Programma Catania Pride 2015 – Io, Corpo, Eros

Programma Catania Pride 2015 – Io, Corpo, Eros
Catania, 1-4 luglio 2015

1 luglio 2015 GAMMAZITA

Serata d’apertura. Apericena, mostre fotografiche, Varietà

2 luglio 2015 CORTILE CGIL

Ore 16:00/18:00

Proiezioni film dal Sicilia Queer Filmfest di Palermo (Salone Russo)

Ore 17:00/18:00
Tavoli tematici di discussione:
1. “Educare alle differenze”, con Prof.ssa Graziella Priulla (Ordinario di Sociologia della Comunicazione, Università degli Studi di Catania), Tiziana Biondi (presidente Associazione LGBT Stonewall Siracusa), Luigi Tabita (attore e ideatore del progetto Alma – educare alle differenze)

Ore 17:00/18:15
Laboratori creativi:
1. Workshop teatrale “Amori (Im)possibili” a cura della Compagnia “Buio in sala”;
2. Metodo Losje (a cura di Anastasia Bychkova): produzione creativa di contenuti visivi per la Parata

Ore 18:00/19:00
Presentazione del libro del dott. Dario Accolla “Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile” Villaggio Maori Edizioni (sarà presente l’autore) con Tiziana Biondi, Graziella Priulla e Alessandro Motta

Ore 19:00/20:30
Assemblea di presentazione del Pride (Moderatore: Antonio Condorelli, direttore di LiveSicilia Catania)
Interverranno esponenti delle associazioni, dei gruppi e dei partiti che hanno aderito al Pride

INDUSTRIE
Ore 22:00/24:00
Concerto LIVE: Babil on suite, Lead to gold, Cassandra Raffaele FREE ENTRY
Mostre fotografica e sculture di arte contemporanea

3 luglio 2015 CORTILE CGIL
Ore 10:00/12:00
Laboratori creativi:
1. Prosecuzione del Workshop teatrale “Amori (Im)possibili a cura della Compagnia “Buio in sala”;
2. Prosecuzione del Metodo Losje (a cura di Anastasia Bychkova): produzione creativa di contenuti visivi per la Parata
Ore 11:00/13:00
3. Laboratorio creativo per bambini/e (fascia di età 4-7 anni) “Nei miei panni” a cura dell’Associazione di Promozione Sociale e Culturale “Ossidi di Ferro”;
4. Emozioni in Movimento: Laboratorio di Danza Terapia (a cura di Graziella Puglisi, Gestalt Counsellor, Agedo Catania)
5. Laboratorio di scrittura creativa: amore poetico e amore prosaico (scrivere un sonetto amoroso e un racconto erotico) a cura di Alessandro Motta

Ore 16:00/18:00
Tavoli tematici di discussione
1. “Bullismo omofobico”, Dario Accolla e un esperto di Rete Lenford (Avvocatura per i diritti LGBT)
2. “Pornografia: interpretazioni e funzioni – suggestioni da Nina Power” a cura di Arcigay Catania
3. “Cruising e battuage: significati di liberazione” a cura di Pegaso’s Club e Codice Rosso

Ore 19:00
“I Regni del battuage e la Libera Repubblica delle Lanne: itinerari del fast sex” tour con navetta a cura di Pegaso’s Club e Codice Rosso
3 LUGLIO VIA S. ELENA, 40

Ore 18:30/20:30
Assemblea “Corpi migranti” con Catania Bene Comune, Arci, Rete Antirazzista, Città Felice, UDS, Chiesa Battista e Valdese, Albatros
Ore 20:30/20:45
Installazione/Performance “La bellezza svelata” di La Città Felice
Ore 20:45/21:00
Performance “Amori (im)possibili” di Compagnia Teatrale “Buio in sala”

Ore 21:00/22:30
Proiezione docufilm “Lei disse sì: due donne e un matrimonio” in collaborazione con Arci Catania (http://www.leidissesi.net/)

Ore 22:30/23:00
Incursioni ritmiche di Sambazita

24:00 Serata Pride Party

Appello alla Corte Europea per i Diritti Umani – Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27), Comunità dei giornalisti di Ucraina e Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

foto di Comitato per il Donbass Antinazista.
foto di Comitato per il Donbass Antinazista.
foto di Comitato per il Donbass Antinazista.

Appello alla Corte Europea per i Diritti Umani – Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27), Comunità dei giornalisti di Ucraina e Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

Da molti mesi le autorità ucraine hanno violato la Dichiarazione Universale dei Diritti e delle Liberà, che garantiscono il diritto di tutti di ricevere e fornire informazioni.
In Ucraina gli editori, i giornalisti e i blogger ora rischiano la vita.
La morte del giornalista Gongadze fece diventare Leonid Kuchma, ex Presidente dell’Ucraina, un paria tra i politici europei. Tuttavia la persecuzione dei giornalisti per via delle loro opinioni politiche ai tempi di Kuchma e Yanukovich era una cosa inimmaginabile.
Oggi, la morte di molti giornalisti e l’arresto di chi lavora nei media di opposizione in Ucraina non hanno causato una risposta simile da parte della comunità internazionale.
E non hanno avuto nessuna condanna in Europa l’arresto del giornalista Kotsaba per la sua opposizione alla guerra, l’arresto del giornalista Mashkin per una intervista con la televisione russa, l’arresto dell’editore Bondarchuk per un’intervista pubblicata nel suo giornale, l’arresto di Sergei Yudaev e di Dmitry Pigarev del giornale ucraino per i diritti umani, così come altri arresti di dozzine di giornalisti.
E men che meno la comunità internazionale ha riservato alcuna attenzione alla morte di oppositori politici come Kalashnikov – per aver messo i suoi dati personali nel sito “Peacemaker” – e la morte di molti giornalisti come Sergey Dolgov, il fondatore del giornale ”Ritorno nell’URSS”.
L’Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina dichiara: in Ucraina ora regna il più duro regime totalitario e gli oppositori politici vengono messi a tacere con ogni mezzo, anche con l’eliminazione fisica.
I diritti e le libertà sono minacciati in tutto il mondo dalla sempre più diffusa impunità per i crimini contro la libertà di espressione.
Noi ci appelliamo alla Corte Europea per i Diritti umani affinchè alzi la propria voce in difesa dei Diritti Umani in Ucraina.
Noi siamo motivati da una solidarietà di categoria e dalla consapevolezza che la libertà di espressione è la chiave per proteggere i diritti civili e preservare la democrazia.

Comitato per la Liberazione di Kharkiv (K-27),
Comunità dei giornalisti di Ucraina
Unione dei prigionieri e rifugiati politici di Ucraina

La Francia violenta contro i migranti. E chiude le frontiere all’Italia da: l’espresso

Lacrimogeni, botte, agenti in tenuta anti sommossa. Contro profughi e sans-papiers. La Parigi socialista usa la forza. Per lanciare un messaggio. Anche al governo Renzi

di Francesca Sironi

11 giugno 2015

La Francia violenta contro i migranti. E chiude le frontiere all'Italia

«Per individuare i migranti , hanno messo i neri da una parte e i bianchi dall’altra. Abbiamo chiesto a un poliziotto: ma come fate a distinguere gli immigrati dagli altri? Sono di origini africane, ci ha risposto. E i francesi che sono neri? Come fate?». E l’umanità? Dov’è finita?

Parigi, capitale guidata da un sindaco di sinistra, Anne Hidalgo, in un paese dal presidente socialista, François Hollande. La polizia in assetto antisommossa ha sgomberato due giorni fa con la forza 80 uomini e donne accampati fuori da un palazzo civico in un quartiere Nord di Parigi.

Erano eritrei, sudanesi, somali, etiopi, richiedenti asilo e migranti economici, uniti dalla disperazione a dormire su quel marciapiede, un indirizzo passato fra i profughi, che arrivano a decine ogni giorno. Da lì sono stati cacciati tra le urla, i manganelli, i gas lacrimogeni, le botte e gli scudi, mentre un cordone umano di politici locali e attivisti per i diritti umani cercava di impedire l’azione militare.

«Alcuni sono stati feriti, la confusione era totale», ha raccontato un giovane presente. Le foto scattate in quei minuti da Raphael Kraft mostrano tutto: ragazzi costretti di peso a salire su un bus che li avrebbe portati via, una giovane a terra, una folla circondata.

Questa è la Francia della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità al tempo dei plebisciti di Marine Le Pen e dei 103mila profughi sbarcati dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo. Per placare il successo della destra anti-immigrati, il premier Manuel Valls ha deciso di alzare gli scudi e partire con gli sgomberi. Questo era il terzo in una sola settimana.

Ora il sindaco Anne Hidalgo promette di trovare un posto per gli asilanti, che dopo lo sgombero si sono accampati in un parco vicino, accolti dagli abitanti, ma il messaggio è chiaro. Il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ha riferito in Parlamento bollando le polemiche sulla violenza come «politiche» e affermando che gli agenti «hanno agito con umanità e responsabilità».

“La responsabilità” nell’uso della forza contro gli accampamenti degli aspiranti profughi, molti dei quali considerati clandestini, è un messaggio rivolto ai migranti. Ma non solo. C’è anche l’Italia fra gli obiettivo dei manganelli alzati contro i sans-papier di Parigi.

Cazeneuve è infatti uno dei più strenui oppositori dellagenda europea sulle quote di rifugiati. Insieme al ministro degli Interni tedesco, ha più volte ribadito che il programma di condivisione si potrebbe accettare solo a condizione di un brusco rafforzamento dei controlli sul territorio italiano, e solo se tutti gli sbarcati (migliaia a settimana) venissero rinchiusi in centri specifici, in Italia, per essere identificati prima di decidere la loro destinazione. Rinchiusi, già, puniti per esser scampati alla guerra e alla morte.

Gli sgomberi alla Halle Pajol sono quindi un’allerta ai richiedenti asilo: “statevene a Roma, a Milano, che è meglio”, sembrano dire. E il dilemma anti-italiano è radicato nel dibattito Oltralpe: Le Monde precisava nell’articolo sugli scontri che molti dei giovani picchiati l’altro giorno si sarebbero aggregati «dopo essere arrivati recentemente in Italia».

Fanno gioco a queste paure le dichiarazioni di Roberto Maroni e Beppe Grillo, che confondendosi forse anche solo semplicemente su ciò che sarebbe meglio per il nostro Paese, per non parlare della questione dei diritti, chiedono di “ sospendere Schenghen ”, quando questo significherebbe che da soli ci dovremmo sobbarcare il peso delle decine di migliaia di disperati che arriveranno nei prossimi mesi con il mare calmo.

La Francia in teoria alleata politica in Europa, per schieramento socialista, dell’Italia di Renzi, sul tema immigrazione il suo segnale lo sta dando. Seguendo le paure accese dalle campagne populiste. A cui non resta così più alcuna opposizione.

«I gas lacrimogeni feriscono la concezione che abbiamo del nostro paese», ha scritto in una coraggiosa lettera al quotidiano Le Monde l’ex ministro per la Casa Cécile Duflot: «È venuto il tempo di resistere al vento maligno della xenofobia che soffia su tutto il continente europeo e ispira più che sbagliate soluzioni ai governi. Signor Presidente della Repubblica, faccio dunque appello a voi, alla vostra autorità, alla vostra umanità. Voi avete, nell’immediato, il potere di sistemare la situazione dei migranti del Pajol. Agite con razionalità, velocità, saggezza e determinazione. Al di là della questione del diritto d’asilo, in verità, è il tema dell’accoglienza dello straniero che si pone. Il momento del coraggio è arrivato. Gli umanisti devono alzare la testa, affinché la follia di politiche migratorie indecenti e mortiferi sia fermata».

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Non ritenni necessario avvisare Canali che Mori informato su Santapaola” da: antimafia duemila

carabinieri-divisa-colonnello-effdi Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari – 12 giugno 2015

“Non ritenni necessario dire a Canali che Mori era stato informato sulla presenza di Santapaola nel barcellonese”. Così l’ex colonnello Silvio Valente, oggi in pensione e nel 1993 comandante della sezione anticrimine di Messina, ha risposto ad una domanda del pm Nino Di Matteo. “Con Mori parlammo a settembre dei fatti d Terme Vigliatore quando facemmo una riunione… si parlò di sfortuna, gli dissi che io c’ero rimasto male a non essere stato informato e lui fece riferimento al fatto che io stavo facendo la scuola di guerra… gli dissi che stavo cercando di rianimare il reparto. Mentre a De Caprio dissi ‘ma vi trovavate proprio là?’. E lui mi rispose che uno dei suoi aveva riconosciuto un latitante. Ma non mi spiegarono perché non avevano preso l’autostrada”.
Di Matteo, sottolineando come le intercettazioni dove venne registrata la voce di Santapaola fossero state richieste dallo stesso Canali, ha quindi chiesto perché nell’ informativa di luglio venne nascosto il dato della certa presenza di Santapaola. E il teste ha risposto: “Io so che gli riferivano direttamente a Canali e quindi probabilmente lui già sapeva. Quando gli porto l’informativa non è che mi dice: ma cosa mi sta dicendo, lui già sapeva”. E sul motivo per cui non si parla in alcun modo del riscontro effettuato da Scibilia per vie infromali ha aggiunto: “Quello che fece Scibilia lo fece in maniera molto artigianale, io ritengo che non era… una parola certa… forse per la polizia giudiziaria… che questo confidente gli avesse detto che quella era la voce di Santapaola… e quindi ho ritenuto di non scriverlo”.

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Ritengo che Canali sapesse della presenza di Santapaola i primi di aprile”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015

“Io ritengo che lui lo dovesse assolutamente sapere. La prima informativa che gli porto a mano lui gli diede un’occhiata e mi diede l’impressione che lo sapesse. Se non lo avesse saputo avrebbe fatto un salto sulla sedia”. A riferirlo in aula è l’ex colonnello Silvio Valente, nel 1993 Comandante della sezione anticrimine di Messina. L’ex ufficiale, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Vittorio Teresi (in aula assieme ai pm Di Matteo e Del Bene), sta ricostruendo i fatti su quanto avvenuto nell’aprile del ’93 quando venne intercettata la voce dell’allora latitante Nitto Santapaola e vi fu una sparatoria a Terme Vigliatore, quando Fortunato Imbesi venne scambiato per il latitante Pietro Aglieri dagli uomini del Ros guidati dal capitano Sergio De Caprio. All’epoca dei fatti Valente non era presente ma alcuni particolari gli furono riferiti al suo rientro a Messina. “Nella prima informativa io scrivo quanto mi venne riferito. Su Terme Vigliatore mi disse che uno dei due gruppi in una macchina credette di vedere un latitante palermitano, gli intimarono l’alt e questi scappò via, che ci fu una sparatoria dove si è rischiato il morto. La perquisizione a casa degli Imbesi? Non ne so niente, non mi venne detto niente. So che Imbesi abitava nella stessa contrada. Io non ebbi nemmeno la curiosità di andarci. Dopo l’ascolto fatto con attenzione di tutte le bobine arrivammo a ricostruire tutte le vicende per la seconda informativa”.
Nella prima informativa, consegnata al sostituto procuratore Olindo Canali nel luglio 1993, vi è un riferimento ad intercettazioni incomprensibili in riferimento a “zio Filippo”. Alla domanda su chi gli avesse fornito il dato della incomprensibilità di queste conversazioni l’ex ufficiale ha detto: “Non ricordo chi me lo disse nello specifico. Mi riferirono coloro che avevano eseguito le intercettazioni. So che erano fatti con strumenti inadeguati. Il mio scopo era riavere quelle bobine, dissi: avete fatto una cosa artigianale, ora prendiamo un filtro e vediamo cosa esce fuori”. A quel punto però il pm Teresi replica facendo notare che, prima ancora di ascoltare le stesse registrazioni, in un atto ufficiale si scrive che le stesse erano inascoltabili ed il teste conferma: “Mi dissero che alcune si ascoltavano bene e altre male e io desumo per avere queste cose siccome molte potevano essere incomprensibili bisognava riascoltarle”.

Processo trattativa, ex colonnello Valente: “Di Santapaola e sparatoria a Terme Vigliatore venni informato a fatti avvenuti”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Vengo informato di quanto avvenuto nel mese di aprile, l’intercettazione di Santapaola e della sparatoria di Terme Vigliatore solo dopo”. A dirlo in aula al processo trattativa è l’ex colonnello Silvio Valente, oggi in pensione, nel 1993 effettivo comandante della sezione anticrimine di Messina. “Quattro o cinque giorni dopo mi telefona il Maresciallo Sammarro che mi dice: ‘non volevano che glielo dicessi ma è successo questo’. Chiesi spiegazioni e loro avevano pensato che ormai il pasticcio era stato fatto e che avrei potuto lasciare il corso. Ma io non ci rimasi molto bene. Quando io rientro Santapaola era stato arrestato in altro sito”. L’ex ufficiale dell’Arma ha spiegato che nell’ottobre 1992 ha lasciato il comando dell’anticrimine di Messina al Maresciallo Scibilia in quanto aveva iniziato il corso di guerra. Fino a quel momento il gruppo era impegnato nelle indagini sull’operazione Peloritano 1 e 2 ma non si aveva alcuna percezione della possibile presenza di Santapaola sul territorio messinese. “Con Scibilia – ha aggiunto il teste – mi sentivo ma si parlava solo di queste attività. Nulla mi venne detto su attività nel barcellonese e sull’omicidio del giornalista Alfano. Certe cose le ho sapute solo dopo”.
Spiegando cosa gli venne riferito Valente ha ricordato: “Io finisco il corso ai primi di giugno e quando arrivai alla sezione e riunii il personale che era stato coinvolto nelle intercettazioni e chiesi di raccontarmi quello che era successo. Feci fare una scaletta. Quella scaletta fece scaturire la nota informativa. Io chiesi se erano state riascoltate le intercettazioni per vedere se di “zio Filippo” si parlava anche in altre occasioni, ma mi dissero che non era stato fatto. Quel lavoro però non si poteva più fare perché le intercettazioni erano già state depositate. C’erano alcune trascrizioni, ma non tutte. Io credevo che bisognava fare l’informativa e dall’esame delle intercettazioni denunciare chi aveva favorito la latitanza. Dovevamo mettere una pietra sopra e andare avanti e lavorare”.
In merito alla presenza di Santapaola sul territorio Barcellonese “Scibilia mi disse di aver fatto sentire la voce dello ‘zio Filippo’ al confidente. Lui riteneva che da quello che diceva il soggetto e dal riconoscimento della voce quello era il latitante”. L’ex colonnello ha anche raccontato di aver saputo che Mario Mori, imputato al processo, fu avvisato della presenza di Santapaola ma non ricorda se poi venne messo a conoscenza o meno della presenza dello stesso Mori a Messina.

Processo trattativa, pentito Di Natale: “Stragi per piegare lo Stato e sistemare le cose”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Subito dopo le stragi si era in attesa di sviluppi e si pensava di organizzare altri eventi caso mai quelle stragi non erano state sufficienti a far cambiare idea. Perché servivano? Per piegare lo Stato”. Prosegue la testimonianza del collaboratore di giustizia Giusto Di Natale al processo trattativa Stato-mafia. Il pentito, parlando della strategia di Cosa nostra nel 1994, ha ricordato le riunioni che venivano affrontate con Brusca, Matteo Messina Denaro, Guastella, Bagarella e Nino Mangano a cui poi subentrò anche Spatuzza: “ Una volta Brusca disse che bisognava mettere delle siringhe infettate di Aids nella sabbia. Poi questo non si fece. C’era da ridisegnare la situazione. In quel momento c’erano collaboratori che spuntavano come funghi la mafia stava prendendo batoste e si voleva invertire questa cosa, c’era anche chi parlava di revisione al maxi processo. Si faceva una guerra allo Stato per farlo piegare”. E poi ancora: “Si voleva abolire il 41bis perché arrivavano notizie che la gente veniva picchiata. Erano argomenti che si affrontavano a livello quotidiano, ne parlavano tutti. Erano quelli i problemi che avevamo”.
Sui motivi per cui quei progetti vengono arrestati Di Natale ha spiegato che “quando hanno arrestato Bagarella c’è stato un attimo di problematica. Questo gruppo ristretto che si incontrava nel mio ufficio era tenuto all’oscuro di Provenzano. Poi c’erano anche dei contatti degli agganci e si aspettavano risposte. Una di queste arrivò con l’episodio dell’euforia di Guastella ma so che Bagarella aspettava anche altre risposte. Si disse che qualcuno si era fatto vivo, ma non so chi. Me lo disse Bagarella a livello confidenziale”.
In aula il pentito ha anche ricordato che, in occasione di un’intervista televisiva di Santoro a Marcello Dell’Utri “al carcere eravamo tutti sintonizzati su quel canale. C’era grande attesa. Dell’Utri affrontava le domande di Santoro e partivano cori da stadio. Quando Dell’Utri rispose che se essere palermitano significava essere mafioso allora lui era mafioso. E tutti abbiamo applaudito. Eravamo in attesa di eventi e speravamo che qualcuno cambiasse le leggi”.
Di Natale ha anche dichiarato di aver gestito il libro mastro (del pizzo, ndr) del mandamento. “L’incarico venne da parte di Di Trapani e Guastella nell’estate del ’94. Il libro mastro era un libro nel quale annotavamo le entrate di tutti i mesi, c’erano altri soggetti che avevano ‘messo a posto’ le imprese”. Tra queste, a suo dire, vi era anche questioni importanti tra i quali le antenne di Berlusconi sotto al Monte Pellegrino. “C’erano da riscuotere 250milioni dal “serpente” nel senso del “biscione” – ha detto – Le somme importanti delle estorsioni venivano gestite in maniera diversa. Il libro Mastro l’ho gestito dal ’94 fino a quando mi hanno arrestato nel ’96. Per le antenne di Canale 5 se ne occupava Mangano, ogni estorsione aveva un suo referente”.

Processo trattativa, pentito Di Natale: “Dell’Utri assicurò per intervento su legge pentiti”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
“Un giorno Giuseppe Guastella tornò da un incontro con Vittorio Mangano euforico. Ne parlò subito con Leoluca Bagarella e poi lo disse a me. Il concetto era che avrebbero modificato la legge sui collaboratori. Mangano diceva che aveva parlato con Marcello Dell’Utri”. A dirlo in aula è il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale, sentito oggi come teste al processo trattativa Stato-mafia. Il pentito, rispondendo alle domande del pm Francesco Del Bene dopo aver ripercorso la storia del suo inserimento all’interno di Cosa nostrana ricostruito una serie di incontri avvenuti tra il 1993 ed il 1994. “Questi incontri tra Bagarella e il genero di Mangano e Mangano non erano giornalieri ma avvenivano frequentemente. Guastella informava Bagarella di quello che succedeva. A volte era Bagarella che mandava Guastella a rapportarsi su certi argomenti. In quel periodo speravamo nella modifica dell’art.192 sui pentiti (cioè il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei collaboratori su cui si sono basate molte condanne e arresti, ndr)”.
Alla domanda su quali fossero le assicurazioni che venivano da Dell’Utri il Di Natale ha risposto senza esitazioni: “Di portare pazienza che si stava mettendo in moto una macchina sull’art. 192. Se andate a vedere le trasmissioni televisive di Italia1, Canale5 e Rete4 e non c’era un giorno che non attaccavano i collaboratori di giustizia, è durato un paio di anni. Poi è stato cambiato l’art. 192. Basta guardare i fatti”. Nella sua deposizione il collaboratore di giustizia ha parlato anche di diverse riunioni che si sarebbero tenute nel suo ufficio: “Io ero amico di Giuseppe Guastella di Resuttana e piano piano ci siamo trovati in sintonia. In quel periodo ?93/’94 avevamo formato un club di Forza Italia, la sede era nel mio ufficio. In tutta la città c’erano dei fermenti e tutti stavano cercando di organizzarsi per non perdere questo treno politico, sono stato avvicinato da Nino Ferrante che mi ha detto che voleva fare un club più grande”.

Processo trattativa, oggi in aula il colonnello Valente
di Aaron Pettinari – 12 giugno 2015
All’udienza odierna previsto anche l’esame del pentito Giusto Di Natale
Dai rapporti tra Cosa nostra e Marcello Dell’Utri al mancato arresto di Nitto Santapaola a Terme Vigliatore. Saranno questi gli argomenti che verranno affrontati quest’oggi al processo trattativa Stato-mafia. Nell’attesa di conoscere la decisione della corte, presieduta da Alfredo Montalto, in merito alla richiesta di confronto tra l’ex sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto, Olindo Canali, e l’ex maresciallo Giuseppe Scibilia, oggi in pensione, verrà ascoltato come testimone il colonnello Silvio Valente. Quest’ultimo nel 1993 era l’effettivo comandante della sezione anticrimine di Messina ma in quel periodo in cui venne registrata la voce di Santapaola e vi fu il caso della sparatoria contro Fortunato Imbesi, scambiato dal Ros per il boss Pietro Aglieri (un fatto che secondo l’accusa poco tempo dopo portò Santapaola a cambiare luogo per trascorrere la latitanza), frequentava un corso e dunque fu sostituito da Scibilia.
Valente ha anche il firmatario dell’informativa della sezione anticrimine di Messina, del 25 luglio 1993, quando Santapaola era già stato arrestato, indirizzata proprio a Canali. In quel documento vi è un riferimento ad alcune intercettazioni del 1 e del 5 aprile ’93 che farebbero emergere la presenza di Santapaola proprio nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto. La scorsa settimana l’ex pm Canali ha spiegato che: “Quell’informativa venne depositata quando io stavo per rientrare dalle ferie, io avevo già le dichiarazioni di Bonaceto su Alfano ma che fosse stata intercettata addirittura la voce di Santapaola non lo seppi e nessuno me lo disse”. Dell’informativa, delle investigazioni, e del mancato arresto dell’allora latitante Santapaola oggi Valente dovrà quindi riferire alla corte.
Di ben altro invece parlerà il collaboratore di giustizia Giusto Di Natale.
Di Natale, anche se non è mai stato combinato, in passato è stato legato alle famiglie mafiose di Resuttana e di altri mandamenti ed era arrivato persino ad un passo dal diventare reggente del quartiere La Noce. In particolare è chiamato a riferire in merito ai rapporti intrattenuti dall’organizzazione mafiosa con Marcello Dell’Utri ed in particolare sugli incontri tra quest’ultimo e Vittorio Mangano. In passato ha già riferito che, assieme al fratello, “aprii negli ultimi mesi del 1993 un club di Forza Italia e mio fratello aveva molti contatti con persone di Palermo che poi avrebbero avuto successo politicamente, come ad esempio Gianfranco Micciché. Come imprenditore avevamo molta fiducia in un progetto politico che avrebbe favorito l’imprenditorialità in Sicilia”. In quello stesso ufficio in cui aveva sede il club, ricorda, era frequentato dal “meglio di quello che c’era a quei tempi”. Matteo Messina Denaro, Salvatore Brusca, Nino Mangano, Pino Guastella. Quest’ultimo, a detta del pentito, si sarebbe fatto portavoce del boss Leoluca Bagarella.
Vi sarebbero state tante riunioni organizzate alla fine del 1994 per decidere “come arginare il fenomeno dilagante del pentitismo e in particolare quel che riguardava l’articolo 192 del codice di procedura penale, cioè il riscontro incrociato delle dichiarazioni dei collaboratori su cui si sono basate molte condanne e arresti. Un giorno, databile nell’estate del 1995, prosegue, il Guastella tornò in ufficio euforico. ‘Mi hanno assicurato che il problema dei pentiti sarà risolto: si interverrà sull’articolo 192’”. Una notizia venuta da un supposto contatto diretto di Mangano con Marcello Dell’Utri. E indirettamente confermata da un altro mafioso, Diego Di Trapani, “convinto, dopo aver incontrato Provenzano, che tutto sarebbe stato risolto e che in appello i boss sarebbero stati assolti in massa”. In passato aveva anche raccontato che nel 1998 fu accolta con applausi, risate e fragorosi battimani da centinaia di detenuti al 41 bis nelle carceri di tutta Italia, la provocazione lanciata da Marcello Dell’Utri al microfono di Michele Santoro – “sono palermitano e quindi sono mafioso”.
Inoltre il pentito Di Natale ha anche riferito che all’indomani delle stragi, vi era stata più di una riunione per determinare il nuovo riassetto dell’organizzazione e a queste riunioni c’era un nuovo “senato” di Cosa nostra. Un gruppo ristrettissimo che si riservava di prendere decisioni senza che gli altri capimandamento ne fossero a conoscenza. Una sorta di élite che si è definita dopo l’arresto di Bagarella nel 1995.

Erdogan è stato sconfitto, i popoli hanno demolito la soglia di sbarramento da: www.resistenze.org – popoli resistenti – turchia – 10-06-15 – n. 547


EMEP | solidnet.org
Traduzione da piattaformacomunista.com

La dichiarazione del Partito del Lavoro (EMEP) di Turchia, parte integrante di HDP, sulle recenti elezioni.

09/06/2015

Un’importante tornata elettorale, con conseguenze politiche potenzialmente rilevanti, si è conclusa in Turchia. Con il 40,7% dei voti e 258 deputati l’AKP, il partito al potere, rimane il primo partito, ma non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta. Il partito socialdemocratico CHP ha preso il 25% dei voti e 132 delegati. Il MHP fascista ha preso il 16.5% dei voti e 80 deputati. Quanto all’HDP, l’alleanza elettorale di cui il nostro Partito è parte integrante, è riuscita ad ottenere il 13.1% dei voti e 80 deputati.

Dopo il colpo di Stato fascista del 12 settembre 1980, l’introduzione della soglia di sbarramento ha avuto come obiettivo quello di impedire ai rappresentanti del popolo curdo e alla classe operaia di entrare in parlamento.

Nelle precedenti elezioni del 2011, i candidati dell’alleanza a cui apparteneva il nostro Partito decisero di presentarsi come indipendenti per cercare di aggirare la soglia del 10%, riuscendo a conquistare il 6,5% dei voti e 35 seggi in parlamento. Quattro anni dopo, in queste elezioni, il sistema di sbarramento dietro il quale i partiti borghesi si sono nascosti, è stato demolito!

Così come la soglia è stata demolita, è stato anche distrutto il sogno di Tayyip Erdogan, leader di AKP, nonché presidente, di realizzare una dittatura in Medio Oriente attraverso il cambiamento della Costituzione e l’introduzione di un sistema presidenziale esecutivo.

Nei prossimi giorni discuteremo i risultati di questa “demolizione della soglia”, le conseguenze dei risultati elettorali nella situazione politica nel paese e il tipo governo che emergerà, o non emergerà, dal parlamento.

Ad ogni modo, possiamo fin d’ora attirare l’attenzione sui seguenti punti essenziali:

1) E’ chiaro che un consistente settore popolare ha votato HDP per la prima volta. Questo settore della società ha riconosciuto che l’appoggio ad HDP era l’unico modo per fermare l’AKP e ha votato di conseguenza. Ciò dimostra che la consapevolezza dei popoli supera quella dei partiti e dei circoli esterni alla classe. Questo è importante perché indica la possibilità di una rifondazione della vita politica nel paese.

2) Il popolo ha detto chiaramente “no” al sistema della presidenza esecutiva, all’AKP che è gestito da Erdogan come se fosse il suo partito personale, allo sfarzo del “Palazzo”, alle ruberie e alla corruzione, all’arroganza, al potere arbitrario, alla strumentalizzazione della religione e del Corano, alle brame personali per la dittatura, al tentativo di imbavagliare i media….

3) Questo risultato apre larghe possibilità alla lotta per una Turchia laica e democratica, la soluzione delle questioni curda e alevita e l’ampliamento delle libertà; così come dimostra la determinazione dei popoli nel rigettare i sogni di Erdogan di “conformare l’istruzione secondo criteri religiosi”, di formare una “gioventù religiosa”, di  creare la “società conservatrice”, una linea vicina a quella dei Fratelli Musulmani.

4) Questo risultato significa, allo stesso tempo, il rifiuto alle politiche dell’AKP in Medio Oriente ed è una sconfitta per tutte quelle organizzazioni e circoli islamisti che ricevono sostegno ideologico, diplomatico e finanziario dal governo dell’AKP.  All’opposto, è una fonte di forza morale e di motivazione per tutti coloro che lottano per un Medio Oriente laico e democratico, contro le forze integraliste e il terrorismo islamista.

5) Considerando che la formazione di un governo dall’interno di questo parlamento sarà difficile, le discussioni a breve verteranno senza dubbio sulle “elezioni anticipate”. Ma le elezioni del 7 giugno hanno suonato la campana della fine dell’era dell’AKP. Indipendentemente dalle probabili coalizioni con altri partiti, o dai tentativi di dar vita a un governo di minoranza, il lungo periodo di governo che può essere definito l’era di  Erdogan o dell’AKP è ormai alle nostre spalle.

6) Se Erdogan accetterà di diventare un presidente con i poteri limitati come i precedenti, o lui stesso o la Presidenza si trasformeranno rapidamente in un problema che avrà bisogno di essere “risolto.”

Tutti questi punti non si risolveranno da soli, ma saranno oggetto di lotte acute. La Turchia non sarà un paese “rose e fiori” per i vincitori delle elezioni. L’AKP ed Erdogan – anche se non saranno al governo – tenteranno con tutto il loro potere di perpetuare il loro regime, attraverso la presidenza della repubblica e i loro quadri all’interno dello Stato. Il declino del governo dell’AKP non vuol dire che la parte più difficile è stata superata. Ci attendono dure battaglie.

In ogni caso, la sostanza delle elezioni del 7 giugno è che c’è stata una dura sconfitta di Erdogan e dell’AKP, e una grande vittoria dei popoli.

Partito del Lavoro (EMEP), Turchia