Anpinews n.167

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Migrazione, disumanità e secessione

Anpinews n.167

I buchi neri dell’omicidio Agostino da: antimafia duemila

agostino-foro-statodi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 17 giugno 2015

Non riesce a trattenere l’emozione, Vincenzo Agostino, padre dell’agente Nino Agostino. Il suo fisico è profondamente segnato da 26 anni di battaglie per ottenere la verità sull’omicidio di suo figlio e di sua nuora Ida Castelluccio, ma la sete di giustizia che anima il suo spirito e quello di sua moglie Augusta è ancora più forte. “Era ora che questa richiesta di archiviazione venisse rigettata, adesso bisogna fare il confronto con quella persona con la faccia da mostro e spero anche con quell’uomo che ha pedinato mio figlio fino a Catania (Gaetano Scotto, ndr). Noi aspettiamo il giorno che si concluderà questo calvario, vogliamo solo la verità, così da avere finalmente una morte serena”. Di fronte al dolore di quest’uomo, di sua moglie e di tutta la sua famiglia si resta basiti: non può considerarsi civile un Paese che conserva nei propri armadi della vergogna i segreti sui tanti delitti di Stato. E quello di Nino Agostino e di sua moglie Ida rientra a pieno titolo in questa categoria.

I misteri
Tanti sono i buchi neri che restano da esplorare sull’omicidio Agostino-Castelluccio. Nella richiesta di archiviazione dei pm Di Matteo e Del Bene era stata posta l’attenzione sulla misteriosa figura dell’ex agente di polizia Guido Paolilli. I magistrati avevano riportato la nota intercettazione ambientale del 21 febbraio 2008 nella sua casa di Montesilvano (Pe). Mentre in televisione andava in onda un servizio della trasmissione “La Vita in diretta” durante la quale il padre di Nino, Vincenzo Agostino, parlava del biglietto trovato nel portafoglio del figlio – dove era scritto “se mi succede qualcosa guardate nell’armadio di casa” – contemporaneamente il figlio di Paolilli (intercettato) domandava al padre: “Cosa c’era in quell’armadio?”. “Una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato”, gli aveva risposto senza mezzi termini. Ma quali “carte” ha stracciato Paolilli? Su mandato dell’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera? E soprattutto per quale motivo? Nella richiesta di archiviazione, in merito a questa specifica intercettazione, Di Matteo e Del Bene avevano scritto: “Durante l’interrogatorio negava, sebbene lo stato di evidente imbarazzo, di avere pronunciato quelle parole”. Dalle indagini condotte è emerso che Guido Paolilli frequentava Agostino prima del suo omicidio. Ufficialmente Paolilli era in servizio alla Questura de L’Aquila e spesso veniva aggregato alla sezione Antirapine della Squadra Mobile di Palermo diretta da La Barbera, anche se non se ne conosce il reale motivo. Il verbale di relazione redatto dallo stesso Paolilli ed inviato al capo della Squadra Mobile è stato quello che è andato ad infittire ulteriormente il mistero. Nel documento veniva evidenziato come nel corso delle indagini sul delitto Agostino erano state effettuate “tre perquisizioni presso quella abitazione (di Agostino ndr) e, solo nel corso della terza, durante la quale a differenza delle altre partecipava anche lo scrivente, in uno stanzino venivano rinvenuti 6 fogli su cui l’Agostino aveva scritto di proprio pugno, tra l’altro, di temere per la propria incolumità. I 6 fogli venivano opportunamente sequestrati e posti a disposizione della S.V. per i relativi accertamenti”. Nella richiesta di archiviazione i pm avevano rimarcato come questi sei fogli non fossero stati inseriti tra i documenti acquisiti fin qui dalla Procura e come i verbali agli atti evidenziavano solo due accessi di perquisizione all’interno dell’abitazione di Agostino. Dal canto suo Paolilli, risentito nel luglio del 2013, non aveva minimamente chiarito la questione, scegliendo per altro di non voler rinunciare alla prescrizione. Il pm Nino Di Matteo aveva evidenziato al Gip Maria Pino che le indagini sull’omicidio Agostino avevano comunque dimostrato come fin dall’inizio fosse stata accreditata la “pista passionale”, quale causa del duplice omicidio, a fronte di un vero e proprio “depistaggio”. Secondo il magistrato, però, gli elementi finora raccolti non sarebbero stati sufficienti ad affrontare un processo con la certezza di una condanna per gli imputati. Per Di Matteo era comunque assodato che le indagini “non hanno dimostrato l’estraneità di Madonia e Scotto”, il coinvolgimento diretto dei due boss mafiosi veniva di fatto accertato. Secondo la Procura era ugualmente evidente che lo stesso Paolilli fosse responsabile di “depistaggio” e di “favoreggiamento” in merito agli omicidi Agostino-Castelluccio, ma sussisteva il problema della prescrizione. Di fatto, secondo il pm, in caso di archiviazione si sarebbe potuti ripartire proprio dagli elementi di novità che, a latere di questa stessa indagine, stanno emergendo. Dal canto suo l’avv. Fabio Repici, legale della famiglia Agostino, aveva ritenuto erroneo il calcolo fatto dalla Procura per la prescrizione del reato di favoreggiamento. “L’attività di favoreggiamento – aveva sottolineato il legale – non può ritenersi cessata al momento in cui fece sparire documentazione rilevante reperita nella disponibilità di Agostino. Gli indizi di reità a carico di Paolilli, infatti, sono emersi solo con l’intercettazione, di cui si è già detto, del 21 febbraio 2008, cosicché fino a quella data sarebbe stato obbligo per Paolilli riferire all’autorità giudiziaria ogni circostanza a sua conoscenza. Tale inadempienza deve far ritenere consumato il reato di favoreggiamento almeno fino alla data del 21 febbraio 2008, cosicché l’ipotesi di reato ascritta a Paolilli non può in alcun modo ritenersi prescritta”.

Faccia da mostro
Nell’istanza di opposizione, sempre in merito ad apparati di polizia e indagini non completate, era stato affrontato l’argomento relativo al cosiddetto “faccia da mostro”. Di lui aveva parlato per la prima volta nel 1996 il mafioso Luigi Ilardo, un confidente del colonnello dei Carabinieri Michele Riccio ucciso il 10 maggio di quello stesso anno (le cui indicazioni avrebbero potuto far arrestare Provenzano proprio nel ’96 se non fossero state inascoltate dai vertici del Ros, ndr), assassinato poco prima di fare il salto e diventare collaboratore di giustizia. Secondo Ilardo “faccia da mostro” sarebbe stato presente in molti crimini misteriosi come il fallito attentato all’Addaura nell’estate dell’89, organizzato ai danni del giudice Giovanni Falcone, e nell’omicidio dello stesso Nino Agostino. “Di tale soggetto (“faccia da mostro”, ndr) parlò fin da subito il padre del poliziotto Agostino – aveva ricordato Repici –. (…) Ancora, pure Vito Lo Forte ha riferito di un personaggio siffatto”. Ma chi è “faccia da mostro”? Il 27 aprile 2014 sugli schermi della trasmissione televisiva Servizio Pubblico era comparso per la prima volta quello che a tutti gli effetti sarebbe il suo volto. Si tratterebbe di Giovanni Aiello, ex poliziotto in pensione che per anni ha lavorato con Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde ed ex capo della Squadra Mobile a Palermo), indagato da quattro procure e considerato un sorta di personaggio chiave di tanti misteri siciliani e non solo. La sua figura viene accostata a inquietanti episodi ancora oggi senza verità come il fallito attentato all’Addaura, la strage di via d’Amelio, fino ad arrivare all’omicidio di Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castelluccio. Quel nome, “faccia da mostro”, gli era stato attribuito da più pentiti a causa del volto sfigurato da una fucilata. Nella richiesta di opposizione era stato rimarcato che il 5 dicembre 2013, sul quotidiano la Repubblica, era comparso un articolo a firma di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo nel quale venivano riportate le affermazioni dello stesso Giovanni Aiello, e soprattutto le sue smentite di essere “faccia da mostro”. L’articolo era accompagnato da una fotografia che ritraeva una persona di spalle della persona intervistata dai due giornalisti. La visione di quell’immagine aveva portato il padre di Antonino Agostino a rendere un’intervista, attraverso la quale si era detto convinto che l’ex poliziotto Giovanni Aiello fosse proprio una delle due persone che una settimana prima dell’omicidio Agostino aveva cercato il poliziotto a casa dei suoi genitori, asserendo che si trattava di colleghi di Agostino. “In un vecchio verbale di riconoscimento fotografico – aveva ricostruito l’avv. Repici –, Vincenzo Agostino aveva individuato nella foto di Giovanni Aiello somiglianze con ‘faccia da mostro’ avvistato la settimana prima del duplice omicidio a Villagrazia di Carini. Sennonché non risulta essere stato espletato un verbale di ricognizione personale di Aiello da parte di Vincenzo Agostino”. Per il legale degli Agostino “tale adempimento istruttorio pare ineludibile”, in quanto “ove la ricognizione avesse esito positivo, attesterebbe l’intervento del poliziotto nei preparativi del delitto insieme a soggetto che è plausibile ritenere essere stato uno dei fratelli Madonia”. Dal canto suo Giovanna Galatolo, figlia del boss Vincenzo Galatolo (coinvolto nel fallito attentato all’Addaura e nell’omicidio del generale dalla Chiesa, per il quale è stato condannato all’ergastolo), dopo l’avvio della sua collaborazione con la giustizia, aveva fornito un importante riscontro. Nel 2014, durante un confronto all’americana, la donna era stata chiamata a riconoscere l’uomo col volto deturpato, disposto al fianco di alcuni attori camuffati. La Galatolo non aveva avuto dubbi e aveva puntato il dito proprio contro Giovanni Aiello: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino (Galatolo, ndr)”. La figlia del boss aveva quindi riferito che lo stesso Aiello “si incontrava sempre con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”.

La smentita di Giovanni Aiello
Nella puntata di Servizio Pubblico del 27 aprile 2014 erano andate in onda anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo su Giovanni Aiello. “C’era il nostro gruppo di fuoco. E poi un altro gruppetto non organico della famiglia. C’eravamo noi, ‘faccia da mostro’. Sapevamo che frequentava un campo di addestramento di Gladio, in Sardegna”. Di quel “gruppetto” avevano parlato anche altri collaboratori di giustizia come Francesco Elmo e Vito Lo Forte. Il primo aveva detto ai pm: “C’era un gruppo per le operazioni speciali, per il lavoro sporco. C’era l’agente dei servizi civili e militari a chiamata di De Francesco e per l’alto commissariato”. Ed il secondo, che avrebbe anche riconosciuto una foto, aveva aggiunto: “Li chiamavamo ‘il bruciato’ e ‘lo zoppo’”. Nelle immagini della trasmissione di Michele Santoro si vedeva l’inviato Walter Molino che incontrava Giovanni Aiello nel piccolo paesino di Montauro, in provincia di Catanzaro. “In questa storia non c’entro niente – aveva esordito Aiello – mi sono congedato nel 1977 a causa di una ferita da arma da fuoco che mi ha deturpato il volto. Da allora sono un semplice pensionato, faccio il pescatore e non ho mai più messo piede in Sicilia”. In maniera categorica Giovanni Aiello smentiva quindi di aver lavorato per i servizi segreti, anche quando il giornalista di Servizio Pubblico gli aveva rammentato di un’intercettazione della Dia in cui era lo stesso Aiello ad ammettere di aver avuto un ruolo commentando la presenza dell’ex dittatore della Libia Gheddafi in Italia.

La “verità” di Paolilli
Nell’inchiesta andata in onda su La7 era stata data la parola anche all’ex agente di polizia Guido Paolilli. Alle domande di Walter Molino che gli faceva notare la particolarità che agli atti risultavano soltanto due perquisizioni Paolilli aveva risposto in maniera confusionaria: “Sono tre, perché sono due, e risulta una, la mia… Mi accusano di questi sei fogli che non ho consegnato. C’era scritto se mi succede qualcosa potrebbero essere questi di fronte… Dove abitavano c’era una specie di impresa di costruzioni. Non me li sono letti tutti… Io presi quelle parole come se era un po’ esaurito”. E proprio in merito alla nota frase “una freca di carte che proprio io ho pigliato e poi ho stracciato” lo stesso Paolilli non aveva cambiato versione. Così come aveva fatto davanti ai pm di Palermo, Di Matteo e Del Bene, anche durante il servizio televisivo aveva negato di aver mai pronunciato quelle parole. Ma ci sono altri particolari inquietanti che Paolilli aveva affrontato davanti alle telecamere. “Dissero che Agostino insieme a un altro, Emanuele Piazza, aveva messo le bombe all’Addaura. E cosa c’entra Agostino con la bomba a Falcone? A me risultavano che neanche la mafia le ha messe le bombe…”. E alla domanda su chi avesse compiuto quell’azione aveva aggiunto: “Sorvoliamo. E’ meglio per tutti. Lo dicevamo in tanti e se volevi campare. Ognuno teneva la bocca chiusa… E poi all’Addaura non è una cosa di mafia. C’è la polizia. Il giudice Falcone è uno in gamba ma ambizioso, come una star. La polizia lo ha fatto per intimidirlo? Ma lui lo sapeva. C’era il comune accordo…”. Alla domanda del giornalista se avesse conosciuto Giovanni Aiello, Paolilli era stato alquanto diretto: “eh quello… qua lo dico… è un fango (un indegno, un farabutto, ndr). Si vendeva le informazioni alla mafia…”.
Di fronte ad evidenti menzogne e altrettante striscianti omissioni, resta immutata la pretesa di giustizia e verità di una famiglia che non accetta la possibilità che il proprio congiunto assieme a sua moglie siano vittime di una malcelata “ragione di Stato”. Sulla quale è d’obbligo fare luce al più presto.

Basta Berlinguer. La disastrosa politica del Pd su scuola e università Fonte: la città futuraAutore: Anna Angelucci e Tiziana Drago

Il Partito Democratico ha gravi responsabilità storiche per aver varato negli anni provvedimenti rovinosi per scuole e università. Sono i riformatori “di sinistra” come Luigi Berlinguer che hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. Fino ai progetti liberticidi del governo Renzi.

Le gravissime responsabilità storiche del Partito Democratico nel varo di provvedimenti rovinosi per scuole e università sono un fatto. Cominciamo con la scuola. Alla fine degli anni ‘90, con i decreti attuativi della legge sull’autonomia scolastica (D.P.R.275/99), si è avviato un nuovo modello di governo e di gestione della scuola pubblica che prevede l’affidamento alle singole scuole di una serie di poteri in materia di organizzazione didattica, ricerca e sperimentazione, funzionali alla progettazione e alla realizzazione del proprio piano dell’offerta formativa; contemporaneamente, si è disegnato un nuovo reticolo di rapporti con gli enti locali che pone la scuola talora al centro, talaltra alla periferia del sistema.

A quindici anni di distanza, il buon senso avrebbe suggerito almeno un tagliando. Una riflessione seria sugli esiti della riforma a livello nazionale, aggregando e disaggregando i dati locali multidimensionali. Tanto più dopo la falcidia operata da Gelmini che, nel 2008, senza dire né ahi né bai, ha tagliato di netto tutte le sperimentazioni. Sulle quali, credo, meritava che il Paese si interrogasse.

La legge sull’autonomia scolastica, e questo è un fatto, ha determinato la trasformazione della scuola da istituzione dello Stato a ente che eroga un servizio per lo Stato dotato di personalità giuridica, ponendola alla stregua delle scuole private che, ancorché paritarie, sono e restano enti privati che vendono il loro servizio formativo a clienti paganti. Le istituzioni scolastiche diventano, da quel momento, espressione di un’autonomia funzionale intesa non come tutela dell’autonomia del sistema scolastico, ovvero come tutela dell’autonomia della scuola della Repubblica e della Costituzione da qualunque illegittima e contingente ingerenza politico-ministeriale, bensì come sdoganamento della libertà anarchica di ogni singola scuola di inventarsi un suo peculiare profilo culturale ed una sua peculiare offerta di ‘servizi formativi’ da propinare alle famiglie ormai assuefatte ad ogni sorta di imbonimento e di marketing.

La progressiva, costante riduzione dei finanziamenti pubblici ha completato l’operazione di smantellamento indicata da Berlinguer. Oggi, l’unico capitolo di spesa che afferisce al bilancio dello Stato è costituito dagli stipendi dei lavoratori della scuola; il resto, e cioè il finanziamento del funzionamento delle scuole, si racchiude in cifre talmente risibili che definirle simboliche è un eufemismo. Di fatto, come tutti sappiamo, senza i contributi volontari delle famiglie le scuole statali italiane chiuderebbero.

E’ utile ripercorrere rapidamente la storia dell’autonomia scolastica? Forse sì, almeno per comprendere con chiarezza la genesi e le fonti del ddl Renzi attualmente in discussione in Parlamento, ovvero del progetto liberticida della scuola pubblica statale che, esasperando il dispositivo dell’autonomia in chiave personalistica e, oserei dire, patologica, ne configura oggi la definitiva cancellazione.

Come ci ricorda Antonia Sani [1], fu nell’estate del 1994 che il concetto di autonomia scolastica imboccò la via che vede oggi il suo epilogo nel ddl di Matteo Renzi. Il documento “Una nuova idea per la scuola”, di area centrosinistra, poneva al centro una nuova idea di autonomia scolastica, che sarà da quel momento in poi l’idea vincente. Il modello NON è l’autonomia del sistema scolastico dagli indirizzi prodotti dalle maggioranze governative del MIUR, ma una sorta di libertà dei singoli istituti di porsi in competizione sui livelli di efficienza offerti.

E’ servita quella competizione? E’ stato utile per le famiglie scegliere la scuola dei loro figli sulla base del POF più accattivante o della presentazione più o meno seduttiva fatta nelle giornate di orientamento per accaparrare iscrizioni? Con l’autonomia, la qualità dell’offerta formativa delle scuole italiane è cresciuta? Gli esiti degli apprendimenti degli studenti e le loro abilità fondamentali sono migliorati?

Queste sono le domande serie che bisognava porsi e a cui bisognava dare una risposta ragionata e argomentata. E non solo ai cosiddetti stakeholder (le famiglie, direttamente interessate al problema della scuola) ma a tutti gli italiani. Perché la scuola, e l’università, sono una questione che riguarda tutti gli italiani e non solo chi occasionalmente le frequenta. E tutti sono dunque ‘portatori d’interesse’.

In quel documento, firmato tra gli altri dallo stesso Berlinguer, si delineava l’idea dell’autonomia – all’interno di un sistema formativo pubblico, nazionale e unitario, che comprendesse scuole statali e non statali – come principio riformatore fondamentale e si indicava già allora la necessità di introdurre un bonus fiscale per un portafoglio di investimenti privati – da parte di cittadini, associazioni, fondazioni, imprese – all’interno delle scuole.

Et voilà, con l’autonomia e i suoi annessi il succulento banchetto della privatizzazione della scuola pubblica e della precarizzazione della professione docente è servito dal nostro Master Chef Renzi all’ingorda Confindustria, che con tre gole caninamente latra reclamando una volta per tutte il suo fiero pasto. Noi.

Veniamo all’università. Chiunque abbia vissuto i giorni di impegno forsennato contro la riforma Gelmini (la resistenza coriacea sui tetti, la febbrile produzione di analisi e documenti, le battaglie oscure all’interno degli atenei e le fatiche estenuanti all’esterno delle aule e dei corridoi) ricorderà il contegno sonnolento del Partito Democratico, per nulla turbato dall’enormità della posta in gioco.

Com’è noto, quella “riforma”, che un mantra facile e insidioso spaccia come “meritocratica” e “antibaronale”, ha inflitto al sistema pubblico della formazione e della ricerca una ferita insanabile di cui non si smetterà mai di scontare tutte le disastrose conseguenze (oltre che le disfunzionalità burocratico-amministrative: ma quello della governamentalità aziendale non era un universo dorato?). Nella sostanza, l’impianto della legge 240 viene deciso dalla convergenza di tutte quelle forze che fanno gravare sull’università e sulla ricerca, che non sia al servizio spicciolo dell’impresa, un diffuso sospetto di inutilità se non proprio di nocività.

Dopo aver fornito giustificazione teorica – la ‘razionalizzazione’ per le università, l’ ‘essenzializzazione’ per le scuole – al definanziamento sempre più insopportabile, la legge Gelmini apre la strada a un aumento indefinito della tassazione studentesca negli atenei, amplia a dismisura il potere dei vertici, precarizza la ricerca con la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato (vanificando il senso stesso della trasmissione del sapere), decide l’ingresso degli esterni nei consigli di amministrazione in nome della “modernizzazione” del sistema e del rafforzamento del legame dell’università con il territorio (un ‘vizietto’ ereditato dal centrosinistra) e con l’impresa; il che significa, nei fatti, consegnare alle necessità del mercato l’orientamento delle politiche di ricerca e didattica di alcuni settori (politecnici, aree tecnologiche e mediche). E poco importa che i potenziali investitori siano distribuiti in modo diseguale sulla superficie nazionale del Paese.

Di fronte a questo disegno regressivo per la dignità, i giovani e il futuro il Partito Democratico si trincera dietro l’ipocrisia di una ‘solidarietà’ di facciata alla protesta (la passeggiata di Bersani sui tetti della Sapienza e il doveroso voto contrario in Parlamento) e si dimostra del tutto incapace di abitare un orizzonte culturale diverso da quello che avrebbe dovuto combattere. Per conformismo e per ignavia. E, d’altra parte, non è un segreto per nessuno che buona parte dell’impianto gelminiano sia stato suggerito, condiviso e sostenuto da intellettuali e riformatori scolastici politicamente vicini a quel partito.

Il fatto è che la contiguità – e la compromissione – dell’establishment del PD con il disegno strategico ‘modernizzatore’ varato dal Governo Berlusconi ha radici assai profonde: ha alle spalle anni in cui i riformatori “di sinistra” hanno gettato le basi per la creazione del rapporto tra università e impresa, formazione e interessi privati. E infatti, l’apertura al territorio, l’avvicinamento alle aziende, la partecipazione dei privati costituiscono il catechismo di ogni riforma da Luigi Berlinguer a Mariastella Gelmini. Alla base, naturalmente, una miracolosa capacità di regolamentazione del mercato e la concorrenza come ecologia della società: un von Hayek nudo e crudo. Per tacere dei miraggi professionali e delle effimere competenze dettate dalla moda del momento e incarnate nella riforma del 3 + 2.

Nulla di strano quindi che la promessa fatta sui tetti da Bersani di adoperarsi per l’abolizione della legge 240 venga poi prontamente smentita dall’appoggio concesso dal Partito Democratico al successore della Gelmini nel governo Monti, quel ministro Profumo rivelatosi l’esecutore testamentario della riforma: sua l’ineffabile uscita per cui la legge 240 non andava abolita, ma «oliata»; e infatti, l’emanazione dei decreti necessari alla legge reca la firma del ministro. In più, Profumo si illustra per il famigerato decreto AVA sull’AutoValutazione e l’Accreditamento delle sedi e dei corsi universitari (D.M. 47/2013).

Nel più totale silenzio della stampa mainstream, il dispositivo sancisce i parametri e le modalità di valutazione che verificano periodicamente e decretano la vita o la morte degli atenei e dei corsi di studi: un assemblaggio malfatto di requisiti puramente numerici, meri algoritmi difficili da soddisfare da parte di corsi di laurea che sopravvivono a stento, in un contesto caratterizzato dall’impossibilità di assumere nuovi docenti, dato il blocco del turn over imposto dalla Legge 133/08 e successivamente dalla spending review (d.l. 95/2012), oggi drammaticamente aggravato dalla legge di stabilità del governo delle larghe intese.

Né si tratta di questioni meramente tecniche: il decreto, che prevede vincoli stringenti solo per le università statali e deroghe generose per quelle non statali e telematiche, oltre a determinare un impoverimento notevolissimo della formazione universitaria, con la cancellazione di interi settori del sapere, non manca di orientare il sistema all’introduzione o all’inasprimento del numero chiuso o programmato, dal momento che la nuova formula per il calcolo dei docenti di riferimento stabilisce un numero superiore di docenti necessari alla sopravvivenza del corso di laurea in relazione al numero degli studenti.

Con tutte le conseguenze in termini di violazione del diritto allo studio che ciò comporta. Sebbene questi parametri si siano rivelati di fatto inapplicabili –a meno di non voler far chiudere battenti alla maggior parte degli atenei italiani– con il proprio appoggio il Partito Democratico si rende complice dei mandanti di una nuova, radicale accelerazione nella direzione di quello strozzamento del sistema universitario pubblico, del tutto sganciato da ogni considerazione di qualità sulla ricerca e sulla didattica, ma contrabbandato come icona del “merito”.

E tuttavia, non migliore fortuna si è registrata con la ministra piddina Maria Chiara Carrozza, impegnata sin da subito a battere il record negativo del precedente ministro. Carrozza sollecita insistentemente le sirene della selezione meritocratica, ma si capisce subito che “merito” è il termine vuoto con cui si intende stabilizzare e inasprire gli strumenti di ricatto e di disuguaglianza che disciplinano la società.

E così, dopo aver emanato il suo Decreto Ministeriale sul numero chiuso e promosso il ricorso ai test standardizzati come strumento di valutazione (con l’obiettivo dichiarato di introdurre l’Invalsi anche nell’Università: test standardizzati per tutti per standardizzare i pensieri di tutti), la ministra dà la stura all’ennesimo aggravamento del blocco del turnover negli atenei, che corrisponde a un taglio di svariati milioni di euro, al netto dei proclami del governo delle larghe intese sulla necessità di non fiaccare ulteriormente un malato terminale. E infatti, sull’università e i fondi di ricerca la priorità individuata è, manco a dirlo, quella di razionalizzare le poche risorse disponibili, unitamente al solito mantra del potenziamento del rapporto tra ricerca, territorio e impresa.

Ma il vero capolavoro di iniquità è il decreto sui punti organici, con cui si decide del ricambio generazionale e della possibilità stessa di fare ricerca nelle varie università italiane: due soli atenei del Nord (Milano e Bologna) ottengono gli stessi punti organico di tutte le università meridionali messe insieme. Il sistema di ripartizione premia, evidentemente, gli atenei delle regioni con PIL più alto rispetto agli atenei con PIL più basso.

La strategia dell’era Carrozza è evidente: ridurre drasticamente il numero degli atenei e creare poli accademici di serie A, ultra-finanziati e d’eccellenza, ed altri di serie B, sotto-finanziati e caratterizzati da una pessima didattica e da una ricerca inesistente. Il merito e la valutazione, dispositivi di controllo e disciplinamento sociale in una fase di crisi senza precedenti, diventano paradigma anche all’interno degli atenei, attraverso il braccio armato dell’ANVUR (il mostro “meritocratico” di emanazione governativa di cui proprio il PD e il ministro Mussi sono i benemeriti ideatori): dopo aver tagliato drasticamente settori cruciali della ricerca pubblica – i piani di ricerca nazionale e i dottorati di ricerca –, si redistribuiscono i residui secondo precisi interessi, che poco hanno a che fare con la qualità della didattica e ancor meno con il diritto allo studio, ormai svuotato d’ogni senso.

Carrozza, con buon seguito di replicanti, alimenta il mito ossessivo delle “tecniche di valutazione”, sottraendo al dibattito pubblico una visione di sistema condivisa, che rifiuti il concetto di premialità e lo sostituisca con l’impegno a uniformare ed estendere qualità e diritto allo studio su tutto il territorio e a porre un argine alla minaccia dell’esclusione. Sul nefasto interessamento del Partito Democratico per l’università molto altro si potrebbe dire: a intervalli regolari ma frequenti, il partito si è distinto per la proposta con cui il senatore Ichino (passato per breve periodo a Scelta Civica e poi nuovamente accolto dal PD come figliol prodigo, insieme all’altra figliola prodiga Giannini, che assunse la titolarità del MIUR alla vigilia della sua candidatura come capolista alle ultime elezioni europee, testimoniando, nei fatti, il suo reale e fattivo interesse per i problemi dell’istruzione e della ricerca in Italia) ha indicato, insieme a un ampio seguito di sostenitori, la strada del meccanismo del prestito d’onore e della liberalizzazione delle rette universitarie, nonché dell’abolizione del valore legale del titolo di studio.

Resta il fatto che, al momento, dato l’operato sulla scuola, nel merito e nel metodo, fanno rabbrividire i proclami renziani sulla prossima, buona università. Da qualche cenno del ‘novissimo’ premier e della sbiadita ministra Giannini, si preannuncia l’accentuazione della logica premiale e competitiva tra gli atenei, l’incentivazione dei finanziamenti privati, l’introduzione di premi e sanzioni basati sui risultati della gestione, l’ulteriore burocratizzazione della ricerca. Insieme alle consuete parole d’ordine del ‘merito’ e dell’‘eccellenza’, qualunque cosa questi termini significhino. Senza neppure il sospetto che scuole e università debbano essere il luogo di costruzione di un sapere diffuso e di una cittadinanza critica, non una palestra per eccellenti.

È del tutto evidente che a guidare le scelte di questa classe politica e del Partito Democratico è qualcosa che non ci rappresenta. “Basta Berlinguer”: una metonimia, un’antonomasia, un’iperbole? Di sicuro è lo slogan che deve riecheggiare nelle menti e nelle voci di chi crede ancora nel valore della scuola e dell’università come strumenti di cultura, di emancipazione, di eguaglianza, di cittadinanza e di democrazia. “Basta Berlinguer”, prima che sia veramente e drammaticamente troppo tardi.

Note:

[1] A. Sani, L’autonomia scolastica soffocata nella culla, La città futura, 30 maggio 2015