il processo terminò tornai nuovamente da Di Maggio”.
Il teste ha ricordato che era solito viaggiare in macchina con l’ex magistrato, oggi deceduto, durante il servizio. “C’era un rapporto di fiducia e lui era tranquillo, non è mai successo che lui abbia tentato di occultare qualcosa, ha sempre fatto telefonate. Lo accompagnavo anche dalla famiglia a Vienna, anche se non ero tenuto a farlo”. Inoltre Cristella ha anche ricordato i rapporti tra Di Maggio ed il maggiore Umberto Bonaventura: “Per un periodo hanno vissuto insieme nei pressi di Porta Portese. Bonaventura era un appartenente dei Servizi segreti. Poi Di Maggio si spostò in un’altra abitazione in affitto, un appartamento della dottoressa Pomodoro. Prima della fine del mio servizio con lui mi chiese anche se volevo andare a lavorare con Bonaventura. I rapporti tra i due erano ottimi, anche dopo aver vissuto assieme la sera si incontravano per cenare assieme”.
Ed è proprio a queste cene che avrebbero partecipato anche Ganzer e Mori. “All’inizio non li conoscevo poi li imparai a conoscere. Tra i colleghi si sapeva che Mori era un personaggio dei Servizi mentre Ganzer era a capo del Ros”.

Dichiarazioni spontanee Bagarella
All’inizio dell’udienza l’imputato Leoluca Bagarella, che ha annunciato l’invio di una memoria alla Corte, ha rilasciato alcune dichiarazioni spontanee chiedendo di fatto alla corte di sentire il cognato, Salvatore Riina (anche lui imputato al processo), in riferimento all’arresto avvenuto nel 1963, dopo l’accusa del pentito Grado che alla scorsa udienza aveva accusato Bagarella di essere sbirro ed aver fatto arrestare il Capo dei capi. Lo stesso Riina ha detto di essere disponibile a riferire in merito ma è stato stoppato dal Presidente Montalto dando la precedenza all’esame del teste Cristella. Non si terrà oggi invece l’esame di Salvatore Tito Di Maggio, fratello dell’ex Dap, assente per impegni istituzionali. Il pm Di Matteo, presente in aula per l’accusa assieme a Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, ha già detto che sarà citato alla prossima udienza del 25 giugno.

Processo trattativa: l’ex Vice capo Dap Di Maggio torna protagonista
di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo – 19 giugno 2015

Oggi a Palermo la testimonianza del fratello Tito e del caposcorta Cristella
Sarà dedicata alle audizioni di Salvatore Tito Di Maggio e Nicola Cristella l’audizione odierna, ore 9:30, del processo trattativa Stato-mafia in programma all’aula bunker dell’Ucciardone. Il primo, fratello minore dell’ex vice capo del Dap Francesco, nel luglio 2012 si presentò alla Procura di Palermo portando con se documenti in difesa dell’ex giudice, deceduto nell’ottobre 1996. A suo dire questi non avrebbe avuto un ruolo nell’alleggerimento del 41 bis (il carcere duro per i mafiosi, ndr) ed anzi fu “esautorato in quella decisione”. Al processo Mori-Obinu, parlò degli sfoghi del fratello che si sarebbe lamentato di essere stato tenuto fuori dalle vicende del 41 bis e di non avere condiviso la decisione di revocare oltre 300 provvedimenti di carcere duro per i boss decisi a fine ’93.
Inoltre secondo Tito Di Maggio tra Franco (così lo chiamava, ndr) e Adalberto Capriotti, allora capo del Dap, “ci furono incomprensioni e diversità di vedute”. Contrasti che non ci sarebbero stati invece l’ex ministro della Giustizia Conso, come invece aveva riferito ai pm proprio Capriotti. Così oggi Tito Di Maggio dovrà riferire quanto apprese dal fratello sugli incarichi informalmente assegnatigli “per trovare una soluzione politica a tangentopoli” nonché a quello, immediatamente successivo, formalizzato con la nomina a vice direttore del dipartimento di amministrazione penitenziaria. Inoltre il teste sarà ascoltato anche in merito ai rapporti tra Francesco Di Maggio, il ministro Conso ed il Presidente della Repubblica di allora, Oscar Luigi Scalfaro.

Timori e contrasti al processo Mori
Successivamente sarà ascoltato anche l’ex caposcorta del giudice Di Maggio, Nicola Cristella.
Quest’ultimo, già sentito come teste al processo Mori-Obinu, dovrà riferire sui rapporti con l’ex vice Dap, sulle confidenze fatte da quest’ultimo in ordine a “pressioni politiche” concernenti la concreta applicazione della normativa prevista dall’art. 41 bis, e sui rapporti di frequentazione tra Di Maggio, Mori ed altri esponenti dei carabinieri e dei servizi di sicurezza.
L’esame al processo Mori, fu piuttosto faticoso e costellato di diversi “non ricordo” ed affermazioni imprecise e contraddittorie tanto che l’allora pm Antonio Ingroia si trovò a dover chiedere: “Nella sua reiterata ‘resistenza’, ‘remora’ a non fare nomi è stato in qualche modo condizionato dalla paura di prendersi qualche denuncia per calunnia?”. La risposta dell’ispettore fu secca e decisa, “Si…”.
L’ispettore di polizia penitenziaria venne sentito dai pm di Palermo nel 2012 e da quelli di Firenze nel 2003. A quest’ultimi aveva detto: “Quanto alle frequentazioni che il Consigliere Di Maggio aveva in quel periodo anche in relazione al suo ruolo istituzionale, rammento che (Francesco Di Maggio, ndr) frequentava il Maggiore Bonaventura del S.I.S.De, l’attuale comandante del ROS Gen. Ganzer, il colonnello Ragosa della Polizia Penitenziaria con cui erano molto amici” (…) “La abituale frequentazione con il maggiore Bonaventura era accompagnata anche dalla presenza di un’altra persona con cui si vedevano spesso a cena tutti e tre, quasi tutte le sere: questa persona veniva all’appuntamento in motorino e se non ricordo male si tratta di un civile all’epoca anch’egli nei servizi segreti. In questo momento il nome di questa persona non mi sovviene”.
Al processo Mori però, quando è stato chiamato ad identificare lo stesso uomo in motorino, è entrato in confusione tirando in un primo momento in ballo un civile che lavorava nei servizi, poi dicendo che forse si trattava dello stesso Mori.
“Un altro contatto del Consigliere Di Maggio – aggiungeva sempre a Firenze – era con il capo di gabinetto La Greca e, in ambito ministeriale con le dr.sse Di Paola e Ferraro”. In fondo al verbale di Firenze vi è scritto che “in sede di rilettura” l’Ispettore Cristella precisava che “la persona precedentemente come commensale abituale del Consigliere Di Maggio e del Maggiore Bonaventura era il Colonnello Mori del ROS”. Nel verbale veniva evidenziato che però l’Ispettore “precisava che a questo punto è un po’ più incerto sul fatto di chi dei due, se cioè Bonaventura o Mori, venisse all’appuntamento in motorino”. A distanza di 9 anni l’ispettore Cristella ha affrontato direttamente il tema del carcere duro con i pm di Palermo che lo hanno interrogato quattro mesi fa. “Io ricordo che a Di Maggio fu fatta una pressione per posticipare l’applicazione dei 41bis – ha esordito Cristella nel verbale – , cioè nel senso di aspettare, prima di applicare diciamo il 41bis gli chiesero se poteva ancora attendere, io questo lo ricordo”.
Alla domanda su chi esercitasse pressioni su Di Maggio l’ispettore ha tentennato: “… da quello che ho potuto capire, un politico siciliano, chi sia non lo so”. “…perché ebbe (Di Maggio, ndr), ebbe qualche telefonata da un politico siciliano che gli chiese esplicito se poteva attendere prima dell’applicazione del 41bis”. Dopo ulteriori tentennamenti legati alla paura di beccarsi una denuncia Cristella ha quindi fatto il nome del politico in questione: “Io dico, dico, dico di aver capito un certo Mannino…”. I pm gli hanno chiesto di capire se quel nome fosse venuto fuori nell’ambito di dialoghi. Cosa che Cristella ha confermato senza timori: “Lui ebbe con altri… credo i suoi soliti amici insomma…”. “I commensali? – hanno domandato i magistrati – Bonaventura, Mori e Ganzer?” “Si – ha replicato Cristella –, da lì poi si scatenò una, diciamo una guerra telefonica insomma che lui si imbestialì su questa storia qua, su questo…”. Alla domanda dei magistrati se tra le persone con cui si sfogava c’erano i commensali Cristella non ha manifestato dubbi: “Sicuramente, perché sicuramente i commensali erano abbastanza a conoscenza di questo, perché in quel periodo si incontrarono molto ma molto più spesso del solito”. “Con chi?” – hanno chiesto i magistrati. “Con Ganzer, Bonaventura e credo sia Mori l’altro. Si intensificarono, su parecchi fronti, anche con la dottoressa Ferraro…”. “Lui (Francesco Di Maggio, ndr) i suoi sfoghi li faceva anche con me, cioè nel senso la sera lo accompagnavo a casa insomma, salivo sopra, una sera per poco dà fuoco, dà fuoco all’appartamento perché comunque lui diceva: non possono chiedere a un figlio di un carabiniere di andare a patti con qualcosa che comunque era dall’altra parte”.

DOSSIER Processo trattativa Stato-Mafia

Jobs spy, porcata di Renzi contro il lavoro. La rabbia dei sindacati. Prc: “Tutti controllabili e licenziabili” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Siamo di fronte a una logica folle che sta togliendo qualsiasi dignità nel lavoro dando mano libera alle imprese”. Maurizio Landini va giù duro nel reagire ai decreti attuativi del Jobs act, almeno per la parte che riguardano il controllo a distanza. “Le cose che dice, che fa, che pensa un lavoratore ora possono essere usate contro di lui – aggiunge Landini -. E questo succede in un regime in cui non c’è più lo Statuto e con un po’ di soldi per qualsiasi ragione si può licenziare un lavoratore”. Ed infine un giudizio lapidario che fa capire il senso vero della politica sul lavoro da parte del Governo: Renzi “ha fatto il Jobs act, il Porcellum del lavoro”. Anche se Poletti e Squinzi si sbracciano nel sottolineare che i dati non potranno essere usati in violazione della privacy, il combinato disposto tra questa liberalizzazione dei controlli (non serve più nemmeno l’accordo sindacale) e la fine delle tutele sul licenziamento porta di fatto un grado di maggiore ricatto nei luoghi di lavoro. “Non ho capito che male gli hanno fatto quelli che per vivere devono lavorare”, chiosa Landini. Sui controlli a distanza, per la Cgil siamo di fronte ad un abuso rispetto alle norme sulla privacy, che segna un punto di forte arretramento rispetto allo Statuto dei lavoratori. Il venir meno dell’obbligatorio accordo sindacale renderà più difficile proteggere i lavoratori da indebiti usi delle informazioni da parte delle aziende. Ad opporsi anche se con accenti più sfumati sono i leader di Cisl e Uil. Le norme dei decreti attuativi “creano inquietudine. Va fatta chiarezza”, dice Annamaria Furlan. “E’ liberismo dalla faccia buona”, dice Carmelo Barbagallo segretario della Uil.

Insomma, come sottolinea ancora la Cgil in una nota, si confermano le scelte in favore della deregolamentazione a scapito dei diritti di chi lavora, si ribadiscono le forti divisioni e differenziazioni nel mondo del lavoro, sia sui contratti che sulle tutele, e si aumenta di nuovo il potere delle imprese senza elementi di riequilibrio in favore del lavoro. Secondo il sindacato di Corso d’Italia, dietro i termini “innovazione e semplificazione” c’è un’idea “vecchia del lavoro senza qualità e con una riduzione degli spazi di contrattazione che lo rende più povero e più debole. I lavoratori occupati, così come quelli in sospensione da lavoro o disoccupati, compiono un notevole passo indietro rispetto all’essere portatori di diritti universali”. Nella nota della Cgil vengono analizzati nel dettaglio i singoli punti contenuti nei decreti attuativi: dai contratti di collaborazione, all’uso dei voucher, dal riordino del contratto di apprendistato, ai contratti a termine, dal demansionamento, agli effetti delle nuove norme sulla sicurezza sul lavoro. In materia di ammortizzatori si interviene con una significativa riduzione dei tempi di copertura e degli strumenti a disposizione dei lavoratori. L’introduzione del meccanismo per le aziende del bonus malus, pensato quale deterrente, “finirà invece col favorire i licenziamenti”. Gli interventi sulla razionalizzazione e semplificazione dei rapporti di lavoro e su salute e sicurezza, rivedendo le norme sull’identificazione, contribuiranno ad alimentare la pratica del lavoro nero e a indebolire i controlli sulla sicurezza.

Sull’argomento sono intervenuti anche Paolo Ferrero e Roberta Fantozzi, rispettivamente segretario e responsabile Lavoro Prc. Il Jobs Act sancisce “un pesante arretramento rispetto allo Statuto dei Lavoratori, che vieta l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature” per il controllo a distanza, sancendone invece la possibilità, previo accordo sindacale o, in assenza di accordo, previa autorizzazione ministeriale. Secondo Fantozzi e Ferrero, la parte del testo dedicata agli “strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa” e cioè pc, tablet, cellulari, inoltre non esclude affatto che essi possano essere considerati come strumenti di controllo a distanza, come ora dice il governo, ma solo genericamente che per essi non vale quanto disposto dal primo comma”. “La relazione illustrativa esplicita il senso di questa esclusione – si legge ancora nella nota congiunta -. In sostanza nella relazione illustrativa si dice l’opposto di quanto ora afferma il governo e cioè che gli strumenti di lavoro possono essere usati per il controllo a distanza anche senza accordo sindacale. La verità – proseguono – è che questo governo vorrebbe tutti controllabili sempre. Come vuole tutti licenziabili sempre: per qualsiasi infrazione compreso un minimo ritardo, oppure utilizzando il comodo canale della motivazione economica, che può essere addotta per licenziare una persona anche se è falsa”. Per il Prc, infine, contro il Jobs Act va costruito un ampio schieramento referendario “oltreché messa in campo ogni azione legale e di lotta, contro norme indegne di relazioni civili”.
Infine, la protesta arriva anche da Usb: “Quella messa in atto dal governo con il Jobs act è una ‘rivoluzione’ del lavoro, ma in senso negativo. Si danno benefici alle aziende a discapito dei lavoratori, a cui vengono tolti dei diritti. E con la norma sui controlli a distanza contenuta nel decreto attuativo del Jobs act si vanno anche a toccare i diritti individuali come cittadini, non solo come lavoratori”, dichiara Emidia Papi, dell’esecutivo nazionale dell’Unione sindacale di base.

“Fermiamo la strage. Subito”. Contro l’Europa dei muri e dell’austerità in piazza a Roma Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

”L’Europa nasce o muore nel Mediterraneo. Solo se si rispettano i diritti umani di ogni uomo e di ogni donna è possibile garantire pace, sicurezza e benessere sociale ed economico”. Inizia così l’appello delle centinaia di organizzazioni sociali e sindacali artisti, intellettuali e singoli cittadini che hanno indetto per domani una manifestazione nazionale a Roma, in piazza del Colosseo alle 15. Fra le tante organizzazioni – si legge in una nota – presenti in piazza, le tre confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, Acli, Arci, Asgi, Amnesty International Italia, Emergency, Medici senza frontiere, il Centro Astalli, Fish , Libera, Lunaria, Act, le varie sigle studentesche, Action, la Rete della Pace, Sbilanciamoci, il Forum nazionale del terzo settore, il Cir, la Focsiv, e tantissime altre.
Domani è la Giornata internazionale del rifugiato. E dal Colosseo ci saranno collegamenti con tante altre piazze del mondo dove si svolgeranno le iniziative. Nel Mediterraneo, solo dall’inizio del 2015 hanno perso la vita più di 1800 persone. Ma domani sarà anche la mobilitazione europea a sostegno della Grecia. In tante piazze delle capitali europee ci saranno iniziative che sottolinearanno la necessità di un cambio di passo nella trattativa tra Atene e Bruxelles. A Roma uno striscione dell’Altra Europa sarà prsente al corteo e dal palco è previsto un intervento su questo tema. L’iniziativa fa seguito alla campagna su “change.org” di sostegno alla Grecia, che ha raccolto migliaia di firme all’attività di “Cambia la Grecia, cambia l’Europa”.L’Unione europea, i suoi singoli paesi membri – si legge nel testo di convocazione dell’iniziativa sui migranti – hanno finora agito con l’egoismo dell’irresponsabilità, preoccupandosi di salvaguardare i confini anziché le vite umane, nascondendo dietro la presunta ”lotta agli scafisti” la volontà di rafforzare il controllo militare delle frontiere, fino alla decisione di questi giorni di sospendere Schengen, o comunque di non rispettarlo, con l’effetto di lasciare ammassati per giorni nei luoghi di transito uomini, donne e bambini privi di tutto: un letto per dormire, il cibo per sfamarsi, l’acqua per dissetarsi e lavarsi, privati cioè della loro dignità di esseri umani.
Nell’appello vengono indicate 10 priorità per superare l’emergenza, dall’apertura di canali di ingresso umanitari alla pianificazione di un sistema efficace d’accoglienza, dalla sospensione degli accordi – come il processo di Karthoum – con paesi che non rispettano i diritti umani all’apertura immediata di un programma di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. Al primo posto va messa infatti la salvaguardia della vita delle persone e la loro sopravvivenza in condizioni dignitose.Dal palco domani interverranno, tra gli altri, Susanna Camusso, segretaria generale Cgil e Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil. Le voci dei promotori si alterneranno alla lettura di storie di rifugiati, performance artistiche e musicali, il tutto affidato alla conduzione di Massimo Cirri e Sara Zambotti, di Caterpillar Radio2.
Per Rifondazione comunista, che sarà presente all’iniziativa, l’Europa è pienamente responsabile di questa situazione. “Ha fatto guerre che hanno destabilizzato interi paesi – si legge in una dichiarazione di Paolo Ferrero – . Ha venduto armi che hanno alimentato guerre e massacri. Ha, attraverso il FMI, imposto ai paesi africani politiche di aggiustamento strutturale che hanno demolito le economie di questi paesi e posto le condizioni per grandi migrazioni. Se dall’Africa si emigra e si fugge è in larga parte per responsibilità delle politiche e delle imprese europee. Per questo serve un Piano Marshall per l’Africa e serve una politica di accoglienza: i muri che ci piacciono sono quelli che hanno delle porte per far entrare la gente e metterla al riparo”.