UN SALUTO AL GRANDE PARTIGIANO LUIGI FIORI “FRA’ DIAVOLO”

fosdinovo 13 luigi fiori

Sabato 30 maggio 2015 Luigi Fiori, grande esponente della lotta al fascismo di ieri e di oggi, ci ha lasciati all’età di 95 anni.

Abbiamo avuto l’onore e la fortuna di conoscerlo due anni fa ed il 4 maggio u.s. è stata l’ultima volta che lo abbiamo rivisto all’ospedale di La Spezia. Nonostante le sofferenze fisiche ha mostrato la sua grande forza interiore e trascinatrice, rimanendo nella sua dignità e semplicità umana.

Dopo l’8 settembre quando le forze armate non ebbero più ordini, Fiori decise di andare sui monti nel parmense unendosi ai partigiani. Diventò comandante della brigata “Vampa” combattendo fra colline e montagne.

In quegli anni ho fatto solo il mio dovere, noi non eravamo eroi eravamo soltanto ragazzi,” ripeteva Luigi Fiori negli incontri pubblici, “la vittoria finale di noi partigiani è stata la Costituzione.”

Il nostro paese ha una Costituzione e visto che tutti i nostri politici hanno giurato su di essa pretendo che loro la rispettino. Siamo in una situazione pericolosissima, siamo nei guai veri e grandi, sono preoccupato, io farei pulizia! Ho 95 anni e mi dispiace andarmene senza averla vista realizzata.”

Luigi Fiori era Presidente dell’ANPI di Lerici. Costantemente si confrontava con i giovani invitandoli a non accettare il tentativo di calpestare la Costituzione ed a ribellarsi come fece lui ed i suoi coetanei.

Ricordiamo le parole che abbiamo raccolto nell’ultimo incontro avuto con lui il 4 maggio 2015: “Dovete fare pulizia! Dovete essere coerenti con la costituzione e non fare compromessi con nessuno! Anche se si resta soltanto in 10 …. questo dovrà essere il punto di partenza.”

Grazie Luigi, sei rimasto un combattente fino alla fine!

Paolo Parsi e Marcella Giammusso

Membri segreteria dell’ANPI di Catania

Fonte: il manifestoAutore: Mario Dinucci -La corsa alle armi hi-tech-

Corsa gui­data in tutti i campi dagli Stati uniti.

Una set­ti­mana fa il «Comando dell’attacco glo­bale» ha lan­ciato dalla Cali­for­nia un mis­sile inter­con­ti­nen­tale Minu­te­man III, col­pendo con una testata spe­ri­men­tale un atollo nel Paci­fico a 8mila km di distanza. Con que­sti test il Comando veri­fica «l’affidabilità» dei 450 Minu­te­man III, pronti al lan­cio con le loro testate nucleari. Il Con­gresso ha stan­ziato oltre 200 miliardi di dol­lari (acconto su circa 1000 miliardi in dieci anni) per poten­ziare le forze nucleari, con altri 12 sot­to­ma­rini da attacco (7 miliardi l’uno, il primo già in can­tiere), armato cia­scuno di 200 testate nucleari, e altri bom­bar­dieri stra­te­gici (550 milioni l’uno), cia­scuno armato di 20 testate nucleari. L’Esercito sta spe­ri­men­tando armi laser capaci di abbat­tere veli­voli, met­tere fuori uso i visori e acce­care i sol­dati nemici; la Marina ha già instal­lato un can­none laser sulla nave Ponce, pre­ci­sando che «deve ancora essere usato in un com­bat­ti­mento reale»; l’Aeronautica annun­cia che dal 2022 armerà di laser i suoi cacciabombardieri.

In forte svi­luppo anche il set­tore dei droni e robot da guerra. Men­tre si moder­niz­zano i droni tele­gui­dati (il Glo­bal Hawk ha supe­rato le 150mila ore di volo), si spe­ri­men­tano veli­voli da attacco com­ple­ta­mente robo­tiz­zati: l’X-47B ha effet­tuato in volo il primo rifor­ni­mento auto­ma­tico di carburante.

Il cac­cia F-35C per le por­tae­rei, annun­cia il Segre­ta­rio alla marina, «sarà pro­ba­bil­mente l’ultimo con pilota a bordo».

Nel 2016 sarà spe­ri­men­tato anche un robot subac­queo che, lan­ciato da un sot­to­ma­rino, indi­vi­dua e segue auto­ma­ti­ca­mente le navi nemi­che. Dalla guerra robo­tiz­zata a quella spa­ziale il passo è breve: il 20 mag­gio è par­tito per la sua quarta mis­sione segreta l’X-37B, un mini-shuttle robo­tico della U.S. Air Force già testato per quasi 4 anni nello spa­zio. Il gene­rale Grea­ves, nuovo capo del Comando spa­ziale, ha dichia­rato che gli Stati uniti «use­ranno tutti i mezzi per man­te­nere la supre­ma­zia nello spazio».

Alla corsa par­te­ci­pano sulla scia degli Usa i mag­giori paesi euro­pei della Nato: dieci giorni fa, i mini­stri della difesa di Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia hanno fir­mato il memo­ran­dum d’intesa per lo svi­luppo di un veli­volo robo­tico da guerra.

Israele par­te­cipa alla corsa con nuovi droni e armi nucleari, armi che può con­ti­nuare a svi­lup­pare dopo che la pro­po­sta araba di con­vo­care nel 2016 una con­fe­renza per creare in Medio­riente una zona libera da armi nucleari è stata bloc­cata all’Onu da Usa, Canada e Gran Bre­ta­gna. Rus­sia, Cina e altri paesi, che sono nel mirino stra­te­gico Usa/Nato, rea­gi­scono di con­se­guenza.
La Rus­sia sta svi­lup­pando il Sar­mat, un nuovo mis­sile bali­stico inter­con­ti­nen­tale le cui testate nucleari mano­vrano al rien­tro nell’atmosfera per evi­tare i mis­sili inter­cet­tori dello «scudo» Usa, e il sot­to­ma­rino della classe Borey, estre­ma­mente silen­zioso, armato di 200 testate nucleari.

Mis­sili e sot­to­ma­rini ana­lo­ghi sono costruiti dalla Cina che, secondo il Comando Usa, sta spe­ri­men­tando anche armi spa­ziali anti-satellite per acce­care i sistemi di attacco statunitensi.

Su tutto que­sto cala il blac­kout media­tico, men­tre i riflet­tori ven­gono pun­tati sui bam­bini che, alla parata mili­tare del 2 giu­gno, festeg­giano con ombrelli tri­co­lori. Non la pace, come gli è stato detto, ma la guerra che li aspetta

La Repub­blica si festeggia con la pace Fonte: il manifestoAutore: Giulio Marcon

Non si capi­sce per­ciò per­ché il 2 giu­gno i festeg­gia­menti della Repub­blica siano in modo pre­pon­de­rante occu­pati –anche dal punto di vista dei costi, par­liamo di alcuni milioni di euro– dalle esi­bi­zioni delle «frecce tri­co­lori» e dalla sfi­lata di mezzi mili­tari, sol­dati in armi ai Fori Impe­riali, la via — giova sem­pre ricor­darlo– voluta dal fasci­smo (allora si chia­mava via dell’Impero) per osten­tare il pro­prio «ful­gore» mili­ta­ri­sta e imperialista.

Che le «feste nazio­nali» (di varia tipo­lo­gia) siano con reto­rica patriot­tarda ricor­date «in armi» è pur­troppo un’abitudine non solo ita­liana nell’occidente demo­cra­tico (pen­siamo alla Fran­cia), ma è molto in voga anche (e soprat­tutto) tra i paesi auto­ri­tari, nazio­na­li­sti e dit­ta­to­riali. L’esibizione, l’ostentazione delle armi e della forza mili­tare è un retag­gio –di cui pur­troppo non riu­sciamo a libe­rarci– che serve a darci una par­venza di orgo­glio e sicurezza.

Una sicu­rezza effi­mera in tempi di ter­ro­ri­smo inter­na­zio­nale, ma soprat­tutto in una situa­zione di crisi, come quella dell’Italia dove ci sono 6 milioni di per­sone che vivono in con­di­zione di «povertà asso­luta», più di 1 milione di cas­sin­te­grati e oltre 3 milioni di disoc­cu­pati. La Repub­blica Ita­liana, ricor­dia­molo sem­pre, ha una sua Costi­tu­zione che dice all’articolo 1 di essere «fon­data sul lavoro» e la festa di oggi pur­troppo è all’insegna del «non lavoro» con il 13% di disoc­cu­pati di cui oltre il 44% tra i giovani.

Una ben più con­creta sicu­rezza — di quella in armi — sarebbe quella del lavoro, di un wel­fare che fun­ziona, di un’economia che riprende a mar­ciare.
Si è cer­cato in que­sti anni — sulla spinta delle orga­niz­za­zioni paci­fi­ste– di cam­biare almeno la con­ce­zione della «difesa» del paese intro­du­cendo il con­cetto di «difesa non armata».

Si può «difen­dere» il paese anche con il ser­vi­zio civile e la non­vio­lenza, senza biso­gno di armi. 50mila cit­ta­dini hanno appena sot­to­scritto un pro­getto di legge di ini­zia­tiva popo­lare per intro­durre la «difesa non armata» nel nostro ordinamento.

Per que­sto è impor­tante che nella stessa gior­nata della sfi­lata dei blindo e dei vol­teggi delle «frecce tri­co­lori» la pre­si­denta della Camera Laura Bol­drini ospiti 600 ragazze e ragazzi in ser­vi­zio civile nell’aula di Mon­te­ci­to­rio, spen­dendo solo qual­che migliaia di euro.

Ma a parte que­sto gesto sim­bo­li­ca­mente impor­tante, il 2 giu­gno sarà pur­troppo in modo pre­pon­de­rante all’insegna delle armi.

Che senso abbia spen­dere alcuni milioni di euro per una sfi­lata mili­tare non si capi­sce. O forse sì. A parte la reto­rica nazio­nale sem­pre da rin­fo­co­lare, una ragione è pro­prio quella della legit­ti­ma­zione dell’aumento della spesa mili­tare ed in par­ti­co­lare degli inve­sti­menti nei sistemi d’arma: tra F35, fre­gate Fremn, som­mer­gi­bili, ecc. oltre 20 miliardi di euro nei pros­simi anni. Inve­sti­menti di cui sono con­tente l’industria bel­lica, le società e i con­su­lenti che sul busi­ness delle armi hanno fatto in que­sti anni la loro for­tuna. E un’altra ragione è la ricerca del con­senso per le tante ope­ra­zioni mili­tari all’estero, nel segno di un ruolo sem­pre più inter­ven­ti­sta delle nostre Forze Armate.

Sarebbe bello che il 2 giu­gno tor­nasse invece ad essere vera­mente la festa della Repub­blica, senza tanti fasti guer­rieri e con più sobrietà civile. Una Repub­blica che ha tra i suoi prin­cipi fon­da­men­tali il «ripu­dio della guerra» (arti­colo 11) e che si festeg­gia facendo sfi­lare i mezzi che ser­vono a farla la guerra rischia di per­dere il suo fon­da­mento, le sue radici.

Altri invece sono i valori a met­tere al cen­tro di que­sta gior­nata: il lavoro, la demo­cra­zia ed i diritti, la pace.

Vendola: «Renzi, la Liguria l’hai fatta tu» Autore: Micaela Bongi da: controlacrisi.org

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Dopo dieci anni, Nichi Ven­dola, pre­si­dente di Sel, in Puglia passa il testi­mone a Michele Emi­liano, che lo rac­co­glie con un rico­no­sci­mento al pre­de­ces­sore: «Ci ha fatto vedere i pugliesi che hanno la schiena dritta. Intendo con­ti­nuare que­sto lavoro». E Ven­dola si è detto con­vinto che la coa­li­zione di Emi­liano «potrà scri­vere pagine bellissime».

Uno scam­bio di cor­te­sie di rito?

La Puglia per la destra non è stata solo uno straor­di­na­rio ser­ba­toio di con­senso, ma un labo­ra­to­rio di costru­zione di ipo­tesi poli­ti­che e stra­te­gie gene­rali. Aver gover­nato per un decen­nio riu­scendo, nelle pri­ma­rie, a sov­ver­tire la logica del cen­tro­si­ni­stra (can­di­dati e pro­grammi foto­co­pia del cen­tro­de­stra) signi­fica aver rotto quell’incantesimo. Ora Emi­liano dovrà con­fron­tarsi con l’agenda di governo e penso che si potrà apprez­zare la con­ti­nuità nelle scelte. Si archi­viano vec­chie ruggini.

Emi­liano è sod­di­sfatto dell’affluenza al 51%. Condivide?

No, io sono sgo­mento dinanzi alla non­cha­lance con cui si mini­mizza la par­te­ci­pa­zione al voto. Quando un ita­liano su due gira la testa dall’altra parte manda un mes­sag­gio forte. Si è esau­rita la spinta pro­pul­siva di quel ren­zi­smo che con la rot­ta­ma­zione e le nar­ra­zioni effer­ve­scenti sem­brava dover affer­rare il ban­dolo di un Paese avvi­tato su se stesso. Credo che il pre­mier abbia preso un colpo abba­stanza pesante. Intanto ha dato un con­tri­buto impor­tante alla cre­scita del non voto e del M5S che drena una parte del con­senso del cen­tro­si­ni­stra. Quella parte che intende punire il Pd pre­fe­ri­sce il 5 Stelle alle liste di sini­stra. Il voto utile, a dare uno schiaffo a Renzi, gli è sem­brato quello a Grillo.

Il voto alla sini­stra è sem­brato irri­le­vante e non utile a quello scopo? Perché?

Il punto di forza è stato l’invenzione di reti locali che dove hanno un minimo di radi­ca­mento allu­dono al nuovo sog­getto di cui la sini­stra ha biso­gno. Ma è man­cato il ter­reno dell’unificazione a livello nazio­nale, basti pen­sare che ave­vamo 7 sim­boli per 10 regioni. In cam­pa­gna elet­to­rale il Pd si è ulte­rior­mente spo­stato a destra. Dun­que il voto ha avuto anche un forte movente poli­tico: quello di affer­rare Renzi per le cavi­glie e rimet­terlo sulla terra, fuori dal limbo di pro­pa­ganda e pub­bli­cità in cui vive. E Renzi perde la par­tita più impor­tante, in Ligu­ria. Si com­porta come un bam­bino indi­spet­tito, ma è stato il suo labo­ra­to­rio nazio­nale per le rela­zioni spe­ri­co­late tra Pd e pezzi di cen­tro­de­stra. Que­sta volta il voto utile è tor­nato come un boo­me­rang in testa a Renzi. E la sini­stra ha costruito una vera rete, il risul­tato è un mes­sag­gio chiaro: que­sta è la strada. Non quella di un estre­mi­smo decla­ma­to­rio e testi­mo­niale, quella di una sini­stra di governo com­pe­ti­tiva con Renzi.

In Ligu­ria ha fatto la sua parte anche un pezzo di mino­ranza Pd. Per que­sto la sini­stra di Pasto­rino va meglio che altrove?

Abbiamo risul­tati impor­tanti anche in Toscana, Puglia. C’è un ter­reno vasto che però ancora non è occu­pato da una chiara pro­spet­tiva gene­rale: il «sog­getto».
Forse in can­tiere ci sono troppi sog­getti o meglio pro­getti che non comu­ni­cano…
Ora è chie­sto a tutti uno sforzo di gene­ro­sità. Nes­suno deve sot­trarsi alla sfida di met­tere in rete tutto quello che c’è. Sapendo che il ter­reno dell’unità pos­si­bile è quello dell’innovazione poli­tico cul­tu­rale, non la somma alge­brica. Una sini­stra che non con­si­deri degra­dante l’opposizione, ma che anche dall’opposizione sia capace di met­tere in campo una moderna agenda di governo.

Nei pros­simi giorni Civati bat­tez­zerà «Pos­si­bile». Guar­date con atten­zione alla sua iniziativa?

Sì… diciamo che guardo tutto con atten­zione. Pro­pongo a tutti un metodo: met­tersi a dispo­si­zione. Io non ho invi­tato gli ex Pd o altri a entrare in Sel, ho detto: ’La nostra comu­nità è troppo pic­cola per acco­gliere le tante domande di sinsitra’.

Civati dice ’venite a me’?

No, ognuno fa il pro­prio per­corso, il pro­blema ora è fer­marci e coor­di­nare un’attività uni­ta­ria. Il punto non è un altro par­ti­tino o la fusione di due par­ti­tini, ma come tra­sfor­mare una pre­senza a mac­chia di leo­pardo sul ter­ri­to­rio in una massa cri­tica per costruire una sini­stra com­pe­ti­tiva e vin­cente. Arri­vano molti mes­saggi nella bot­ti­glia, e ci indi­cano la dire­zione: troppi poli­ti­ci­smi, bilan­cini, die­tro­lo­gie, gelo­sie: basta. Biso­gna rimet­tere al primo posto la costru­zione di un sog­getto per l’Italia e per l’Europa, che si rela­zioni a Pode­mos, Syriza, alle sini­stre che fanno argine alla cre­scita della destra estrema.
Tor­niamo al fatto che sono i 5 stelle a essere per­ce­piti come la «Pode­mos» ita­liana.
Per­ché la sini­stra del Pd è apparsa come la sini­stra dei penul­ti­ma­tum e si è con­su­mata nei rituali di quel par­tito. E l’operazione di fal­si­fi­ca­zione delle idee della sini­stra si river­bera anche su di noi.

Ma se il mes­sag­gio sulla ’sini­stra vec­chia’ attec­chi­sce, Renzi non sfonda a destra.

Renzi in parte a destra drena, ma in parte rile­git­tima la destra. La par­tita in Ligu­ria e Cam­pa­nia dava l’immagine di un’Italia in cui si è pas­sati dalla con­tesa tra due sini­stre alla quella tra due destre, senza pre­vi­sione di una sini­stra. Que­sta è stata la pre­tesa arro­gante con cui il Pd ha trat­tato la pra­tica Ligu­ria e quella Cam­pa­nia. Si è tor­nati al pro­ta­go­ni­smo dei cacic­chi lsotto l’usbergo delle liste civiche.

Si potrebbe dire anche per Emi­liano, o no?

Anche in Puglia gli ingre­dienti del tra­sver­sa­li­smo c’erano. Ma in Ligu­ria, se si dovesse assu­mere l’alluvione come para­digma del modello di svi­luppo, che dif­fe­renze si vedreb­bero tra Tosi e Paita? Nes­suna. E in Cam­pa­nia? Sta­mat­tina ho ricor­dato l’aneddoto del gene­rale nazi­sta che chiede a Picasso se vera­mente ha fatto lui «Guer­nica», e Picasso risponde: «No, l’avete fatto voi». Mi viene in mente quando Renzi e i suoi cori­fei se la pren­dono con la sini­stra radi­cale che avrebbe fatto per­dere Paita e vin­cere Ber­lu­sconi. Ma è stato lui a resu­sci­tare Ber­lu­sconi. Renzi, la Ligu­ria l’hai fatta tu.