Mafia Capitale, la “bomba” Castiglione pronta ad esplodere nel governo. I dossier di Migliore, le 8 domande ad Alfano da: haffngthonpost

È stato quando nel corso dei lavori della commissione d’inchiesta sul sistema d’accoglienza è stato pronunciato il nome di Giuseppe Castiglione che è sceso il gelo. E il Pd ha preso tempo. Alla richiesta del parlamentare di Sel Erasmo Palazzotto di una immediata audizione del sottosegretario indagato per turbativa d’asta su Cara di Mineo, il presidente Migliore ha risposto stabilendo un iter più lungo. Prima Pignatone, poi il sottosegretario. Tempo, perché attorno allo scandalo di Cara Mineo aleggia un fantasma che fa davvero paura. Quello della crisi di governo. In molti, nelle stanze che contano del Pd, hanno vissuto come profetiche le parole, minacciose, che Buzzi ha consegnato ai pm: “Mi ci dovete far pensare un attimo… perché su Mineo casca il governo”. E ancor più minacciose sono le notizie che arrivano da altri interrogatori. Perché non ha iniziato a parlare uno qualunque, ma quello che dalle carte emerge come il “genio criminale” di Mafia Capitale, Luca Odevaine. Su Roma, ma anche sulla vicenda del Cara.

Per questo attorno agli sviluppi dell’inchiesta aleggia un alone di panico. E di insofferenza. Nel quartier generale renziano il nervosismo è palpabile. Perché il primo a sapere che la posizione del sottosegretario è imbarazzante è Renzi. È stato proprio Migliore un paio di settimane fa, dopo che era andato in Sicilia con la sua commissione per una verifica diretta, a consegnare al premier un giudizio assai preoccupante: “Castiglione – questo il senso del ragionamento – ci sta dentro fino al collo”. Pochi giorni dopo è arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale. Il problema però è che, in questa storia, le responsabilità di Castiglione portano alla “copertura politica” della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano: “Castiglione – ripetono i renziani – è Alfano. E se salta a quel punto salta Ncd, nel senso che si sfaldano i gruppi e il governo non ha più certezza dei numeri”.

E allora, per capire l’entità della bomba pronta ad esplodere, bisogna mettere in fila gli elementi che emergono, oltre che dalle carte dell’inchiesta, dai “dossier” politici consegnati a Migliore da parecchi che sono stati auditi dalla Commissione nel corso della sua visita siciliana. Che dal Cara di Mineo portano direttamente al titolare del Viminale.

Il sistema Castiglione
Si parte dal “sistema Castiglione”. Un sistema che nasce nel 2011, quando al governo c’era ancora Berlusconi, e ministri erano Maroni all’Interno e Alfano alla Giustizia. Nell’ambito della gestione dei profughi a Mineo viene stabilito un modello “unico” rispetto al resto d’Italia. Mentre infatti in tutti i Cara italiani (Bari, Crotone) il soggetto attuatore è il viceprefetto vicario del capoluogo di Regione – dunque un funzionario del governo – a Mineo viene indicato non il viceprefetto di Palermo ma il presidente della provincia di Catania. E cioè Castiglione, braccio destro (e sinistro) di Alfano in Sicilia e presidente dell’Upi (unione province italiane) ruolo che gli consente di indicare Odevaine al tavolo del ministero che gestisce i flussi dei profughi. L’unicum prosegue anche successivamente. Perché Castiglione resta “soggetto attuatore” anche quando non ricopre più la carica di presidente della Provincia, in una fase di transizione. Fase in cui si procede per affidamenti diretti a quelle imprese, come “La Cascina global service”, che poi si ritrovano nell’inchiesta di Mafia Capitale e i cui manager sono finiti in carcere.

La terza tappa del “sistema” Castiglione, esempio di come a Mineo le regole si piegano al potere, è quando si arriva alla Gara d’Appalto di 100 milioni. Anche in questo caso un unicum, rispetto al resto d’Italia. Nel feudo siciliano del partito del ministro dell’Interno, dove raggiunge percentuali del 40 per cento un partito che su scala nazionale prende il tre per cento, accade questo: mentre in tutti i Cara d’Italia le gare d’Appalto le indice la prefettura, a Mineo viene inventato un nuovo soggetto istituzionale, il Consorzio Calatino Terre di Accoglienza, un consorzio dei comuni della zona. E viene stabilito un regime di “convenzione” della prefettura col Consorzio per la gara d’appalto. E questo è uno snodo cruciale nel business. Perché la convenzione, ad esempio, prevede un costo per lo Stato. Nella convenzione è previsto che il Consorzio riceva 40 centesimi al giorno ad immigrato (dallo Stato, ovviamente senza gara) il che in tre anni corrisponde a una cifra attorno al milione e mezzo di euro, su cui la Corte dei Conti ha sollevato più di un interrogativo. Perché è chiaro che il sistema della “convenzione” determina un incremento dei costi per la pubblica amministrazione.

Prima ancora che penale è tutta politica la responsabilità di Castiglione che a fronte di un fiume di denaro che arriva sul Cara di Mineo non ha mai risposto sul fatto che numerose inchieste giornalistiche (e non solo) hanno documentato che gli immigrati, di fatto, si trovano in una fogna. E Castiglione del Consorzio è stato presidente, nella fase transitoria, per poi passare la mano ad Anna Aloisi, sindaco Ncd di Mineo, feudo di Ncd. La prefettura, che dipende dal Viminale, ha giustificato la “convenzione” dicendo che – essendo il centro di Mineo molto grande – si rende necessario chiedere il Coinvolgimento dei comuni perché hanno il personale necessario (geometra, ingegnere, giardiniere…). Nella pratica, però, come in parecchi hanno raccontato a Migliore, non è mai stato utilizzato il personale dei comuni consorziati.

Castiglione e Odevaine
E non solo il personale dei Comuni non viene utilizzato, ma sulla madre di tutte le gare, quella dei cento milioni di euro, arrivano i rinforzi. E viene assunto proprio Luca Odevaine. Un’operazione, anche questa, condotta dagli uomini di Castiglione. Ecco cosa succede: prima della gara il direttore generale del Consorzio Calatino, Giovanni Ferrera (già dirigente della Provincia di Catania ai tempi di Castiglione e suo uomo di fiducia) determina una modifica della dotazione organizzativa del Consorzio introducendo una nuova figura: “l’esperto di finanziamenti europei”. Incarico affidato a Luca Odevaine, prima come consulente esterno poi assunto dal consorzio. È una casella fortemente voluta dall’uomo di fiducia di Castiglione. Che fa di tutto per far assumere Odevaine. In un dossier consegnato a Migliore nel corso delle audizioni in Sicilia è scritto: “Prima dell’assunzione, il consiglio di amministrazione del Consorzio chiese, in una delibera, che il direttore generale verificasse se vi fossero figure professionali idonee allo scopo tra i funzionari dei comuni consorziati per poi riferire al medesimo cda che in ultima istanza si era riservato la facoltà di esprimere l’assenso sull’assunzione. L’assunzione in questione, invece, venne disposta senza un nuovo passaggio nel cda e tale modo di procedere risulta del tutto inspiegabile. Ciò vieppiù ove si consideri che tale forzatura è stata perpetrata pochi giorni prima della nomina della commissione della gara d’appalto necessaria all’individuazione del soggetto gestore del centro e subito dopo la sua assunzione, Odevaine è stato nominato membro di tale commissione”.
Dunque Odevaine, su volere dei colonnelli di Castiglione, viene assunto non perché esperto di fondi europei, ma perché esperto di immigrazione. Da assunto e da componente del tavolo tecnico presso il ministero degli Interni che gestiva i flussi dei migranti è inserito nella commissione di gara che avrebbe dovuto aggiudicare un servizio di circa 100 milioni di euro.

La gara d’appalto “illegittima”, lo scontro con Cantone e il silenzio di Alfano
È chiaro che su questi presupposti la gara è vinta, come è scritto nell’ordinanza, dalle società che la dovevano vincere. Fondamentale pare essere stato il contatto tra Odevaine e Castiglione. Nella carte si legge un episodio illuminante. Parlando con Stefano Bravo, il suo commercialista, Odevaine racconta: “Giuseppe Castiglione… quando io ero andato giù… mi è venuto a prendere lui all’aeroporto, mi ha portato a pranzo… arriviamo al tavolo… c’era un’altra sedia vuota… dico eh chi?… e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara”. È quando dopo la gara entra in campo Cantone che si manifesta in tutta la sua solidità il legame strettissimo tra Castiglione e il ministro dell’Interno. Il 25 febbraio 2015 Cantone firma un parere sulla gara vinta dal Consorzio comprendente la Cascina: “illegittima” perché “in contrasto con i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità e economicità”. Parole che lasciano indifferenti la Aloisi, presidente del Consorzio, il direttore generale Ferrera, ovvero i Castiglione boys, e lasciano indifferenti anche Castiglione e il ministro dell’Interno Alfano. Anzi, accade che il prefetto Mario Morcone, che ha un rapporto stretto col ministro dell’Interno, dice davanti ai parlamentari del comitato Schengen: “Ho qualche dubbio sulla decisione del presidente Cantone”. A quel punto i Castiglione boys, il 13 aprile, chiedono a Cantone il riesame del parere. Cantone il 6 maggio risponde che la gara è illegittima, ma nonostante questo Ferrera firma e pubblica la determina perché l’Anticorruzione ha solo parere consultivo. Ecco che il 27 maggio Cantone scrive ad Alfano una lettera, come documentato dal Fatto che l’ha pubblicata.

Le domande ad Alfano che fanno tremare il governo
Ed è a questo punto, dopo la seconda retata di inizio giugno che il caso diventa una bomba per il governo. Perché, è la tesi di Migliore, “Castiglione c’è dentro fino al collo”, ma pure Alfano non può dirsi estraneo alla gestione politica della vicenda. Perché il ministro dell’Interno non può non rispondere a poche, semplici, domande. 1) Perché tra gli arresti di Mafia Capitale 1 e Mafia Capitale 2, non spiega che a Cara di Mineo è stato creato un sistema unico, sin dall’inizio, teso a garantire un sistema di potere? 2) Perché Alfano non spiega il perché il Viminale fa, per tramite della prefettura, una convenzione che porta ad aumentare le spese? 3) E perché Alfano non spiega come mai, dopo Mafia Capitale 1, e preso atto che Odevaine (arrestato) era componente della Commissione che ha aggiudicato la gara, non ha fatto alcun atto a Cara di Mineo, tipo ispezioni e controlli? 4) E perché il ministro dell’Interno resta silente dopo che Cantone dice che la gara è illegittima? 5) E perché non risponde alla lettera del 27 maggio di Cantone, che in sostanza chiede: che cosa ne pensa il ministro dell’Interno dell’appalto di Mineo per il quale Odevaine pretendeva mazzette di 10-20mila euro mensili, dai manager della Cascina grazie a una gara “illegittima”? 6) È possibile che al Viminale nessun funzionario lo avesse informato del ruolo di Odevaine? 7) Si sente di escludere quello che Odevaine dice nelle intercettazioni e cioè che il “sistema Castiglione” al Cara di Mineo serviva a finanziare il suo partito? 8) E sarebbe pronto a dire che, se fosse arrivato un solo euro direttamente o indirettamente al suo partito da “La Cascina” sarebbe pronto a dimettersi? È in queste domande, oltre che nella posizione processuale di Castiglione, la bomba sotto il governo: “Se salta Castiglione – ripetono i bel informati – salta Ncd e al Senato si balla. E soprattutto la valanga stavolta rischia di travolgere Alfano”.

Scrutini, il 90% dei docenti sciopera contro il Ddl Scuola da: ilmanifesto

Il fronte dello sciopero. Lazio, Lombardia, Emilia romagna, l’adesione è altissima. Un duro colpo a Renzi e alla sua visione della società: solo il 38% di chi si astiene è iscritto ai sindacati. Le ragioni della mobilitazione: contro il «preside-manager» e la chiamata diretta

La marea del «No» alla riforma della scuola del par­tito demo­cra­tico si è alzata. I primi dati dell’adesione allo scio­pero uni­ta­rio degli scru­tini indetto da Flc-Cgil, Cisl e Uil scuola, Gilda e Snals, e poi da Cobas, Uni­co­bas, Usb, Cub, atte­stano un gigan­te­sco con­senso dell’opposizione con­tro Renzi. Nelle prime due gior­nate di scio­pero in Emilia-Romagna e in Molise, e nella prima gior­nata nel Lazio e in Lom­bar­dia, circa il 90% degli scru­tini sono stati bloc­cati in maniera com­patta. A Bolo­gna, dove con­ti­nua lo scio­pero della fame a staf­fetta tra docenti, stu­denti e geni­tori con­tro il Ddl, la Flc-Cgil con­ferma l’adesione allo scio­pero in mol­tis­sime scuole secon­da­rie di secondo grado. Quasi tutti gli scru­tini pro­gram­mati sono stati rinviati.

Piero Ber­noc­chi dei Cobas prova a trat­teg­giare un primo bilan­cio: «Gli iscritti ai vari sin­da­cati della scuola non supe­rano il 38% — afferma — e in que­sti giorni solo il 10% dei docenti ha col­la­bo­rato, svol­gendo gli scru­tini, all’eutanasia della pro­pria pro­fes­sione». Le ragioni di un’eccedenza rispetto al per­so­nale sco­la­stico sin­da­ca­liz­zato ven­gono spie­gate così dal lea­der dei Cobas: «La scia­gu­rata pro­spet­tiva di un pre­side padrone che assume, licen­zia, pre­mia e puni­sce a suo insin­da­ca­bile giu­di­zio è il motivo pre­va­lente dell’attuale mobi­li­ta­zione». Viene espressa anche una pre­oc­cu­pa­zione rispetto alla dege­ne­ra­zione della pro­fes­sio­na­lità del diri­gente sco­la­stico: «La con­ces­sione dei super-poteri distrug­ge­rebbe ogni col­le­gia­lità negli isti­tuti e un pro­fi­cuo lavoro comune — con­ti­nua Ber­noc­chi — La nostra impres­sione pre­va­lente è che la mag­gio­ranza dei pre­sidi non voglia que­sti super-poteri e ne com­prenda l’inapplicabilità e la negatività».

Le ipo­tesi di emen­da­menti pro­po­ste dal Pd non sem­pli­fi­cano la situa­zione Anzi. C’è la pos­si­bi­lità che siano costretti a cam­biare sede ogni tre o sei anni. Un’ipotesi che demo­li­rebbe i loro pro­getti sulle scuole dirette. La scuola ver­rebbe tra­sfor­mata in una comu­nità iper-verticistica diretta dal Miur. Una pro­spet­tiva che non piace a nessuno.

Il pas­sag­gio a vuoto del governo ieri in com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali al Senato, dov’è stato boc­ciato un parere di costi­tu­zio­na­lità del Ddl, ha rin­vi­go­rito l’opposizione negli isti­tuti, stu­denti e tra i sin­da­cati. «La scuola è il primo tema sul quale il governo arre­tra — afferma Danilo Lam­pis (Unione degli stu­denti) –Auspi­chiamo che si con­ti­nui a osteg­giare il Ddl, c’è biso­gno di uno scatto di sin­cera demo­cra­zia per fer­mare l’autoritarismo del governo». Quanto all’«apertura» di Renzi sul Ddl, da discu­tere nei cir­coli Pd e non con la scuola e sin­da­cati, le rea­zioni sono ispi­rate al prin­ci­pio: «Fac­cia pure, non andrà da nes­suna parte». Di chia­mata diretta dei docenti, que­sto è il punto, i sin­da­cati non ne vogliono sen­tire parlare.

«Se è un espe­diente per fiac­care la pro­te­sta, Renzi sba­glia — afferma Dome­nico Pan­ta­leo (Flc-Cgil) — Stralci il decreto sulle assun­zioni dei pre­cari e sul resto del Ddl si prenda tempo per modi­fi­carlo radi­cal­mente. Il testo è anche, per certi versi, inco­sti­tu­zio­nale». «Dubito che ci saranno grandi novità — sostiene Rino Di Meglio (Gilda) — Comun­que se appro­vano la riforma ci daremo da fare per un refe­ren­dum abro­ga­tivo e ci rivol­ge­remo alla corte costi­tu­zio­nale». Sor­ride, invece, Mas­simo Di Menna (Uil scuola), davanti «alla favola dell’ascolto» rac­con­tata da Renzi. «Le ragioni di que­sta pro­te­sta così dif­fusa sono asso­lu­ta­mente chiare, così come sono chiare le pro­po­ste di modi­fica radi­cale dell’impianto. Que­sta “Buona scuola” è una sto­ria nata male che rischia di con­clu­dersi peg­gio». Fran­ce­sco Scrima (Cisl) chiede un nuovo con­fronto con il governo per affron­tare le cri­ti­cità del provvedimento.

L’Unicobas, che ha con­vo­cato pre­sidi di pro­te­sta il 15, 16 e 17 giu­gno in Piazza delle 5 Lune, davanti al Senato, appro­fon­di­sce gli ele­menti dell’«incostituzionalità» riscon­trate ieri anche in com­mis­sione: «C’è una palese dispa­rità di trat­ta­mento sulla tito­la­rità d’istituto tra docenti e per­so­nale Ata — afferma il segre­ta­rio Ste­fano d’Errico — non­chè rispetto al diritto alla per­ma­nenza sul posto di lavoro fra docenti e resto del pub­blico impiego». «Inter­ve­nire per legge su molti isti­tuti eco­no­mici, nor­ma­tivi e di stato giu­ri­dico, signi­fica anche vio­lare uni­la­te­ral­mente, con­tro ogni norma del diritto del lavoro, il con­tratto nazio­nale vigente e tutte le norme poste costi­tu­zio­nal­mente a garan­zia della fun­zione docente in ordine alla sal­va­guar­dia della libertà di inse­gna­mento». Quanto al preside-manager, gli viene attri­buita «una discre­zio­na­lità asso­luta che ricorda quei sistemi tota­li­tari che met­tono i docenti al pro­prio servizio».

A proposito del futuro dell’ANPI e dell’antifascismo in Italiada:www.resistenze.org – segnalazioni resistenti – lettere – 05-06-15 – n. 547


Giacomo | posta @ resistenze.org

07/06/2105

Cara redazione di Resistenze.org,

ho letto l’articolo “Sul futuro dell’ANPI e dell’antifascismo in Italia” del compagno Andrea Martocchia. Ci tengo a condividere alcune mie riflessioni su quanto sono riuscito a cogliere dal contenuto dell’articolo poiché ci sono diversi aspetti che non condivido, fermo restando che il dibattito dentro e attorno all’ANPI credo sia utile per l’associazione e per l’antifascismo.

Se l’impressione che ho avuto leggendo l’articolo è che l’argomento sia stato affrontato con gli occhi di chi si occupa di ricerca storica, con rispetto per il lavoro del compagno Martocchia, vorrei provare a portare una mia riflessione sull’argomento, non accademica, ma elaborata attraverso gli occhi di un militante che cerca di battersi per poter vivere in un mondo migliore. Due modi soggettivi di vedere la stessa cosa probabilmente.

Cos’è l’ANPI

La risposta ce la dice l’articolo 2 dello Statuto; è una associazione che ha la finalità di occuparsi dei Partigiani, difendendone l’onore e tramandando il significato della loro lotta, ma non solo, essa ha anche lo scopo di battersi per i valori della Resistenza, concorrendo all’applicazione dei principi cardine della Resistenza espressi nella Costituzione e dando aiuto ed appoggio a tutti coloro che si battono per lo stesso motivo.

Ora i due aspetti sono un aspetto unico, ed è impossibile scinderli, perché se di memoria ci si vuole occupare, è proprio la storia e l’esperienza della guerra partigiana ad insegnarci ed obbligarci moralmente all’impegno di portarne avanti i valori fondanti.

E’ la conoscenza della storia stessa dei Partigiani e dell’antifascismo che ci parla di riscatto sociale, di lotta di classe, di non piegarsi di fronte alle sopraffazioni, di restituire al popolo la propria autodeterminazione.

La progressiva scomparsa dei Partigiani rende forse man mano meno necessaria l’opera di aiuto morale e materiale ai soci ed alle famiglie dei Caduti, ma sempre più fondamentale l’opera di difesa storica dell’esperienza della Lotta di Liberazione per le finalità che è stata essa combattuta, che non è sicuramente quella di rimanere impressa unicamente nei libri accademici.

Difendere la Resistenza vuol dire difendere un’esperienza ancora VIVA, non tanto perché c’è ancora qualche partigiano ultraottantenne da difendere dagli attacchi revisionisti, ma perché sono proprio questi Partigiani che ci indicano la strada da percorrere, con parole spesso dure ma significative, perché non è questa la società per cui hanno lottato e quindi tocca alle nuove generazioni raccogliere il loro testimone.

Antifascisti e Partigiani

Non concordo con la definizione “estensione vertiginosa” riferita al concetto di antifascismo quando esso viene attualizzato. Mi chiedo allora cosa si intenda per antifascismo…

Se storicamente il fascismo con a capo Mussolini si è concluso, risulta comunque da registrare come dopo il 25 Aprile 1945 il nuovo sistema statale abbia saputo riciclare al proprio interno i quadri ed i dirigenti del precedente sistema fascista, al contempo allontanando ed epurando la classe dirigente partigiana. Anche dal punto di vista storico, la questione “fascismo e antifascismo” non può relegarsi ai fatti relativi al periodo 1922-1945 in Italia (per non parlare della Spagna, della Grecia o del Portogallo).

Può dunque dirsi concluso definitivamente il fascismo, a maggior ragione quando è lo stesso Presidente Smuraglia a definire il nostro paese “non antifascista” ?

Conseguentemente l’antifascismo è solo il movimento di opposizione al ventennio Mussoliniano o anche l’opposizione alle sue derivazioni dirette e alle pratiche assimilabili anche da uno stato che dovrebbe essere democratico?

Un allargamento (!?) del concetto di antifascismo alle questioni di genere, alla tutela del patrimonio naturale ed a tutti quei temi espressi nella Costituzione non può in nessun modo essere percepito come oscuramento della specificità dei valori della guerra al nazifascismo, anzi è diretta espressione della stessa!

Che cos’era l’antifascismo degli operai degli scioperi del ’43, se non un elemento della più vasta lotta di classe contro il sistema di produzione capitalista?

Che cos’era l’antifascismo dei giovani proletari e sottoproletari se non un elemento della più vasta voglia di riscatto ed autodeterminazione?

Il dilemma attuale dell’ANPI

Cosa vogliamo dall’ANPI? Come iscritto, militante e dirigente di sezione, non intendo pretendere nulla, ma contribuire alla realizzazione del mandato dei valori della Resistenza espressi dallo Statuto. E ciò non lascia spazio alla definizioni di “impossibile” o “incompatibile”. Questi termini, che denotano anche una certa sfiducia o stanchezza, ultimamente sono stati più volte utilizzati all’interno dell’associazione nel momento in cui dalle “nuove generazioni” si sono avanzate proposte per provare a fare di più. E’ stato forse non chiedendosi l’impossibile che centinaia di migliaia di giovani hanno sacrificato la propria vita per l’avvenire di noi tutti?

Sono d’accordo quando si dice che l’ANPI deve continuare a fare l’ANPI, se per questo intendiamo che non può permettersi di perdere l’autorevolezza morale che ancora oggi le è conferita dall’opinione pubblica. Ma proprio per questo motivo l’ANPI non può ignorare le questioni politiche travagliate che stanno trasformando il nostro paese per chiudersi unicamente nella ricerca e nella divulgazione storiografica slegandole da ogni relazione con il presente.

Stando alle parole dello stesso Presidente Smuraglia, l’ANPI si è interrogata sulle motivazioni che portano molti giovani, che dovrebbero essere naturalmente attratti da un sentimento di libertà ed emancipazione, ad avvicinarsi a formazioni neofasciste che secondo opinione diffusa sono invece portatrici di valori di irreggimentazione e sopraffazione del più debole. Parziale risposta al fenomeno si è data sottolineando come tali formazioni siano spesso operative in istanze sociali tipiche della “sinistra” ma rielaborandole in chiave nazionalista.

Vista la situazione di crisi economica è evidente che sono le tematiche dei diritti fondamentali ad essere più facilmente comprese, ed è quindi soltanto declinandole in chiave antifascista e supportando le lotte sociali che si può erodere il terreno fertile alla propaganda neofascista.

E questa pratica deve diventare, assieme e non in contrapposizione a tutto ciò che l’ANPI già oggi fa nell’ambito della “memoria”, uno degli elementi cardine della militanza nella nostra associazione!

Saluti!

Giacomo
ANPI Nizza Lingotto

 

Giovani, sfruttati, senza carriera. Ecco chi sono i dot­to­randi in Italia Fonte: il manifestoAutore: Roberto Ciccarelli

Lo scem­pio dell’università ita­liana li ha ridotti ad un silente pro­le­ta­riato dove per fare il pro­prio lavoro biso­gna pagare. E il red­dito che comun­que si gua­da­gna — per­ché la ricerca è un lavoro — è tra i più bassi in Europa. Que­sto, in sin­tesi, è il ritratto for­nito dalla quinta inda­gine annuale dell’associazione dot­to­randi e dot­tori di ricerca ita­liani (Adi) che è stata pre­sen­tata ieri alla Camera dei Depu­tati. Alcune cifre pos­sono ren­dere l’idea: il numero dei posti di dot­to­rato ban­diti annual­mente a livello nazio­nale è dimi­nuito del 25% per effetto del decreto mini­ste­riale 45 del 2013 e della nota mini­ste­riale 436/2014. Una realtà sulla quale si abbat­terà il Jobs Act annun­ciato da Renzi per i ricer­ca­tori pre­cari in autunno.

Dalla riforma Gel­mini dell’università ad oggi, il nostro paese ha deciso di restrin­gere al mas­simo il numero di chi ini­zia a lavo­rare da ricer­ca­tore in Ita­lia. La ten­denza è chiara dal 2012 quando l’Italia era il quinto paese euro­peo per numero di dot­to­randi (34.629), distac­cata enor­me­mente dagli altri paesi indu­stria­liz­zati simili dal punto di vista demo­gra­fico: la Fran­cia, al terzo posto, aveva più del dop­pio dei dot­to­randi ita­liani (70.581); il Regno Unito quasi il tri­plo (94.494);la Ger­ma­nia 208.500. In pochi anni l’Italia è pre­ci­pi­tata al ter­zul­timo posto nell’Eurozona.

Oggi la situa­zione è addi­rit­tura peg­gio­rata, Senza un’immediata inver­sione di ten­denza, nel 2016 la situa­zione diven­terà inso­ste­ni­bile, in par­ti­co­lare negli ate­nei del Sud. Al momento esi­ste una forte spe­re­qua­zione tra ate­nei del Nord e del Sud: per il XXX ciclo nazio­nale del dot­to­rato, infatti, 10 uni­ver­sità (in 8 città) garan­ti­scono il 44% dei posti a dispo­si­zione, men­tre 7 regioni (una sola nel Sud) coprono il 74,5% delle posi­zioni bandite.

Molti di que­sti dot­to­randi non hanno una borsa di stu­dio. Lavo­rano gra­tis. Anzi, devono pagare. A que­sto scan­dalo, unico in Europa, si aggiunge l’aumento della tas­sa­zione fissa. Nel pas­sag­gio dell’ultimo ciclo, avverte l’Adi, la per­cen­tuale degli ate­nei che oppe­rano una tas­sa­zione sui dot­to­randi senza borsa para­me­trata sull’Isee si è ridotta dal 60% al 53%, In altri 10 ate­nei la tas­sa­zione minima è aumen­tata, men­tre si è ridotta la mas­sima. In que­sto periodo, gli ate­nei che hanno aumen­tato la tas­sa­zione per chi non ha un red­dito da lavoro di ricerca, sono saliti da 9 a 15.
Siamo già oltre il lavoro gra­tis, come per l’Expo. Lo stato ita­liano si fa pagare da chi stu­dia e pro­duce ricerca. Soprat­tuto al Sud. Allo stesso tempo non rico­no­sce lo «sta­tus» giu­ri­dico del dot­to­rando come lavo­ra­tore, al con­tra­rio di quanto accade negli altri paesi.

«C’è una con­cen­tra­zione e pola­riz­za­zione delle risorse che esclude le aree deboli e pena­lizza il Sud — afferma Anto­nio Bona­te­sta, segre­ta­rio Adi — Il sistema acca­de­mico, privo di risorse e sotto orga­nico, si rivolge ai dot­to­randi per le atti­vità acca­de­mi­che. Lo sfrut­ta­mento del loro lavoro è chiaro. Biso­gna rico­no­scere il diritto al red­dito e di mag­giori tutele sociali»

“Venticinque anni di legge antisciopero. Ormai bisogna pensare ad azioni illegali”. Intervista a Giorgio Cremaschi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra due giorni saranno venticinque anni di legge antisciopero, la famosa 146. E ancora stanno lì ad apportare modifiche che peggiorano la situazione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori.
Vogliono cancellare lo sciopero di autodifesa e di autotutela, quello che crea più problemi all’impresa. Di fatto, stanno andando rapidamente verso la cancellazione del diritto di sciopero. E laddove non arrivano ecco che, nelle vesti del cosiddetto garante o di un sindaco, magari spalleggiato da un prefetto, assistiamo a delle vere e proprie invasioni di campo. Per attaccare uno sciopero c’è sempre un qualche tipo di “ragione superiore” fuori dalle regole, dai casi previsti, e tutta nella gestione che la politica fa del conflitto sociale.A cosa ti riferisci?
Allo sciopero dei trasporti indetto pochi giorni dopo l’apertura dell’Expo, oppure a quanto ha dichiarato il garante a proposito dello sciopero degli scrutini. Tutti casi in cui nonostante i lavoratori e le organizzazioni sindacali avessero osservato scrupolosamente le regole l’indizione di sciopero viene attaccata per il solo fatto di essere un’azione di lotta. Siamo ormai a una gestione politica, altro che Commissione di garanzia e regole.

Un po’ la stessa cosa accaduta con il pronunciamento della Consulta sulle pensioni.
In quel caso, Morando prima e Padoan poi hanno sbattuto in faccia ai giudici della Consulta l’articolo 81 della Costituzione, quello che esige, lo voglio sottolineare, il pareggio di bilancio. E quindi hanno opposto un elemento preso, diciamo così dalle regole stesse. Questo da una parte riconferma la sciagura di aver voluto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, che funziona da arma definitiva,ovvero da pietra tombale, contro ogni tipo di diritto e,dall’altra, sottolinea che il Governo può arrivare tranquillamente a contestare una sentenza della Corte Costituzionale non applicandola nel dettato.

Insomma, il movimento sindacale sembra in un vicolo cieco…
Il movimento sindacale se non vuole soccombere ha davanti a sé il tema di trovare nuove forme di lotta. E dico, non esclusivamente quelle forme di lotta legate al rinnovo del contratto, ammesso che il contratto nazionale esista ancora in futuro, che in qualche modo quelle sono autorizzate entro certi limiti. Dico, le forme della lotta con le quali si vuole realmente conquistare qualcosa o bloccare una forzatura da parte dei padroni.

E’ un po’ la distinzione introdotta da Marchionne
Certo, in Fabbrica Italia quello che c’è scritto è che sono bandite, e dichiarate illegali, tutte le forme di lotta che di fatto bloccano la produzione o impediscono il comando sui lavoratori.

Secondo te cosa bisogna fare?

Lo voglio dire chiaro e, soprattutto senza che ci siano strumentalizzazioni. Senza azioni di lotta illegali non si va da nessuna parte. In un quadro in cui tutto viene vietato è chiaro che la soglia di legalità si alza. E allora bisogna avere la capacità di sfidarla questa soglia, altrimenti non si otterrà nulla di sostanziale.

Qualcuno propone di appellarsi alla violazione della Costituzione…
Bisogna capirci su questo. A parte i cosiddetti tempi lunghi di una strategia basata sul ricorso in sede giudiziaria, il punto è che lentamente ma inesorabilmente ci saranno sempre meno giudici disposti a prendere in considerazione le ragioni di chi lotta dal punto di vista del dettato costituzionale. Ripeto, la vicenda del pareggio di bilancio dimostra che nemmeno più la Costituzione è un territorio sicuro.